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UOVA FATALI - L’EMANAZIONISMO













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Attraversò l’Arno a ponte alle Grazie; in via Verdi c’era una buona pasticceria, comperò un plumcake e telefonò: - Zia, vengo a prendere un tè, debbo parlarti, tra mezz’ora sono da te -. continua...

Camminò senza fretta per via Ghibellina, perso dietro quella folgorazione che gli era sopraggiunta e cercò le parole più adatte per esporla con facilità. Così raggiunse piazza Beccaria quasi senza vederla. Zia Assia abitava là vicino in una villetta stile umbertino, ma Diego, prima di giungere a destinazione si fermò al vecchio forno Giglio, famoso per la schiacciata fiorentina, ne comperò un bel pezzo e lo mangiò senza indugio. Questione di stile. Voleva mostrarsi alla zia, difficile e raffinata, inappetente e cagionevole per via dell’inquietudine intellettualistica che lo divorava. Insomma non voleva mostrarsi avido dei morbidi biscotti alle mandorle che certamente avrebbe trovato sul tavolino da tè, anche se era impossibile che fossero più di cinque o sei. La frugalità di sua zia era nota, e quei tè pomeridiani erano molto eleganti ma molto esili, decisamente scarsi di sostanziosi pasticcini. Per questa ragione Diego aveva ritenuto conveniente premunirsi, e adesso, seduto davanti a lei che l’osservava e lo conosceva troppo bene per ingannarla, forse avrebbe potuto recitare uno scarso interesse per il prosaico cibo.
La fragile ma energica signora, sebbene fosse vicina a compiere gli ottanta, non era diversa dal solito: molto vivace, la sua armoniosa empatia verso chiunque l’avvicinava era sempre, senza eccezione la stessa. Però il suo comportamento amabile e cortese, i modi soavi intessuti di piacevole ironia non ingannavano chi la conosceva bene, e Diego sapeva quanto fosse esigente.
Era impossibile non amarla e infatti era universalmente amata, ma altrettanto criticata perché sotto l’aspetto esile si celava un’orditura d’acciaio che le asprezze della vita avevano temprato. Aveva un’ottima cultura umanistica, privilegiava soprattutto la musica, ed era mirabilmente disposta alla generosità, ma era anche assai esigente. Aveva aiutato dei giovani pianisti a emergere, e quelli l’avevano ripagata coi loro successi rendendola felice, anche se indubbiamente l’avevano mal sopportata.
Il suo bisnonno era francese e si era stabilito in Russia nell’Ottocento, ma nel Novecentoventidue, all’affermarsi della rivoluzione bolscevica lei e sua madre erano fuggite da San Pietroburgo e per qualche ragione erano venute in Italia fermandosi a Trieste. A Trieste zia Assia conobbe lo zio Giorgio, che lei continuò a chiamare George finché visse, e si amarono a prima vista. Dopo il matrimonio si trasferirono a Parigi ma quasi subito traslocarono ancora una volta e si stabilirono a Bruxelles. George, che aveva messo su un laboratorio di valigeria di alta qualità, fece fortuna. Sventuratamente però fu colpito dalla tubercolosi e volle tornare a Firenze. Assia era stata un’eccellente pianista e pareva che dovesse intraprendere una carriera luminosa, ma una volta uscita dalla Russia sentì che le avevano tagliato le ali e rinunciò per sempre a suonare in pubblico. Non in privato però, tanto che anche nel periodo più sventurato e indigente della sua vita si portò dietro il pianoforte in ogni spostamento, e su quello non mancava mai un vaso con delle rose o delle camelie. Piuttosto saltava il pranzo ma i fiori non dovevano mancare. Non avevano avuto figli, perciò supplì all’esigenza di maternità dedicandosi a Diego. E Diego così amato corrispose affezionandosi a lei tanto da considerarla la sua unica amica fidata. L’unica persona che lo comprendeva.
Aprì lei stessa, e Diego la salutò allegramente: - Bonsoir madame, vous etes vraiment une charmante vieille noble dame -. Lei gli rispose con un sorriso di gioia.
Il tavolinetto era apparecchiato vicino alla finestra con l’usuale eleganza, Diego guardò le sottili tazze Vecchio Ginori e un insieme di sensazioni contrastanti gli salì dal profondo della memoria. Naturalmente c’era la piccola lattiera, le fettine di limone, i biscotti, e a fianco la conchiglia di porcellana con la composta di prugne.
La zia gli versò il tè, gli porse un tovagliolino ricamato e gli chiese quietamente perché aveva così tanta urgenza di parlarle.
Diego rimase con un biscotto a mezz’aria, perplesso, perché non sapeva da dove cominciare.
Si decise: - Un albero, zia, un albero mi ha mostrato la strada -.
- Un albero ? – la zia lo guardò e sorrise illuminandosi tutta con quell’espressione che a volte era difficile capire se fosse di entusiastica eccitazione, di partecipazione, o di sottile ironia – O sì! I cari alberi, i magnifici alberi parlano a chi sa ascoltarli. Tu sei un artista e sono sicura che … -
- No. Aspetta un momento, zia. Debbo spiegarti. Quello non era un albero vivo, era un albero morto. -
Zia Assia lo guardò da dietro la tazza che aveva portato alle labbra e Diego colse un lampo canzonatorio ma accattivante in quei suoi occhi grigi: - Sì, un albero morto è tutta un’altra cosa, dimmi che cosa hai visto in quell’albero -.
Diego ingoiò due biscotti uno dietro l’altro e bevve il tè tutto d’un fiato. A quel punto si sentì più sicuro, incline a raccontare la sua idea senza badare al rischio che la zia lo considerasse un folle squinternato, uno con la mente turbata .
Zia Assia lo stette a sentire nello stesso modo in cui vent’anni prima lo ascoltava sillabare il suo primo libro di lettura. Un po’ chinata in avanti, con le belle mani che pareva muovessero l’uncinetto meccanicamente, lei non guardava il filo che componeva il merletto, ma fissava il vuoto ascoltando Diego.
Quando l’artista dopo venti minuti di faticosa riflessione finì di spiegarsi e cominciava a ripetere concetti già espressi, lei lo interruppe.
- Diego, mi sembra una magnifica idea - .
Zia Assia era molto cara ma come tante persone perspicaci e dinamiche non aveva il dono della pazienza. Una volta afferrato il concetto procedeva a considerane la possibile realizzazione oppure passava alla sua confutazione.
- Diego, hai perso un sacco di tempo in sperimentazioni sterili. Questa è una buona idea, ma richiede sacrificio: devi lavorarci sopra con assoluto raccoglimento ignorando ogni altra tentazione. Sapresti rinchiuderti nel tuo studio dimenticando amici e ragazze e per alcuni mesi lavorare con impegno assoluto, dipingendo e soltanto dipingendo ? –
Diego piuttosto perplesso disse : - Potrei provare -
Zia Assia rimase a guardarlo pensosa per un poco, mentre Diego imbronciato non trovava le parole per descrivere come aveva concepito la realizzazione dell’idea che gli era apparsa abbastanza delineata, e tanto meno ora avrebbe saputo vederla nuovamente nello stesso modo.
Fu zia Assia a parlare prima che Diego tentasse una spiegazione.
- Mio caro, so cosa devi fare. C’è un posto meraviglioso che ti aiuterà assolutamente a trovare la realizzazione dell’idea, ti soddisferà pienamente. Dovrai cercarvi un locale adatto a farci uno studio e poi là ti rinchiuderai a lavorare alcune ora la mattina e qualche ora nel pomeriggio. Per il resto del tempo farai splendide passeggiate nei boschi e le idee ti fioriranno nella testa. –
Diego la guardò dubbioso. Conosceva molto bene le rielaborazioni largamente fantasiose e stranamente romantico-goticheggianti della zia. Rielaborazioni che esaltavano i ricordi idealizzandoli, e trasformavano luoghi e situazioni che l’avevano profondamente colpita.
Lei continuò: – Conosco un posto delizioso, un posto fantastico, sta a meno di duecento chilometri da qui andando verso Roma ed è tra i boschi. Potrà certamente ricordarti quel famoso quadro di Caspar Friedrich: “Abbazia nel querceto”. Solo che in questo piccolo paese l’abbazia non è in rovina; è integra e bellissima, circondata dalle casette dei pochi abitanti. Io la vidi in inverno e la facciata dell’abbazia gotica slanciata verso il cielo è ancora nei miei occhi come un’immagine di sogno: silenziosa, severa, ti spinge a elevare una preghiera a Dio … -
Diego già stanco la interruppe: - Come si chiama questo posto zia ? –
- San Martino al Cimino. Dovresti andare subito là e cercare un locale da affittare per un anno e che sia conveniente per impiantarci il tuo studio –
- Va bene. Ti prometto che ci andrò – .
Non dovette passare molto tempo perché Diego si accorgesse che la zia aveva ragione. Aveva preso a lavorare con fervore nel suo studio di Firenze e aveva iniziato con degli esperimenti cercando di ritrovare l’immagine che per un momento aveva percepito così nitidamente. Fece tentativi su dei cartoni per ricreare e mostrare quella sensazione che aveva avuto, tentativi di riproporre con i colori quella specie di fenomeno ottico o mentale.



Accadeva però che le continue visite di amici e amiche lo intralciassero. Le loro irruzioni, le loro domande, le loro battute, certamente le loro sciocchezze gli facevano perdere un sacco di tempo, lo distraevano, gli insinuavano nella testa incertezze e dubbi. E malgrado ne ridesse e le considerasse idiozie di sprovveduti, ne rimaneva disturbato, infastidito. Quelle visite erano solo intralci che invece di offrirgli una spinta lo ostacolavano. Il consiglio di zia Assia era valido, lo comprese bene. Una domenica se ne andò a vedere il posto che lei gli aveva magnificato.
Come aveva previsto, la descrizione di zia Assia era una formidabile reinterpretazione. Una magnifica fantasia. Ma sebbene non fosse così affascinante come il rudere nel quadro di Friedrich, questa abbazia era ugualmente molto bella. Quando si trovò di fronte alla facciata gotica la osservò a lungo godendola pienamente, pur deprecando i due campanili posti ai suoi lati nel Seicento. E poi si mise a cercare il locale da prendere in affitto.
Ci volle qualche tempo per impiantare lo studio ma poi, collocataci una bella stufa di ghisa, ci si trasferì con soddisfazione e a fine gennaio cominciò col fare un bilancio di quanto aveva elaborato nel breve arco di tempo in cui aveva riflettuto e provato a Firenze. Tutto ciò che aveva concepito e che si era prefisso di realizzare in forma figurativa doveva essere sottoposto al filtro della critica più rigorosa e severa. Si rese conto che aveva sperimentato in modo sbrigativo, indubbiamente per approssimazione. Di quelle ricerche ed elaborazioni con cui aveva messo se stesso alla prova, si chiese che cosa poteva conservare e che cosa doveva scartare. Riprese dunque a lavorare sugli studi che gli parvero più vicini all’idea originaria

Caspar D. Friedrich “Abbazia nel querceto”


Ma non ci si può aspettare che un ragazzo di venticinque anni rimanga sulla cima di una montagna a fare l’eremita per più di un mese, e infatti Diego resistette poche settimane e poi tornò a Firenze.
Oltre al peso della solitudine gli gravava sull’anima il sospetto di aver perso quell’intuizione che in un primo tempo gli pareva di aver afferrato. Ogni cosa su cui si applicava non riusciva a soddisfarlo, sentiva di nuovo quel vuoto angoscioso che spegneva ogni entusiasmo e l’impossibilità di raggiungere lo slancio creativo sospirato.
Dopo il suo ritorno a Firenze non risolse nulla, non fece alcun passo avanti. Lo prese un’irrequietezza terribile, tanto che non trovava un po’ di tranquillità in nessun modo fino a che Simonetta si decise a passare una settimana di vacanza con lui al Cimino.
Simonetta, a suo parere, era la più intelligente tra tutti i suoi amici ed amiche. Si chiese onestamente se questa opinione gli era sorta perché lei gli dimostrava ammirazione, ma convenne con se stesso che aveva stima di quella ragazza soprattutto per la sua preparazione ed il suo buon senso. Simonetta, benché fosse giovane, aveva approfondito ambiti che la interessavano profondamente, come la psicologia di Jung. E in quel periodo così difficile lei gli risultò indispensabile: oltre a dargli fiducia e ad incoraggiarlo a dispetto degli insuccessi, cercava di dare un ordine alle idee dell’artista confuso e di organizzarle concettualmente. Parlarono molto di filosofia e psicologia. Simonetta si era laureata con una tesi su Plotino e alla fine della vacanza, quando lei inevitabilmente dovette ritornare a Firenze, Diego era riuscito a mettere a punto la teoria che per tutti quei mesi aveva perseguito più che altro inconsciamente senza mai riuscire però a darle una forma definitiva.
La chiamò “Emanazionismo” e ne fu molto soddisfatto.



Dunque oltre l’astrattismo, il surrealismo, l’espressionismo, e via dicendo, ora c’era anche l’Emanazionismo. Ma cos’era questo “Emanazionismo”? Riassumendo in maniera molto succinta la teoria ideata, questa voleva dare prova di come un artista potesse mostrare un fenomeno inavvertibile attinente l’uomo e gli altri viventi. L’uomo emana onde di energia che gli strumenti scientifici attuali possono evidenziare in minima parte e che dunque gli sono invisibili, tranne per esempio in certi casi di estasi o di patologia, come l’Aura dei sofferenti di emicrania che vedono cerchi luminosi o linee serpeggianti e fiammeggianti colorate di rosso, giallo, blu, verde. Attraverso la propria sensibilità ai colori però un artista può intuire queste irradiazioni e suggerirne la presenza, dando di esse un’evidenza valida a livello estetico.
Così come i pittori medievali circondavano con l’aureola la testa dei santi considerati eroi della spiritualità: - le loro teste “emanavano luce spirituale” energia sovrumana -, o inventavano dei simulacri di arcobaleno perché non avevano adeguate cognizioni di fisica della luce e non potevano riprodurre l’iride quale si presenta realmente, così secondo la sua teoria i pittori moderni sulla base di studi di biochimica e riallacciandosi a teorie orientali possono riuscire a dare un’idea di queste radiazioni.



Quando Simonetta promise che sarebbe tornata per un weekend ai primi di marzo Diego riprese a lavorare con fervore.
Gli era venuta un’idea. Ripensando all’albero morto che aveva visto come maschera di quello che era stato l’albero vivo, si chiese se in ultima analisi i busti in marmo, le sculture in ogni angolo della Terra fossero un po’ le scorze, cioè le maschere durature dell’uomo, e si mise a lavorare su foto di sculture.
Studiò molti volti, scelse quelli del David di Michelangelo e della santa Teresa del Bernini e le intense espressioni delle sculture di Guido Mazzoni. Immaginò che i volti di quelle persone, in vita, avrebbero emanato i colori delle radiazioni così come le intuiva, e che avrebbe potuto dipingere.
In poco tempo allestì una ventina di tele che lo soddisfecero.



Un giovedì tornando da una lunga passeggiata vide davanti all’abbazia un gruppo di turisti che ne stava ammirando la facciata e si disponevano a entrare nella chiesa. Passando vicino alla comitiva uno di essi attrasse la sua attenzione: aveva un grosso naso aquilino ed una strana calvizie che pareva la tonsura di un frate. Diego proseguì per la sua strada inspiegabilmente innervosito, ma pensò che ciò forse era dovuto al tempo: il cielo nuvoloso, il vento, l’aria pesante gli gravavano addosso e preannunciavano un temporale, effettivamente aveva mal di capo.
Aprì lo studio e lasciò spalancate sia le grandi imposte della porta, sia la vetrata che fungeva da finestra e da ingresso dalla strada. Voleva dare aria allo studio saturo delle esalazioni dei solventi che usava per dipingere.
Mentre rassettava l’ambiente che aveva lasciato in gran disordine, e raccoglieva del materiale caduto in terra, inaspettatamente una voce alle sue spalle chiese permesso: - Pardon, excusez moi, peut on entrer ? – e in un buon italiano ripeté: - Bonsoir, posso entrare ? Ho visto dalla strada questi bellissimi quadri e desidererei ammirarli da più vicino -.
Diego si girò e vide sulla porta il turista che aveva notato poco prima nel gruppo di visitatori, il quale senza aspettare il suo assenso entrò con risoluta prontezza.
Una vampata di rabbia peggiorò il mal di capo di Diego: anche se quell’uomo non era l’esperto d’arte che casualmente aveva conosciuto a Venezia però aveva qualcosa di indefinibilmente strano, una certa somiglianza con quel misterioso enigmatico ammiratore dei suoi disegni, se non altro per quella particolare calvizie, per le lunghe fedine, per le folte sopracciglia. E poi accadde qualcosa che spaventò Diego e lo fece infuriare. L’uomo sulla soglia pareva una silhouette scura contro la luce del giorno, non se ne distinguevano nitidamente i tratti del viso, ma appena entrato nel locale Diego poté vederlo bene, i loro occhi si incrociarono e Diego avvertì un improvviso senso di panico. Appoggiò la mano sulla stufa che seppure spenta era rimasta molto calda, e la scottatura lo riportò in sé. In preda ad un nervosismo incomprensibile che si spiegò solo con l’ambigua intrusione nel suo studio, domandò in un francese incerto: - Qu’est ce que vous voulez? e subito dopo ripeté sgarbatamente in italiano – Che volete ? –
L’uomo che stava scrutando attentamente una tela non rispose, ma si volse tranquillamente verso Diego con un sorriso sarcastico: - Mi sembrano ottimi questi lavori, ma le dirò che preferisco i cartoni, voglio dire i bozzetti, che sono più spontanei, più sicuri, sembrano carichi di significato, e appaiono felicemente intuiti. Queste tele invece sono dei faticosi tentativi e la si capisce bene la fatica che ha fatto a dipingerle. Ecco, potrebbero migliorare, se posso darle un suggerimento . –
A Diego parve che quella voce l’avesse già intesa e quando il visitatore proseguì parlando con sussiego: - Mi meraviglio che in questo luogo che pare immerso nello spirito dell’antico gotico lei dipinga a olio, forse i suoi lavori verrebbero più efficaci se lei usasse le tempere. L’antica tempera all’uovo per esempio può essere un mezzo di espressione magnifico -.
Sul momento Diego non rispose nulla, ma meccanicamente volse gli occhi alla mensola dove teneva qualche bottiglia di vino e miele noci biscotti. Tra altre ghiottonerie vi era posato un cestino con delle uova.

C’è qualcosa da dire su questo cestino. Dal giorno disastroso in cui le uova lo avevano quasi avvelenato non le poteva soffrire, ne aveva una repulsione acuta, ma dopo essersi installato a San Martino accadde che un’anziana donna del paese lo aveva preso a ben volere, e vedendo il giovanotto tutto solo chiuso per ore in “quel magazzino”, come lei lo chiamava, di tanto in tanto gli portava un paio d’uova delle sue galline. Diego non volendo offenderla le prendeva mostrando viva gratitudine e le metteva nel cestino con l’intenzione di servirsene per dipingere una natura morta.
Ma quando lo sconosciuto turista propose di mettergli a disposizione una ricetta, Diego, quel caro ragazzo tanto ragionevole e pacato, esplose in un attacco d’ira isterica che nessuno avrebbe potuto prevedere. Urlando: – Uscite di qui, andatevene, sortez tout de suite – cominciò a lanciare uova che sfiorarono ma per fortuna non colpirono il visitatore.
Il turista uscì precipitosamente gridando anch’esso: - Il est fou, il est méchant, il est furieux, quello uomo è pazzo! - e sparì correndo verso la chiesa.
Il momento di follia si esaurì subito e Diego tornò rapidamente in sé, ma questa volta voleva avere dei chiarimenti. Si propose di porgere delle scuse e però di chiedere anche chi fosse quell’individuo. Camminò a passo svelto, ma né dentro, né davanti alla chiesa trovò i turisti. Chiese se li avevano visti, gli dissero che erano saliti sul loro pullman ed erano partiti.
Tornò indietro contrariato, ma entrato nello studio rimase di stucco. Qualche uovo che aveva lanciato era finito sulla tela che il visitatore stava esaminando. Spiaccicandosi, albume e tuorlo avevano creato delle macchie iridescenti eccezionali, magnifiche. Diego non sapeva che pensare, ma sentì che la sua rabbia si era mutata in allegria, e prese a ridere, ridere, ridere

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2012





 
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