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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Seconda puntata














  
 

Intanto Tobia era tornato al suo compito di direttore del Buoncaffè. Aveva ripreso a lavorare e conduceva una vita che non manifestava cambiamenti sconcertanti, né dava segni di intemperanza o immaginabili esplosioni di furore.
Sia lui che Lucia avevano compreso quanto fosse necessaria una reciproca apparente indifferenza; quanto fosse indispensabile un tacito, freddo distacco. Solo questo comportamento poteva assicurare loro una soluzione momentanea e lasciarli sopravvivere. Così, senza che l’uno avesse reso nota all’altra l’inconfessata scelta, né chiarito la decisione presa, era accaduto che si fossero uniformati autonomamente attuando l’intima risoluzione.
Si comportarono quindi molto dignitosamente adottando un atteggiamento corretto, distaccato, cortese, freddo. Era l’unico modo per coesistere in casa senza sbranarsi, e proseguire la loro attività nell’ambiente di lavoro salvando le apparenze. Cercarono ambedue di vivere decentemente, continuando a usufruire dei benefici che assicurava loro la caffetteria, e per questa ragione evitarono una clamorosa rottura che avrebbe danneggiato entrambi.
Per qualche tempo il loro ménage procedette regolare, apparentemente tranquillo, come se nella vita di Tobia e Lucia non si fosse abbattuto il terribile dramma, e il trauma causato dalla morte del loro bambino non fosse stato sconvolgente.
La vita, che a quel tempo consumava Tobia, lui la descriveva succintamente nel suo diario, e se qualcuno avesse accettato per vero ciò che scriveva, avrebbe detto che godeva di un’esistenza tranquilla. Ma la sua scrittura, era cambiata persino nella grafia, e manifestava una tranquillità palesemente falsa. Il lessico sobrio esibiva un distacco contegnoso dalle angustie della quotidianità, ma risultava visibilmente fittizio. Pareva che l’autore del diario avesse deciso di guardare al mondo con indifferenza eretta a bastione di difesa. Esprimeva invece una rassegnazione infelice, funerea, unico argine a quella smania che reclamava l’annientamento dei suoi avversari. Ormai vedeva sotto quest’aspetto, e solo in quest’ottica, l’Optiz e Lucia.

Chi avesse preso la via Santi martiri muovendo da piazza Lipsia (1), e poi svoltando, avesse proseguito verso levante per un chilometro all'incirca, avrebbe notato una villa settecentesca, alquanto sciupata tanto che pareva in disuso. Era una villa piuttosto grande, il colore bianco e azzurro della facciata era scolorito, corroso dal vento marino, lo stile palladiano evidentemente era amato dall’architetto che vi si era ispirato senza grande successo. La parte centrale, un poco aggettante, era abbellita da due colonne ioniche ed era ornata bene dalla balaustra della terrazza alla sommità, in stile greco classico. Ai lati di questo avancorpo si allungavano due strutture più basse coperte da tetti grigi; una breve scalinata, al centro, conduceva all’ingresso.
La terrazza, in quella bella posizione, doveva costituire un magnifico belvedere, ma da molto tempo non si era visto qualcuno, affacciato alla loggia, godere del panorama. Analogamente da gran tempo non si era notato qualcuno passeggiare nel parco e beneficiare di quel conforto ombroso. Accadeva pertanto che quell’aristocratico edificio apparisse abbandonato e quest’impressione la provavano tutti. Viceversa era noto che vi abitava un’anziana signora, e che l’aristocratica gentildonna proteggeva gelosamente il suo isolamento, quasi fosse una sorta di ritiro ascetico.
La villa era posta a breve distanza dalla strada; intorno aveva il parco protetto da una recinzione in ferro battuto ormai rugginosa, ma all’inizio era stata dipinta di verde. Un imponente cancello tra due alti pilastri conferiva dignità all’accesso, il cancello aveva un curioso disegno che poteva far pensare a un volto sogghignante.
I larici, i cedri del Libano, le querce, i cipressi che si innalzavano nel parco, erano di un verde cupo e gettavano ombre profonde sui prati circostanti. Tutto l’insieme: la villa, il parco, la cancellata, davano un’idea di appartato, di solitario che pareva volutamente accentuato, e trasmettevano una suggestione cimiteriale.
Stupiva, più che altro, la grande quiete del luogo. Il silenzio di quel ritiro risultava insolito: niente cinguettii di uccelli, nessun suono usuale come il rumore prodotto da imposte quando vengono aperte o chiuse, né lo scuotere di tappeti battuti dai domestici, o l’abbaiare di un cane. Non si udivano neanche i soliti rumori che producono i giardinieri zappando e rastrellando.
Tra la cancellata e la villa un vialetto nitido, ben curato, che pareva un nastro bianco per il contrasto tra la ghiaia e il verde del prato intorno, conduceva alla breve gradinata davanti all’ingresso: questo si componeva di un’alta, massiccia porta di quercia scurita, con pomoli d’ottone foggiati a testa di leone.
Ma da molto tempo nessuno aveva visto entrare o uscire qualcuno da quel portone, però esisteva una porticina laterale che veniva utilizzata come accesso all’appartata residenza.
Tre volte alla settimana i fornitori avevano l’ordine di depositare la loro merce davanti al cancello. Per quella necessità un vecchissimo cameriere veniva, lento e curvo, con un foglio in mano: era la lista delle ordinazioni per le prossime provviste. I fornitori portavano verdura fresca, latte, pesce di giornata, frutta di stagione, e ritirati i soldi della consegna, se ne andavano rapidamente.
A Tobia pareva molto strana tutta quella messinscena; pensava che quel comportamento circospetto fosse originato dal desiderio di chi abitava nella villa di schivare il mondo. O invece, per qualche astrusa ragione, di mostrare deliberatamente la riservatezza del luogo.
Si chiese quali strana persona poteva vivere là dentro. Forse vi si nascondeva un malato affetto da un morbo che lo rendeva spiacevole a vedersi. Oppure vi dimoravano persone che soffrivano di qualche infermità mentale. Ma si poteva pensare anche che svolgessero un’attività illecita o praticassero qualche religione esoterica e desiderassero sottrarsi all’attenzione della moltitudine. Tuttavia, quali che fossero le loro esigenze e malgrado si tenessero lontani dalla collettività, ogni domenica mattina di buon’ora, dalla villa arrivava la richiesta di un dolce speciale. La bella torta, veniva più tardi recapitata da un incaricato, che doveva depositarla puntualmente alla base del cancello, dove il vecchio cameriere faceva trovare già pronta la busta col denaro. Una volta il commesso incaricato di recapitare il dessert non trovò né la busta col danaro, né il vecchio servitore. Incuriosito dall’inconsueta situazione posò in terra il dolce e si allontanò, ma si nascose per osservare, e raccontò di aver veduto una donna vestita di grigio da capo a piedi, con il viso coperto da una fitta veletta, che era andata a ritirare la confezione. Aveva socchiuso la grande stridula anta di ferro, aveva spiato la strada di qua e di là, aveva raccolto la scatola e aveva lasciato la busta con il danaro; poi subito aveva rinserrato il cancello.
A Tobia interessava poco quel comportamento strano, ma gli piaceva la commissione regolare, e il buon utile che ne derivava; perciò non dava alcun peso a quella segretezza che riteneva maniacale e trascurabile, e invece si preoccupava che il dolce risultasse insuperabile.

Da quando avevano aperto il nuovo sontuoso Buoncaffè, Tobia aveva potuto realizzare solo in parte la sua idea di caffetteria fuori del comune. Avrebbe desiderato renderla eccezionale ma al momento essa comprendeva solo una saletta per letture straordinarie. Inseguendo il parametro che si era proposto visitando le librerie di Londra, Amsterdam, New York, e di altre città in cui era sbarcato, era consapevole e sicuro di quanto fosse necessario scuotere la mentalità anacronistica dei concittadini; spingere quel loro modo di pensare ancora legato a idee, regole e giudizi ottocenteschi a un miglioramento. Malgrado le sue limitate possibilità voleva attuare un’opera di svecchiamento, e arricchire la cultura dei concittadini, a quell’epoca molto provinciale. Aveva girato il mondo e ne aveva ricavato tante idee, perciò in una saletta aveva collocato due scaffali con libri di autori stranieri poco noti, o del tutto sconosciuti, che reputava tra i più letti nell’Europa del nord e in America, e tra i più allettanti. Quest’idea aveva entusiasmato alcuni dei frequentatori ma aveva contrariato molti altri. Quelli avversi erano soprattutto clienti anziani, avvezzi all’atmosfera consueta dei caffè; costoro criticarono la saletta perché sarebbe diventata un club esclusivo. In buona misura avevano previsto bene, perché la saletta venne da subito frequentata da giornalisti, artisti, intellettuali, medici, avvocati, che vi si accampavano, occupandola a lungo. Tobia, tempo dopo, si domandò amareggiato se alla fine la sua iniziativa era stata una buona idea.
Comunque essa aveva fatto conoscere ai clienti una letteratura del tutto ignota, oppure trascurata, e i libri collocati nel nuovo Boncaffè, perlomeno a lui avevano reso un buon servigio. Infatti erano stati argomento di interessanti e piacevoli conversazioni con molte persone che frequentavano il suo locale. Da quelle conversazioni, che però spesso lo mettevano in imbarazzo perché gli accadeva di svelare la sua cultura da autodidatta, era cresciuto il desiderio di riprendere a studiare. Sebbene quel proposito si fosse dimostrato irrealizzabile, aveva ricominciato a divorare libri, e per poter soddisfare facilmente questo piacere si era abbonato a una delle biblioteche circolanti caratteristiche dell’epoca. Restava l’inconveniente che le amate conversazioni pomeridiane con alcuni insegnanti clienti della caffetteria, erano inevitabilmente interrotte dai suoi obblighi di direttore; però gli allietavano le giornate più di qualsiasi altro svago.

Non molto tempo dopo l’inaugurazione, al Boncaffè si era formato un gruppo di lettori che si riunivano nella “saletta letteraria”. Tobia così la chiamava e la riteneva la migliore realizzazione che avesse potuto attuare dopo la macchina per il caffè.
Era un gruppo composto da una diecina di signori, e questi signori ogni martedì e venerdì sera si ritrovavano nella saletta a discutere fitto fitto; ma queste riunioni, che all’inizio gli erano sembrate assai incoraggianti, furono la causa che guastò poi decisamente il rapporto col socio. Perché l’Optiz sin dal primo momento aveva criticato l’iniziativa di Tobia, e via via se ne era sempre più irritato, l’aveva sempre più osteggiata, anche se non si era imposto fino al punto di obbligare il socio a eliminare gli scaffali. Forse aveva compreso che si sarebbe addossato una fama di incolto, di sciocco ignorante.
Ma anche Tobia cominciò a sentirsi a disagio, e a provare una delusione che aumentava di giorno in giorno. In un primo tempo aveva accolto quei signori con piacere, aveva instaurato un rapporto quasi confidenziale con alcuni di loro: con l’avvocato Serpani, un signore attempato, cordiale, brillante, spiritoso, a volte sarcastico; con il giornalista e poeta Vernese, un giovanotto estroverso, eclettico, sempre molto elegante. Trovava assai piacevole conversare con loro. Così erano trascorsi alcuni mesi, ma via via che il tempo passava qualcosa nel loro contegno lo aveva sconcertato, peggio, lo aveva infastidito molto. Il modo di comportarsi di quei signori gli ricordava i capannelli che formavano i marinai più anziani quando si riunivano per tramare qualche birbonata, oppure per spartirsi tabacco o rum tra loro. In quei casi Tobia si ritrovava sempre messo in disparte. I signori affezionati alla saletta letteraria, dopo alcuni mesi gli procurarono la stessa impressione. A volte si era avvicinato a loro per mostrare delle edizioni acquistate di recente, e quelli avevano preso un tono molto cortese ma si erano azzittiti visibilmente contrariati. Pareva che non fossero più così disponibili come nei primi giorni in cui aveva aperto la saletta e come Tobia si era atteso. Meditò su quella circostanza e si convinse che tutto il loro modo di fare era artificioso e prudente, volevano di certo nascondere le loro finalità. Infine si era reso conto che le nuove tendenze della letteratura straniera in realtà non interessavano molto quei signori, forse niente del tutto; quel gruppo privilegiava invece ogni manifestazione di italianità, e avversava l’autorità austriaca. Tobia fu costretto a chiedersi se fosse utile continuare a tenere aperta la saletta o fosse più opportuno chiuderla e disfarsene. Dovette soppesare anche i danni che avrebbe potuto arrecargli quella presenza rivelatasi tanto diversa dall’auspicata comunità di letterati che aveva vagheggiato.

Una sera, come sempre, fu l’ultimo a uscire dalla caffetteria dopo aver controllato che ogni cosa fosse in ordine: la macchina del caffè spenta e le pulizie completate.
Chiuse la prima serratura e stava per girare la seconda chiave nella serratura di sicurezza, quando gli venne in mente che aveva lasciato sulla scrivania il taccuino dove teneva i conti personali.
Riaprì la grande porta e tornò indietro senza accendere le lampade, perché avrebbe dovuto reinserire la corrente elettrica.



balcone



Adattando la vista alla tenue luce della luna che filtrava dalle vetrate del salone, avanzò lentamente ma sicuro: conosceva perfettamente la caffetteria.
Per arrivare al suo piccolo ufficio doveva passare di fronte alla saletta letteraria e quando fu là davanti per poco non gli venne un infarto.
Tutti i libri erano stati tolti dagli scaffali e scaraventati in terra in un gran mucchio. Sopra quell’ammasso sedeva l’essere più brutto che avesse mai veduto in vita sua. Tornò indietro barcollando e andò a reinserire la corrente; accese tutte le lampade, bevve un bicchier d’acqua e facendosi forza tornò verso il suo ufficio balbettando: “Non può essere, non può essere”.
Quando fu di nuovo davanti alla saletta letteraria fece uno sforzo e guardò. Rimase di stucco. Tutto era intatto, tutto regolarmente in ordine. Non c’era nessun mostro a minacciarlo.



NOTA
(1) Piazza Lipsia era allora l'attuale Piazza Hortis

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2017



 
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