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IL VOLO DEL GABBIANO ZOPPO
Prima puntata














  
 

Mi chiamo Giuseppe Boscolo. L’altro giorno sono andato a parlare col direttore, gli ho detto: – Direttore, ascolti questa fanfaluca di notizia: qui a Verona gira una strana storia; pare che a Trieste qualcuno abbia inventato una macchina per fare il “caffè elettrico”. A quanto dicono il caffè che viene fuori da quell’apparecchio, è più forte, più energico, e ha più sapore. Ne vanno tutti pazzi e si affollano per vedere “l’alambicco della meraviglia”. Quel congegno fa un caffè specialissimo, di un sapore nuovo, così concentrato e forte che se ne bevi una tazza è come se ne avessi bevute dieci.
Come lei sa, la gente ammattisce per queste invenzioni. Ecco: prenda il “fonografo”, che fa ascoltare quante volte si vuole una musica eseguita anche dieci anni prima. La si può udire in qualsiasi luogo, ovunque si voglia portare quel trastullo, persino in una stalla. Quell’apparecchio fa delirare i giovani.
E pensi allo strumento per i raggi X che permette di vedere le ossa di una persona vivente molto prima che sia diventata uno scheletro. Non le pare stupefacente? Pensi alle diavolerie che sono state presentate alla recente Grande Esposizione di Parigi. Tra tutte la più clamorosa è il cinematografo. Il cinematografo è la conferma che si può vedere il Paradiso in terra, la gente va a vederlo e pare davvero rimanere in estasi.
Questa del caffè è un’altra trovata modernissima, se mi autorizza vado a vedere siffatta bizzarria. Se poi mi concede automobile e chauffeur, vado e torno in due giorni, e le imbandisco un pezzo che farà vendere il giornale il doppio del solito –.
Il direttore ci pensa, poi dice: – Se mi assicuri che sabato mattina l’auto sarà qui davanti al portone, te la concedo giovedì e venerdì. Ma se venerdì sera non sei di ritorno, ti licenzio –.
Avrete capito che sono una firma de “L’Arena” di Verona e le iniziative in campo giornalistico non mi mancano.
Prometto al direttore che sarò puntualissimo, poi volo a spedire un telegramma che mi preceda, e spieghi al signor Tobia Salvetti la mia intenzione di intervistarlo.

La notizia di cui ho parlato mi è parsa una novità interessante, i lettori dell’Arena l’apprezzeranno certamente. Per di più l’inventore che andrò a intervistare, a quanto mi hanno detto, è un uomo straordinario, piuttosto stravagante, inconsueto, e di certo anche un po’ bizzarro. Dicono che sia un tipo speciale, un caffettiere appassionato lettore di romanzi. Ha iniziativa, coraggio, fiuto commerciale, inventiva. Nella sua caffetteria ha impiantato anche una sala di lettura. Questi sono ingredienti che colpiscono l’immaginario popolare, creano un ideale; insomma, è un innovatore che stimola l’emulazione.

Fu così che, annunciato dal mio impudente telegramma, arrivai a Trieste nel pomeriggio di un giovedì di febbraio. Quell’importante città, che con il suo porto franco commercia e rifornisce una vastissima area dell’Europa centrale, mi accolse con una bora gelida che soffiava gagliarda.

Mi recai subito alla caffetteria e raccontai a quel bonhomme del direttore di essermi spinto fin là soltanto per vedere lui. Perché desideravo intervistare l’inventore la cui fama si era sparsa nel mondo. All’inizio si dimostrò perplesso, esitante, diffidente; però mi accolse con cortesia. Al termine della chiacchierata posso dire che eravamo diventati amici.
Mi trovai davanti un uomo che appariva sui quarant’anni, e non risultava tanto diverso dal personaggio che mi ero rappresentato con la fantasia.
A me capita spesso di entusiasmarmi per qualche idea, o per qualche persona illustre. Ogni volta che mi sono proposto di intervistare un personaggio celebre, ho sempre immaginato come avrei iniziato la conversazione, e che tipo di persona avrei incontrato. Il più delle volte me lo rappresentavo molto interessante. Lo immaginavo cordiale, disponibile nel lasciarsi intervistare, generoso, e se non proprio liberale, perlomeno accomodante verso un onesto, valentissimo reporter.
L’errore che regolarmente commettevo era di attendermi un uomo – o una donna – eccezionale. Straordinario nel comportamento, nel linguaggio, nell’espressione del viso, nell’abbigliamento, fin nella capigliatura. Invece le mie esperienze, poste a confronto con la realtà degli intervistati, il più delle volte sono risultate deludenti. Generalmente le personalità eccezionali a cui dedicavo la mia fatica, mi comparvero ben diverse da come l’avevo ipotizzate.
Questa discordanza, tra la persona immaginata e quella che intervistai, mi accadde di notarla per esempio nel celebre compositore Ponchielli. Me lo ero rappresentato come il classico artista dalla capigliatura arruffata, presumibilmente impetuoso, occhi accesi, febbrili, per il fervore che lo incalzava, certamente difficile da interrogare. Invece mi trovai di fronte un ometto mite, modesto, che nulla aveva di eroico, o di infervorato dall’ispirazione travolgente della musica.
Il signor Salvetti, quando mi accolse nel suo piccolo ufficio al “Boncaffè” – questo è il nome della caffetteria – aveva un contegno, e un aspetto, che dette soddisfazione alla mia aspettativa. L’uomo che mi sedeva davanti mi piacque per il modo con cui dimostrava la sua personalità energica, controllata, senza nessuna forzatura, tanto che tra me dissi: “Si vede che sei stato un marinaio”.
Finalmente avevo davanti un caso in cui l’intervistato risultava aderente al personaggio che m’ero rappresentato, perciò ne fui contento.
Aveva delle maniere particolari: un parlare schietto, un’impronta di lealtà, e mostrava un altro aspetto che davvero non avrei potuto indovinare: un’istruzione sorprendente per un marinaio che aveva fatto un duro tirocinio iniziando come pescatore. Questo suo modo di proporsi mi confuse un poco, ma ebbi modo di accertarmi durante l’intervista che aveva davvero una buona istruzione.
Dunque dall’altra parte della scrivania, mi stava scrutando un uomo ancora giovanile, che però aveva la fronte segnata da rughe profonde, e che a mio avviso rivelavano un’inspiegabile intima tensione. Anche le rughe agli angoli della bocca, che nel parlare si contraeva spesso, confermavano quell’oscura segreta agitazione che tanti anni dopo venni a conoscere, e che quel giorno avevo intuito.
Avrei potuto scrivere, senza falsare la realtà, che l’uomo con cui arrivai a parlare amabilmente, mostrava un carattere energico ma travagliato, che pareva dotato di un’indole cordiale, disponibile, e però nello stesso tempo si mostrava schivo, riservato.
Come ho già detto, era stato marinaio nella marineria mercantile siciliana, quando l’Italia non era ancora unita. Poi, nel 1881 tra Genova e Palermo era stata sottoscritta un’intesa. Le due ditte: la Florio di Palermo e la Rubattino di Genova avevano formato la “Navigazione Generale Italiana” che divenne un importante trust marittimo e a Tobia sarebbe piaciuto assai diventare capitano di una nave di quella società. Era la strada scelta, che aveva immaginato di percorrere.
Purtroppo, in seguito a un incidente accadutogli durante una tempesta, il Salvetti era rimasto ferito a una gamba, e il comandante della nave aveva dovuto inevitabilmente sbarcarlo a Trieste. Quel capitano fu obbligato a trasportarlo in ospedale perché era impossibile curarlo a bordo, ma il ferito subì l’ospedalizzazione come un grave oltraggio. Dimesso dal nosocomio, era sicuro di essere ormai del tutto invalido, e si ritrovò senza lavoro, senza alloggio, senza amici. In qualche modo riuscì a comperare una vecchia bettola, ne fece una caffetteria e, grazie alla curiosa macchina da lui inventata, si impose all’attenzione. Questa notorietà gli aprì la prospettiva di un considerevole commercio.

Mentre parlavamo aprì una tabacchiera d’argento che teneva sulla scrivania insieme a un libro che non immaginavo che esibisse. Riempì una pipa che però non accese per tutto il tempo della nostra conversazione sebbene tornasse a servirsi ancora dalla tabacchiera.



balcone



Pensai che forse non l’accendeva per cortesia. Gli dissi di dare fuoco alla sua pipa perché non mi avrebbe causato nessun fastidio. Rispose che quel possibile disturbo non lo aveva preoccupato affatto, ma fumava la pipa soltanto la sera, dopo il lavoro. Confessò tranquillamente che in realtà la pipa era solo un pretesto per mettere mano alla tabacchiera, un oggetto per lui quasi sacro, perché era l’unico ricordo che gli rimaneva di suo padre e gli dava serenità, gli infondeva coraggio.
Mi spiegò come era nata la macchina del caffè. Poiché era un accanito lettore di romanzi tra gli innumerevoli libri divorati uno tra i più avvincenti era stato “Ventimila leghe sotto i mari”. Il sottomarino descritto da Verne gli aveva acceso la scintilla dell’invenzione. Elettricità e vapore erano elementi che da sempre lo affascinavano. Lui li aveva semplicemente combinati nella macchina “perfetta” per fare il caffè.
Mi piacque come si mostrava modesto e concreto, intelligente e dotato di cultura, benché non mi aspettassi dell’intellettualismo da un marinaio. Mi dimostrò come un uomo può arricchirsi di erudizione durante i lunghi viaggi oceanici.
Gli riconobbi un ammirevole buon senso, tenacia, e una concezione concreta dell’onore. Aveva una forza interiore a cui doveva aver fatto appello per superare le tante traversie che lo avevano afflitto. Grazie a quella tenacia aveva anche ripreso a camminare dopo l’ultimo disastroso infortunio capitatogli di recente.

Mentre la conversazione proseguiva cordialmente, e lui rispondeva volentieri alle mie domande, fissavo incuriosito il libro che teneva sulla scrivania. Forse mostravo un’espressione sorpresa, perché interruppe il racconto di tutte le contrarietà affrontate nella realizzazione della macchina elettrica e per qualche secondo rimase a guardarmi intensamente. Indugiò in silenzio, e suppongo che stesse chiedendosi se era il caso di domandarmi un parere. Proprio come pensavo, deviò dall’argomento che stavamo trattando e si informò se avevo letto il libro che osservavo con grande attenzione, e cosa ne pensavo. Pareva molto interessato alla mia opinione, e mi sembrò addirittura impaziente di avere un parere, come se lo considerasse particolarmente importante.
Dissi che se mi limitavo a giudicarlo sul piano letterario, era un buon, anzi un eccellente romanzo. Certamente tra le più importanti opere pubblicate in Italia dalla metà del secolo. Gli feci notare che il titolo originale era: “Confessioni di un italiano”, ma l’editore aveva trovato più conveniente, o forse prudente, cambiarlo in: “Confessioni di un ottuagenario”. Dissi che lo valutavo un libro importante e che, a mio parere, si collocava bene tra “I promessi Sposi” del Manzoni e “I Malavoglia” del Verga sia per l’ampia ricostruzione storica, sia per l’ambientazione sociale e per la rappresentazione della vita vera del popolo. Se invece pensavo al patriottismo che trapelava da quelle pagine non potevo fare a meno di ricordare la fede del Nievo nell’insegnamento mazziniano, ma questa era un’altra musica. Rilevai soprattutto la sensibilità con cui aveva considerato i problemi del popolo, dei contadini in particolare. “Confessioni di un ottuagenario” dichiarai, è un libro che ha per ultimo fine il rinnovamento morale degli italiani. Quel rigore morale che va perdendosi …
Mi interruppe: – Lei crede che si possa scorgere un collegamento tra le Confessioni di Sant’Agostino e le Confessioni di un ottuagenario? –
Pareva assai interessato al confronto. Credo che mi valutasse più colto di quello che sono, suppongo che mi valutasse un letterato intellettuale.
Risposi: – Se lei pensa a un’affinità sul piano degli intenti, ossia a una consonanza spirituale; nell’uno posso riconoscerla per il rigore della ricerca che porta a Dio, nel rafforzamento della fede. Nell’altro per la dedizione alla patria. Infatti operò per il rinnovamento morale e materiale del popolo, con un impegno risoluto, intrepido, che dette un senso alla sua esistenza.
Stetti attento a non insistere sul patriottismo degli italiani. Soprattutto di quelli che vivevano all’estero. E feci bene perché si sarebbe irrigidito, si sarebbe chiuso come un’ostrica. Mi aveva detto di essere molto grato al governo della città che gli aveva concesso l’autorizzazione a esercitare un commercio. In effetti avevo già constato il suo concreto concetto dell’onore; ero avvisato.
Durante la nostra chiacchierata aprì un cassetto e ne trasse delle caramelle scure. Una se la mise in bocca e mi offrì di assaggiare le altre. Erano davvero squisite, tanto che gli dissi che ne avrei comperate una piccola quantità, se acconsentiva a vendermele.
Poiché gli ero risultato simpatico, me ne regalò un pacchetto. Ebbene, debbo dire che nel corso della conversazione tra noi si era sviluppato un certo cameratismo. Così mi chiese se poteva confidarmi un suo problema delicato, un segreto. Ma a condizione che gli promettessi di non parlarne con nessuno, e tantomeno di scriverne. Lo rassicurai, e gli diedi la mia parola d’onore, il suo segreto l’avrei portato nella tomba. Se era un segreto.
Allora mi disse che si era ammalato di fegato, che i medici gli avevano imposto una dieta terribile, e tra gli alimenti da evitare il più pericoloso era il caffè. Mi disse che quell’eliminazione lo aveva fatto disperare, perché il caffè per lui non era solo un grandissimo piacere, o un vizio se così volevo considerarlo, ma era un nutrimento per l’anima.
Per disperazione si era inventato quelle caramelle al caffè che risultavano poco nocive; e poi le aveva perfezionate. Piacevano a tante persone e dunque pensava di commercializzarle.
Lo ringraziai per la sua disponibilità e lo salutai assai cordialmente. Quando uscii dal Boncaffè erano quasi le venti. Trovai Luigi, lo chauffeur, che aspettandomi si era addormentato nell’automobile ed era addirittura intirizzito. Gli dissi di avere pazienza, avremmo fatto un breve tratto a piedi e avremmo cenato in una buona osteria che mi era stata indicata.
Andammo dunque nell’osteria di un certo Tino, che ci servì una squisita tipica zuppa chiamata “jota”, e un ottimo vino che fece tornare il buon umore a Luigi.
Poi approfittai del tempo ancora disponibile per un’indagine personale sull’assetto sociale e sull’ordine pubblico che tendeva a peggiorare in quella città. L’oste non parve contento della mia insistente investigazione, sembrava restio a esprimere giudizi, pareva molto controllato. Dimostrò invece una grande ammirazione per il direttore del Boncaffè. Ebbi la sensazione che sapesse molte cose sull’inventore - e ora direttore - della caffetteria, ma che non intendesse concedermi nessuna indiscrezione.
Invece ricevetti diverse utili informazioni parlando con gli avventori di un caffè, dove entrammo dopo cena per bere un grappino propiziatore del buon sonno, prima di recarci nella pensione dove dormimmo. Ne ricavai un quadro approssimativo ma sintomatico delle tensioni in atto, e che stavano crescendo nella Trieste asburgica.

Tornato a Verona, buttai giù di getto un articolo ricco di particolari, impeccabilmente elogiativo almeno per quel tanto che occorreva, e immaginifico quanto bastava. Molto attraente davvero. Insomma un pezzo eccellente, giacché stimolava la curiosità dei lettori.
Posso dire modestamente, senza tema di essere smentito, che feci un buon servizio al giornale e ancora di più al pregevole, discreto, introverso inventore.
Dopo di che dimenticai in fretta il Salvetti, perché avvenimenti di grande rilevanza nazionale assorbirono totalmente la mia attenzione.
Per anni e anni non pensai più a quel singolare individuo, fino a che, inaspettatamente, lo incontrai di nuovo durante un viaggio di lavoro.
Era seduto in un bar, e non l’avrei neanche notato se non avesse rigirato tra le mani la piccola tabacchiera d’argento che mi aveva incuriosito il giorno in cui lo avevo conosciuto.


Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2017



 
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