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GROTTAFERRATA, IL DOTTOR ZACCHI E IL LICANTROPO
Vecchie storie di Grottaferrata e una minima biografia

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Ricordo perfettamente quel grido bestiale, un grido così non si dimentica più, anche se ero bambino piccolo sentivo che un ululato come quello non era naturale. Era un urlo orribile, per qualche speciale gemito tenebroso che non so dire, era lugubre, era come un latrato straziante e triste, e intuii che a cacciarlo fuori della gola non era un animale. Era notte, ebbi una gran paura e corsi a rifugiarmi in camera dei miei genitori chiedendo cos’era quell’urlo. Mamma mi spiegò che certamente qualche povero cane aveva la colite. Poiché soffrivo spesso di feroci mal di pancia per via di quell’indisposizione spastica, mi accontentai della risposta. Però il giorno dopo a scuola - facevo la seconda elementare all’epoca dei fatti - uno di quei saputelli, compagni di classe, mi chiese se avevo sentito il lupo mannaro. Il lupo mannaro? cos’era? Fu così che venni a conoscere in maniera distorta, stupefacente, favolosa e mostruosa, questo fenomeno della patologia umana: il lupo mannaro ( licantropo, nel linguaggio scientifico). Allo stesso modo crudo e senza veli poco dopo seppi come i conigli che vedevo a volte uno sopra l’altro, e credevo litigassero non lottavano, ma si accoppiavano, e allo stesso modo nascevano i bambini.    continua...


Giuseppe era un pover’uomo, praticava un umile mestiere e viveva miseramente. Tralascio il cognome per ovvie ragioni, dirò solo che, come tutti o quasi tutti gli operai e i vignaioli dei castelli romani, trascorreva i pomeriggi nelle osterie uscendone a notte, sovente ubriaco. Probabilmente lo stato di ebbrezza favoriva il sorgere delle crisi, quegli attacchi di licantropia su cui gli psichiatri dicono molte strane cose. Ripensando a quei spaventosi episodi mi sono chiesto se tante autorità della psicopatologia abbiano assistito veramente e personalmente ad uno di quei violenti disordini. Perché, contrariamente alle leggende sui licantropi, il povero Giuseppe non aggredì mai nessuno, non fece a pezzi neanche una gallina, figuratevi poi se avrebbe assalito e sbranato una ragazza. Urlava soltanto, e pareva latrare inarrestabilmente, faceva spavento perché ululava proprio come un animale. Mi dissero che raspava i muri, che sbavava e si dimenava. Secondo me il poveretto cercava solo di sorreggersi alle porte e alle mura delle case e nessuno avrebbe potuto giurare onestamente di avergli visto uscire fuori peli e unghie lunghissime. Effettivamente Giuseppe faceva una grande impressione sui paesani che lo chiamavano “lupo mannaro”, peggiorandone incoscientemente lo stato mentale. Una notte di dicembre faceva un freddo cane, lui era in preda ad uno di quei rivolgimenti infuriati. Dei “coraggiosi” gli si avvicinarono, lo afferrarono e lo buttarono nella fontana pubblica dove si abbeveravano muli e cavalli. Mia madre n’ebbe una gran pena e seppe farmi sentire l’incomprensione e la cattiveria della gente. Nell’intensità dei lamenti di Giuseppe c’era disperazione, miseria, odio per la discriminazione e la derisione a cui era sottoposto. E la luna doveva avere una sua parte in quella patologia perchè davvero gli assalti del male gli capitavano più frequentemente quando c’era luna piena. Evidentemente questa dolorosa storia venne a conoscenza del dott. Zacchi, che si prese a cuore il derelitto e lo curò con i mezzi che la medicina offriva negli anni trenta del Novecento. A quel tempo i medici attivi nelle campagne d’Italia dovevano far fronte ad ogni evenienza e con mezzi limitati, e il Comune poteva provvedere in misura assai esigua. Il dottor Zacchi, suppongo, si accollò parte delle spese. Aveva esperienza anche di psichiatria e immagino che sottopose Giuseppe ad elettroshock, non so con quale risultato, ma ripensandoci a distanza di tanti anni, il lupo mannaro non lo sentii gridare più, o forse non ci feci più caso. Francesco Zacchi, agli inizi del Novecento, era il medico condotto, e l’ufficiale sanitario, di Grottaferrata. Abitava in un singolare elegante villino che aveva fatto progettare secondo certi canoni che lo attraevano (fig.1, 2).
Fig. 1 e 2 Il villino com'era

Era una strana miscela d’uomo, il dottor Zacchi. Medico in primo luogo, ma contemporaneamente archeologo, storico, poeta, giornalista. Era un’anima sensibile, a svantaggio della professione che esigeva imperturbabilità. E, sfortunatamente per lui, la generosità e la disponibilità caritatevole dell'uomo non potevano essere testimoniate a prima vista, perchè la sua faccia era segnata da cicatrici e rughe profondissime, che mi facevano grande impressione. Una dimora può annunciare quale specie d’uomo vive al suo interno? Penso proprio di sì. Illustrare una residenza per descrivere il suo inquilino potrebbe sembrar strano, ma sapete come i vestiti rivelano chi li indossa. E se gli abiti definiscono così bene uomini e donne, ancora meglio sa farlo una casa. Una casa parla del suo proprietario quanto un guscio di chiocciola dichiara a colpo d’occhio il suo ospite. Pertanto la breve biografia che segue inizia da un villino nel comprensorio di Grottaferrata, piacevole paese a poca distanza da Roma dove lo Zacchi visse molti anni. Chi ha letto “Casa Howard” di E.M. Forster, sa quanto lo spirito di una dimora sia potente ed efficace. La villetta del dottor Zacchi, quando venne progettata, rivelò l'influsso dell’architettura composita che andava di moda, ma quel piccolo edificio ad un piano aveva qualcosa di originale e un carattere assolutamente singolare. Dico “aveva”, perché pur essendo ancora al suo posto, proprio all’angolo di via di San Francesco con via XXV luglio, poco oltre la chiesa del Sacro Cuore, è stato talmente alterato da successive ristrutturazioni da non mostrare più quel suo stile particolare. Tutto sommato gli elementi architettonici che lo costituivano erano semplici e si conciliavano col gusto eclettico del tempo. Finestre, balaustre, mensole e ferri battuti d’ispirazione romanica e gotica, umbra e toscana, erano accostati così correttamente, così ben distribuiti e proporzionati da formare un’opera d’antica severa compostezza e, contemporaneamente, di gradevole fantasia. A quell’epoca il vate immaginifico: G. D’Annunzio, dominava la letteratura, la poesia, l’estetica. Grazie alla sua formidabile tendenza alla retorica, esaltò il gusto e la fantasia degli italiani con estrose originali ricostruzioni. È per questa visione della storia che il francescanesimo dannunziano trascende la stessa realtà francescana. Nel villino Zacchi, senza esserci un evidente riferimento, si percepiva però quell’esaltazione. Chi conosce il Vittoriale degli italiani, a Gardone, riconoscerà nelle vecchie fotografie di quel villino la stessa atmosfera delle stanze della Prioria, del giardino e dell’Arengo, e quell’aura di devozione che emana pur senza essere evocata da qualche icona precisa. Atmosfera completamente perduta nella realtà attuale della superstite villetta. Zacchi aveva una grande attrazione per il poeta eroe di guerra e gli fu amico, e quello lo ricambiò, come dà prova una sua fotografia con dedica (fig. 3).


Fig. 3

Ma non c’era bisogno di un omaggio poetico per capire come la lirica dannunziana doveva aver conquistato Francesco Zacchi, nutrito fin dall’infanzia di ideali patriottici e di poesia. Il gusto decadente del grande amico lo dovette entusiasmare. La dedica, che nella fig.3 forse si legge a stento, dice: “Al medico italiano mirabile d’animo, di mente, d’occhio, di mano. Gabriele d’Annunzio. [ed aggiunge] Dottore di piaghe, dottore di stelle. 1936 “. Il villino dava l’impressione d’essere più grande e maestoso di quanto fosse in realtà. Le finestre, sulla sinistra, incorniciate da architravi e graziose colonnine in marmo, così come il portoncino d’ingresso, erano in equilibrato rapporto con il grande arco ogivale tagliato all’imposta, che dava luce al salone. L’arco poi acquistava risalto dalle brevi balaustre in marmo, e la gradinata d’accesso costituiva un elegante basamento che dava slancio alla costruzione altrimenti appiattita dal grande tetto. La contrapposizione tra le linee orizzontali predominanti e la vocazione verticale dell’arco a sesto acuto, il contrasto tra il bianco del marmo, l’ocra dell’intonaco, il bruno dei ferri battuti, le conferivano un caratteristico sapore medievale. Adesso potete immaginare bene questo signore alto e asciutto scendere la breve scalinata, impeccabilmente vestito in maniera un po’ demodé, con colletto duro e ghette, salire sul più insolito, incredibile mezzo di trasporto a disposizione, calesse o bicicletta che fosse, per raggiungere qualche sperduto casolare di campagna dove era richiesto il suo urgente intervento. Perchè il dottor Zacchi nei primi decenni del ventesimo secolo era il medico condotto e l’ufficiale sanitario del Comune. Per lui adattarsi al calesse, e persino ad essere trasportato sulla canna di una bicicletta, suppongo che fossero gesti in armonia con lo spirito francescano che lo arricchiva e lo animava. Per questo motivo forse non si dotò mai di un mezzo proprio, e per la stessa ragione, avvertendo la fine, chiese d’essere sepolto ad Ostia Antica, là dove S. Agostino ebbe un indimenticabile colloquio con sua madre sulla fugacità dell’esistenza e sull’attesa della vita vera, come lui stesso racconta nelle Confessioni. Era evidente che quell’uomo non poteva essere uno dei soliti mediocri medici di campagna, presenze oramai consuete in quasi tutti i comuni d’Italia. E infatti il dottor Zacchi non era soltanto medico. Fu anche giornalista, archeologo, storico, musicologo e ispiratore di iniziative patriottiche. Fu l’ideatore del Parco delle rimembranze di Grottaferrata (fig 4) e propugnatore della rinascita dell’illustre Accademia Tuscolana


Fig. 4 epigrafi

Guardando le epigrafi (in parte asportate), sulla base del monumento ai caduti, mi si è presentato un incantato flashback, che mi ha fatto comprendere da dove provengono probabilmente quelle lastre. Lontano e malinconico si è proiettato sullo schermo della memoria un pomeriggio d’estate, un giardino inselvatichito, delle pietre accatastate e dei gattini. Con fatica ho ricomposto il puzzle. Qualche volta mia madre andava a far visita a una signora che soggiornava in villa accanto a via XXIV Maggio. Villa e parco sono spariti purtroppo, così come tante altre case di Grottaferrata, e su quei terreni lottizzati è spuntata una ressa di banali villini moderni. Negli anni quaranta si continuava a dire “prendiamo un tè”, ma in Italia il tè autentico era introvabile perchè la guerra ne rendeva impossibile l’importazione, e per di più veniva rifiutato perchè era usanza tipicamente inglese. Ciò nonostante si consumava il Karkadè che, fino a quando fu possibile, arrivò dalle nostre colonie, e le signore infatti prendevano questo “tè”. Doveva essere il 1942. La ricca, anziana signora, non so se malata o solo stravagante, risiedeva stabilmente su una grande terrazza a loggia, schermata da grandi tende bianche. Mia madre andava a farle visita portando con sé una rivista, e ne leggeva qualche notizia rilevante ad alta voce. Ascoltavano poi vecchie romanze, ed era mio compito girare la manovella del grammofono per ricaricarlo, infine sorseggiavano quel disgustoso Karkadè dal colore rossastro e dal profumo acidulo, che ingentilivano aggiungendo all’infuso fiori di sambuco essiccati e miele. Potete immaginare quanto poteva divertirsi un ragazzino, infatti mi annoiavo infinitamente, così in una di quelle rare occasioni chiesi il permesso di scendere nel parco e mi aggirai in quella specie di foresta vergine del giardino trascurato. Sul retro della casa c’era un mucchio di pezzi di marmo e di lastre e da là sotto sentii provenire dei flebili gemiti. Sollevai le pietre e scoprii così una nidiata di gattini. Erano quattro o cinque, che miagolavano flebilmente. Fu un momento magico perchè ne raccolsi uno tenendomelo in braccio con grande emozione. Proprio in quel momento si alzò una folata di vento e le bianche tende della loggia si animarono e presero a danzare come fantasmi esultanti, eccitati dalla musica dolcissima che veniva dal grammofono. Non durò molto: Mamma mi chiamò, l’incanto si spense di colpo. Sapevo che non avrebbe acconsentito a lasciarmi il gattino e con grande tristezza lo deposi, poi rimisi a posto le lastre e notai allora che molte avevano delle lettere incise su un lato. Oggi so che erano pezzi di epigrafi e il dottor Zacchi probabilmente ne chiese alcune per il monumento che aveva in mente. Francesco Zacchi pubblicò libri e anche decine e decine di articoli su riviste, quotidiani e libri. Era amico di Filippo Surico poeta, giornalista e commediografo, fondatore del “Circolo Letterario”, e ambedue erano amici di Gabriele d’Annunzio. Molti fattori contribuirono alla sua formazione intellettuale, non ultima la circostanza di essere nato nel 1863 da un’agiata famiglia Bellunese e da un padre che aveva preso parte in prima persona alle vicende del Risorgimento. Pare che la professione di medico fosse una tradizione della famiglia Zacchi, perché il padre, dottor Osvaldo, era medico, come poi lo fu anche Luigi, fratello maggiore di Francesco. Mentre studiava a Padova l’Osvaldo strinse amicizia con artisti, poeti e letterati che in seguito divennero famosi: Aleardo Aleardi, Giacomo Zanella, Arnaldo Fusinato, Gustavo Modena. Lui stesso fu scrittore elegante e poeta. Entusiasmatosi per gli ideali risorgimentali prese parte ai primi moti rivoluzionari e in seguito combatté contro gli austriaci in varie battaglie, tanto che Vittorio Emanuele gli consegnò la medaglia d’argento al valore militare. Dunque Francesco Zacchi ereditò dalla famiglia un patrimonio di tradizioni e di cultura ragguardevoli. Era nato a Belluno il 19 marzo 1863, ottavo di quattordici figli. Ultimato il liceo decise di studiare medicina, e il fratello, che alla morte del padre aveva preso le redini della famiglia, lo aiutò generosamente e gli permise di frequentare l’università. Studiò a Padova, ma preferì laurearsi a Roma, poi si specializzò in medicina militare e seppe guadagnarsi l’attenzione del grande clinico G. Baccelli che lo inviò in America con un incarico di divulgazione scientifica. Dovette piacergli molto quel viaggio per mare perchè poi volle farsi medico di marina e con quel nuovo incarico viaggiò molto. Non abbandonò mai l’interesse per la cultura, e navigando ebbe lunghe ore per leggere e studiare e se ne giovò molto, assimilando una cultura enciclopedica. Tra l’altro si prodigò con grande abnegazione nell’assistenza medica ai feriti della guerra d’indipendenza della Colombia. Cooperò attivamente, insieme al medico e storico Domenico Seghetti di Frascati, alla rinascita dell’Accademia Tuscolana col particolare intento di valorizzare e studiare l’area archeologica del Tuscolo. Ma per questi aspetti del fervore storico archeologico del dottor Zacchi rinvio i lettori all’interessante blog “Frascati e dintorni” di Achille Nobiloni. Tuttavia una considerazione di carattere generale può dire molto. Grottaferrata, offriva un gradevole soggiorno estivo, e per la sua prossimità a Roma era frequentata da personaggi della politica, dell’arte, della nobiltà, dell’alta borghesia. Ma tutta questa gente soggiornava nelle lussuose ville per poco tempo e aveva scarsi rapporti con la popolazione locale. Lo Zacchi invece per la sua professione era continuamente in contatto con i paesani. Eppure, nonostante la sua disponibilità, rimaneva un intellettuale difficilmente comprensibile, dal comportamento bizzarro non giustificabile per i vignaioli che formavano la totalità della popolazione. Insomma per loro era un tipo strano. Le periodiche riunioni poetiche nel salone della sua villetta in cui invitava amici ed estimatori a leggere liriche di autori famosi o componimenti di oscuri verseggiatori da lui apprezzati, non si conciliavano con l’idea paesana del medico magari burbero e scontroso ma robusto buongustaio, buon giocatore di bocce e di biliardo, abile cacciatore, e via dicendo. Effettivamente queste qualità le incarnò un altro medico che operò a Grottaferrata parecchi anni dopo, e che fu molto popolare. Ma questa è un’altra storia.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2010


 
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