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Numeri
OGNUNO HA I SUOI NUMERI

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Zia Mirella pareva un pesce esotico, variopinto e delicato, che si era accomodato a vivere in un acquario tetro e squallido. Gli altri ospiti giacevano in quello stagno immobili e scoloriti; lei amichevole e leggera, un po’ sventata, guizzava qua e là. Mi ero spiegato questo inconsueto adattamento con la sua inarrivabile vocazione alla pazienza, collaudata per anni e anni nelle acque inquinate di un allegorico stagno. Questo stagno era rappresentato da un grande Ente Pubblico, dove seppe mantenere un comportamento amabile tra gente ottusa e volgare, che passava la vita su e giù per i tre piani di uffici intralciandosi per istinto naturale, osteggiandosi con affabile ipocrisia, calunniandosi ma sorridendo sempre con mal velata doppiezza. Là lo zio Aldo l’aveva incontrata, l’aveva amata e l’aveva sposata.    continua...

Abitavano a Milano; lo zio si faceva chiamare commendatore, ma in realtà era solo un rappresentante di articoli di cancelleria: carta, penne, agende, registri, e via dicendo. S’era sovraccaricato di lavoro per mantenere uno stile di vita al di sopra delle sue possibilità, e si ritrovò pieno di debiti. Si convinse che nella sua rovina avrebbe coinvolto Mirella e cadde in una profonda depressione; una mattina uscì di casa e non tornò più. Se fu un incidente, un malore o la decisione di farla finita non si seppe mai, fatto sta che l’auto volò giù dalla strada finendo in un burrone duecento metri più sotto. Mirella ingoiò un intero flacone di sonniferi, ma non concluse nulla perché le fecero giusto in tempo un’energica lavanda gastrica.
Dopo qualche tempo lei si riprese. Non avendo altri parenti affittò un appartamentino vicino ai miei, e veniva a trovare mia madre - sua cognata -, l’unica persona a volerle bene sinceramente.
Mirella non era tenuta in considerazione dagli altri, anche se era molto gentile. Spartiva la disapprovazione con lo zio Aldo che non aveva fatto carriera, e soprattutto ne avevano un’idea curiosa: la reputavano una donna enigmatica. In effetti qualche motivo c’era di chiedersi chi fosse Mirellina, perché aveva suscitato curiosità e diffidenza manifestando qualità singolari.



Più di una volta aveva riferito dei presagi che aveva chiamato “i miei sogni emozionanti” e che sorprendentemente s’erano avverati. Alla zia Olga disse che avrebbe ritrovato il suo amatissimo barboncino in un luogo molto colorato. Tralascio i particolari, ma qualche mese dopo che il cagnetto si era smarrito quello un giorno le saltò sulle braccia mentre faceva la spesa al mercato. Ecco il posto variopinto: Olga stava tra un banco colmo di pomodori, melanzane, lattuga, limoni fragole, banane, e un banco di fioraio, tra frutti e fiori coloratissimi. Un’altra volta disse che aveva visto il cugino Valerio esanime in un paesaggio bianco e luminoso, ed effettivamente quello il giorno prima aveva perso la vita sciando in Svizzera. Erano rimasti tanto impressionati che avevano cominciato a chiamarla fata Mirella passando poi alla parola macedonia: “Fatarella”, ma per alcuni era semplicemente: “la strega”.
Non so dire con precisione perché poi le cose andarono come andarono; i parenti un brutto giorno si riunirono a consiglio e decisero, per la salute di Mirella, che non poteva più vivere sola, doveva necessariamente essere assistita, e per il suo bene la parcheggiarono in una casa di riposo.
Avevo considerato suo marito, zio Aldo, un uomo straordinario. I giochi di prestigio che mi faceva quando ero piccolo rimasero un ricordo meraviglioso, e più tardi lo apprezzai per suoi interessi intellettuali. Perciò, immaginando che ne sarebbe stato contento andai a trovare spesso zia Mirella in quel deposito di vecchi. Per strano che possa sembrare non la trovavo triste a depressa come gli altri vecchietti reclusi . Benché non fosse felice mi accoglieva lietamente e mi raccontava i pettegolezzi della pensione con indulgente arguzia. Se zia Mirella fosse rimasta nel suo appartamento non avrei conosciuto gli ignorati pensieri, le vicende dolorose, i ricordi di quella donna delicata e sensibile. Pareva modesta, fragile, un po’ sventata; molte sue imprevedibili osservazioni l’avevano resa allarmante, perciò antipatica. Nessuno capiva perché lo zio Aldo si fosse innamorato di lei, se lo spiegavano dicendo che Mirella in gioventù era stata una bella donna. Invece io compresi bene perché zio Aldo e zia Mirella si erano amati perdutamente: la zia era un’anima bella.
Quando mi invitarono a Milano avevamo parlato quasi sempre all’ora di pranzo. Si parlava delle cose più diverse e futili, in genere dei miei progetti, e si divertivano ascoltando le disavventure amorose a me capitate. Poi, dopo la tragica morte dello zio parlavamo di lui, dei viaggi che avevano fatto insieme, delle città e dei musei che lui le aveva fatto visitare, dei teatri, della lirica, che a lei piaceva tantissimo.
L’aspetto più interessante di Mirella si rivelò in un pomeriggio piovoso. Non si poteva uscire in giardino e così dopo qualche tempo che la conversazione languiva mi venne in mente di proporle un giochetto matematico. Non solo lo risolse subito ma le piacque moltissimo e mi chiese di proporgliene altri. Disse che aveva sempre amato la matematica ma non aveva potuto studiare. A dispetto del duro lavoro di operaia tessile si era applicata la sera con grande sacrificio e aveva preso il diploma di dattilografa. Era stata assunta con quella mansione, e da quel momento, avendo un lavoro meno estenuante, aveva potuto studiare e aveva conseguito il diploma di ragioniera. Disse che aveva la passione per i numeri fin da bambina e un po’ esitante mi rivelò con timida semplicità che aveva fatto una scoperta. La chiamò “poesia dei numeri”.
Secondo lei ognuno avrebbe una personale poesia dei numeri, in quanto questi numeri soggettivi fanno rima con i loro correlati. Ci misi un poco a capire, ma finalmente lei mi aiutò ad entrare nell’enigma: era certa che la vita di ciascuno sia connessa a dei numeri basilari. Ogni aspetto dell’esistenza si precisa con un numero: nascita, morte, statura, peso, pressione del sangue, e poi ci sono gli eventi vitali come il primo amore, il primo impiego, e così via. Ma ancora più importanti sono i numeri segreti, per esempio le vocali nel nome dell’antenato più amato. Il problema spiacevole era che, se in effetti ognuno ha due, tre o anche sei numeri essenziali, quasi mai li conosce. Non sa quali sono e quanto siano importanti, ma soprattutto non sa in che modo essi rimano.
Le chiesi cosa aveva a che fare la poesia con i numeri, e lei mi fece un altro esempio. Disse: - Prendi un qualunque bollettino delle estrazioni del Lotto, e osserva i numeri usciti sulle varie ruote: Venezia, Firenze, Roma, ecc. - . Mi mise sotto il naso un taccuino con delle cifre.
- Vedi l’estrazione del sei marzo, a Roma ? Sono usciti 3, 23, 43 che fanno rima col 3. Ebbene erano i numeri di qualcuno che, “se li avesse conosciuti”, avrebbe risolto molti problemi, per qualche tempo. Quelli erano i “suoi” numeri -.
Mi guardò, poi con esitazione e arrossendo disse ancora: - Da lungo tempo ti studio, e ho individuato i tuoi numeri. Ti dico di più: tre di essi stanno per uscire tra giugno e luglio, ma esattamente quando non so dirtelo. Devi avere la pazienza di giocarli più volte, e poi mi disse di scriverli.
Li giocai, ma non uscirono. Poi ebbi molto da fare, erano i mesi prima delle vacanze estive, e quando mi tornò in mente la predizione della zia, ricordavo solo il 25, i due numeri successivi li avevo dimenticati. A novembre nel taschino di una giacca da mandare in Lavasecco ritrovai lo scontrino, sul retro del quale avevo scritto la sequenza. Per curiosità andai al computer a controllare le estrazioni dei mesi precedenti. Scoprii che il terno 25 , 5 , 45 era uscito il 27 giugno sulla ruota di Roma.

Sei mesi fa zia Mirella è passata a miglior vita, nel sonno. Una mattina l’hanno trovata irrigidita nel letto, ma pareva che sorridesse. Sono sicuro che sorrideva allo zio Aldo, che era venuto a prenderla.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2011


 
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