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VICHINGHI A LUNA
















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Non era ancora trascorso l'anno Mille che trovatori e giullari nelle loro canzoni e componimenti in versi, avevano già tramandato la storia della tragica distruzione di Luna (1). Più tardi, nel 1034 a Londra, messer Guidone da Bibula rinvenne un manoscritto che ricordava quei fatti dando conferma alla leggenda. Però fin dai tempi di Dudone di Saint Quentin e ben prima che Guidone da Bibula scoprisse il manoscritto menzionato, altri eruditi e umanisti e compilatori avevano lasciato note che accreditavano le gesta sanguinose di cui stiamo per dire. Se poi, nel declamare presso le corti principesche e nelle piazze la storia della città di Luna, quella devastazione era stata arricchita di dettagli raccapriccianti e aneddoti eccitanti, un simile incremento si è sempre verificato e ha arricchito tutti i poemi epici e le saghe. Essa comunque poggiava su fatti degni di fede.
La leggenda custodì e tramandò dunque la crudeltà e lo sgomento che l'impresa lasciò dietro di sé e come si è detto, antichi documenti confermarono la tradizione testimoniando l'astuzia e la malvagità del feroce corsaro venuto dal lontanissimo nord per rapinare e distruggere una splendida città romana.
Hasting era il nome del condottiero, ma quella tragica storia non si concluse con la distruzione della città, perché il suo epilogo ebbe luogo molto più tardi, in un diverso e straordinario teatro di umane passioni.

Era una notte buia quando nere navi che non si erano mai viste in quei paraggi, veloci e silenziose, con alte prue a testa di drago, vennero dall'alto mare. Attesero l'alba e la nebbia che a quell'ora sale dalla marina perché così nascoste potessero schivare l'allarme che le sentinelle sulle mura della città avrebbero dato. Si avvicinarono alla riva, ma ne discese solo re Hasting, il condottiero. Le navi e i guerrieri vichinghi si sottrassero alla vista in una insenatura aspettando il segnale.
Hasting dunque si presentò come un pellegrino alla porta della città che dava sul mare, e alle sentinelle meravigliate disse che voleva parlare col vescovo.
Il vescovo era un vecchio di nome Gaudenzio e ascoltò molto impressionato l'infelice storia del re. Quel principe disperato era venuto dal lontano nord perché aveva sentito parlare del vescovo Gaudenzio e lo stimava come il più retto e pio tra i religiosi cristiani. Per questa ragione aveva desiderato incontrarlo prima di spirare. Infatti da lì a poco sarebbe morto per un male che non dava scampo: ma prima della fine voleva farsi cristiano e voleva essere battezzato da Gaudenzio in persona. Affermò di essere talmente malato che occorreva fare presto. Pertanto apparecchiassero una cassa dove avrebbero raccolto le sue spoglie; più tardi l'avrebbero sepolto nella cripta della cattedrale secondo l'uso elargito ai re. La richiesta fu così perentoria e persuasiva che una cassa fu subito portata, il re vi si sdraiò dentro, ma disse che prima di morire voleva rivedere i suoi fidi compagni; pertanto andassero a chiamarli perché lui avrebbe dato loro l'ultimo saluto. I capitani, che già erano in attesa del segnale vennero subito, e Hasting si fece battezzare.
Quando il malvagio vide attorno a sé i capitani delle bande corsare, che tenevano le armi ben nascoste sotto i mantelli, saltò fuori dalla cassa e con la spada trafisse il santo ingenuo vescovo. I suoi accoliti approfittando dello scompiglio aprirono le porte, e le schiere dei feroci guerrieri entrarono in città. Correva l'anno 860 da che Nostro Signore era venuto al mondo, e Hasting dette il via alla conquista.
Non si erano mai visti in quei luoghi pirati dai capelli biondi e dalla ferocia tanto disumana, infiammati da un impeto a tal punto travolgente. Nulla poterono contro quelle furie gli sbigottiti cittadini di Luna. I corsari vichinghi venuti dal mare passarono a fil di spada uomini e ragazzi, e si impadronirono della città.



quadro



Poi si aggirarono stupiti tra quei palazzi, tra i disusati templi ancora intatti e magnifici, ammirarono l'imponente anfiteatro nel suo bianchissimo rivestimento, le strade lastricate, le terme e gli acquedotti. Non avevano mai visto una città come quella, interamente bianca perché ricchissima di edifici fatti col marmo. E dopo tanta meraviglia infine la devastarono.
Dopo aver razziato per giorni quanto di meglio era possibile portar via, si dettero a esplorare i dintorni e, arrivati in una piccola valle non molto lontano dalla città sfregiata, videro un bellissimo edificio. Era l'abbazia di Valpiana, di cui oggi non esiste più traccia.
Hasting entrò e vedendo l'altare coperto da una bianca tovaglia pensò che i frati nascondessero preziose suppellettili liturgiche: calici e candelieri e patere d'oro e d'argento. Interrogò i tremebondi fraticelli chiedendo dove custodissero i sacri arredi, e poiché quelli parevano ammutoliti, dette ordine che mettessero in catene l'abate e glie lo conducessero. Quando l'abate gli fu davanti lo minacciò di morte se non avesse esaudito i suoi ordini, ma quello gli rispose che se anche lo avesse ucciso non gli avrebbe consegnato i preziosi calici, patrimonio non suo ma della chiesa. Harald sguainò la spada e lo trafisse. L'abate prima di rendere l'anima a Dio con un filo di voce disse: "Anche se in vita sarai ricco d'oro e di potere, infine subirai una morte ignobile. E anche morto navigherai senza pace, maledetto dagli innocenti che hai ucciso. Solcherai i mari infelice, tu e i tuoi uomini eternamente tormentati. Un giorno tornerai qui in spirito a cercare perdono e pace".
Hasting sentendo quella profezia lanciatagli dall'abate moribondo accecato dall'ira fece trucidare tutti gli altri frati vecchi e novizi, saccheggiò quanto c'era di valore, poi dette ordine di distruggere tutto, di frantumare il pavimento e abbattere il tetto così da scoperchiare la chiesa.
Settecento anni dopo l'abbazia era ridotta pressappoco alle condizioni di un relitto. Il cielo faceva da soffitto alla navata e le finestre apparivano vuote occhiaie di un teschio. Al posto del pavimento magnificamente lavorato a intarsio v'era un tappeto d'erba, e il grande portale d'ingresso era privo dei pesanti battenti scolpiti, così che pecore e cavalli potevano entrare a pascolarvi. Ancor più straordinario era un grande albero, un olmo, cresciuto al centro della navata erbosa.
Il 24 di un freddo dicembre, a mezzanotte si udirono fin da molto lontano i rintocchi di una campana, un suono davvero enigmatico poiché nessuna chiesa esisteva nel raggio di molte miglia e il rudere dell'antica abbazia non aveva un campanile integro che accogliesse una campana. I rari abitanti della regione si chiesero assai stupiti da dove venisse quell'effetto sonoro, e si incamminarono verso il luogo da cui pareva provenissero i rintocchi per farsi un'idea del mistero.
Aveva nevicato, ma il buio era un poco attutito dalla lieve luminosità che si diffondeva dal manto nevoso sui pascoli e sugli alberi. Giunti al margine della valle videro un incredibile, straordinario spettacolo.
Un chiarore di candele illuminava la navata senza tetto e sull'altare che pareva essere riapparso dal nulla officiava il vescovo Gaudenzio, assistito dall'abate Bertrando; i frati avevano formato due ali a destra e a sinistra dell'altare, e avevano intonato l'Introibo ad altare Dei, e subito un organo invisibile e potente aveva preso a suonare un Gloria sublime.
Poi gli esterrefatti testimoni: due ricchi proprietari terrieri dei dintorni esercitati a non farsi confondere, e alcuni uomini che al contrario erano gente semplice, contadini e taglialegna, videro entrare nella chiesa diroccata personaggi strani, molto strani. Erano uomini che avevano capelli biondi acconciati in trecce che sortivano da sotto elmi dorati ornati con ali di drago; altri avevano elmi con corna di cervo o di toro, ed erano rivestiti di corazze e di ampi mantelli. Formarono due file di fantasmi che si trascinarono ginocchioni coprendosi con gli scudi così che parevano tartarughe umane. In capo ai due allineamenti Hasting, con i capelli divenuti bianchi e radi, la barba ispida e lunghissima, procedeva verso il vescovo e l'abate e pareva uno scheletro che si lamentava. Più che un macabro orribile corteo, quella teoria di guerrieri pareva una sciagurata processione funebre prostrata e strisciante.
Giunto ai piedi dell'altare, Hasting si rivolse ai due religiosi, e con voce roca e infelice biascicò: Santo vescovo Gaudenzio e tu buon abate Bertrando, abbiate pietà e concedeteci il perdono dopo settecento anni che le nostre anime tormentate navigano senza trovare un luogo a cui approdare. Poi rivolgendosi all'abate: - La tua profezia, Bertrando, si avverò: in vita ebbi potere, onori e ricchezza ma non ebbi mai pace. Peggio ancora fu dopo la morte. Mi trascinai senza requie per tutti i mari e gli oceani del mondo, subimmo le più terribili tempeste che però ci lasciarono indenni. Non potevamo morire, essendo già morti. Liberaci dalla maledizione perché abbiamo pagato ampiamente il sangue che versammo, dacci pace e lasciaci raggiungere un porto sicuro. Io e i miei guerrieri imploriamo il perdono.-
L'organo a quel punto coprì le parole con un suono più potente di un tuono, i due sacerdoti stesero le mani sul capo di Hasting. Nella cattedrale all'istante si formò una nebbia dorata che assorbì quelle figure e le affievolì e confuse alla vista, l'organo che aveva intonato una musica tenue e soave da quel momento divenne sempre più potente, poi di colpo si azzittì, in un attimo si fece buio pesto e tutto sparì.



papa


Ma un ultimo prodigio rimase visibile fin verso l'alba: Il vecchio olmo al centro della navata, con i suoi rami spogli perché si era in pieno inverno era divenuto incredibilmente sfolgorante, pareva scintillante e splendente. Quella fu la notte di Natale del 1560.

NOTA
Probabilmente furono i greci a dedicare alla dea Selene l'approdo a nord del Tirreno che utilizzavano per i loro commerci. Più tardi i romani lo consacrarono a Diana lucifera che il popolo chiamava Lunae, e la città cresciuta vicina al porto prese il nome di Luna. Sempre i romani la ampliarono molto e la arricchirono di monumenti utilizzando largamente il marmo delle Alpi Apuane assai vicine, facendone una splendida città. Nell'anno 860 Luni venne saccheggiata, il vescovo ucciso e la città quasi completamente distrutta dai Vichinghi condotti dal re Hasting. Un'antica leggenda racconta che avrebbero saccheggiato Luni per errore: la magnificenza e la ricchezza della città li persuase che avevano raggiunto Roma, vera meta della loro calata di conquista dal lontano nord e si dettero alla spoliazione e al massacro. Di Luni, vicino a Sarzana, tra Toscana e Liguria, oggi è possibile visitare il sito archeologico che è sede di un museo assai interessante.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2013



 
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