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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Terza puntata














  
 

La mattina successiva alla terrificante allucinazione il cielo era plumbeo e piovigginava. Tobia tirò fuori dal vecchio baule l’incerata blu scuro e il cappellaccio impermeabile, indossò quelle tipiche protezioni marinare calcando bene il copricapo sulla testa e uscì di casa quando il cielo stava appena appena schiarendo. Era ben riparato dalla pioggia, ma scherzando con se stesso disse che “l’incerata valeva più di un paracqua, essa era scaramantica”; è risaputo che i marinai sono più o meno superstiziosi. Con quell’equipaggiamento aveva affrontato intemperie e burrasche assai peggiori di quella trascurabile pioggia, e lo avevano ben protetto, quindi sarebbero stati un riparo anche se fosse apparsa qualsiasi altra stupida allucinazione.
Così difeso dal rigore del tempo, non andò ad aprire la caffetteria come faceva ogni mattina, ma si diresse al molo sul quale era sbarcato molti anni prima. Sarebbe andata Lucia ad aprire il “Buoncaffè” e ad avviare le attività.

Da quando la nuova caffetteria era stata trasferita in città, e lui con essa, avvertiva sconsolato la mancanza di un elemento: il mare. Il panorama del mare, il contatto visivo col mare, gli era sufficiente per rasserenarlo. Lo confortava, gli dava serenità; e si può ben capire: quella presenza gli era stata attorno per tanti anni, era stata un’associazione piena con la sua vita; se non lo vedeva era come se gli mancasse un po’ l’ossigeno.



balcone



Arrivò all’estremità del molo, che a quell’ora, e con quel tempo, era deserto. Si fermò a guardare tutto intorno beandosi della visione immensa, poi si sedette su una bitta e respirò profondamente, gustando l’odore della salsedine e il vento leggero; non badava al freddo. Pian piano tutte le disordinate, irritanti considerazioni, tutti i cattivi pensieri si allontanarono, e una sensazione di pace gli penetrò nel profondo, lo pervase, lo calmò.
Lo sguardo vagava sul mare grigio appena mosso; quel panorama che non avrebbe attirato nessuno, per lui era un rimedio portentoso. La mente rasserenata adesso era pronta a riflettere razionalmente.
Cominciò a pensare con coerenza e cercò di disfarsi dell’allucinazione capitatagli, assolvendola; era chiaro che quell’illusione aveva avuto origine in se stesso. Lui stesso aveva dato corpo a quella messinscena, insomma si era dato la rappresentazione di una minaccia incombente e insieme aveva richiamato vecchi timori. Ossia aveva portato in primo piano rimorsi antichi connessi ai libri: si era chiesto molte volte se aveva commesso un’azione asociale e scostante, privilegiando orgoglio e presunzione. Quando, durante i turni di riposo, si appartava a leggere doveva essere sembrato lunatico, e enormemente presuntuoso, e per questo comportamento era stato deriso e insultato; i compagni non accettavano che avesse il desiderio di istruirsi e così aveva guastato il consenso e la simpatia dei compagni. Ma, dannazione, non riusciva a uniformarsi ai loro passatempi: puntare ai dadi, escogitare nodi complicati, impegnarsi in scontri impetuosi a braccio di ferro, gareggiare a chi sputava più lontano, giocare a dama, intagliare per ore cavicchi e altre cose simili gli parevano inutili perditempo. Aveva voluto leggere, e leggere tanto, e così aveva provocato non solo loro, ma anche un essere immateriale che lo perseguitava, un essere malvagio come il diavolo. Il demonio dunque gli aveva fatto pagare la sua presunzione.

Ma qualcosa ancora di peggio aveva commesso di recente, impiantando la saletta letteraria. Aveva voluto mostrare al mondo quant’era ingegnoso, e aveva avuto l’ambizione di elevarsi a uomo di cultura; e così aveva irritato di nuovo il maligno.
Ma no! ma no! Pensando a colpe tanto strane stava semplicemente sragionando. Escogitava fandonie per darsi una spiegazione. Ma la spiegazione sicuramente era molto più consistente e complessa. L’errore stava in un fatto concreto, pratico, e politicamente rimarchevole. Sogghignò sarcasticamente, poi borbottò: “Dove si inserisce la politica si inserisce il diavolo”, e là alla caffetteria, quel gruppo di galantuomini stava appunto cavalcando un’azione politica.
Poteva attenuare, ma non perdonare la sua ingenuità; non si era reso conto di quanto fosse rischioso il comportamento di quella gente che si riuniva solo per polemizzare.
Riepilogò i fatti accaduti dal momento in cui aveva iniziato a dirigere il nuovo Buoncaffè: l’iniziativa che aveva realizzato voleva essere soltanto una proposta generosa. Aveva dedicato un fondo librario, piccolo ma aggiornatissimo, alla città. Sul finire del XIX secolo Trieste viveva ancora una cultura provinciale, invece il fondo di libri che aveva messo a disposizione di tutti era nuova letteratura fin allora ignorata. Quei libri erano un incentivo, animatore di rinnovamento. Ma in molti avevano criticato l’iniziativa, e in buona misura avevano previsto giusto, perché la saletta era stata requisita da giornalisti, artisti e curiosi tipi di intellettuali che vi si accampavano a lungo. Tobia si era chiesto tristemente se la sua iniziativa a conti fatti era stata una buona idea. Eppure continuava a pensare che la piccola biblioteca era la migliore realizzazione che aveva avviato dopo la macchina elettrica per il caffè. Purtroppo iniziava anche a vederne gli svantaggi. Quei signori in un primo momento li aveva accolti con piacere, ma poi qualcosa nel loro comportamento lo aveva contrariato. Si era accorto che non erano interessati per nulla ai libri, ma erano molto occupati dalle loro discussioni. Senza volerlo aveva creato un centro di aggregazione che di fatto dava ospitalità a intellettuali turbolenti. Si era sempre sottratto a coinvolgimenti a cui non era interessato, e adesso ci si ritrovava immischiato.
Lo prese un’irritazione crescente. Tornò al Buoncaffè, chiamò un commesso, fece togliere tutti i libri dagli scaffali e li fece accatastare ordinatamente sui tavoli e sulle sedie. Poi fece esporre un cartello che informava la clientela della momentanea inagibilità della saletta, e attese le inevitabili rimostranze.

Un pomeriggio di quel febbraio molto grigio e molto freddo, capitò che Tobia dovette occuparsi di un fatto insolito. Il brutto tempo pareva penetrare fin dentro il locale, e sulle vetrate appannate colavano goccioline. La luce divenuta fioca per riduzione dell’elettricità, provocava malumore piuttosto che suscitare l’indispensabile allegria, dato che si era in tempo di divertimenti. Di certo non favoriva il carnevale che sarebbe dovuto entrare gioioso nella caffetteria. Invece quel pomeriggio arrivò l’avvocato Serpani, con un’insolita espressione seriosa. Dava il braccio a uno strano personaggio: un uomo apparentemente giovanile, magro, di media statura, che si imponeva all’attenzione per la rigidità dei movimenti, per il bastone bianco a cui si appoggiava, e per lo strano abbigliamento. Aveva una barba folta, nera, che gli copriva mento e guance, e baffi spioventi alla cosacca. Occhiali spessi, scuri, molto grandi gli nascondevano gli occhi, e un singolare cappello simile a un turbante di pelliccia gli avvolgeva la testa. Vestiva un pastrano nero lungo sino ai piedi che pareva un palamidone.
Tobia era andato incontro all’avvocato e quello gli presentò il suo bizzarro amico. Disse che era un famoso poeta ruteno, si scusava ma non poteva togliere gli occhiali scuri perché aveva la vista gravemente compromessa. Era di passaggio poiché andava a Parigi dove un famoso oculista lo avrebbe operato, ma intanto aveva espresso il desiderio di entrare nel locale di cui aveva sentito dire cose notevolissime: che era un vero centro di letteratura cosmopolita.
Tobia rimase perplesso, il poeta fece un impercettibile segno con il capo e non pronunciò parola; l’avvocato spiegò che l’amico parlava soltanto il russo. Tobia li guidò nella sala grande chiarendo che la saletta letteraria al momento era inagibile per riparazioni, e li invitò a sedersi, avrebbe mandato subito un cameriere a prendere le ordinazioni. Da lontano notò che il Serpani bisbigliava qualcosa all’orecchio del poeta e quello annuiva con una strana espressione ironica. Lo strambo poeta lo irritò, gli sembrò esageratamente rigido, sdegnoso, gli pareva troppo altero per essere un così giovane autore, quantunque, se si dava ascolto al Serpani, fosse famoso. Tobia non ne aveva mai sentito parlare.
Ordinarono due calici di champagne e fu proprio Lucia a servirli. Quando tornò indietro, passando accanto a Tobia mormorò: – Il tuo poeta non è un uomo, è una donna travestita da uomo. Credimi. Quel camuffamento può ingannarti, ma non è un uomo, è una donna. –
– Come fai a dire una cosa simile, Lucia ? – Esclamò Tobia inquieto.
– E’ il gesto con cui ha sollevato il calice, e poi come ha assaporato lo champagne. E anche il modo in cui muove le mani. Non so spiegarti meglio, ma ti assicuro, quello non è un uomo, è una donna –.
Tobia non seppe risolvere perché l’assoluta convinzione di Lucia lo disturbasse, ma ne rimase sconcertato, così che quando se ne andarono, non salutò l’avvocato come faceva al solito.
Forse era stata una burla che per qualche bizzarria gli aveva giocato il Serpani; non se ne stupiva troppo, era carnevale e l’avvocato era noto per essere un buontempone. Se era stata una burla, suppose che sul giornale cittadino sarebbe apparso un articolo brillante, che valesse come sanzione canzonatoria per la chiusura della saletta. Ma era più verosimile che gli venisse recapitata una satira in versi. Però dopo alcuni giorni non vedendo apparire nulla: né una nota sulla stampa, né qualche scempiaggine per posta, accantonò la vicenda tra gli episodi da dimenticare.

In verità Tobia era pienamente soddisfatto solo da pochi dei suoi clienti, ma affermava che erano interessanti anche altri, a volte molto interessanti. Persone che spiccavano nell’élite cittadina per importanti requisiti di prestigio sociale o di cultura: insegnanti, imprenditori, funzionari governativi, quantunque a volte risultassero anche imbarazzanti.
Tra questi lo attraeva un vecchio signore schivo, dai modi aristocratici, stranamente semplice, cordiale, disponibile. Manifestava un comportamento che sullo scorcio del XIX secolo, era insolito in personaggi di quel livello. Tobia pensò che fosse un uomo molto erudito, particolarmente indulgente.
Si chiamava Karl Kannitz era un conte ungherese, e malgrado l’attrazione che suscitava, possedeva una particolarità non irrilevante. Per quanto fosse cortese, anzi si sarebbe potuto dire simpatico, i grigi occhi di quel vecchio signore erano così penetranti e freddi che contraddicevano in maniera stridente con la voce calda e affabile: un contrasto sgradevole che sconcertava. Quando fissavano Tobia sembrava che lo trafiggessero, e malgrado quell’uomo dicesse di apprezzare i suoi giudizi letterari, Tobia aveva l’impressione di essere giudicato severamente. Senza sapersi spiegare perché, spesso si sentiva a disagio come davanti a un professore esigente. Comunque era così interessante conversare con quel signore che non poteva fare a meno di avvicinarlo.
Rimase meravigliato quando notò che il solito gruppo della saletta era disturbato da quell’uomo. Quando il vecchio signore faceva il suo ingresso non parevano per niente felici; gli parve strano perché erano anche loro persone socialmente ragguardevoli. Quando il conte arrivava quelli assumevano un comportamento formale, la loro animazione si bloccava e prendevano a conversare pacatamente, in tono frivolo.

Fu il Kannitz che gli fece conoscere lo Schliemann. Tobia aveva già sentito parlare di quell’archeologo visionario, autodidatta, indipendente, ma il conte gli raccontò puntualmente la vita di quell’uomo straordinario. Lo Schliemann aveva amato fin da bambino i poemi omerici, poi pian piano, mentre si dedicava accortamente al commercio, era riuscito a darsi una vasta erudizione. Fu così abile nel commercio che si arricchì notevolmente, poi sicuro della sua teoria elaborata per anni, decise di farsi archeologo. Agì con decisione sebbene venisse contestato da cattedratici detrattori, e infine scoprì l’antica Troia e divenne notissimo e celeberrimo.
Lo Schliemann aveva scoperto Troia perché aveva tenacemente consacrato la sua vita a Omero e perché aveva intuito quanta attendibilità poteva celarsi nel mito.
Quel racconto, che era una storia vera, non un’epopea inventata, agì come stimolo potente su Tobia. Lo Schliemann divenne un formidabile antagonista, una provocazione, un’ossessione mai confessata che nel segreto dell’animo lo tormentò a lungo. L’informazione che gli aveva dato il Kannitz fu una sfida entusiasmante che appiccò il fuoco alla mente di Tobia al punto di togliergli il sonno. Provò grande rivalità per l’abile commerciante diventato tanto ricco da potersi permettere l’esplorazione archeologica. Tobia desiderò una bella metamorfosi anche per la sua vita; forse, se avesse abbandonato tutto e fosse partito per un viaggio di studio, avrebbe avuto anche lui l’opportunità di fare una scoperta. In quell’epoca c’erano ancora terre sconosciute a sud del Mediterraneo. Era consapevole di sognare un’impresa irrealizzabile, la gamba malandata non gli avrebbe permesso sforzi impossibili, ma l’orgoglio e la fantasia lo incitavano a una grande impresa.
Tobia suppose che il Kannitz gli avesse parlato dello Schliemann per suscitare in lui invidia per l’abilità che quello aveva dimostrato nel commercio. Infatti anche lui era un commerciante, un ex marinaio diventato commerciante, ma non aveva fatto fortuna come il famoso archeologo. Forse il conte voleva spingerlo a una competizione anacronistica ma di certo eccitante. Si chiese con disappunto se glie ne aveva parlato per spronarlo a perfezionare la sua scarsa istruzione.
Aveva anche dato grande rilievo al viaggio per mare che lo Schliemann aveva compiuto dalla natia Germania; quasi fosse un’azione imprescindibile per raggiungere il successo. Ma a differenza di una magnifica riuscita che il conte Kannitz gli aveva fatto balenare davanti agli occhi, ebbe il presentimento che la conclusione a cui sarebbe giunto alla fine della sua vita, sarebbe stata più esigua, più proporzionata a una normale esistenza.

Tobia qualche tempo dopo rammentò che aveva conservato una piccola cosa. Cercò nella sua vecchia sacca da marinaio, e trovò un’antica moneta greca che un giorno aveva acquistato come ricordo e come portafortuna. Su un lato si vedeva una nave molto ben raffigurata, e si fermò a ammirarla. Millenni prima della sua nascita, gente che non possedeva scafi ben costruiti, affidò la propria vita a vascelli paragonabili a gusci di noce. Erano sprovvisti di un’attrezzatura adeguata, non avevano carte nautiche, procedevano senza bussola, ma affrontarono traversate rischiosissime. Da quella ammirata e meditata moneta gli venne l’idea di dedicarsi allo studio della navigazione. Era una prospettiva realizzabile, migliore di un viaggio in terre sconosciute. Diventare esperto di storia navale era una qualifica non irrilevante. Piuttosto che immaginarsi esploratore archeologo, quest’idea era raggiungibile e gli piacque molto. Iniziò a studiare con grande interesse la storia antica e si dedicò a raccogliere con passione carte nautiche, e stampe di soggetto marino. Ne parlò con il Battiston e quello apprezzò il proposito di Tobia; una approvazione che suonava come un elogio e che lo incoraggiò molto.



Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2017



 
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