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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Nona puntata














  
 

Un cameriere bussò ripetutamente alla cabina 10 di prima classe, e mescolando francese e inglese in modo bizzarro avvertì il passeggero: – Monsieur Boscolo ? il y a un télégramme for you –. La porta della cabina si dischiuse, un uomo in pigiama, alto e magro, sui 50, sporse un braccio, prese dal vassoio che il cameriere gli porgeva, un foglio ripiegato e borbottò: “Merci”, “Tank you”; richiuse la porta e sibilò “che ti venga un accidenti”. Anche se il cameriere avesse inteso non avrebbe capito nulla.
Era furioso perché quel villano lo aveva irreparabilmente svegliato e non avrebbe più recuperato il sonno interrotto. Quel beato sonno, il nirvana che aveva raggiunto con fatica; oramai era inutile tornare a sdraiarsi, era meglio uscire a respirare la brezza marina. Esaminò irritato il telegramma di cui già poteva immaginare il contenuto e lo gettò nel cestino; prese l’astuccio del rasoio, il pennello, l’accappatoio e fece toilette con totale indolenza, ma quando si spruzzò il dopobarba sulle gote, la fragranza alcolica sprigionata gli suscitò pensieri soavi e un desiderio di Martini. Si propose di raggiungere il bar di prima classe dove servivano spremute di frutta molto salubri ma all’ottimo gusto di vodka o di gin, la buona idea scacciò un po’ di malumore. Si vestì impeccabilmente in grisaille bianca e andò a poppa.
Il mare scintillava calmo sotto il sole, era un sollievo, un conforto sostare pigramente a contemplarlo.
A quell’ora era seduta poca gente ai tavoli sotto la grande tenda; due giovani coppie chiaramente in viaggio di nozze si scambiavano timide effusioni e signori anzianotti, probabilmente commercianti o più facilmente funzionari dell’amministrazione turca, prendevano appunti, leggevano giornali, chiacchieravano.

Era il 1920. Il Corriere della Sera mi aveva inviato in Asia minore e in Egitto per un reportage sulle comunità italiane. Ero stato incaricato di svolgere un’inchiesta tra gli italiani che vivevano all’estero per raccontare cosa ne pensavano della grande guerra appena conclusa, e della nuova collocazione della madrepatria nell’ambito internazionale. Atene fu la mia prima tappa; da lì presi un piroscafo che mi portò a Smirne, da Smirne feci rotta per Rodi, poi per Beirut, infine per Alessandria. Viaggiai su un piroscafo che ansimava e sbuffava come un ippopotamo che sguazza in uno stagno.

Essendo primo mattino, al bar servivano soprattutto tè e caffè; il caffè era ottimo e non necessariamente alla turca, ma avendo già sperimentato gli ottimi drink, miscugli salutari, al succo di frutta, ne ordinai uno al pompelmo e gin, e mentre attendevo che me lo servissero mi guardai attorno. A quell’ora c’erano pochi passeggeri: un paio di coppie giovani e dei signori che avevano l’aria di essere commercianti o funzionari governativi che tornavano a casa o andavano in missione a Smirne. Supposi di essere l’unico italiano a bordo, invece scoprii che mi ero ingannato.
In un angolo protetto dal vento era seduto un signore attempato, aveva posato il libro che stava leggendo per sorseggiare una tazza di caffè, e nel ricollocarla sul tavolo spostò una pipa e una tabacchiera d’argento che vi aveva lasciato. Quando il cameriere gli servì un altro caffè, quel signore fece una cosa strana: scansò il libro, mise la pipa tra i denti e sembrò accarezzare la tabacchiera prima di metterla in tasca.
Una reminiscenza mi balenò nella mente.
Esitai un momento poi mi avvicinai e dissi in italiano: – Caro signore, perdoni la mia sfacciata intrusione ma se non vado errato lei è il signor Salvetti. Il signor Tobia Salvetti. Sbaglio? –
Mi guardò stupito, era evidente che stava faticosamente cercando di identificarmi; allora mi presentai, prima che dovesse chiedermi, controvoglia, chi fossi.
Per molti anni non avevo mai pensato a quel singolare individuo, fino a che inaspettatamente, come ho appena detto, lo ritrovai su un vecchia nave durante un viaggio di lavoro.
Ebbene, quando lo rividi dopo quel lungo oblio e in una circostanza inimmaginabile, il tempo lo aveva notevolmente cambiato, però aveva ancora la stessa tabacchiera tra le mani. Proprio quel particolare che molto tempo prima mi aveva colpito, mi dette la possibilità di riconoscerlo mentre se ne stava seduto a leggere, di primo mattino, nel bar di un piroscafo greco.
– Caro Salvetti, sono Giuseppe Boscolo, giornalista del Corriere della Sera. Vent’anni fa quando ero cronista all’Arena di Verona venni a Trieste a intervistarla e …–
Gli apparve un largo sorriso mentre poco prima pareva malinconico: – Ma certo. Sì. Indubbiamente è lei, la ricordo molto bene. Mi fa molto piacere incontrarla di nuovo dopo tanto tempo. La prego, si segga. –
Gli spiegai che lo avevo riconosciuto per via della tabacchiera. Era stata lei, la tabacchiera che poco prima teneva tra le mani, ad attirare la mia attenzione.
Sorrise di nuovo con calore, ammirava la mia capacità di ricordare particolari irrilevanti. Sedetti e cominciammo a discorrere. In realtà parlai più io che lui, giacché avevo incontrato un italiano proprio nel momento in cui cercavo di svolgere al meglio l’indagine per cui ero stato inviato, e lui risultava perfetto per incrementare e migliorare il mio lavoro. Sapevo che potevo spingerlo a una chiara e onesta analisi, poteva offrirmi un’efficace critica come non mi sarebbe riuscito altrettanto bene con altri. Conversammo dunque più o meno per un’ora e ovviamente gli chiesi come mai stava viaggiando su quella nave. Cominciò a raccontare ma si interruppe, diede un’occhiata all’orologio e mi chiese se potevo attenderlo brevemente. Andava a sincerarsi se sua moglie stava bene e sarebbe tornato subito; mi pregò di avere pazienza perché era felice di poter chiacchierare con me.
Tornò poco dopo sereno, sua moglie si era ristabilita e stava bene, a pranzo ci avrebbe fatto compagnia. Poco prima mi aveva chiesto insistentemente di essere loro ospite e sperava che non rifiutassi l’invito.
Non tornò a sedersi; viceversa mi domandò se mi incomodava spostarci più in là. Asserì che se ci trasferivamo un poco più a poppa avremmo parlato tranquillamente, e così dicendo indicò il tendone che sovrastava il bar: – Questa tenda, che giustamente ci ripara dal sole e ci fa ombra, altrimenti sentiremmo troppo caldo, ci impedisce però di vedere il cielo.
Senza intenzione mi aveva dato la prova di quanto fosse rimasto uomo di mare, nonostante i lunghi anni trascorsi nel chiuso di una caffetteria. Evidentemente il cielo era impedita quella veduta, ne rimaneva disturbato, gli veniva tolto quell’effetto di serenità che mare e cielo gli rendevano, e gli veniva dall’osservarli, dall’esserne intriso.



balcone



Ci accomodammo su delle poltroncine di bambù predisposte per i passeggeri e il Salvetti guardò il panorama con approvazione, con evidente appagato benessere.
La volta azzurra era percorsa da grandi batuffoli soffici che si spostavano lentamente. Nuvole bianche grandi e leggere, che più in alto apparivano lievemente rosate mentre più sotto erano delicatamente grigie, io me le raffiguravo come antichi galeoni spagnoli che navigavano trasportando tesori dalle Indie occidentali verso l’Europa. Invece il Salvetti ne aveva un’idea diversa, credo di poter dire che le guardava come un pittore cerca di afferrare l’essenza di quegli agglomerati di vapore, che le meditasse filosoficamente, potrei dire perfino con venerazione.
L’ex marinaio caffettiere aveva un’espressione ispirata, intensa, e dedicò a quelle viaggiatrici del cielo un’apologia. Fece davvero un brillante elogio di quelle amate presenze; parlò seriamente ma con una vena di così felice ironia che lo ascoltai divertito.
Mi disse che aveva guardato le nuvole da sempre, fin da quando era molto piccolo, affascinato dalla loro magnificenza. Sentiva un’attrattiva forte, un’attrazione istintiva per quelle bellissime forme sempre diverse, continuamente mutevoli. Fin da bambino aveva provato un grande feeling, un’intesa privilegiata con esse; e poi, diventato adulto, cercò di interpretarle non con il distacco, con la freddezza tecnica di un meteorologo, ma con affetto. Non per ricavarne sintomi dello stato del tempo, com’è comune e normale per un marinaio, ma con lo stesso piacere che si prova a guardare i colori dei fiori o nell’ascoltare il mormorio di un ruscello, il suono dell’acqua che scorre.
Sin da quando il detestato tutore lo aveva condotto con sé sulla barca da pesca, aveva sentito per loro una grande simpatia; così come si amano le persone care, e come si ammirano le persone amiche. Fin d’allora le aveva sentite affini, disposte come lui a spostarsi da un’altra parte del cielo e a prendere un nuova forma.
Dichiarò: – Più che altro mi affascina la loro eternità. Altre nubi, simili a queste che ora stiamo considerando, le guardavano mille anni fa, o tremila o diecimila anni fa. Esse erano presenti allora e sono presenti oggi. Ricordo che quando da bambino ero furioso, avvilito per essere costretto su quella barca, ogni momento in cui alzavo gli occhi e le cercavo esse erano lassù e mi davano conforto.
A volte il cielo era completamente sgombro, di un azzurro assolutamente vuoto come un’immensa coppa di lapislazzulo capovolta; allora mi rassicuravo dicendo: “aspetta, perché certamente il pastore le sta radunando e domani il gregge sarà qui”. Un’altra cosa mi fa pensare, anzi sperare. Loro a volte spuntano in un cielo di un azzurro totalmente uniforme. Ecco che una nuvola cresce e poco dopo cambia forma, si allontana, scompare, come noi mortali. Ma poi ne tornano due, o quattro, o tante altre, e allora dico: “Nulla scompare; anche noi ricompariremo, torneremo a manifestarci, se non qui, altrove”. Le nuvole sono sempre nuvole da milioni di anni, hanno forme diverse ma sono sempre loro che si dissolvono e poi ritornano e vagano nel cielo.

Presumo che avesse capito d’aver ampliato troppo quella riflessione; giustamente pensò di avermi annoiato, perché tacque pensieroso, distolse l’attenzione dalle nubi, afferrò la pipa e iniziò a svuotarla. Colsi la pausa per cambiare argomento e tornai a chiedergli come mai si trovava sullo stesso piroscafo che avevo preso anch’io, e perché non era a Trieste nella sua bella caffetteria.
Senza mostrare insofferenza cominciò a raccontarmi che cosa gli era accaduto molto tempo prima.

Un cameriere lo interruppe per chiedergli se desiderava desinare in cabina, rispose che sua moglie stava meglio e avrebbero pranzato al ristorante. Si voltò subito verso di me dicendo: – Purtroppo Emma soffre molto il mal di mare e questa mattina era in pessimo stato, non immaginavo che si sarebbe ripresa; ora è contentissima di poter venire a pranzo con noi –.
– Emma ? – Pensai tra me stupito, e involontariamente mormorai preoccupato quel nome. Lui mi guardò con una strana espressione che non saprei dire se esprimesse imbarazzo o invece manifestasse un’intima assoluta soddisfazione. Però in quell’espressione sfuggente, oltre all’indubbia contentezza, colsi un’espressione di sfida, una ruga che amara gli piegava la bocca.
– Dunque lei non sa nulla? –. Sospirò, guardandomi perplesso, e a quel punto mi parve che avesse mutato stile, fosse divenuto più accorto, come se avesse stabilito di misurare il peso delle parole. E in effetti mi sembrò meno – Pensavo che lei, essendo stato reporter all’Arena, sapesse almeno qualcosa, perché sul Piccolo certamente debbono aver dato notizia del cambio di gestione al “Boncaffè” –.
Era dubbioso, incerto, e aggiunse: – Mi rendo conto che le mie sventure non hanno nessuna rilevanza, ma immaginavo che un giornalista sapesse tutto di ciò che accade nel proprio territorio e dunque lei ne fosse al corrente –.
– Comunque ora sono assolutamente felice e posso parlare del passato con serenità, senza afflizione né collera, e senza angoscia. Il dolore che provai allora l’ho smaltito, superato quanto basta; ogni tanto si riaffacciano rigurgiti di rancore ma è nella natura umana – .
Non ricordavo di aver letto qualcosa che lo riguardasse. Risposi che doveva essermi sfuggito qualche pezzo di cronaca, qualche trafiletto; ma all’epoca di quegli avvenimenti ero molto preso dal lavoro incalzante a cui mi sottoponeva il direttore, e da problemi di cuore che consideravo drammatici.
Ordinò Uzo per lui, Pernod per me; e ricominciò a raccontare:
Mi hanno detto che sul Piccolo era stata data notizia del cambiamento avvenuto al Boncaffè, ma non ne so nulla di più, mi provocava troppa ira leggere i commenti di quella mascalzonata. Suppongo che quanto è stato scritto sia stato pilotato dall’Optiz, il mio ex socio, un verme, un vero mascalzone che da furfante disonesto com’era trovò il modo di eliminarmi.
Ero oltremodo stupito. Guardai con stima il Salvetti che dimostrava una forza d’animo ammirevole nel raccontare tanto flemmaticamente le offese ricevute.
– Dunque avete lasciato la direzione di quella moderna caffetteria, di quel bellissimo locale che mi era parso un vero gioiello ? –.
– Sì, ho lasciato tutto alle spalle e ho iniziato una nuova vita insieme a Emma. Una vita completamente diversa, e ne sono felice –.
Sempre più stupito, non potei fare a meno di chiedere: – Ma vostra moglie non si chiamava Lucia ? –

Tobia trasse di tasca la tabacchiera e la pipa, la vuotò, tornò a riempirla con gesti lenti, meditabondo, l’accese, poi ripose l’astuccio d’argento come se maneggiasse un oggetto sacro. Ho dato rilievo a questo gesto, perché ne avevo preso nota nel taccuino, Tempo dopo però, rileggendo quegli appunti riflettei che mi ero fatto un’idea esagerata del personaggio, anche se indubbiamente era molto attento ai simboli e ai portafortuna come lo sono tutti i marinai. Ma il Salvetti mi aveva già da prima incuriosito per la sue notevoli caratteristiche, per il suo ingegno, la sua modestia e non avevo torto se avevo ammirato quell’originalità.
Accese la pipa e riprese a raccontare guardando il mare e le nuvole, però pareva corrucciato. Lanciò uno sbuffo di fumo e col cannello della pipa indicò il cielo.
Ecco. Lei può immaginarmi come una di quelle nuvole che il vento spinge verso nord o verso sud. Per tutta la vita ho navigato verso porti importanti o scali secondari senza mai trovare il luogo giusto dove aggrapparmi alla terra e mettere radici. A un certo punto un incidente, che oggi però posso definire un provvidenziale infortunio, mi obbligò a fermarmi. Credevo che la mia vita fosse terminata, che avesse avuto un amaro compimento, invece fu una fine da cui trarre frutto. Ma non ero ancora arrivato a destinazione come credevo; quella che ero certo fosse la catastrofe finale era soltanto una tappa. Dovevano accadere ancora molti dolorosi eventi, molte dure, terribili esperienze perché arrivasse un tempo in cui potessi dire di sentirmi soddisfatto; e questo momento infine è arrivato. La mia vita evidentemente è un progetto che doveva svolgersi in un modo particolare e in tale modo si è dipanata e tuttora si svolge come era stato stabilito. Doveva risolversi con difficoltà, con tribolazioni; poi ha preso la forma giusta e si è realizzata
Colto alla sprovvista forse guardavo il Salvetti meravigliato, senza capire bene; dovevo manifestare chiaramente la mia perplessità perché mi disse: – Vedo che lei, non conoscendo nulla di quanto mi accadde, non può comprendere le sventure che le racconto. Le mie lagnanze le sono incomprensibili. Cercherò di riepilogare molto brevemente i fatti –.



Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2017



 
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