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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Settima puntata














  
 

Si svegliò di soprassalto prima che la sveglia suonasse; aveva sognato che qualcuno stava bussando violentemente alla porta, ma dovevano essere stati dei tuoni. perché pioveva ancora. Aveva dormito meno di tre ore, il nervosismo accumulato non l’aveva lasciato riposare a lungo. Erano le quattro e mezzo e il tempo non era migliorato: nuvole basse attraversavano il cielo lentamente e dispensavano una pioggia fitta, insistente. Dai cornicioni cadevano grosse gocce e le grondaie versavano cascate d’acqua che andavano a ingrossare i torrenti al bordo delle strade.
Si era addormentato all’istante ma era precipitato in un sonno burrascoso. Aveva sognato la contessa Restori che lo redarguiva aspramente. Lo insultava: – Vigliacco, figlio ingrato. L’Italia ha bisogno di uomini valorosi e tu furfante smidollato, ottuso venditore di caffè, cosa ne hai fatto della tua vita? –. Comparve il gatto monco che con aria beffarda si rivolse alla nobildonna: – Il ragazzo ha studiato, sa recitare “I Sepolcri” del Foscolo magistralmente, può anche mostrarle come interpreta l’Amleto di Shakespeare in modo eccellente –. La vecchia dama diede ordine a Caronte di sparare al gatto, ma a quel punto l’Optiz, che era sbucato chissà da dove, urlò: – No. Non al gatto sparate, ma a lui, e indicava Tobia –. La contessa allora intimava a Caronte: – Presto, spara al colpevole –, e sfoderava un sorriso feroce.

Aveva la gola secca e gli doleva la testa. Andò in cucina, bevve un bicchiere d’acqua fresca, si sciacquò la faccia, e sentì l’acuta insopprimibile esigenza del caffè.
Riempì il bicchiere di chiaretto e tornò indietro, ma passando davanti alla cristalliera dove Lucia teneva le porcellane e gli argenti si vide in un vassoio lucidissimo che rifletteva il suo volto. Si arrestò per osservarsi: aveva i capelli arruffati, la barba che aveva rasato il mattino precedente era cresciuta e si scorse imbruttito, le occhiaie profondamente cerchiate lo segnavano come due lividi. Quello che vedeva non era più lui. La bocca aveva preso una piega amara, che non aveva notata neanche quando sedeva dal barbiere e doveva rimanere sprofondato nella poltrona a guardarsi nello specchio. Provò insofferenza, antipatia, avversione, tristezza: – Sei invecchiato, sei invecchiato troppo rapidamente –. Ma ancora di più lo allarmò quell’espressione esitante che vedeva riflessa: – Dov’è finita la tua fiducia, la tua spavalderia? –.
Ebbe una reazione d’incertezza, si chiese se evitando, o peggio ancora snobbando la contessa, non commetteva un errore. Perché in effetti gli era capitato di farne molti e non desiderava compierne altri, perciò non voleva lasciarsi coinvolgere in avventure passionali, azzardate, impulsive. Avrebbe voluto tenere un orientamento prudente, che tuttavia lo rendeva penosamente inquieto.
Si osservò con una certa indulgenza, come se avesse incontrato una persona infelice e volesse rassicurarla. Improvvisamente nel vassoio che faceva da specchio non scorse più se stesso, ma con stupore vide un ardito aviatore, un gabbiano aviatore con casco e occhialoni, un caratteristico pilota pronto a decollare col suo aereo.
Il gabbiano chiese: “Vorresti partire? E con un veloce aereo, non con una lenta nave?” Il confuso Tobia davanti alla vetrinetta annuì.



balcone



Ecco una delle tante bizzarrie della vita. A volte accadono stravaganti metamorfosi, cioè capitano eventi singolari, come impensabili sdoppiamenti. Il caso si diverte con noi umani, ci mette a repentaglio più di quanto sia possibile immaginare.
In certi momenti dobbiamo accettare un’interpretazione eccezionale di noi stessi. Dobbiamo correre il rischio di una follia momentanea. Ma una follia magica, intendendo per magica l’inspiegabile difesa della creatività nascosta in noi; nascosta nella fantasia meravigliosamente soccorritrice.
Forse a causa di una lieve, irrilevante smorfia, o d’un ghigno di scherno soltanto accennato, ma che ha rilevato nel vassoio, un meccanismo nascosto nella mente, vulnerabile per le tante offese ricevute, si era messo in moto. Quel congegno mentale divenuto oltremodo sensibile e reattivo si era messo a funzionare indipendentemente dalla volontà di Tobia. Aveva valutato la situazione, sondato le idee spiacevoli, e poi mascherando la sventura gli aveva proposto una via d’uscita. Gli aveva dato una risposta in forma d’immagine-metafora rifacendosi a una vecchia rappresentazione di se stesso.
Tornò al tavolo, si sedette, ma il prosciutto e il pane che aveva lasciato qualche ora prima non avevano più un buon sapore, li spinse lontano da sé insieme al vino. Sospirando si alzò, prese il piatto e lo riportò in cucina, mandò al diavolo i medici che gli avevano vietato il caffè, riempì la napoletana e si preparò l’amatissima bevanda.
Mancavano pressappoco due ore, poi sarebbe andato ad aprire il Boncaffè , ma ora era meglio che si distraesse leggendo.
Mentre sorseggiava il nero magico infuso, come ai vecchi tempi, ricominciò a pensare. Sapeva qualcosa del viennese Freud, e delle sue straordinarie ricerche. Aveva seguito con grande interesse alcune conferenze sulla psicoanalisi, era rimasto affascinato dal concetto di inconscio, la parte oscura nelle profondità di ognuno. Come aveva dimostrato quel medico, la fondamentale attività psichica emerge nel sonno. Cercò di contenere il fluire tumultuoso e angoscioso dei pensieri e si dedicò a penetrare il suo sogno recentissimo, ma deviò e finì per concentrarsi sull’Optiz.
Improvvisamente si rese conto di quanto odiasse il socio anziano. Lo odiava furiosamente, con un’intensità insospettata. Dopo la morte del bambino, Lucia era caduta in uno stato di profondo sconforto. Tobia non riusciva a comprendere una trasformazione tanto esasperata, aggressiva, detestabile e ne era rimasto sconvolto. Purtroppo a peggiorare la terribile sciagura era sopraggiunta una contrarietà fatale. La notte della tragedia Tobia non si trovava, era andato a una conferenza ma non aveva detto dove questa aveva luogo. Quando infine lo rintracciarono accorse affannosamente, ma il bambino ormai era morto. Lucia lo guardò come un’invasata e battendogli i pugni sul petto urlò: – È colpa tua, è colpa tua –, e venne meno.
Da quella notte non volle più dormire con Tobia. Non lo volle più accanto, e dopo, quando sembrò riprendersi dallo stato di prostrazione, l’unica presenza che pareva darle conforto era quella dell’Optiz. Tobia si convinse che una condotta così irragionevole era stata favorita dal socio anziano. “Quel vecchio” le appariva certamente protettivo e tranquillizzante.
Per molto tempo attese, paziente e disperato, che l’inaccessibile oscurità nella coscienza di Lucia si dissolvesse. Ma i mesi passarono e la situazione divenne sempre più insostenibile. E sempre più odioso gli divenne l’Optiz.

Erano gli inizi del ventesimo secolo e verso gli italiani residenti in città crescevano sospetti e malevolenza. L’Optiz, che all’inizio del loro sodalizio aveva simulato un’amicizia sincera e aveva insistito sulla parità dei loro ruoli, da alcuni mesi aveva attenuato ogni manifestazione di simpatia, era passato da un comportamento cordiale, a modi soltanto garbati, infine a un atteggiamento distaccato, freddo, e poi addirittura sdegnoso. Molte volte Tobia si era chiesto se questo mutamento aveva una spiegazione nella tenera attenzione che l’Optiz aveva rivolto a Lucia, provata dalla disgrazia. L’amicizia tra quei due oramai era così evidente che gli venne il sospetto che sua moglie e il socio anziano avessero stretto un accordo, addirittura avessero ordito una macchinazione a suo danno.
Gli pareva che si annunciassero giorni tetri e pieni di pericoli. Andando per mare, pochi indizi bastano a segnalare un cambiamento del tempo, e il probabile scatenarsi di una burrasca; da altri segni altrettanto indicativi Tobia presagiva l’avvicinarsi di un’orribile tempesta negli affetti familiari che aveva creduto saldi e duraturi.

L’inverno si stava consumando, tra non molto sarebbe arrivata la primavera. Ma nulla faceva prevedere quale amara sorte Tobia avrebbe dovuto sopportare.

L’Optiz aveva la sua impresa d’import-export in un palazzo lussuoso accanto a piazza della Borsa; una mattina avvisò Tobia che andasse da lui quella sera stessa perché doveva informarlo di un avvenimento fondamentale. Tobia presentì che l’incontro sarebbe stato determinante, ma non a lui favorevole.
L’Optiz non si perse in preamboli, gli spiegò freddamente che si era presentato un nuovo socio, dinamico, assai abile negli affari, con molte idee, soprattutto con una consistente disponibilità di danaro liquido da investire. Avevano deciso per un aumento del capitale e pertanto Tobia doveva adeguarsi. Tobia lo guardò esterrefatto, l’Optiz conosceva bene le possibilità finanziarie di Tobia. Era facile concludere che voleva metterlo con le spalle al muro. Tobia lo guardò pervaso da un odio travolgente, un sentimento che non aveva mai provato prima. Se avesse avuto una pistola a portata di mano lo avrebbe sicuramente ucciso. Non riusciva a profferire parola, infine articolò a fatica che doveva pensarci, e gli avrebbe dato una risposta a breve.
Quando fu in strada si sentì soffocare, era come se il fato lo avesse riportato indietro al 1899, quando era stato sbarcato infermo e, subito ricoverato in ospedale, si era considerato un uomo finito. Rivide gli occhi allucinati del pazzo che si era sollevato dal letto prima di ricadere morto e gli aveva lanciato una profezia: “Sei segnato, sei segnato… soffrirai fino alla morte.

Una collera incontenibile lo travolgeva. Il primo impulso fu di correre a casa, fracassare tutto, poi prendere l’oro, gli argenti e quant’altro poteva arraffare, venderli e sparire. Si obbligò con un enorme sforzo di volontà a ragionare freddamente. Un comportamento di questo genere avrebbe dato soddisfazione totale all’Optiz; avrebbe favorito il gioco del socio ormai suo nemico. L’Optiz avrebbe potuto dire che da tempo il Salvetti dava segni di stramberia, e sebbene a malincuore aveva dovuto con un espediente allontanarlo forzatamente dall’azienda.
Se in quel momento Tobia avesse agito come il furore dello spirito lo spingeva a fare, avrebbe confermato del tutto l’idea che era diventato pazzo.
No. Avrebbe risposto con una lettera dura e dignitosa esponendo le sue rimostranze e i suoi diritti. Sarebbe andato da un avvocato per farsi difendere, e tutti avrebbero saputo di come e quanto era stato oltraggiato. Mentre camminava si immaginò mentre dettava la lettera in una copisteria vicino al Boncaffé: tutti avrebbero conosciuto la malvagità dell’Optiz.
Vagò a lungo come un ubriaco, infine andò all’osteria di Tino a cui raccontò tutto. Gli riferì anche dell’offerta che gli era stata fatta per la tabacchiera, e Tino subito gli consigliò di venderla. Quella notte dormì dal suo ex cameriere che gli organizzò un giaciglio nel piccolo soggiorno della sua casa.
La mattina dopo fece avvertire Lucia che aveva avuto un incidente e non sarebbe potuto andare al lavoro. Quando fu sicuro che lei non era in casa, salì nel loro appartamento.
Entrò, si guardò intorno con angoscia, e realizzò che certamente non avrebbe avuto né comprensione né giustizia dall’amministrazione cittadina, che non gli sarebbe stata più favorevole. Si sentì distrutto, comprese definitivamente che non gli restava che andarsene.
La cameriera gli porse una lettera; lui la prese e la abbandonò senza aprirla sul tavolo. Nulla lo interessava, tranne quell’enorme urgenza di vendetta che doveva compiere e lo travolgeva.
Quando la cameriera lo avvertì che il pranzo era pronto, rimase a fissare il vuoto con un’espressione da ebete. Ma essendosi seduto per ingoiare qualcosa di caldo, prese la lettera che aveva posato sul tavolo e senza fare attenzione al mittente stracciò la busta. Ne trasse un foglio azzurrino, lo spiegò e lesse:

Caro Tobia, è passato parecchio tempo dal giorno in cui ci siamo conosciuti. La tendenza a sottrarti ad un ulteriore incontro mi pare un inequivocabile segno di indifferenza per ciò che ti rivelai, e la dimostrazione del tuo desiderio di tenerti a distanza. Pur essendone rimasta dispiaciuta, anzi ferita, ho voluto umiliare il mio orgoglio chiedendoti un altro rendez-vous. E non per me stessa, in quanto compio un sacrificio per una persona che ti sorprenderà. Ti attendo domani, alla medesima ora del nostro primo incontro. A presto dunque.

Contessa Adele Restori.


Tobia rimase a guardare la lettera stolidamente, senza afferrarne compiutamente il senso. Dovette fare uno sforzo di concentrazione prima di tornare a leggerla. Finalmente comprese. Disse a bassa voce: – La contessa Restori, l’avevo dimenticata, forse lei, che conosce il mondo ben più di me, potrà darmi qualche suggerimento. Si! Voglio rivederla –.

L’indomani attese le ventitré con inquietudine e al tempo stesso con l’ ingenua aspettativa di poter risolvere il suo problema. L’Optiz non si era fatto vedere per tutto il giorno, ma non era certamente la sua assenza che lo impensieriva. Ancora una volta nella sua vita si ritrovava nella condizione di dover prendere una decisione fondamentale e ineluttabile.

Com’era accaduto in precedenza, quando era andato al primo incontro e si era incamminato per la villa in una notte piovosa, anche quella sera le nuvole incombevano basse e la pioggia si accaniva per rendere la strada ancora più faticosa.
Suonò e attese impaziente; il cancello si aprì con la solita lentezza, ma questa volta il vecchio cameriere articolò chiaramente: – La contessa l’attende – .
Percorsero il vialetto che non era più così in ordine: ai bordi s’erano formati rigagnoli fangosi e nella ghiaia tutta scompigliata si allargavano pozzanghere. Anche le aiuole a stento distinguibili erano insudiciate dalle foglie cadute e producevano una sensazione di degrado.

Quando entrò nella grande stanza che oramai conosceva, lo scenario pareva immutato: il tavolo, come precedentemente era coperto a metà di carte, l’altra metà era apparecchiata con bicchieri e bottiglie di liquori, l’unica differenza era prodotta dalla contessa: stava accanto al tavolo nella poltrona a ruote e gli sembrò rigida, fredda, ostile. Ma la sensazione che provava era forse dovuta alla sua diffidenza e inquietudine. Notò anche un’altra marcata diversità: il vasto spazio dell’ambiente al di là del tavolo, sembrava immerso in una penombra intensa. Durante la visita precedente aveva potuto distinguere facilmente mobili e ornamenti alle pareti, ora solo la contessa era ben illuminata dalla lampada che allungava il braccio sopra la sua testa. Tobia per un momento vide la nobildonna come un’apparizione marmorea che risaltava contro lo sfondo buio dell’ambiente retrostante. Effettivamente doveva avere rafforzato quell’effetto vestendo una camicetta di seta e un cardigan altrettanto candido. I capelli, già bianchi per l’età avanzata, doveva averli trattati il parrucchiere, per dare loro una tonalità argentea che rafforzava l’effetto di una statua di marmo.
Accolse Tobia con un sorriso che non era così amabile come la volta precedente, e lo fece sedere di nuovo accanto a sé. Poi entrò in argomento senza preliminari di cortesia.



Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2017



 
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