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UOVA FATALI















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Certamente il titolo di questo racconto farà pensare all’omonimo romanzo di Bulgakov, ma questa storia non ha nulla a che vedere con quel libro famoso. Qui protagonista è la vitalità ineluttabile di un ideale pittorico, che emerge superando contrarietà, scoraggiamento e malasorte (1) continua...

In un febbraio sul finire degli anni sessanta del Novecento, Venezia riebbe il meglio della sua antica tradizione. Vivacità, fantasia, grazia, raffinatezza, le peculiari eredità storiche della Serenissima risplendettero in quei giorni.
Quel Carnevale fu meraviglioso, e proprio a causa del contrasto era impossibile non accorgersi di un giovanotto che sedeva al caffè Florian in piazza San Marco. In quello straordinario giovedì grasso il giovane non mostrava il minimo buonumore, atteggiamento deplorevole, perché tutti manifestavano vivacità e godevano dell’allegria generale. Osservava cupo la confusione della folla, gli splendidi travestimenti di coloro che avevano la possibilità di abbigliarsi sfarzosamente, e le maschere più modeste che in numero assai maggiore si aggiravano festosamente per la piazza. Le guardava imbronciato ma con irrequieta attenzione e di tanto in tanto sbuffava. Ad un tratto tirò fuori un piccolo album, uno sketch-pad e iniziò a disegnare.
Vestiva un lungo eskimo blu scuro, capelli lunghi e disordinati, scarpe a punta esageratamente lunghe, calzoni col risvolto logoro e sdrucito. Completava la mise con un pendente a forma di tavolozza da pittore che gli luccicava sul petto.
Non voleva essere in maschera ma era come se lo fosse stato. L’evidente aspirazione a qualificarsi “artista proletario” (2) era raggiunta, ma quel ruolo di pittore veniva evidenziato in maniera ingenua e futile.
Al tavolo accanto sedeva un avventore ugualmente degno di nota. L’uomo, di età indefinibile, era calvo ma in un modo particolare, pareva avere la tonsura di un frate. Il viso, estremamente pallido, era incorniciato da lunghe fedine che ne accentuavano la magrezza. Pupille piccole e nerissime nel fondo delle occhiaie infossate parevano voler trafiggere e ipnotizzare le persone su cui si fissavano. Ma a colpire particolarmente era il naso: un naso eccezionalmente adunco, che risaltava su quel volto smunto e che veniva accentuato dai neri folti cespugli delle sopraciglia.
Si girò un poco, quanto bastava per sbirciare, e commentò con entusiasmo: - Splendido, lei ha un magnifico stile. Sono davvero notevoli i suoi disegni. Certamente lei è un predestinato, intendo dire che lei è un vero artista, e potrà raggiungere la fama. Io mi sono occupato d’arte per lungo tempo. – Fece una pausa, studiando il giovanotto – Le garantisco che per la mia galleria di Parigi sono passati nomi prestigiosi. So distinguere alla prima occhiata un’ottima mano da quella di un incompetente. –



Il giovanotto anziché girarsi si chinò sull’album, mostrando un’emozionata concentrazione verso il disegno: pareva a disagio, cercava di apparire indifferente. L’approccio dello sconosciuto lo gratificava, ma gli pareva esagerato, troppo ostentato, falso. Obiettò garbatamente: – Sono semplici schizzi, impressioni da cui trarrò idee per composizioni che intravedo, ma a cui ancora non so dare forma. Tuttavia grazie per l’apprezzamento. –
- Non c’è di che – replicò il vicino. – Sono rimasto sorpreso ed ho voluto manifestarlo. Le dirò anche un’altra cosa, capisco molto bene gli artisti, intuisco le loro possibilità e i loro momenti di ristagno, vale a dire di assenza di idee.
Il giovanotto restò colpito da quest’ultima frase, sembrò arrossire. Lo strano personaggio pareva leggergli nella mente e infatti l’originale signore continuò: – Lei da un pezzo è sprovvisto di idee e non sa più cosa fare. Non riesce a realizzare un buon lavoro e adesso pensa che le maschere possano aiutarlo. Questa sicuramente è un’ottima idea. –
L’uomo dal naso adunco mentre parlava stava valutando la folla, pareva un falco che osserva avidamente i piccioni che normalmente vagolano per la grande piazza.
- Indubbiamente James Ensor deve la sua fama alle maschere – ; poi senza coerenza passò ad un’altra deduzione: – Certamente lei dipinge ad olio, tutti coloro che oggi dipingono usano colori ad olio. Pochi adoperano la tempera e meno ancora i recenti colori acrilici. Naturalmente lei sa di cosa parlo. –
L’intenditore d’arte versò delicatamente della vodka in due bicchieri, vi mescolò del succo d’arancio da una caraffa che aveva sul tavolo e domandò al meditabondo vicino se gradiva brindare alla fortuna e al successo. Senza aspettare risposta gli chiese il nome, gli allungò un bicchiere e scandì: - Diego, prosit -. E tornò a parlare delle maschere: - Tenga presente che nelle società primitive le maschere erano strumenti fondamentali per entrare in contatto con gli spiriti e per impossessarsi della loro forza soprannaturale. Per poter raggiungere quest’assimilazione la maschera doveva avere le fattezze degli esseri prodigiosi con cui entrare in relazione e al tempo stesso doveva nascondere la realtà umana del praticante. Ecco la funzione ingannevole della maschera. Quest’idea o concetto è stato ripreso nel fumetto “The mask” e come vede non è un’originalità. Anche nello strip “The Mask” chi indossa quella maschera ottiene dei poteri che gli permettono azioni eccezionali. Ma dimenticavo che lei non può conoscere quel fumetto –. Pronunciò quella frase come fosse stata una sconsiderata sbadataggine, e continuò. - Nella nostra civiltà e nella situazione presente la maschera invece serve solo a nascondere la propria identità, perché dietro quell'entusiasmante riparo è possibile agire con maggiore disinvoltura, assumendo un'altra personalità al posto della nostra. La maschera permette trasgressioni che non oseremmo a viso scoperto e, garantendo l’anonimato, salva la nostra consueta dignità e onestà. Come lei sa questa contraddizione è stata utilizzata da molti artisti per rivelare le umane ipocrisie –
Con un gesto da docente che non ammette rifiuti, proferì secco:- Permette ?- e afferrò l’album di Diego che, sbigottito, non seppe rifiutarglielo. Poi mentre lo sfogliava si esibì in una difficile lezione sul simbolismo in pittura.
Restituendo l’album al giovanotto che sempre più accigliato e taciturno aveva ripreso a disegnare con fervore, di punto in bianco gli chiese: - Alloggia qui? Intendo dire in città ? –.
– Si. Risiedo al Danieli – rispose Diego con noncuranza, senza voltarsi.
- Strano. A vedervi vestito nel modo in cui siete abbigliato avrei detto che eravate un povero diavolo, e invece vi permettete il più lussuoso hotel di Venezia. Apprezzabile. Davvero interessante. –
- L’abito non fa il monaco –, rispose negligentemente il giovanotto, intento ad osservare la moltitudine delle maschere che si presentavano senza sosta, mutevoli e cangianti come immagini caleidoscopiche.
- Posso chiedervi il mestiere di vostro padre? Perdonate la domanda indiscreta ma l’ottima mano di un artista a volte trae origine e spiegazione da un genitore anch’egli artista o abile artigiano. Ricorderete forse gli inizi di Filippino Lippi o del Tintoretto, o di Hieronymus Bosch o di Alessandro Allori, per citarne solo alcuni tra i tanti.
- Mio padre è un industriale della ceramica. –
- Bene, molto bene. E dove risiede ? –. chiese lo straripante, enigmatico intenditore d’arte, che a quel punto pareva sfacciatamente interessato.
- A Firenze. -
L’uomo dal naso aquilino per un poco sorseggiò il suo drink, meditabondo, poi si volse nuovamente al giovanotto che continuava a disegnare.

J.Ensor - autoritratto tra le maschere


- Ragazzo mio, voi mi piacete, avete del talento, ma presumibilmente state attraversando una fase di esaurimento, vi manca lo slancio e uno spunto da sviluppare. Sono sicuro che questo stato di vuoto, di assenza di idee sia un disagio momentaneo. Il peggior danno viene dall’essere giù di tono, e allora ho deciso di aiutarvi per la parte che concerne l’artista. Per la parte che riguarda l’ardore della gioventù posso anche qui soccorrervi. Andate a trovare mademoiselle Annelise e lei potrà favorirvi molto - Trasse dal portafoglio un biglietto da visita e lo porse a Diego.
- Tra poco vi rivelerò un segreto, ma prima dovrete ascoltarmi.- avvicinò la sua sedia prese qualche sorso dal bicchiere e continuò a bassa voce: - Che Antonello da Messina sia stato il primo artista italiano a dipingere con la tecnica della pittura ad olio probabilmente è solo una tradizione, poiché Cennino Cennini nel suo manuale già fece un accenno all’olio molto tempo prima di Antonello. Comunque sia, è vero che Antonello padroneggiò egregiamente la nuova maniera, così da trarne effetti di morbidezza, accuratezza, qualità e splendore che la tempera non consentiva. La tempera però aveva ed ha altri pregi. Basta guardare l’Angelico o Botticelli, e cito due soli grandi pittori, per rendersene conto. Esistevano varie ricette per preparare le tempere ma la più usata era la tempera all’uovo. Ora io non vi proporrò di allestire i colori come li preparavano i maestri del medioevo; essi passavano intere giornate a macinare e purificare i colori e vi basterebbe il “Libro dell’Arte” di Cennino per acquisire una buona padronanza dei procedimenti. Vi consiglierò invece dove acquistare colori già pronti in polvere, che mescolerete al rosso d’uovo seguendo la ricetta segreta che ora vi offrirò. Prenderete quattro o cinque rossi d’uovo di gallina, li mescolerete a lungo con un poco di latte, poi sempre seguendo le istruzioni ne prenderete una piccola parte che metterete in una tazzina e vi unirete goccia a goccia il contenuto di questa fiala. Tirò fuori da una borsa una minuscola boccettina che porse a Diego, intimandogli di riporla in una tasca perché la luce avrebbe potuto danneggiarla. - Assaggerete il composto, che dovrà sapere di geranio, e quando ne sentirete chiaramente il profumo, verserete la parte nel tutto. Se avrete seguito perfettamente questa procedura, l’amalgama, cioè il collante definitivo, sarà pronto e allora vi applicherete a fare alcune prove. Se però non seguirete alla lettera questo procedimento non otterrete alcun risultato.
A quel punto il giovane imbronciato non poté fare a meno di osservare con attento interesse lo strano signore, ed ebbe un trasalimento. Gli parve che il vicino avesse il viso finto. Non che fosse in maschera, ma quel naso di dimensione esagerata e troppo adunco non gli parve naturale, e anche il pallore di quel volto era fittizio. Forse del cerone gli ricopriva parte del volto. Era davvero un insolito travestimento e Diego ebbe poi modo di riflettere sulla differenza tra una maschera momentanea e rimovibile, e una sostituzione fissa di una parte del corpo. Quel signore dal naso adunco probabilmente aveva un naso finto, ma appiccicato stabilmente, e quella modifica suscitava inquietudine, un oscuro presentimento di minaccia. L’uomo vide lo stupore dell’artista e lo fissò in un modo tale che il giovanotto ebbe un capogiro tanto che gli sembrò di cadere. Solo più tardi concluse che il cocktail del suo vicino era molto forte, o probabilmente il misterioso esperto d’arte era un ipnotizzatore.
Biascicò in trance: - Grazie. Ma se quel liquido funzionerà, come potrò averne dell’altro ? –
- Oh, non vi preoccupate, mi rintraccerete. Ci incontreremo di nuovo senza dubbio –Concluse sogghignando.
- Quanto mi costa questa fiala ? Insomma quanto vi debbo … -
L’uomo dal naso aquilino tagliò corto: - Per ora nulla, in seguito vedremo -
Si alzò risolutamente, esibì un agghiacciante sbilenco sorriso, fece uno strano gesto come se intendesse benedire il giovanotto e se ne andò senza una parola di commiato.
Diego si rese conto che il colloquio era stato fin troppo anomalo, e in sostanza assurdo e invadente. Sia l’uomo, sia tutto ciò che aveva detto gli risultava sgradevole. Ma pur reagendo con stizza all’indesiderato aiuto dovette riconoscere che ne era rimasto colpito. Si era fatto soggiogare più che dal misterioso sconosciuto, di cui neanche conosceva il nome, dall’assicurazione che avrebbe ritrovato una vena creativa e avrebbe raggiunto il successo. Ne era affascinato e turbato, dopotutto quell’uomo aveva dimostrato una vasta cultura nel campo dell’arte.
Però lui era stato uno sciocco, un assoluto ingenuo. Non aveva chiesto chiarimenti imprescindibili, e a quel punto si ritrovava in tasca un’improbabile esplosione di creatività e un problema arduo: un metodo di lavoro nuovo e difficile con la sostanza prodigiosa.
Inquieto, impaziente, timoroso di rischi imprevedibili, tornò a Firenze, si chiuse nello studio, depositò sul tavolo il pacco con le uova, i colori, e finalmente con grande apprensione osservò la fiala. Pensò che il liquido incolore fosse una droga, come la cocaina. Ne fece cadere una sola goccia sull’indice l’annusò e con la punta della lingua sfiorò il dito. Non aveva alcun odore né sapore.
Diego procedette seguendo le istruzioni. Aprì cinque uova, usò solo i tuorli, vi unì pochissimo latte, e seguendo la ricetta, mescolò a lungo. Ne prese una parte aggiunse un poco del liquido della boccetta. Ma l’intruglio non aveva alcun odore. Vi incorporò il resto del liquido e finalmente l’uovo emanò un leggero aroma, anche se non avrebbe saputo dire se si trattava di profumo di geranio, per cui lo assaggiò più e più volte per capire. Era molto buono. Versò con riluttanza nel recipiente più grande ciò che era rimasto nella tazzina: e finalmente ebbe l’amalgama pronto.
Prese due scodelline per colori, in una mescolò il legante con del rosso e nell’altra con del verde. Afferrò un cartone, disegnò velocemente delle maschere e iniziò ad applicarvi i colori.

Una delle prove di Diego


Era passato qualche tempo dall’inizio dell’operazione quando considerò terminata la prova. Si sedette per controllare il lavoro posato sul cavalletto. Diego si sentiva alquanto frastornato ma provava una nuova meravigliosa sensazione. Gli pareva che lo studio fosse inondato di luce. Aveva l’impressione estremamente emozionante che i colori applicati sul cartone aumentassero di tono, si ravvivassero e diventassero splendenti. Anche il disegno delle maschere cambiava, si era trasformato, deformandosi, e nell’alterarsi era divenuto più realistico, più dinamico e assai incisivo. In preda ad una specie di furore creativo mescolò altri colori, disegnò, dipinse lavorò fino a terminare il collante preparato e finì per provare una stanchezza infinita. Si sdraiò su un mucchio di cartoni e si addormentò.
Si risvegliò il giorno dopo. La luce del giorno era già intensa, guardò e comprese.
I tanti bozzetti rapidamente realizzati sui cartoni non avevano più lo smagliante incredibile splendore del giorno prima. Erano normali lavori che a differenza dei quadri a olio mostravano un aspetto vellutato. Ne restò fortemente deluso, ma poi guardandoli quietamente senza emozionarsi, senza aspettarsi un miracolo, riconobbe che in essi c’era qualche novità rispetto alla sua precedente produzione. Essi erano manifestazioni di un sé più capace di esprimersi, più fortemente permeato di energia. Quei bozzetti dichiaravano una rappresentazione delle cose del mondo più approfondita. Gli erano state concesse delle rivelazioni. Il segno lasciato dal carboncino con cui aveva tracciato velocemente i contorni era dinamico, energico. “Bello” disse a se stesso.
Come era stato possibile un mutamento tanto evidente e così consistente delle sue possibilità creative? Come si era verificata una tale metamorfosi ? Non ci mise molto a capire quale processo era avvenuto. Il liquido evidentemente doveva contenere un allucinogeno, forse Mescalina, forse LSD o forse un ipnotico. L’incantatore dal naso adunco aveva programmato la ricetta e sapeva che Diego avrebbe avuto delle visioni.
Si spaventò: non era uno sprovveduto, gli era perfettamente chiaro il pericolo. Se cadeva nel gorgo della droga la sua vita sarebbe diventata un inferno. Conosceva bene i casi di tanti poeti e pittori che si erano affidati alle droghe ma erano finiti malamente, a cominciare da Rimbaud. Però vedendo ciò che aveva prodotto nella condizione mentale breve ma intensa di uomo superdotato, di genio, era fortemente tentato di ripetere l’esperienza. Disgraziatamente la fiala che aveva ricevuto dall’uomo misterioso ormai era vuota, era servita per una sola prova.
Dopo una lunga esitazione, lottando con se stesso si decise, e si recò a Parigi. Si fece condurre all’indirizzo indicato sul biglietto da visita, e si ritrovò in una libreria che allo stesso tempo era una galleria d’arte. Tossì e attese. Suppose che sarebbe venuta ad accoglierlo una gallerista molto bella o una commessa sensuale, magari lasciva, per via di quell’allusione dell’uomo dal naso adunco agli ardori giovanili, ma non aveva immaginato che avrebbe incontrato una dea.
Sembrava che in quell’ambiente stracolmo di libri e di quadri e piccole sculture, non ci fosse nessuno, ma certamente il suo arrivo era stato notato, perché un grande scaffale stipato di libri scivolò silenziosamente come una quinta scorrevole e davanti a Diego comparve una meravigliosa creatura.
Una giovane donna in un insolito abito verde, una lunga tunica di seta in stile orientale, una guaina aderente chiusa al collo ma con lunghi spacchi laterali che lasciava intuire sotto la seta un corpo corredato di splendidi attributi. Di certo era europea, ma con quel vestito, i neri capelli a caschetto e le lunghe sopraciglia dispensava un fascino esotico.
Senza pronunciare una parola Diego le porse il cartoncino. La ragazza disse: – Capisco, attenda un momento - .
Ricomparve poco dopo e disse soltanto - Il tè è pronto. Se vuole accomodarsi potremo parlare tranquillamente -.
Dietro un altro scaffale comparve un salottino assai confortevole, arredato in uno stile che tendeva a evocare l’oriente: luci basse, bassi divani e stuoie, ikebana e un leggero profumo d’incenso; al centro un piccolo tavolo apparecchiato per un sontuoso tè.
Iniziarono una conversazione interessante sull’occultismo: l’argomento venne naturale dato che la libreria era specializzata in astrologia ed esoterismo, e pian piano il piacevole intrattenimento divenne molto confidenziale. Da confidenziale passò ad una fase di piacevolissima intimità e durò fino a sera.
Diego tornò in albergo estasiato, con la fiala per un’ulteriore prova, e soltanto con un piccolo seccante spiacevole inconveniente: un sacco di soldi in meno sul suo conto in banca.
Tornò a chiudersi nel suo studio di Firenze, ma questa volta con suo grande sgomento la sperimentazione fallì. Fu un disastro che dopo un terribile smarrimento gli apparve ripugnante, addirittura insopportabile. Una catastrofe che imputò alla sfortuna.
Era quasi sera, non voleva perdere tempo, perciò si preparò una cena arrangiata con delle uova strapazzate, del pane raffermo e del vino che teneva in studio.
Era inquieto e preparò l’amalgama con ansia, seguendo sempre attentamente le istruzioni. Poi disegnò di getto delle figure che erano interpretazioni di Bruegel e diede i colori con maggior cura della prova precedente.
All’inizio tutto sembrò ripetersi nella stessa emozionante, eccitante maniera e la sensazione di meravigliosa vivezza che acquistavano i colori si ripeté, e si replicarono anche le variazioni nei disegni, tutti fenomeni che lo riempirono di euforia.
Poi velocemente accadde qualcosa di spiacevole, anzi di veramente mostruoso.
Cominciò a sentire malessere allo stomaco e contemporaneamente un forte stordimento. Presto il voltastomaco si tramutò in un’intensa nausea dolorosa e vomitò. La testa gli scoppiava e tutto lo studio pareva gli girasse attorno. Si introdussero nella stanza, perché non riusciva a credere che fossero soltanto nella sua testa, visioni spaventose, orribili. All’inizio sembrò che fossero dei pezzi di carta svolazzanti per lo studio, brandelli di giornali sospinti da una corrente d’aria. Poi queste cartacce si allargarono diventando manifesti e lenzuoli. Su di essi emergeva la faccia dell’uomo dal naso adunco, che non mostrava più un naso ma un vero becco, un orribile rostro da uccello di rapina. Aveva gli occhi rossi e rideva spaventosamente. I lenzuoli parevano stringersi sempre più addosso a Diego, erano bagnati e maleodoranti, zuppi di orina, e aveva la sensazione di soffocare. Vomitò ancora, poi gli parve che i bagliori che lo terrorizzavano venissero dai barattoli e dalle scodelle in cui aveva mescolato i colori e allora afferrò uno scopettone e cominciò a menare gran colpi a quei recipienti infernali.
Non seppe cos’era accaduto fino a quando, vari giorni dopo, lo riaccompagnarono nello studio. La sera del malore era finito al Pronto soccorso, gli avevano praticato una lavanda gastrica e alla fine gli avevano diagnosticato un’intossicazione da uova avariate. Era stata quella cena con uova lasciate da troppo tempo nello studio a intossicarlo. Non aveva pensato che le uova guaste possono dare avvelenamenti esiziali.
Quando rivide lo studio ebbe modo di rendersi conto del danno perpetrato. Ne aveva fatto un campo di battaglia, e dopo lo scontro era ridotto in uno sfacelo: cocci di barattoli e di bottiglie, uova spiaccicate, tele e cartoni sfondati, sedie fracassate. La libreria era sottosopra e i libri sparsi, cornici a pezzi, in terra tubetti schiacciati e polveri colorate sparse da per tutto. Un vero disastro, uno sconvolgimento indicibile che lo sprofondò in una terribile depressione. Tutto il lavoro di mesi e mesi era stato completamente distrutto.
Suo padre, impensierito dallo stravolgimento fisico e mentale in cui era precipitato Diego, tentò di aiutarlo. Il giovanotto era in uno stato di depressione tristissima, e l’idea ossessiva di aver incontrato il demonio in persona e di esserne stato illuso e gabbato lo tormentava così tanto da soffrirne come di una malattia.
Con i disegni e i dipinti che fu possibile recuperare e con vari suoi quadri prestati da amici e altre persone che li possedevano fu possibile allestire una mostra che ebbe una buona riuscita. Diego per un breve periodo si sentì di nuovo piacevolmente contento di sé, ma ripiombò presto nell’inquietudine e nella tristezza.

Era di nuovo inverno, era passato quasi un anno dal fortuito incontro che si era dimostrato tanto fatale per Diego.
Il giovanotto era sempre alla ricerca di una sua particolare originalità. Vale a dire che non trovava una forma che lo distinguesse stilisticamente, che divenisse la “sua” cifra pittorica. Gli mancava l’intuizione geniale da sviluppare, e per questa ragione era sempre in uno stato di inquietudine, imbronciato e depresso.
Un pomeriggio si trovò a camminare dietro San Miniato al Monte per una delle stradine pittoresche del colle, e fu là che ad un certo momento rimase impressionato da un albero dietro un muro. Esattamente non avrebbe saputo dire il perché, ma sentì quell’albero spoglio come una descrizione o una copia di se stesso nel mondo vegetale. Colpito da quest’idea lo guardò meglio e si rese conto che l’albero non era in stato di sonno come gli altri alberi che in inverno perdono le foglie, ma era secco, insomma era un albero morto. Il suo spirito, la sua forza vitale se ne era andata. Rimaneva solo la maschera dell’albero. “La maschera !”.
Ecco cos’era: una maschera. Vide il concetto di maschera in un modo diverso da come l’aveva considerata fino a quel momento.
Di colpo intuì la strada. La maschera “visibile-invisibile” era la chiave, l’innesco che aveva fatto esplodere la creatività che stava in attesa nelle profondità di Diego.
Non poté fare a meno di pensare a Siddharta, aveva letto il romanzo di Hesse che tanto successo aveva tra i giovani a quell’epoca, e adesso era traboccante dell’atmosfera del libro. Nel protagonista pieno di dubbi esistenziali che poi trova nel fiume la rivelazione aveva nitidamente visto se stesso, e ora anche lui si sentiva tormentato dai rimorsi per l’ingenuità del comportamento e per l’errore compiuto.
Ma l’essenza dell’albero, lo spirito dell’albero lo aveva salvato. Il Dharma dell’albero, inteso come spiritualità universale aveva prodotto uno stato di armonia tra Diego e ciò che restava dell’essere vegetale, la struttura fisica. Diego aveva colto il significato dell’albero come maschera. E come dell’albero rimaneva la scorza, così ogni essere umano presentava una scorza assai meno duratura del legno ma assai più mobile e visibile-invisibile. La sua funzione di pittore sarebbe stata quella di esprimere con il disegno e i colori le tante scorze che chiamiamo apparenze e sono appunto visibili-invisibili al tempo stesso; sommari della complessità degli uomini.
Come? Ebbene, aveva già un’idea del modo in cui avrebbe potuto sviluppare questa intuizione, si trattava di lavorarci con totale dedizione.
Una sola persona poteva capirlo: una persona a cui era assai affezionato e benché costei fosse amata da tutta la famiglia ciò malgrado era giudicata un’intellettuale alquanto eccentrica che si era rinchiusa in un castello come una principessa delle favole.
Fece dietrofront e con passo deciso tornò in città, sentiva l’urgenza di parlarle.

fine della prima parte



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2012


NOTE


(1) ho voluto rendere in forma ridotta un racconto che nella prima stesura occupava molte cartelle. Come sapete nel sito (tranne un’eccezione) ho cercato finora di presentare racconti brevi. Questa volta è un po’ più lungo del solito, e perciò apparirà in due parti

(2) “artista proletario” aveva un senso specifico negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Da poco si era chiusa quella pagina sanguinosa che era stata la “rivoluzione culturale cinese” promossa nel 1966 da Mao Zedong, massimo leader al potere in Cina.
In Italia, come in Francia, e negli altri paesi europei, quando, nel 1969, essa si concluse, non si conosceva l’eredità di caos e di sangue che si era lasciata dietro. La rivolta cinese fu vista dai giovani occidentali come una salutare, risolutiva reazione al potere delle "autorità accademiche", e il famoso “Libretto rosso” divenne la bandiera della critica radicale alle posizioni oppressive e repressive della politica borghese italiana e occidentale.
In quel clima anche l’eskimo divenne un indumento simbolo della controcultura, e poiché gli artisti sentivano fortemente l’esigenza di aderire agli affanni rinnovatori degli intellettuali di punta, l’indossarono come un’insegna. Ecco perché Diego, “colpevole” di appartenere ad una classe privilegiata lo vestiva e sentiva l’obbligo di aderire alla rivoluzione se voleva sentirsi un vero artista



 
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