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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Sesta puntata














  
 

Tobia osservò il vecchio, ma stette attento a non mostrarsi troppo curioso. Malgrado le mani tozze e nodose si muoveva con leggerezza e disinvoltura tra bicchieri, cristalli e caraffe. Sistemò sulle spalle della nobildonna con squisita delicatezza lo scialle che lei gli aveva chiesto poi porse loro i calici panciuti con il liquore dorato.
Il gesto quasi tenero con cui le aveva avvolto le spalle, svelava una gentilezza inimmaginabile in quel terribile soggetto e una completa dedizione alla sua padrona. Tobia osservò lo scialle e rimase di nuovo perplesso: era uno scialle nero con lunghe frange, ne aveva già visti, ma il bordo era insolito, era composto da una striscia di seta rossa bianca e verde: i colori della bandiera italiana.
“Perché erano così insistentemente esibiti” si chiese Tobia.
Improvvisamente ebbe una vaga, allarmante percezione, forse fu l’espressione troppo compiaciuta della signora a fargli scattare quell’intuizione indefinita, che quantunque oscura persisteva incombente. Si persuase che la vecchia dama aveva un’altra sorpresa per lui, la teneva da parte, aspettando il momento di propinargliela. Ragionando velocemente sospettò che la stupenda rivelazione della sua origine gli fosse stata elargita per conquistarlo, forse la contessa voleva propiziarselo e prepararlo a una richiesta. Comprese che la vecchia dama aveva qualcos’altro da dire, e quest’altra parte del colloquio non sarebbe stato altrettanto gradevole quanto la scoperta del nome di sua madre, e del luogo dove era nato. Presumibilmente la contessa voleva ravvederlo per l’indifferenza dimostrata verso la patria, voleva indurlo a pentirsi, persuaderlo a correggersi e probabilmente gli avrebbe chiesto di cooperare a un’opera patriottica. Ebbe una confusa reazione di collera ma recuperò il controllo dell’emotività, e senza sapere cosa gli sarebbe stato chiesto si irrigidì aspettando gli eventi.
La fragile signora accostò il bicchiere alle labbra e ne sorbì un piccolo sorso, ma era evidente che con il pensiero errava molto, molto lontano da quella stanza. Tobia invece lo sorseggiò avidamente, aveva proprio bisogno di quel benefico conforto.
Lei guardò Tobia socchiudendo leggermente gli occhi, ora non sorrideva più. Anzi, aveva un’espressione straordinariamente dura, sembrava un’altra donna. L’impressione di fragilità che Tobia le aveva attribuito, e la tenerezza che aveva avvertito, erano scomparse. Tobia ci rimase di stucco.
La contessa lo guardò fissamente e la voce prese un’intonazione risoluta che contrastava con il comportamento mostrato fino allora. Lo apostrofò: – Tuo padre è stato un fervente patriota e ha combattuto per l’unità d’Italia. Lo sapevi ? –
A Tobia il sorso di cognac che aveva appena sorbito gli si fermò in gola.
– No. Non lo sapevo. Nessuno me ne ha mai parlato –.
Immediatamente si rafforzò in lui l’impressione fastidiosa: tutto ciò che gli era stato rivelato aveva uno scopo, volevano indurlo partecipare a un progetto che di certo riguardava un’azione irredentista. In quel momento capì da dove gli era arrivato il pacco dei libri che lo avevano lasciato tanto stupito. Era chiaro che volevano condurlo a una qualche azione politica, e dopo poco ne ebbe un più chiaro indizio.
Pensò velocemente al suo antico maestro: se don Zucchini avesse saputo dei progetti e dell’esaltazione patriottica, quasi mistica, che pareva radicata in quella dimora, certamente avrebbe fatto di tutto per tenerlo lontano. La sua onesta, inalterabile fedeltà allo stato pontificio gli faceva considerare garibaldini, e piemontesi: (“i detestabili patrioti”) degli aggressori assoldati del demonio. Per lui erano mercenari malvagi, rimunerati da saccheggi e ruberie consentite da Satana. Una strana convinzione che a Tobia nel ricordarla fece effetto, perché si trovava in una situazione scomoda.
Mentre ricordava don Zucchini con gli occhi vagava per la stanza, l’attenzione distratta si appuntò sulle finestre con le pesanti tende di velluto. Improvvisamente gli venne da immaginare una scena talmente intensa che si aspettò di vederla compiersi. Si figurò che la finestra veniva sfondata all’improvviso e tra le tende sbucava un manipolo di garibaldini che urlando “Viva l’Italia”, e sparando all’impazzata irrompeva nella stanza.
Sarebbe stata felice la signora? E come li avrebbe accolti, con spavento o con gioia?



balcone



Cominciava a provare una spiacevole stanchezza, ma stette attento a non darlo a vedere.
La contessa aveva ripreso a parlare ma Tobia era sempre più disattento. Non provava nessun interesse per quello che la vecchia dama diceva, avrebbe voluto essere molto lontano, avrebbe voluto essere di notte sul ponte di una nave a guardare le stelle. – Ebbene è ora che tu lo sappia, ed è ora che tu prenda coscienza del valore di tuo padre. Egli fu un patriota valoroso e ardito, devi …–.
Per fortuna da qualche parte una pendola scandì cupamente la mezzanotte, quasi contemporaneamente un altro orologio più vicino ripeté i dodici rintocchi con una tonalità più squillante. Tobia tornò a essere presente. Proprio in quel momento si affacciò Caronte e borbottò: – Gli amici chiedono di essere ricevuti –.
La contessa manifestò irritazione per essere stata interrotta, comunque rispose garbatamente: – Va bene, falli accomodare –.
Per la terza volta Tobia quella sera restò sorpreso e fu sicuro che l’intuizione avuta poco prima era legittima. Si aprì la porta a fianco del divano, e nella stanza entrarono l’avvocato Serpani, il giovane Verrese e altri tre signori che conosceva bene. Erano tutti clienti abituali che ingombravano la sala di lettura del Boncaffé, persone con cui Tobia aveva parlato molte volte, però si salutarono formalmente, senza emozione, tantomeno con entusiasmo. Tobia rimase rigido e diffidente, il momento gli sembrò buono per congedarsi, disse che aveva un impegno improrogabile: doveva aprire il locale prima del solito per riparazioni urgenti. Espresse il suo rincrescimento, porse alla contessa i più rispettosi ossequi e uscì freddamente come chi sospetta di essere stato raggirato e prova un certo risentimento.

Quando fu di nuovo sulla strada il vento infuriava e faceva molto freddo, ma Tobia respirò a pieni polmoni e pian piano si sentì di nuovo padrone di se stesso. Il detestabile disagio che si era impadronito di lui si ridusse, provò a ragionare con calma, i pensieri però non seguivano un filo logico, la mente eccitata non cercava di mitigare il risentimento. Era evidente che la contessa lo considerava, se non proprio un rinnegato però quasi un irresponsabile. Comunque al di là di tutte le bellissime congratulazioni, degli straordinari elogi, lo valutava un corrotto da recuperare alla patria.
Tobia per scrollarsi di dosso quella fastidiosa e ingiusta opinione cercava ricordi confortanti. La coscienza gli diceva di essere nel giusto, un argine all’oscure accuse gli venne ricordando il Ferrero. Poteva stare tranquillo perché aveva soddisfatto i precetti che gli erano stati inculcati dal suo mentore, tanto da poter rinviare all’accusatrice l’ingiusto rimprovero che aveva avvertito anche se non era stato esplicitamente espresso.
Quel generoso ufficiale l’aveva difeso, aiutato, e gli aveva aperto la porta dell’istruzione. Gli aveva insegnato che prima di tutto doveva dare prova di coerenza, e subito dopo di lealtà.
Tobia, che non sentiva il bisogno di dormire camminò per un buon tratto nonostante avesse preso a piovere e la gamba malandata gli dolesse. Ad un certo punto ebbe la sensazione che qualcuno lo seguisse, si girò ma l’oscurità della strada era fitta, non riuscì a vedere nulla, scrollò le spalle e si avviò risolutamente verso casa. Trasse di tasca le chiavi, aprì il portone e salì nel suo appartamento. Lo accolse il piacevole tepore del soggiorno che tanto aveva soddisfatto il suo “desiderio di casa” un miraggio che lo prendeva di tanto in tanto quando navigava. Il desiderio di avere un rifugio solido, inaffondabile, abbarbicato alla terra, era stato un’aspirazione fantasticata ma mai decisamente realizzata. Lo prese un rimpianto mai sentito così acutamente come quella sera. Guardò il divano, la libreria, le due poltrone, il tavolo, i quadri; avevano scelto i mobili con tanta allegria, entusiasmo, affinità di gusti; avevano arredato il loro appartamento con impazienza. E ora un maledetto vento, più gelido della bora, li aveva allontanati strappandoli l’uno dall’altra.

Lucia aveva lasciato accesa una lampada a petrolio, una bella lampada di porcellana decorata a fiori, e Tobia ebbe un fremito perché ricordò quando e dove l’avevano comperata. Rimpianse amaramente il periodo in cui c’era stata un’intesa perfetta tra loro. Poi vide sul tavolinetto accanto al divano due bicchieri e una bottiglia di Sherry e si rabbuiò.
Andò in cucina, trasse dalla dispensa un grosso pezzo di speck ne tagliò qualche fetta, le mise su un piatto insieme a del pane nero, si versò un bicchiere di Merlot e se ne tornò in salotto. Posò il piatto davanti a sé e cominciò a mangiare e a pensare.
Non molte ore prima si era posto la domanda: “Cosa cercava quella signora, cosa voleva da lui?” Ora sapeva in quale direzione soffiava il vento che pretendeva di dirigere la navicella della sua vita. Era stato invitato perché la rivelazione della sua origine e le notizie che concernevamo sua madre lo avrebbero commosso. Lo avrebbero emozionato a tal punto da lasciarsi coinvolgere in una trama interventista di cui non conosceva né il disegno, né il programma, ma di cui poteva prevedere l’esito.
Dunque suo padre, a sentire l’infervorata contessa, era stato un patriota, un rivoluzionario, un eroe! La nobildonna certamente immaginava che questa notizia lo avrebbe fatto fremere d’orgoglio. Lo avrebbe entusiasmato. Ma l’anziana donna esaltata, che inneggiava all’Italia e al patriottismo, non poteva essere più lontana dal mondo di Tobia, e dei suoi sentimenti.
Lui aveva considerato a lungo l’epoca storica in cui era nato e vissuto, aveva studiato sia la storia precedente all’unità d’Italia, di cui aveva sentito raccontare tanti particolari, sia il periodo successivo all’unità in cui era vissuto e viveva. Ma adesso aveva dei dubbi, il periodo attuale gli pareva un’epoca incerta, diversa da quella che si era immaginato e molto difficile. Già il Nievo aveva messo in rilievo aspetti contraddittori dell’Italia, e ora gli pareva che fossero ancora molti i problemi irrisolti: l’analfabetismo, il brigantaggio, la tragica risposta al prezzo del pane, e anche i nuovi fatti creatisi recentemente, per esempio la disastrosa avventura africana. Certamente si era compiaciuto degli entusiasmi per suo padre, delle lodi a lui tributate, quei giudizi lo avevano inorgoglito, gratificato, ricompensato della sua scomparsa, ma l’emozione non lo aveva spinto oltre il limite della fierezza filiale.
Dal momento che lo avevano sbarcato nella città in cui era stato assistito, e poi accolto, e dove gli era stata concessa la possibilità di comperare una bottega che gli aveva dato da vivere, si considerava un leale suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe e non intendeva cambiare, era una questione di decenza, di dignità e d’onestà. Il punto di vista della nobildonna era una visione romantica, eroica, di affermazione politica, di volontà di potenza, come andava dicendo uno sconosciuto filosofo che proprio in quegli anni stava facendo rumore. Tobia poteva anche comprendere, persino ammirare la contessa Restori, ma non era tenuto a condividere per forza i suoi ideali. Precisamente non si sentiva in obbligo di avere un entusiasmo che non sentiva. In fin dei conti perché se ne sarebbe dovuto entusiasmare? Perché era nato da un patriota italiano? Ma lui era nato in Asia minore, semmai avrebbe dovuto esaltarsi per le rivendicazioni della Grecia. Non badò al paradosso di questa affermazione e perciò non gli dette peso. Dunque non si sarebbe fatto coinvolgere in progetti destabilizzanti a Trieste. Oramai Tobia si considerava maturo, aveva avuto modo di guardarsi intorno per il mondo; il vasto mondo che i suoi occhi avevano esaminato da molte e diverse latitudini.
In varie circostanze aveva navigato con esuli, e più volte aveva fatto considerazioni negative. Se i loro capi avevano menti illuminate, e sapevano ciò che facevano, non altrettanta chiarezza di idee vedeva nei loro seguaci. Se i loro maestri oltre ad avere la ferma convinzione di agire per il bene degli italiani, per un unico stato, per un futuro migliore, quei “patrioti” che aveva incontrato invece gli erano sembrati uomini senza la più elementare istruzione. Alcuni di costoro erano addirittura dei furfanti evasi dalle galere dei vari stati in cui era divisa l’Italia precedente all’Unità, e si erano imbarcati in cerca di fortuna. Questi “nuovi italiani” gli era sembrato che fossero in primo luogo uomini pronti a menare le mani, e più pronti ancora a fare bottino.
Un’altra riflessione gli passò per la testa. Non formulò neanche le parole per esprimerla, perché il pensiero corse più veloce, spontaneo, e si dispiegò sintetico in un colpo solo.
“Cari maestri miei, che foste allora, o che volete esserlo al presente: don Zucchini, Ferrero, barone Kannitz, contessa Restori. Non ho più bisogno di voi, so ragionare con la mia testa e so vedere il mondo con i miei occhi”.
Scolò il bicchiere, lo riempi ancora e bevve; poi, dato che aveva alcune ore avanti a sé pima di andare ad aprire la caffetteria, si buttò vestito com’era sul divano.



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Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2017



 
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