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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Decima puntata














  
 

Tobia dichiarò: – Caro Giuseppe, ritengo che le siano dovute delle spiegazioni. Riepilogherò sommariamente i fatti, perché se lei è all’oscuro di quanto accadde non può comprendere gli accenni alle sciagure che si abbatterono su di me; le mie proteste le sarebbero del tutto incomprensibili e questo non mi piace –. Ripeté amaramente le parole già dette, perché era rimasto incagliato su quei pensieri incresciosi.
Ingurgitò l’Uzo in un sorso solo e depose il bicchiere con veemenza, asciugò la bocca col dorso della mano e si espresse con un impeto passionale che non gli avevo mai sentito sfogare in quel modo così risentito. Era tornato il rozzo marinaio di trent’anni prima, o invece mi considerava un amico e non si preoccupava di controllare l’emozione. Tuttavia poi continuò con una voce molto più calma e corretta.
– Entrai in contatto con un’anziana nobildonna, fervidamente nazionalista, consacrata a un ideale: riportare Trieste all’Italia. La sua unica aspirazione mi parve la riscossa della città, e immaginai che fosse impegnata in quest’opera per un obbligo morale. Supposi anche che stesse preparando un sorprendente piano rivoluzionario –.
Sorrise e brontolò: – Debbo confessare che per molto tempo la considerai un poco fuori di testa. Esaltata da quel dovere che si era imposta –.
Tobia mi fissò per un momento. Forse si domandava che opinione mi ero fatto della guerra da poco conclusa, e che cosa aveva lasciato in me quel tremendo conflitto. Probabilmente si chiedeva se lo consideravo anch’io un gigantesco inutile massacro. Di certo avrebbe voluto sapere come la pensavo, proprio perché percorrevo il Mediterraneo per realizzare un’inchiesta su quell’argomento.
Proseguì. – Questa signora mi rivelò dov’ero venuto al mondo, e non so dirle quanto esultai per quell’informazione. L’avevo desiderata più di ogni altra, e per lunghi anni avevo cercato inutilmente di accertare il luogo dove nacqui, senza alcun risultato. Mi diede una consapevolezza d’identità che fin da ragazzo avevo inseguito senza venirne a capo –.
Ordinò ancora un Uzo per lui, e un altro Martini per me.
– Purtroppo immaginai che questa signora volesse attirarmi in oscure trame nazionaliste e pertanto ritenni opportuno tenerla a distanza, evitando di incontrarla e negandomi a ulteriori rendez-vous –.
– Ma alcuni mesi dopo averla conosciuta, mi ritrovai in un terribile frangente; fui colpito dalla peggiore catastrofe materiale e spirituale che potesse essermi inflitta. Mai avrei immaginato di provare un dolore simile. Accadde che nostro figlio, il nostro povero bambino di pochi mesi, morì. Ebbi inoltre il sospetto, anzi peggio, mi convinsi che Lucia mi stesse tradendo con l’Optiz. Queste vicende accesero in me l’inferno. E l’inferno crebbe, prosperò enormemente, fin quando mi resi conto che il socio aveva deciso di eliminarmi, di cancellarmi definitivamente. Compresi l’enormità del crimine quando fui certo che avrebbe attuato la mia distruzione con un espediente infame, uno squallido trucco finanziario. Questo cataclisma mi logorò terribilmente, mi imbestialì, mi portò all’esasperazione; ne fui inasprito, indignato fino alla disperazione. Mi fece odiare la mia creatura, l’impresa a cui avevo dedicato ogni energia e che amavo disperatamente: quell’invenzione in cui credevo ancora.
Non vivevo più, non dormivo più, l’unico scopo, l’unica ragione che mi costringeva a tirare avanti era il desiderio forsennato, delirante, di vendetta. La vendetta mi sembrava un dovere che dovevo compiere prima di tirarmi un colpo di pistola. Così cercai di comperare una rivoltella –.
Cacciò fuori un penoso sospiro, ma quando riprese a parlare capii che gli faceva bene dare sfogo a quell’amarezza.
– In quel terribile frangente la contessa Restori si inserì di nuovo nella mia vita. Mi chiese di tornare a incontrarla e mi diede un appuntamento. Fu un appuntamento determinante perché in casa sua rividi Emma. Quella nobildonna agì come una ventata di aria fresca, vigorosa, che scaccia l’aria malsana –.
– Fu una scoperta sorprendente, un ricongiungimento imprevedibile, inimmaginabile, stupendo. D’un tratto vidi davanti a me una donna, e sebbene la fissassi attentamente e in definitiva sapessi chi era, tuttavia mi sembrava di non averla ¬ mai vista prima. Voglio dire che non l’avevo mai conosciuta così cambiata, così diversa come la vidi quella sera. Era diventata straordinariamente raffinata, e non avrei potuto immaginarla in quel modo neanche usando la più sfrenata fantasia. Era diventata talmente diversa dalla cameriera che avevo incontrato un giorno in cui ero disperato, quanto un’anatra è diversa da un cigno –.
Tacque un istante e gli uscì un intenso sospiro di sollievo.
– La considerai un segno del destino: perché in quel momento ero ancora una volta disperato, ed ecco era riapparsa lei. Come un ubriaco, un folle che sragiona, dissi a me stesso: “È così che doveva accadere, è così trasformata perché ti ama ancora, e viene a salvarti”. Mi apparve bellissima –.
– Un prodigio simile era fuori da ogni logica, perciò potevo perdonare la follia che mi assalì e il miracolo che proposi a me stesso. Infine la contessa mi dette la prova definitiva dell’infamia dell’Optiz. Compresi quanto lui e Lucia fossero divenuti miei nemici, e credo che lei possa capire che condanna terribile fu, e perché decisi di abbandonare tutto –.
Tobia di nuovo bevve il suo Uzo tutto d’un fiato e sembrò scosso da un brivido, ma riprese a parlare quietamente.
– La Restori agì tempestivamente nel modificare la mia vita. Come ho detto mi diede la prova definitiva delle malefatte dell’Optiz e del suo proposito di annientarmi; quella nobildonna che avevo sospettato di volermi abbindolare mi dette invece la possibilità di tornare a vivere, e vivere felicemente. Emma mi amava ancora e quell’amore appassionato mi fece accettare molto meglio la decisione di abbandonare tutto definitivamente. Tutto ciò che avevo costruito in dieci anni. Così diedi addio per sempre a Trieste e ai miei sogni di fama e di rivincita –.
Tobia tacque per un poco guardando il vuoto e vagando lontano con la mente; non lo disturbai richiamandolo alla realtà.
Quando riprese a parlare mormorò: – Molte, molte volte, ho pensato, ho avuto addirittura la certezza, che il percorso della nostra vita, il nostro destino, il corso della nostra esistenza su questa terra, sia un progetto già anticipato, già scritto, preordinato chissà da chi, e dove e quando. Posso azzardare un’ipotesi stravagante. Ho la sensazione che un antenato che mi ama, mi abbia eletto a suo beniamino, a suo prediletto discendente, e mi abbia preso a cuore –.
– Un antenato ? – esclamai sorpreso
– Non posso credere che Dio “in persona”, per così dire, si occupi di qualcosa di tanto insignificante come me. Non credo che si sia occupato neanche di Giulio Cesare o di Napoleone in prima persona. Semmai ha delegato qualcuno dei suoi santi, ma credo che anche loro si interessino di questioni più importanti. Rimane da immaginare qualche entità o spirito o anima, che per ragioni insondabili mantiene ancora un certo affetto per i discendenti che vivono in questo mondo. Ecco perché ho pensato a qualche antenato –.
Tirò fuori e posò sul tavolo la tabacchiera, ma non riempì la pipa, né mi sembrò che avesse voglia di fumare. Di sicuro quello fu un gesto involontario, un tic, un riflesso significativo del suo stato d’animo.
– Se guardo a tutte le vicende, le occasioni, le disgrazie, le coincidenze, le mancanze, gli errori, gli incontri, le fortune che mi sono capitate, non posso fare a meno di vederci una connessione, di intuire un filo che le collega l’una all’altra. E così, annodate le une alle altre, sembra che abbiano costituito un filo d’Arianna. Insomma sembra che senza saperlo io abbia seguito un filo d’Arianna che mi conduceva fuori del labirinto. Quella notte in cui decisi di andarmene e abbandonare tutto, un caro amico, un mio ex cameriere, mi ospitò; e quando gli spiegai ogni cosa, quando gli dissi che avevo ritrovato una donna a cui dovevo moltissimo, che era ancora innamorata di me, e saremmo partiti insieme perché se rimanevo a Trieste sarei rimasto distrutto, lui ne fu così commosso che neanche un figlio avrebbe risposto in quel modo tanto affezionato e commovente.
Gli affidai una breve lettera per Emma e gli chiesi di recapitarla quella notte stessa alla villa. Nella lettera le chiedevo di raggiungermi a Venezia al più presto, ma non per via di mare come avrei fatto l’indomani senza alcun bagaglio, come appunto farebbe chi va per sottoporsi a una visita medica. Lei avrebbe dovuto raggiungermi a Venezia per via di terra. Nella lettera le dicevo che ancora una volta mi aveva restituito la vita, che se continuavo a vivere malgrado la ripugnanza e l’orrore, era solo per lei. Abbandonavo tutto, ma le dovevo tutto –.

Così discorrendo arrivammo all’ora del pranzo; lui mi pregò nuovamente di attenderlo: sarebbe andato a vedere se Emma era pronta. Oramai ci consideravamo amici e tra noi avevamo eliminato ogni complimento, mi rivolgevo a lui chiamandolo Tobia.
Proprio perché non facevamo cerimonie gli chiesi come aveva potuto sposare Emma se a tutti gli effetti era ancora sposato con Lucia. Sorridendo commentai che anche se era bigamo nel paese a maggioranza mussulmana dove ora viveva la sua condizione non gli avrebbe creato problemi.
Si mise a ridere: – Caro Giuseppe lei è in errore, sono sposato regolarmente perché due anni dopo che avevamo lasciato Trieste venni informato da Tino che Lucia era morta. Era morta di parto malgrado l’avessero sconsigliata di affrontare un’altra maternità.

Fui dunque contento di vederlo felice e appagato mentre mi presentava Emma. Quando i due entrarono nel salone del ristorante, inconsapevolmente dovevo aver mostrato sorpresa e ammirazione: in effetti non mi aspettavo di incontrare una donna così raffinata, e lui ne aveva esultato. Lui era sempre un ex marinaio naturale, un po’ goffo; ma lei era un’elegante e fine signora.
Emma si dichiarò soddisfatta del suo potage e della sogliola alla mugnaia, noi facemmo onore a uno sformato d’asparagi e a un coscio d’agnello, annaffiato da ottimi vini greci che entrambi non conoscevamo ma che apprezzammo molto.
Durante il pranzo la signora mi chiese con vivacità se Tobia mi aveva parlato della sua “impresa”. Pensai che intendesse riferirsi a qualche impresa di costruzioni o a qualche altra iniziativa come sarebbe potuto essere un cantiere per imbarcazioni da diporto, ma l’entusiasmo che mostrava, e il tono di voce appassionato, mi lasciò dubbioso; mi dissi che nessuna donna si entusiasmerebbe per un cantiere.

– Suppongo che Tobia non le abbia rivelato nulla del suo magnifico programma, della sua splendida creazione, della bella utopia che ha attuato a Smirne e conduce e porta avanti con altre iniziative –.
Dissi che mi aveva parlato della realizzazione di una drogheria dove vengono prodotte e commercializzate le caramelle al caffè.
Lei guardò suo marito come si guarda un figlio eccezionale che non ha saputo mostrare quale genio sia: Emma simulò uno sguardo di rimprovero, ma svelò anche un’espressione d’immenso orgoglio, e un sorriso di tenerezza. Scosse la testa indignata e in quel momento compresi quanto era grande l’amore per suo marito.
– “Quando arrivammo a Smirne non avevamo alcun progetto. Avremmo potuto vivere con modestia, con i nostri mezzi, al modo di pensionati. Però a Tobia non piaceva rimanere con le mani in mano. Sebbene leggesse una montagna di libri e veleggiasse per la baia col suo dinghy, non gli piaceva vivere senza fare niente. Restare inoperoso, come un pensionato sfaccendato, lo rendeva scontento, insoddisfatto. Lui era stato sempre attivo, capace di ardite iniziative, un vivace, dinamico ideatore. Allora mi venne in mente qualcosa che avrebbe potuto fare e gli proposi di commercializzare le sue caramelle speciali che aveva ideato anni prima.
Accettò la mia idea: affittammo un locale a livello della strada; un locale simpatico, grande e luminoso, e lui nell’ampio ambiente annesso impiantò un laboratorio e iniziò a produrre le caramelle al caffè di sua invenzione. Viceversa la grande hall allestita a bottega con il suo luminoso ingresso sulla strada divenne una drogheria speciale, o più esattamente una bottega di dolciumi.
Lo aiutai a commercializzare le caramelle, che per buona fortuna incontrarono il gradimento del pubblico. Così ne traemmo un discreto reddito –.
Sorrise compiaciuta e con la mano fece un leggero cenno come per dire: “Ma non è finita”, e subito riprese a parlare con entusiasmo.

– Poi accadde un caso fortuito, un’occasione impensabile che si rivelò sorprendente, magnifica –.
Si interruppe perché il cameriere le aveva posato davanti un coloratissimo gelato che non seppe rifiutare. Ne assaporò un pochino e continuò a parlare soddisfatta, felice.
– Avevamo fatto amicizia con dei signori francesi molto simpatici. Hanno cinque figli: il più piccolo, François, ha tre anni, la più grande Claudine ne ha quindici. Lui lavorava al consolato, lei insegnava francese. Ebbene sono stati richiamati in patria e per questo motivo sono dovuti partire lasciando molti oggetti che non potevano portare con loro. Tra le cose che hanno lasciato c’erano parecchi libri e di questi molti erano per bambini: novelle, avventure di viaggio, e spiegazioni di scoperte scientifiche, anche album di animali selvaggi. Così tra le classiche fiabe, i libri di avventure, i racconti famosi, c’era anche la zoologia, la botanica, la meccanica, e tutti questi testi illustrati con figure molto colorate risultavano affascinanti ai bambini.
Tobia, che come lei sa ama i libri, non volle gettarli via e li mise in mostra su uno scaffale basso a portata dei piccoli. Prese forma così quel reame incantato, quel paese delle meraviglie, quel castello del mago: mi riferisco ai modi in cui parlano oggi della bottega di dolciumi.
Emma provava un evidente piacere a illustrarmi quella creazione di Tobia, che interpretava come una fondamentale promozione culturale. La dedizione generosa di suo marito verso i piccoli la commuoveva. Volle spiegarmi nel modo più esauriente come crebbe la piccola biblioteca per ragazzi. Come si formò quel tesoro. Tobia molto attento alla suscettibilità dei cittadini di Izmir (1) volle subito comperare dei libri di favole con il testo in turco; cercò e trovò un bella edizione delle “Mille e una Notte” adatta ai bambini, poi ne comperò altri. Questi libri all’inizio cominciarono a sfogliarli figli di professionisti, di insegnanti, di impiegati di grado elevato; ma qualche tempo dopo, quando vennero anche bambini di estrazione popolare, Tobia certamente non impedì loro di sfogliarli. Anzi li accolse festosamente e fece da guida nella comprensione delle figure colorate.

Quando infine Tobia ebbe constatato che le caramelle al caffè richiamavano sempre più clienti, produsse altri due tipi di caramelle al sapore di arancio e di fragola e le fece molto colorate così che avevano un forte appeal e entusiasmarono i bambini. Tenga presente che Tobia ha viaggiato in tutto il mondo, e ha soggiornato in paesi islamici. Così ha una buona conoscenza dei problemi dell’Islam, e delle difficoltà di quei credenti. Ha una comprensione istintiva per le loro problematicità; insomma ha una buona comunicazione con loro ed è stato molto attento a non sbagliare. Non c’è da meravigliarsi per esempio se i bambini venivano sempre accompagnati dai loro padri e molto raramente da una madre.
Mi parve che la signora Emma avesse la tendenza a ragionare per stereotipi. Guardai Tobia, lui guardò me scuotendo impercettibilmente la testa. Credo che intendesse dire: “Emma non sa bene come stanno le cose”.
Lei continuò: i bambini cominciarono a sfogliare i libri con quelle magnifiche figure a colori che non avevano mai visto, e i genitori, che erano gente della classe media, o medio alta, li lasciarono guardare. Consideri che chi veniva nella nostra confetteria aveva di solito una buona cultura: insegnanti, impiegati di banca, impiegati governativi, avvocati, ingegneri o persone simili.
La signora avrebbe continuato per un pezzo se non avessi tagliato corto. Dichiarai che avrei visto volentieri quella meraviglia. Dato che avrei soggiornato a Smirne in seguito avrebbe potuto parlarmi di ogni cosa mostrandomi tutto nei particolari.
E così andai a trovarli più volte e davvero ammirai molto la loro creazione: anzi debbo dire che me ne entusiasmai veramente.
Da allora molte volte ho pensato che quella biblioteca per ragazzi, che pian piano accrebbe, fu la migliore conclusione che Tobia avrebbe potuto dare alla sua vita. Anche se fosse divenuto un grande industriale delle macchine per il caffè, eventualità che considerai, fin da quando lo conobbi, assai improbabile, il suo nome sarebbe rimasto associato a un’invenzione di valore minimo. Assurdo, impossibile, era il sogno di gloria che aveva nutrito accostando la sua macchina alla pila di Volta. In un mondo lanciato in un progresso tumultuoso, segnato da invenzioni di grande importanza la sua macchina era trascurabile. Invece con quell’iniziativa pedagogica dette nutrimento mentale a tanti piccoli. insomma stimolò la crescita intellettuale di tanti bambini.



balcone



L’immagine che mi è rimasta impressa di Tobia Salvetti è il suo viso invecchiato ma sorridente tra due grandi barattoli di caramelle, mentre mi mostra dei libri per bambini dalle copertine lucenti, vividamente illustrate.

Dopo quel viaggio non ebbi occasione di incontrarlo ancora; così non lo vidi mai più, ma immagino che abbia proseguito serenamente la sua navigazione sino al limite estremo.



NOTA

(1) Izmir è il nome turco di Smirne

FINE

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2017



 
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