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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Quinta puntata














  
 

Tobia era stato inevitabilmente colpito dal preambolo dell’anziana dama. Quando lei riprese a parlare aveva un impeto nella voce, un calore che prima non aveva manifestato così palesemente. Tuttavia parlò con calma e risolutamente.
– Innanzitutto voglio informarti che sappiamo molto di te. Per dartene un’idea sappiamo che sei cresciuto a Fano, e che il tuo patrigno era un duro, spregevole uomo che si chiamava Torquato. Sappiamo che tieni una piccola tabacchiera d’argento sulla scrivania del tuo ufficio. Il valore intrinseco di quell’oggetto è minimo, ma possiede un valore sentimentale grandissimo per la persona che vorrebbe acquistarlo. La quale, per assicurarsi la tua tabacchiera, è disposta a offrire una cifra assai consistente. Però mi è stata riferita la tua reazione a tale proposta, e allora non insisteremo oltre –.
Fece una pausa pensierosa mentre Tobia si guardava intorno impacciato; poi riprese a dire.
– Potrei raccontarti una storia meravigliosa, arricchendola di straordinari particolari, accaduti davvero, ma voglio essere del tutto semplice e chiara. Da tempo seguo i tuoi progressi commerciali con molto interesse. Dapprima per pura curiosità; non ti sarà difficile comprendere che una persona immobilizzata, segregata per propria volontà in questo mausoleo, ha tempo di annoiarsi, perciò trae piacere da ogni fatto nuovo. Poi, seguendo l’iniziativa che avevi avviato e che procedeva assai bene, oltre alla curiosità si è riacceso un antico affetto.
Tacque un momento per osservare Tobia. In verità Tobia era scosso, ma oltre ad essere colpito da quel discorso era sorpreso. Da molto tempo non si sentiva dare del tu da estranei, eppure non se ne dispiacque. Forse perché in un tempo tanto lontano, così lontano da sembrargli una favola, c’era stata un’altra anziana donna che gli aveva parlato in quel modo.
Una particolare intonazione, un fremito, nella voce dell’austera aristocratica, gli ricordò un’altra voce calda e materna: la voce di sua nonna. Tobia aveva corrisposto per propensione dell’anima, indipendentemente dal raziocinio o dall’orgoglio che avrebbe voluto ribellarsi; un impulso naturale aveva esortato il serioso direttore del Boncaffè, a accettare l’invito e aveva preferito nascondersi per lasciar riapparire un incerto bambino.

La fragile signora continuò sorridendo. – Dapprima, quando mi riferirono voci che elogiavano un ex marinaio trasformatosi in abile commerciante; di più ancora, mi raccontarono di un inventore che aveva costruito una speciale macchina per fare il caffè, fui solo divertita. Ma quando mi informarono che il tuo amore per la cultura era vero e seppi della magnifica iniziativa che avevi attuato: un ritrovo letterario nella tua caffetteria, ne fui stupita e compiaciuta. Infine un indizio casuale sorprendendomi e commuovendomi nello stesso tempo, mi ha conquistata, e questo inimmaginabile indizio me lo hai fornito tu stesso –.
Tobia era rimasto a guardarla sconcertato, preso da sentimenti contrastanti.
Anche la vecchia dama lo stava scrutando: – Aggiungo che iniziai a interessarmi di tutte le cose che ti riguardano, con maggiore apprezzamento perché le trovavo straordinarie –. Sorrideva perché Tobia stava mostrando un viso chiaramente impressionato.
Fu un momento di reciproca sospensione emotiva, poi riprese: – Perché sono così interessata, addirittura conquistata dalle tue vicende, te lo dirò tra un istante. Ma vorrei anche farti sapere certi episodi accaduti moltissimi anni fa, che se tu li conoscessi ne saresti certamente fiero; dovrei raccontarti particolari avventurosi che ti emozionerebbero, però vedo che sei impaziente quindi non prolungherò la tua inquietudine –.
Guardò Tobia come una nonna guarderebbe un nipote che non incontra da molto tempo, e gli parla un po’ preoccupata, un po’ affettuosamente.
– Intanto ti chiederai com’è possibile che sia stato tu a fornirmi un’informazione, o meglio, una traccia indispensabile, che mi ha permesso di collegare ricordi con persone scomparse ormai da tanto tempo. Ebbene attraverso un’annotazione di tua mano sono arrivata a far coincidere certe mie supposizioni con gli avvenimenti che oltre quarant’anni fa ti portarono in casa mia, e ho avuto anche altre entusiasmanti notizie –.
Tobia la guardava frastornato senza quasi respirare.
La contessa affermò a voce più bassa, quasi stesse rivivendo circostanze che confermava a se stessa:
– E’ indubbio che posso parlarti alla maniera di una nonna, perché come dicevo poco fa ti ho conosciuto quando eri molto piccolo, ma di questo incontro ti dirò più avanti –.
Fece ancora una pausa per accomodarsi meglio il plaid che aveva sulle gambe poi proseguì con vivacità: – Ecco perché provo un sentimento di affetto per te –.
– Non potevo sapere nulla di tutto ciò a cui ho accennato, fino a che non mi accadde di prendere in prestito dalla stessa biblioteca dove anche tu ti rifornisci, un testo che descrive molto bene la storia dell’Europa moderna. È un libro che evidentemente avevi letto con grande interesse, e in quel libro avevi lasciato un ritaglio di giornale con una breve nota che mi ha dato da pensare. Ho cercato informazioni e con un poco di fortuna sono riuscita a risalire a tuo padre, a tua madre e alla tua nascita –.
Mentre parlava aveva tratto da sotto il plaid che le copriva le gambe il volume a cui si riferiva e ne aveva sfilato il ritaglio di giornale che Tobia aveva dimenticato tra le pagine.
Tobia ne fu sorpreso, era una distrazione che aveva cercato sempre di evitare, comunque riconobbe l’articolo e la nota a fianco. Borbottò – Mi piacciono molto le descrizioni di battaglie navali, o di grandi viaggi oceanici di esplorazione, insomma tutti gli avvenimenti in rapporto col mare.
– Capisco bene –, sorrise la vecchia signora. – Poiché sei stato uomo di mare è ovvio che sia così –.
L’articolo era una rievocazione della battaglia di Navarino; lo aveva dimenticato nel libro che gli aveva consigliato l’amico Battiston, e che poi era finito tra le mani della contessa appassionata di storia. Glie lo mostrò insieme al ritaglio di giornale.
Tobia aveva vergato su un lato dell’articolo delle note in cui esprimeva ipotesi su suo padre. Era questo commento che aveva richiamato l’attenzione della contessa e risvegliato antichi ricordi.

– Caro Tobia, mi permetti ci chiamarti così ? – disse rivolgendogli un caldo sorriso.
– Non ti ho veduto nascere, ma qualche tempo dopo, quando avevi poco meno di un anno, tuo padre fu nostro ospite e così ho potuto cullarti, perché un tristissimo giorno la tua mamma morì e tuo padre fu costretto a lasciare la sua casa e portarti via con sé per evitare che la famiglia di Elena gli sottraesse il bambino. Per questa ragione prima di tornare in Italia fu nostro ospite. Mio marito gli rese possibile provvedere al piccolo, con il soccorso di una balia, che venne alloggiata in casa nostra, fino a che fosti ben svezzato e dopo poté condurti a Fano –.
Un brivido incontrollato passò per la schiena di Tobia, strinse convulsamente le mani sulle ginocchia e guardò la contessa con occhi sbarrati. Mormorò emozionato: – Voi conoscevate mio padre? E lui vi ha parlato di mia madre? –
– Si. Era un caro amico di mio marito, lo conobbi, durante il tempo che rimase con noi, quando sedeva alla nostra tavola –. La vecchia signora fece una pausa fissando le tende delle finestre, come se attraverso quelle vedesse immagini invisibili per Tobia, immagini di luoghi e di persone lontanissime nel tempo.
Tobia si sentiva spinto da un impulso irrefrenabile, disse ancora concitatamente. – Vi prego parlatemene. Parlatemi di mio padre, ma soprattutto di mia madre –. Aveva la voce rauca.
La vecchia signora lo guardò con tenerezza.
– Tuo padre era follemente innamorato di tua madre. Mi raccontò che era stata una donna incantevole, alta, bella, calma, dolce, Aveva grandi occhi neri, intensi, la sua voce aveva un’inflessione calda che gli penetrava nel cuore. Era sensibile, generosa, serena, ma al tempo stesso, come disse tuo padre, era anche impulsiva e capace di gesti imprevedibili. Era pronta ad affrontare situazioni trasgressive, a lasciarsi coinvolgere con dedizione. Aveva quelle qualità che rendono una persona rara.
Era giunto a Smirne privo di mezzi e mio marito che era armatore gli dette la possibilità di lavorare.
Tuo padre era un uomo di idee evolute, affascinante, ma poco pratico. Inoltre era cattolico e i genitori di tua madre, erano ortodossi, ed erano facoltosi proprietari terrieri. Consideravano tuo padre un esule spiantato, uno sciagurato da tenere a distanza, non volevano a nessun costo quel matrimonio, ma Elena sposò tuo padre malgrado l’ostilità della famiglia. Per questo motivo si trasferirono in Grecia e andarono ad abitare nelle vicinanze di Atene, in una villetta che dei loro amici misero a disposizione di Elena in stato interessante. Il matrimonio sembrava magnificamente riuscito, poi nascesti tu e la loro felicità toccò l’apice. Ma il destino stava preparando la catastrofe. Erano tornati a Smirne per far vedere il bambino ai genitori di Elena, e proprio in quell’epoca si manifestò un’epidemia di colera. Molti si allontanarono dalla città raggiungendo luoghi più salubri, loro erano subito tornati a Atene. Però quando Elena seppe che sua madre si era ammalata non ascoltò esortazioni e implorazioni a recedere dall’imprudenza che stava per commettere e accorse al suo capezzale, Rodolfo volle accompagnarla ad ogni costo e portarono con loro il bambino. La madre di Elena morì ma sventuratamente anche tua madre si ammalò e la seguì nella tomba. Tuo padre sembrò impazzire, gli amici erano costernati, non sapevano come porre riparo a tanta disperazione. Mio marito raccomandò a Rodolfo di condurre subito il bambino lontano da quell’inferno in cui si era trasformata Smirne, tu andasti presso una soccorritrice che ti allattò, e nell’aria pura della montagna sopravvivesti e ti rafforzasti. Eri un bambino adorabile che cullai e vezzeggiai; allora non avevo ancora gustato la maternità.
Intanto per sottrarci all’epidemia, noi come altri amici, ci eravamo allontanati e dispersi nei villaggi più salubri sulle alture, e per molti mesi non ci incontrammo. Quando tornammo, e riallacciammo i rapporti, tuo padre come ho già detto, fu ospite presso di noi per parecchio tempo. Ma un mattino non lo trovammo più, la stanza era deserta, ti aveva preso con se e se ne era andato; all’insaputa di tutti era partito. Da allora non seppi più nulla di voi.

Tobia nell’anima sentiva un grande tumulto, uno sconquasso. La scoperta del luogo di nascita, l’improvvisa notizia dell’identità di sua madre, lo avevano colto impreparato. Era molto eccitato, profondamente commosso, entusiasta, e allo stesso tempo meravigliato. Venire a sapere inaspettatamente di essere nato a Smirne lo aveva stordito, erano anni che sperava di rintracciare la sua origine.
Si era fatto un’idea diversa di sua madre, e finalmente sapeva da chi era nato. Un fiotto di domande stava per erompere da Tobia, le spiegazioni da chiedere gli si affollavano nella mente, tanto che non sapeva da dove cominciare. Ma proprio in quel momento la nobildonna suonò un campanello e comparve il vecchio cameriere: – Caronte, vorresti servici del cognac ? e poi porgimi uno scialle, ho un po’ freddo –.
Nel sentire quel nome che certamente era un soprannome, a Tobia si accese un flashback nella testa.
Tobia doveva avere sette, otto anni, quindi doveva essere presumibilmente il 1872.



balcone



Una sera qualcuno bussò alla casupola di Torquato, il patrigno aprì e gli si presentò davanti un uomo massiccio e brutto, vestito assai malamente. Parlò in modo sfrontato e disse di dovergli comunicare cose urgenti e importanti. Tobia non avrebbe saputo dire se i due si conoscevano, ma ebbe l’impressione che Torquato non fosse contento di vedere quell’uomo, eppure mostrò un atteggiamento remissivo davvero sorprendente conoscendo il carattere del suo tutore.
Quel furfante sfrontato entrò e dato che a quell’ora stavano cenando il capofamiglia lo fece sedere a tavola e gli mise davanti un piatto di pesce e patate. L’uomo brutto fece una cosa strana, tirò fuori da una tasca della giubba un cucchiaio, mangiò e quando ebbe finito fece una cosa ancora più strana, leccò il cucchiaio, se lo passò sotto un’ascella, e lo rimise in tasca. Durante il pasto era sceso un silenzio di tomba e non appena quello finì Torquato disse all’uomo massiccio – Andiamo a parlare fuori –. Mentre uscivano Tobia sentì che l’uomo brutto diceva a Torquato: – Caronte vuole sapere…–, ma non udì il seguito perché uscirono dalla porta.
Tobia allora era un bambino, eppure rimase così colpito dall’espressione apparsa sulla faccia di Torquato, pallida come mai l’aveva vista, che quella visita si impresse indelebilmente nella memoria di Tobia. Il suo tutore era evidentemente molto spaventato da quel tremendo Caronte.
Molti anni dopo, quando oramai era pratico dei fatti dell’esistenza fu in grado di capire. Comprese che l’uomo brutto era un galeotto, quello strano modo di usare il cucchiaio lo rivelava per un ex carcerato. Più tardi da un vecchio seppe un’altra storia. A quel tempo molti marinai erano stati garibaldini o reduci delle battaglie risorgimentali, ed avevano mille avventure da raccontare. Il vecchio marinaio gli raccontò che il Caronte di cui aveva sentito pronunciare il nome era un noto rivoluzionario, condannato da tutti gli Stati della penisola. Un valoroso, o un pendaglio da forca, a seconda dell’opinione di chi ne parlava, comunque un uomo a metà strada tra il pirata e il patriota che aveva compiuto azioni temerarie fino alla follia per procurare armi e danaro a Garibaldi e ai suoi uomini.



Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2017



 
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