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VENTO, NEBBIA, INQUIETUDINE

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A volte capita che un’inezia, una frase colta al volo in autobus, vi torni in mente e cominci a lievitare tanto da trasformarsi in una preoccupazione. Altre volte invece potrà ispirarvi qualcosa di nuovo che non avevate mai pensato e che magari realizzerete e che vi darà soddisfazione.
Di queste fugaci annotazioni mentali in genere vorremmo sbarazzarci e sarebbe facile se fossero registrate su un taccuino: strapperemmo quelle pagine e le getteremmo via. Ma allontanarle dalla mente è più difficile, sebbene, come ho detto, a volte possono portare cambiamenti o soluzioni soddisfacenti e inaspettate.    continua...

A me è capitato, facendo colazione, che mi tornasse in mente una frase buttata là da G. qualche tempo addietro, e quel ricordo mi ha contrariato. Aveva detto: “Cosa ti piacerebbe fare dopo morto, dato che potrai attraversare mura straordinariamente spesse o arrivare al centro della Terra o spostarti nel passato tanto da poter incontrare il faraone Tutankhamon e andare ancora più indietro nel tempo ?“.
Questa è una delle assurdità di G. che si diverte a volte con bizzarre inchieste. Gli piace studiare le reazioni alle sue uscite, dato che le risposte provocate in genere sono altrettanto singolari.
“Cosa ti piacerebbe fare dopo morto …” Si può chiedere una cosa più stupida ? Che cosa ne sa G. dell’Altro mondo. Che ne sa di quello che potrebbe piacere ad uno spirito ancora inesperto, recente ospite dell’Aldilà? A mio parere occorrono molti secoli per adattarsi a quella nuova condizione di anima tenue, in grado di attraversare l’Everest da una parte all’altra, invece di scalarlo, e anche a provarci gusto.
Ammesso che esisteremo ancora come spiriti coscienti, dopo aver abbandonato il corpo, la casa e la Terra, che cosa potrà interessarci delle vicende di questo mondo ? Nulla, penso io.
“Cosa ti piacerebbe fare dopo morto …” Preso alla sprovvista risposi in maniera altrettanto imprevedibile.
Dissi: - Vorrei entrare in un quadro –
G. rimase perplesso.
– Che quadro ? – chiese.
Ne nacque una discussione, perché lui affermava che le mie scelte non erano meditate, erano solo intenzioni superficiali. Avevo proposto varie opere e regolarmente ognuna sollevava critiche e disapprovazioni. Era una conversazione impossibile, e ad un certo punto irritato gli voltai le spalle.

Misi giù la tazza e sbocconcellai una tartina alla marmellata d’arance amare, concentrandomi su quel consolante gusto. Incredibilmente mi portò questa riflessione: “Ammesso e non concesso che la curiosa avventura suggerita da G. possa avere un senso, perché dovrebbe piacermi tornare quaggiù e coinvolgermi in un’esperienza terrena ? Se sarò in una condizione di beatitudine spirituale ben lontano da pensieri umani non tornerei davvero in questo mondo, per nessuna ragione. “
Vari poeti si sono dedicati a trasferimenti di questo tipo prima della loro vera dipartita. Dante seppe mescolare sentimenti terreni con ideali ultraterreni in modo eccellente, ma viveva in un’epoca in cui i poeti erano ascoltati e lui era sorretto da un’immaginazione e da una potenza irraggiungibili. Fece arte eccelsa raccontando il viaggio nell’Aldilà da cui era tornato “a riveder le stelle”. Se ci provassi io, arriverei a descrivere il resoconto di un viaggio insignificante.
Però la mia reazione: “Vorrei entrare in un quadro”, niente affatto ponderata, aveva una sua attraente logica.
Se davvero fosse possibile oltrepassare la patina dei colori per accedere al paesaggio ideato dal pittore, in quale quadro mi piacerebbe entrare?
Feci una veloce rassegna dei capolavori che ho sempre amato, e idealmente visitai un’immensa galleria: Baschenis, Caravaggio, Giorgione, Leonardo, Van Gogh, Durer, Ghirlandaio, Botticelli e i tanti altri splendori che si presentavano senza alcun ordine di soggetto, di epoca, di stile. Fatalmente, però, tornava a ripresentarsi nitido ed emozionante il dipinto di Caspar David Friedrich, “Viandante su un mare di nebbia” (1)
Se andremo nella “eternità”, il tempo, le dimensioni, insomma tutto ciò che in questo mondo giudichiamo essere la “realtà” dovrebbero scomparire, dunque entrerò nel quadro non appena Friedrich avrà dato l’ultimo tocco al suo dipinto nel 1818. Non esistendo più il vincolo di “appartenere” ad un’epoca, Settecento, Ottocento o Duemila non faranno differenza e potrò ritrovarmi facilmente nel 1818 . Ma se per stare accanto al pittore dovessi traslocare nell’aldilà, questa condizione al momento attuale mi risulta poco desiderabile.
È vero invece che nel quadro posso entrarci adesso, proprio adesso che sono vivente, perché lo spirito me lo permette, e perché un’emozione forte mi conduce nel cuore del dipinto. Ho una completa sintonia con quest’opera di Friedrich sebbene non l’abbia mai vista dove sta esposta ma l’abbia conosciuta soltanto grazie a riproduzioni che ogni volta sembrano purtroppo un po' diverse, una più tendente all’azzurro, un’altra più al grigio.

(fig.1) C.D. Friedrich. Viandante sul mare di nebbia


Brevissima pausa per un’altra tazza di tè.

C’è molto vento, freddo e nuvole.
La nebbia indugia giù nelle valli. Quassù, a duemila metri, sono le nubi che spinte da raffiche di vento improvvisamente avvolgono l’escursionista in un freddo velario e in un attimo offuscano e nascondono il panorama. Conosco benissimo quest’ambiente, perché l’ho tanto amato e frequentato negli anni in cui arrampicarmi era facile.
Sono giunto poco dopo che Friedrich ha immortalato per sempre quell’uomo in piedi sul margine della roccia, silhouette nitida contro il cielo e la nebbia. In questo momento tutto attorno l’aria è tersa e lo sguardo può spaziare lontano. Ritrovarmi in questo ambiente tanto abituale non mi emoziona troppo. Mi fa dire che sono soddisfatto dell’ascensione e che provare stanchezza è ragionevole. Friedrich non ha notato la piccola chiazza bianca in basso a destra, è un foglio più volte ripiegato che l’uomo, traendo il fazzoletto da una tasca, ha inavvertitamente fatto cadere, e il vento ha subito trascinato via. L’uomo è vestito di una redingote verde, abbigliamento poco adatto per un’escursione in montagna, ma forse non aveva progettato questa ascensione. Probabilmente è salito quassù spinto da una emozione eccezionale ma è stata una imprudenza non farsi accompagnare da una guida alpina. Ho raccolto il foglio con l’intenzione di restituirlo all’uomo in piedi sulla sommità e ho gridato: - Signore, ehi, signore, ha perduto qualcosa -.
Non si è girato, sicuramente il vento ha disperso la mia voce, o forse quel signore era talmente assorto nei suoi pensieri che non ha udito.
Il foglio ruzzolando tra le rocce umide si è bagnato ed è andato ad impigliarsi in un rododendro. L’ho raccolto cautamente per non stracciarlo e l’ho messo in tasca. Dovevo fare poco più di un centinaio di metri per raggiungere quel signore tutto assorto, ed era inutile gridare ancora, glie lo avrei consegnato tra un momento.

(fig. 2) Viandante sul mare di nebbia”. Studio


Accadde invece che un cumulo di nuvole spinto dal vento si addensò rapidamente impedendo la visuale. Dovetti badare a non smarrire la direzione e fare molta attenzione a dove mettere i piedi per non precipitare. Ci vollero ben più di una diecina di minuti per raggiungere la cima, e quando vi giunsi quel gentiluomo non era più là. Non capii da quale parte fosse passato, forse conosceva un'altra via per scendere. Gridai ancora, ma rispose solo l’ululare del vento.

Un paio d’ore più tardi ero seduto davanti ad una birra fresca e tonificante nella Gasthaus del paese ai piedi della montagna. Mi ricordai del foglio e lo trassi dalla tasca dove si era asciugato al calore del corpo, ma era divenuto un grumo impossibile da distendere. Provai a districarlo pian piano, e a spianarlo, ma le piegature del foglio si erano incollate e malgrado l’estrema attenzione si separarono stracciandosi e cancellando lo scritto, molto sbiadito perché vergato a matita. A fatica lessi: “ Mia adorata Arianna … l’animo mio è più buio della notte … soffro crudelmente la nostra separazione e sapendovi oramai lontana … tutto mi appare grigio, inutile, e nulla di ciò che mi circonda ha più valore … sento d’aver smarrito la ragione … tutto mi disgusta e mi pare di essere già avvolto dall’ombra della morte … che possa rivedervi ancora un giorno lontano non lo spero più … Quando lessi nei vostri occhi che mi amavate, fui l’uomo più felice della Terra … l’esultanza eruppe nel profondo del mio cuore … tutto è ormai finito ... nessuna potrà colmare questo vuoto inesorabile … la vita non ha più senso per me. Il mio ultimo respiro con tutta la tenerezza dell'amore sarà per voi …”
Impossibile leggere il resto. Ma quelle poche righe che ero riuscito a decifrare mi suscitarono un’acuta inquietudine. Tuttavia non volevo allarmare inutilmente il tranquillo villaggio. Chiesi all’oste se aveva ospitato per la notte un signore con una redingote verde e se lo aveva visto andare su per la montagna.
Rispose di no, ma che poteva essere arrivato con la corriera della mattina, avrei dovuto chiedere al vetturino.
Proprio allora stava partendo la corriera del pomeriggio. Lasciai scivolare in terra il foglio sgualcito. - Se quel signore non riapparirà, chi raccoglierà la carta leggerà quelle scarne parole e avrà un buon motivo per intraprendere delle ricerche sul versante opposto della montagna – Mi dissi.
Nei giorni successivi lessi i giornali, ma non apparve nessuna notizia che mi togliesse ogni dubbio. Non sono tornato mai più in quella regione durante questa esistenza, ma quel quadro continua a comunicarmi una sottile inquietudine.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2012


NOTE



(1) “Viandante sul mare di nebbia” è una famosa opera di Caspar David Friedrich del 1818, dipinta su tela con colori ad olio. Attualmente si trova nella Hamburger Kunsthalle, museo di Amburgo
Il protagonista del quadro, in piedi su un rilievo roccioso, si staglia contro lo sfondo e volge la schiena allo spettatore. Pare che stia ammirando il panorama appoggiandosi ad un bastone da passeggio. Veste un soprabito verde scuro ed essendo a capo scoperto ha i capelli scompigliati dal vento, Le valli sottostanti sono coperte dalla nebbia, e da questa particolarità trae il titolo l'opera.
Questo quadro è considerato una perfetta enunciazione del romanticismo nel linguaggio di Friedrich.
Lo spirito della natura si rivela ad ognuno in un modo diverso, perciò nessuno può obbligare gli altri a stimare la propria teoria e le proprie regole come leggi indiscutibili e infallibili ( C. D. F.)

 
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