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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Quarta puntata














  
 

Malgrado arrivasse assai stanco all’ora di chiusura, perché il lavoro sicuramente gli imponeva molti obblighi, e richiedeva un’attenzione costante, Tobia riusciva a leggere un libro alla settimana. Dato che non poteva prendere appunti sulle pagine dei libri avuti in prestito, segnava le annotazioni che lo interessavano su un taccuino che teneva in tasca. Scriveva, poi staccava il foglietto e lo inseriva tra le pagine, là dove intendeva tornare più tardi per rileggere il paragrafo e approfondire meglio l’argomento. Non era mai accaduto che dimenticasse i suoi commenti, perché prima di restituire i libri li sfogliava accuratamente e toglieva quei segnalibro estemporanei.
L’abitudine di fermare brevemente le osservazioni che gli parevano importanti, era un buon sistema per rivivere e approfondire quelle storie. A distanza di tempo rileggere i foglietti gli faceva piacere, gli riportava alla memoria brani su cui aveva meditato, gli faceva riscoprire pensieri dimenticati, e valutare se il giudizio dato allora era ancora consentito. Nei romanzi che andava leggendo incontrava episodi che gli pareva di aver vissuto; lo impressionava la sincerità, l’autenticità con cui erano rese descrizioni di luoghi, e anche esperienze di vita che gli sembrava di aver sperimentato. Ammirava la precisione della prosa, gli dava soddisfazione una scrittura anche se era aspra, amara, dura, ma che pareva precisa e brillante come un cristallo. La capacità di alcuni autori di rappresentare il mondo con le parole, gli pareva un’abilità magica, e gli sarebbe piaciuto possedere la stessa attitudine. Gli capitava di mettere in relazione ricordi d’infanzia con episodi descritti nei romanzi di Mark Twain, Melville, Conrad; e provava a raccontarli a se stesso, cercando di descriverli con la stessa tecnica che avevano adoperato quegli autori preferiti. Immancabilmente si rendeva conto di quanto fosse debole la scrittura che veniva fuori dalla sua penna, e se ne rattristava.

Frattanto erano passati alcuni mesi dal giorno in cui aveva accettato di traslocare in città, e dunque era sceso dalla collina per installarsi in quel nuovo, ampio locale, bello e luminoso anche di sera. Tobia oramai era ben inserito nella città che all’epoca di cui parliamo, era il porto più importante dell’impero austroungarico.
A quel punto della sua vita era uno stimato commerciante, di origine italiana ma di fatto suddito dell’impero austroungarico. E questa situazione non gli aveva creato fino allora dubbi timori, o insomma preoccupazioni morali.

Erano gli inizi del 1902, una domenica gli giunse un’ordinazione speciale che giudicò inspiegabile, del tutto fuori norma, e gli dette molto da pensare. Non riusciva a comprendere quale senso potesse avere una richiesta tanto inconcepibile, e non sapeva decidere se era meglio acconsentire o semplicemente ignorare la strana pretesa. Quella commissione gli pareva un ordine insolente, che non teneva conto del suo ruolo di direttore; nell’ordine si chiedeva infatti che fosse lui in persona a consegnare la torta.
Quell’idea che fosse lui a fare il fattorino gli pareva un’arrogante pretesa, imposta senza una ragione da chi abitava nella villa, e lo irritava.
Quella prenotazione per il dolce speciale giungeva ogni domenica mattina prima delle sette; era un’ordinazione consueta, per la sua famosa sfogliata alla crema di caffè, che a quell’ora era già pronta. Tobia dopo molti ripensamenti decise di andare e poco prima di mezzogiorno prese il pacco e con passo lento e dignitoso si incamminò.
Raggiunse il cancello della villa, ma come si può ben capire era più seccato che curioso. Non gradiva per niente essere lui a presentarsi come un fattorino; stava per deporre il pacco con il dolce ai piedi del cancello e andarsene, quando questo si aprì all'improvviso e apparve il vecchio cameriere che i garzoni dicevano avesse l’abitudine di schiudere appena appena un battente per ritirare il pacco. Borbottò un buongiorno rauco e gli fece cenno di entrare.
Dal varco del cancello fece appena in tempo a scorgere una grande finestra del piano terra; là una tenda era stata scostata e poi rapidamente riabbassata. Qualcuno aveva spiato il suo arrivo, ma, accortosi che Tobia guardava in quella direzione, si era rapidamente tirato indietro. Il risentito direttore suppose che la persona ignota aveva voluto osservarlo senza mostrarsi per non farsi riconoscere.
Il vecchio gli ripeté di entrare per un istante, poi da un cespuglio accanto al cancello trasse un lungo involto di tela, lo srotolò e sotto gli occhi di Tobia apparve un vecchio fucile a avancarica. Sul calcio si vedeva una figura di sirena molto bene intagliata. Il vecchio scrutando Tobia come un’aquila chiese: – Lo riconosce? –
Tobia rimase impressionato. Quel fucile lo riportò indietro di colpo a oltre trent’anni prima. Disse con la voce emozionata: – Ma questo era del mio patrigno Torquato; come mai l’avete voi ? –
– È una storia che al momento non ho modo di raccontarvi, Leggete la lettera e lo saprete. – . Mentre parlava gli porse una busta azzurra insieme a quella con il corrispettivo per il dolce.
Il brusco cameriere dopo una breve esitazione borbottò aspro: – Sono incaricato di informarla che c’è una persona interessata alla vostra tabacchiera, ed è disposta a sborsare una ragguardevole somma per averla. Se mi è consentito esprimere un’opinione personale, dirò che la cifra proposta non è concepibile nonostante il valore sentimentale dell’oggetto, ma è madornale per quel gingillo di qualità assai modesta –.
Tobia reagì risentito: – Dica a quella persona che non lo venderei per tutto l’oro del mondo –. Mentre rispondeva stizzito, si chiese come poteva un cameriere permettersi una tale confidenza, e guardò attentamente il vecchio domestico: mostrava un’espressione torva, arcigna, più adatta a un pirata che non a un maggiordomo; ed ebbe la sensazione di averlo già incontrato da qualche parte, ma chissà quando.
Quello gli fece segno di andare, poi richiuse il cancello; Tobia mise la lettera in tasca e si allontanò riflettendo più confuso che incollerito. Chi abitava nella villa come poteva sapere che egli possedeva una tabacchiera a cui era molto affezionato ? Concluse avvilito che dovevano spiarlo anche nel suo piccolo ufficio. Perché poi gli era stato mostrato il fucile che chissà come era finito nelle loro mani? Certamente era questa la ragione per cui gli era stato chiesto di portare il dolce, così avrebbe potuto identificare l’arma, e confermare che era di Torquato; indubbiamente non potevano portare l’ingombrante oggetto alla caffetteria. Ma come avevano potuto collegare lui con Torquato? Che cosa sapevano della sua vita? Si sentiva stretto in una situazione allarmante.
Prima di rientrare al Buoncaffè si fermò, trasse la lettera dalla tasca, l’aprì e lesse il breve contenuto. Su un foglio azzurrino che emanava un leggero profumo erano vergate poche righe. L’intestazione in eleganti lettere gotiche chiariva chi gli aveva indirizzato il biglietto:

Contessa A. Restori Villa Dante

Pregiatissimo signor Salvetti. Le sarei grata se questa sera alle ore 23 volesse accogliere questo mio invito di fare la reciproca conoscenza. Voglia perdonare l’inconsueta, non convenzionale, non garbata richiesta a cui sono ricorsa mio malgrado. La supplico di perdonarmi. La riverisco.

Adele Restori.

Tobia rigirò il foglio tra le mani, più perplesso che irresoluto. Lo ripiegò e riprese a camminare chiedendosi a cosa mirasse la misteriosa signora. Malgrado fosse molto contrariato da quell’incomprensibile modo di agire, decise di accettare l’invito.

Alle ventidue e trenta uscì dal Boncaffè e a passo deciso, malgrado la gamba indebolita lo rallentasse, si avviò verso la villa. Faceva molto freddo, il vento gelido che spirava da est spingeva nuvole minacciose che di tanto in tanto si illuminavano di baluginanti, rapidi bagliori; ma se era una burrasca in arrivo era ancora lontana.
Al di là della cancellata gli alberi si piegavano agitandosi sotto l’impeto del vento. Volteggiavano foglie secche e molto più in alto qualche gabbiano solitario pareva scagliato lontano dal vento travolgente. Non si udiva altro rumore che il forte stormire degli alberi; dalle finestre della villa non proveniva neanche una fioca luce. Pareva davvero abbandonata.
Tobia, arrivato al cancello e superato un ulteriore istante di esitazione, tirò il lucido pomello d’ottone, proprio sotto la targhetta suonare, che rifletteva i lampi. Smorzato dal vento, udì un flebile suono di campanello, un suono arrugginito echeggiare lontano. Aspettò piuttosto a lungo e stava pensando di andarsene, quando il cancello si aprì cigolando e comparve la sagoma indistinta del vecchio domestico, che brontolò qualcosa a voce così bassa da risultare incomprensibile. Scostò un battente del cancello quanto bastava per farlo passare, poi borbottò più chiaramente – Mi segua –. In fondo al vialetto, al di sopra della breve scalinata si era accesa una debole luce. Tobia seguì il maggiordomo ed entrò in un vasto vestibolo. Alte paraste chiare si alternavano a pannelli scuri, un’ampia scala in legno con la balaustra a colonnine di noce, saliva lungo la parete di destra ad una balconata su cui si aprivano varie porte. Due lampadari in ferro battuto, pendevano dall’alto soffitto, ma la debole luce che rischiarava l’ambiente proveniva da quattro finte torce a luce elettrica fissate alle pareti. Antichi dipinti: ritratti offuscati entro cornici dorate erano appesi ai pannelli scuri. Quell’atrio procurava un effetto piuttosto deprimente, dava l’idea di un tetro andito medievale, e predisponeva a un rendez-vous quanto una giornata piovosa incoraggia una passeggiata in campagna.
Tobia guardò attentamente il vecchio cameriere, che la luce dell’atrio, sebbene debole infine rendeva visibile. Sul viale, immerso nell’oscurità della notte, aveva potuto distinguere solo una sagoma curva che lo precedeva. Ora ebbe di nuovo la sensazione che quell’uomo lo avesse già incontrato. Il vecchio tuttavia non manifestò nessuna emozione, né fece il minimo accenno a qualche incontro avvenuto nel passato. Lo condusse attraverso un corridoio, gli fece oltrepassare un salotto e infine lo fece entrare in una grande stanza che a Tobia sembrò una strana mescolanza di ambienti diversi. Pareva un soggiorno che al tempo stesso poteva essere uno studio, una stanza da letto, o anche l’emporio di un antiquario trasandato.
Pesanti tende di velluto schermavano due finestre che occupavano un’estremità dell’ambiente, e probabilmente anche di giorno non rischiaravano a sufficienza quel grande vano. Una parete era coperta quasi per intero da una enorme libreria, e sugli scaffali inferiori i libri erano in disordine, segno evidente che venivano usati. L’altra parete era occupata da un armadio grande e scuro, in quello stile neogotico che aveva avuto grande favore nella prima metà del secolo. Su tutti gli spazi lasciati liberi erano appesi quadri, stampe e fotografie in un apparente disordine.
Al centro della stanza un ampio tavolo era per metà invaso da libri, carte e giornali; sulla parte lasciata libera faceva bella mostra un vassoio d’argento con alcune bottiglie di liquori e dei bicchieri.
Di contro alle finestre una rientranza della parete ospitava un ampio divano su cui rimaneva una gran confusione di cuscini di seta. Un paravento cinese con figure su fondo dorato copriva qualcosa che Tobia immaginò un boudoir. Vi erano anche molte sedie, evidentemente chi viveva in quell’ambiente riceveva visitatori. Vi erano ancora tanti oggetti che cooperavano a produrre un ambiente insolito: un antico leggio su un grazioso piedistallo dorato, più in là un inginocchiatoio con la predella in velluto. Tra le finestre faceva bella figura un’alta gabbia d’ottone, simile a una pagoda, però disabitata. Una vetrina conteneva vasi cinesi e raffinati vetri veneziani.



balcone



Si guardò attorno con maggiore attenzione e sussultò: la grande libreria aveva al centro uno scaffale vuoto e sul ripiano che avrebbe dovuto accogliere i libri vi erano due ritratti che Tobia riconobbe subito. Quelle fisionomie erano ormai due icone venerate in Italia: erano i ritratti di Garibaldi e di Mazzini. Stavano sopra una striscia di panno rosso bianco e verde, e quella messa in scena gli suscitò l’idea che fosse intesa a conferire sacralità ai due personaggi. Pareva che tutto l’apparato volesse imitare un altarino, e ne rimase molto stupito. Trieste era austriaca e quei due rivoluzionari in quella città non erano niente affatto graditi; ogni fedele suddito dell’impero l’avrebbe considerata una provocazione.
Tobia volse lo sguardo al centro della stanza e trasalì di nuovo. Una signora in età avanzata era giunta silenziosamente mentre lui era distratto. Era seduta su una di quelle carrozzine con ruote grandi che permettono agli invalidi di essere indipendenti negli spostamenti. Stava là immobile a osservarlo, o piuttosto a studiarlo intensamente, ma con un’espressione arguta. Aveva le gambe coperte da un morbido plaid, e si era collocata sotto un’alta lampada a stelo. La lampada alta sopra di lei era schermata da un paralume in seta, e la avvolgeva in un cono di luce facendola apparire nitida quasi fosse una forma luminosa emersa dall’ombra. I capelli candidi sotto la luce mandavano riflessi d’argento e le incorniciavano il viso intelligente e gentile ma energico. In gioventù doveva essere stata una gran bella donna, dotata di una forte personalità, pensò Tobia.
Lui aveva fatto un cenno con la testa equivalente ad un inchino ed era rimasto in piedi accanto alla vetrina con le cineserie. Si sentiva piuttosto confuso, attendendo gli eventi.
La vecchia signora lo guardò sorridendo, e gli fece cenno di avvicinarsi; poi indicando una seggiola accanto alla sua carrozzina, con voce ferma ma amichevole lo invitò a sedersi.
Fissandolo disse: – Ragazzo mio, vuoi farmi la cortesia di accomodarti vicino a me ? – Dopo una breve pausa continuò: – Devi perdonarmi se ti tratto tanto confidenzialmente, se ti do del “tu”, e soprattutto se ti ho convocato in una maniera inconsueta che senza dubbio ti avrà lasciato più infastidito di quanto possa meravigliarti questo luogo desueto e buio. Ma quando ti avrò detto ciò che desidero riferirti, comprenderai –.



Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2017



 
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