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VILLA DI CAPO DI BOVE SULL'APPIA ANTICA

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L'Appia Antica fu la prima strada consolare ad essere costruita e, come tutte quelle che la seguirono, era ricca di tombe monumentali più o meno grandi ma sempre belle, che si ergevano ai suoi lati. Aveva origine a Porta Capena, ormai da tempo scomparsa, che si trovava nei pressi del lato curvo del Circo Massimo, vicino all'attuale Via della Passeggiata Archeologica, ed era una delle porte che si aprivano nelle mura serviane. (1) continua...

Da qui si cominciavano a contare le miglia. Risale al 313 a.C. e fu voluta da Appio Claudio il Cieco dal quale prese il nome. Arrivava fino a Brindisi. Nel III secolo d.C. (tra il 270 e il 273) Aureliano fece costruire altre mura a protezione della città, che si era molto espansa, le quali racchiudevano al loro interno anche le vecchie mura serviane. Da quel momento l'Appia iniziò da Porta San Sebastiano che si trovava lungo la stessa direttrice dell'antico percorso.

A conferma che il tratto che andava da Porta Capena a Porta San Sebastiano faceva parte dell'antica via Appia, sono stati trovati molti sepolcri, il più importante dei quali è quello degli Scipioni. Se quel tratto di strada non fosse stato considerato extra moenia non sarebbe stato possibile costruirvi alcuna tomba poiché le leggi dell'epoca lo proibivano per motivi igienici.

Lungo il percorso di questa via non c'erano solo tombe, alcune delle quali molto importanti come ad es. il Colombario dei Liberti di Augusto e quello di Livia, ma anche splendide ville appartenenti a famiglie molto ricche che univano l'aspetto della villa di abitazione privata a quello della tenuta agricola nella quale si coltivavano i prodotti che poi venivano portati a Roma e venduti. Una di queste è la villa detta di Capo di Bove che si trova a 450 metri dalla tomba di Cecilia Metella ed a 250 metri dal limite delle mura del Castrum Caetani (II sec. d.C.) e si estende su una superficie di circa 8500 mq.



Non si sa esattamente a chi appartenesse poiché non è stata trovata alcuna epigrafe che facesse riferimento ad una persona in particolare, però sappiamo che Erode Attico, il precettore di Marco Aurelio e di Lucio Vero, nel II secolo era proprietario di una vasta estensione di terreno in questa zona che arrivava fino alla Valle della Caffarella e che aveva nome: Pago Triopio. Sua moglie si chiamava Annia Regilla e, poichè è stata trovata una lastra di marmo riutilizzata che presentava nel lato a contatto con il terreno una scritta in greco che la nominava e la definiva "luce della casa", si è stati indotti a credere che l'edificio rientrasse tra quelli di proprietà di Erode Attico.

Il nome medievale "Capo di Bove e Capo di Vacca" ha origine dalla decorazione che si trova sulla sommità della tomba di Cecilia Metella e che raffigura dei bucrani (teste di buoi).

Nei secoli la tenuta è passata nelle mani di molti proprietari mantenendo sempre la sua funzione agricola. E' solo nel 1945 che ne è stata cambiata la destinazione trasformandola in villa per uso residenziale con piscina e dependance.

Nel 2002 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, su proposta della Sovrintendenza Archeologica di Roma, l'ha acquistata, ha provveduto ad eliminare tutte le strutture moderne ed ha effettuato lo scavo che ha riportato alla luce quelle antiche. Nel 2005 è stata aperta alla visita del pubblico ma i lavori non sono terminati.

Sono visibili le terme private, parte delle fognature e l'interessante facciata della villa moderna formata da reperti antichi: tegole, mensole di marmo, mattoni, parti di capitelli, ecc.

EDIFICIO PRINCIPALE

E' definito nel catasto Pio Gregoriano (1812-1835) come "casa ad uso della vigna" e questo mostra la continuità dell'utilizzo agricolo. Ha la forma di una croce sfalsata ed è stato costruito sopra una cisterna romana. Sicuramente si trattava di quella che, insieme ad una seconda, portava l'acqua alle vicine terme. Era a due piani di cui quello inferiore è perfettamente conservato e presenta ancora ampie parti dell'intonaco idraulico (cocciopesto). Il vano superiore è quasi completamente distrutto ma sono ancora visibili resti di opera cementizia in scaglie di selce.

La cisterna era formata da due piani perché, affinché l'acqua arrivasse con la dovuta spinta alle terme, era necessario che avesse una "caduta" che le facesse acquisire la forza necessaria ad effettuare il percorso.

La muratura moderna dell'edificio è stata realizzata come una variazione della tecnica "spolia", diffusa in epoca medievale, utilizzando materiali antichi di recupero provenienti da monumenti diversi, ormai in rovina, come transenne, parti di sarcofagi, mattoni ed elementi decorativi e architettonici.

Una curiosità è rappresentata da una serie di anfore poste in orizzontale e sovrapposte a formare una specie di quadrato formato da fori. Si tratta di anfore alle quali sono state tolte le anse ed il collo, lasciando in evidenza solo il buco della "pancia".

Si notano, qua e là, blocchetti di selce grigia, una pietra locale che i romani utilizzavano per comodità, essendo molto abbondante e resistente. Si trattava del prodotto della colata lavica dell'antichissimo Vulcano Laziale che si trovava nella zona attualmente detta dei "Castelli", che si era fermata, solidificandosi, a breve distanza dal luogo in cui fu, successivamente, costruita la tomba di Cecilia Metella, formando un altopiano sul quale, nel tempo, erano nati edifici, ad es. la Villa dei Quintili, ed i cui fianchi venivano scavati per utilizzare la selce per i basolati delle strade, per dare consistenza all'opus cementicium ed anche per alcune decorazioni.

EDIFICIO TERMALE

Si trovava sotto il viale moderno di accesso alla villa, in una zona a giardino. E' stato riportato completamente alla luce e mostra molti vani elegantemente costruiti.

Vi si accedeva da un vestibolo avente ai lati due spogliatoi con mosaici a tessere bianche e nere. Quello di sinistra presenta una decorazione con bipenne mentre l'altro raffigura delle brocche senza anse disposte in una specie di croce, dando così origine ad un disegno che forma, al suo interno, immagini geometriche.

Purtroppo, una parte dei mosaici è stata danneggiata a causa dell'aratro utilizzato quando, nei secoli successivi, le terme sono state ricoperte e il terreno è stato adibito ad uso agricolo.



Si riconoscono il frigidarium, il tepidarium, il calidarium e la sudatio oltre alle soglie e agli scalini che permettevano di accedere da una vasca all'altra. Erano poco profonde perchè si utilizzavano per immergersi e non per nuotare.

Le pareti di alcune vasche presentano delle nicchie che, come d'uso, ospitavano statue.

Nelle grandi terme imperiali c'era anche la piscina (natatio) e la sala per la ginnastica.

E' chiaramente visibile il sistema utilizzato per scaldare l'acqua e gli ambienti. Su un pavimento di lastre di cotto o piccole tessere musive, si sovrapponevano delle specie di mattonelle di terracotta, fino a formare dei pilastrini (suspensurae) posti a breve distanza l'uno dall'altro. Sopra di essi poggiava il pavimento vero e proprio (piano di calpestio) fatto di marmi pregiati o di mosaici. Questa intercapedine serviva per il passaggio dell'aria calda che circolava sotto il pavimento, riscaldandolo. Era originata da grandi caldaie di rame riempite di acqua che si trovavano dietro il muro delle terme o sotto le vasche stesse. Schiavi addetti provvedevano ad alimentare il fuoco con grandi quantità di legna. Degli sfiatatoi conducevano il vapore all'esterno. Sotto il piano di calpestio sono visibili i fori dai quali passava l'acqua di scarico. All'interno delle pareti l'aria calda passava attraverso condotti di terracotta di forma quadrata.

La muratura in laterizio fa risalire queste terme al II secolo d.C. I muri hanno la parte interna in "opus cementicium" composto da malta, selce ed altri materiali posti all'interno di una "cassaforma". La cortina è formata da mattoni (bessali) tagliati a triangolo, messi in opera con un leggero strato di malta fra l'uno e l'altro, con la parte a punta verso l'interno, per dare più solidità alla costruzione. Nelle pareti, i tubi quadrati di terracotta nei quali passava il riscaldamento venivano disposti prima della cortina. Sopra questa si stendeva l'intonaco che poi era ricoperto da lastre di marmo pregiato o abbellito da affreschi. La cortina in laterizio, tipica del II secolo era costosa.

In precedenza, invece dei mattoni, si usavano blocchetti di tufo piramidali, disposti in diagonale, con la parte a punta inserita dentro l'opus cementicium (opus reticulatum).

Intorno al IV secolo le terme hanno subito delle modifiche.

E' stato eliminato il vestibolo e si è privilegiato un ingresso monumentale. Alcune vasche sono state colmate alzando, così, il livello del pavimento. Sono stati aggiunti, sulla destra, degli altri vani, tra cui alcuni di servizio, e, nella parte posteriore, si sono costruite le vasche per il calidarium e il tepidarium. La datazione è data dal diverso tipo di muratura. A partire dal basso, questa presenta file di blocchetti di selce alternati a file di mattoni messi in opera con uno strato di malta alto alcuni centimetri al fine di risparmiare sull'utilizzo del laterizio, diventato molto costoso (opus vittatum o listatum).

Nella parte posteriore delle terme è ben visibile il condotto che raccoglieva le acque di scarico e le conduceva alla fognatura. Era scavato nel terreno, rivestito di cocciopesto e ricoperto da lastre disposte a cappuccina, ricoperte da opus cementicium.

In tempi recenti è stata posta nel giardino una lapide funeraria inscritta, ritrovata nei pressi della villa ma della quale non si conosce l'originaria ubicazione.

L'ambiente attuale è piacevole, con vialetti verdeggianti che danno una sensazione di calma e di riposo e collegano la parte delle terme all'edificio principale. Un piccolo edificio, sulla destra, è dedicato all'accoglienza dei visitatori e alle informazioni.(2)

Isella Pagliantini - abarcheo@inwind.it - giugno 2012


NOTE


(1) Le mura serviane sono databili alla seconda metà del VI secolo a.C. e sono attribuite a Servio Tullio (578-539), come afferma Livio. Secondo altri il loro inizio sarebbe da attribuirsi al suo predecessore: Tarquinio Prisco (616-579). In questo caso risalirebbero alla prima metà del VI secolo. Sono edificate con blocchi di tufo di Grotta Oscura.

(2) L'ingresso all'area archeologica è libero. Soprintendenza Archeologica di Roma Capo di Bove: Via Appia Antica, 222. Per visite guidate, informazioni sugli orari e prenotazioni: tel. 06-39967700.


 
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