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La teoria di Umberto

settima puntata

UN CURIOSO BAGAGLIO














  
 

In quella fragrante mattina, gradevolissima per il profumo che veniva dal forno, Umberto pensava di godersi placidamente le focaccette al cumino un po' diverse dalle precedenti, Mariella invece andava di fretta perché aveva appuntamento dal parrucchiere. Umberto non si irritò per l'evidente premura di sua moglie, non aveva intenzione di scontrarsi con lei, né di agitarla, tuttavia pensò che il salone dell'affascinante coiffeur, che lei era impaziente di raggiungere, non poteva aprire prima delle otto. Erano le sette e venti e dunque poteva trattenerla ancora una mezzora.
Si rivolse a Mariella con una espressione grave come se dovesse rivelarle una preoccupazione importante: - Voglio chiarirti come tutte le storie che zia Evelina mi ha raccontato più volte, mi abbiano stimolato l'inventiva, e debbo dire che quella mania di frugare, indagare, origliare, benché non fosse ammirevole, molto più tardi ebbe un effetto positivo. Evelina aveva un'attenzione eccessiva per i casi altrui, la debolezza di curiosare non le sembrava una condotta sconveniente, era un vezzo innocente che giustificava sorridendo e mi faceva notare che era un vizio assolutamente comune. Trasmettendomi quella criticabile mania tutto considerato mi fece un buon servizio, perché molto tempo dopo mi fu utile per comprendere certe persone, per descrivere abitudini, ambizioni, ansie, avidità, difetti che infine mostrano tutti. Da adulto potei valutare quanto fossero ingegnose, a volte geniali, le strane, arbitrarie vicende che riusciva a costruire -.
- Intanto per inquadrare nel tempo i luoghi a me cari, e precisare la biografia che andavo componendo, ho ripercorso mentalmente l'abitazione, le strade, i vicoli, le botteghe, i caffè che frequentai quando nonna Bice era ancora in vita. Sono tornato col pensiero, ricordandole perfettamente, nelle stanze dell'appartamento dove vivevano le due sorelle rimaste nubili, e ho avvertito nuovamente la sensazione di un'atmosfera infelice, malinconica, logorata, indimenticabile. Ho creduto di riudire le loro voci, e nelle evanescenze fotografiche che ho ritrovato, ho indagato l'interiorità e l'afflizione di quelle vite tormentate -.
Umberto aveva iniziato a raccontare con calma e nostalgia, esperienze che nell'adolescenza lo avevano aiutato a maturare. Rammentò momenti di felicità e commentò amicizie con personalità insolite, singolari, che aveva incontrato all'università e lo avevano aiutato a comprendere le strane persone che zia Evelina ammirava. L'ambizione di affrontare situazioni difficili, lo costrinsero a un buon tirocinio. I primi viaggi indipendenti, furono prove di adeguamento, conobbe realtà che non aveva mai sperimentato.
Sfortunatamente alle sette e trenta Mariella si alzò dal tavolo e cominciò a comportarsi in un modo tipicamente femminile. Umberto fraintese il suo dinamismo, rimase in silenzio a guardarla mentre ripiegava i tovaglioli, riponeva i barattoli di confetture, chiudeva e poi metteva da parte la scatola dei biscotti, la lattiera, i crostini. Non comprese che agiva meccanicamente per un'innata esigenza di ordine, aveva sopportato quello sgombero come una delle stranezze femminili da accettare con pazienza, ma ne era rimasto irritato come da uno sgarbo, comunque aveva deciso di non reagire e volle lasciare spazio al dialogo. Per lei invece quel riassettare la cucina era un dovere imprescindibile. Doveva lasciare la cucina in ordine prima di uscire.
Umberto prese a lagnarsi senza ragione, perché Mariella non aveva mostrato disinteresse, né aveva fatto commenti spiacevoli. Parlò imbronciato, con la voce rauca: - Ti ho raccontato tanti ricordi e dovresti aver capito, borbottò incollato al suo assillo, come mi è caro e quanto mi preoccupa l'impegno su cui mi affatico. Se lo consideri soltanto un hobby, ma con un sottinteso interesse giacché valuti tutto con il tuo metro utilitaristico, neanche puoi immaginare, dico meglio: non puoi proprio capire, quanto il compito che mi sono dato mi rende sicuro di agire per una buona causa. È una fatica che mi appaga, benché tu la giudichi inutile. Capisco che questo lavoro possa sembrarti uno spreco di tempo, uno sforzo che sarebbe più utile applicare al riassetto della terrazza, a riverniciare le poltroncine di legno scurite dalle intemperie, e magari aggiungere qualche lampadina. Ebbene, non sei proprio in grado di comprendere che descrivere vite vissute realmente, ma di cui non si hanno approfondite testimonianze, è una grande fatica, anche spirituale, e se mi è permesso di esprimermi liberamente, è "un'attività artistica" -.
Pausa amara
- Qualcuno, ma non ricordo chi fosse, ha detto: "affidati all'intuizione, afferrerai una verità più vera che ascoltando notizie soggettive, discutibili". Dunque realizzerò una cronaca, e anche se non sarà apprezzata mi assolverà dagli errori fin qui compiuti. In sostanza sarà una biografia per deduzione, ma questo non è un problema, ciò che conta è lo scopo: ostacolare l'azione del tempo che cancella la memoria di tante esistenze vissute e sofferte.
Come ho detto racconterò vicende accadute realmente, supplendo all'assenza d'informazioni con l'intuizione. Non posso contare su nessun riscontro perché se esistono documenti, certamente ce ne sono nell'immensa biblioteca vaticana, bisognerebbe fare ricerche lunghe e faticosissime -.
Sospirò e si soffiò il naso.
Anche Mariella sospirò, guardò l'orologio e disse: - Mio caro continuerai a raccontarmi questi bei ricordi a ora di pranzo, ma ora sono in ritardo, debbo proprio andare, finisci di sgomberare la tua tazza e la teiera, e scuoti la tovaglia sul balcone. Sarò a casa tra due ore circa, perché dovrò acquistare molte cose che abbiamo consumato -.
Umberto buttò là un ciao freddino, e disse che sarebbe andato a comperare il giornale, sarebbe andato anche alla Posta a pagare delle bollette e forse sarebbe andato dal barbiere, non sapeva quando sarebbe tornato.
Viceversa dopo che lei fu uscita si versò un'altra tazza di tè e rimase a pensare a un episodio, a un inganno della mente, a un'allucinazione incredibile, che non era il caso di raccontare a Mariella, ma che dopo tanti anni, gli sollevava ancora interrogativi affascinanti e inspiegabili.
Quella visione di certo era il prodotto di un fermento interiore, era un inganno surreale che si era costruito con fantasiosa libertà per dare forma a un'ipotesi meditata ossessivamente. Era certo che in quell'apparenza ci fosse un'informazione da decifrare, e avrebbe svelato un segreto straordinario. Malgrado fosse passato tanto tempo, era rimasto profondamente affascinato da quell'intrusione onirica e continuava a pensarci. Umberto sperava di rivelare un crimine supposto che sarebbe stato fondamentale per la sua biografia.
Posò la tazza distratto, come chi ragiona con sé stesso, e brontolò imbronciato. Disse: "Non racconterò certamente a Mariella quella fantasia ostinata, e la prolungata assurda indagine; mi considererebbe folle per davvero, ma nessuno può avere un'idea di cosa mi accadde e come riflettei freneticamente su quel fenomeno che chiamai "un film specialissimo". Non c'è altra parola per descrivere una simile esperienza.
Qualcosa nella fissità di quella scena mi ossessionò. Proprio in quella immutabilità impossibile intuii che si celava il messaggio da interpretare, era proprio quell'immobilità che conteneva l'indizio, e se era un crimine aveva fermato il tempo. Se avessi compreso il messaggio avrei conosciuto il segreto di quella famiglia. Era una mia fascinazione o le informazioni che avevo colto e rielaborato, forse ispiratamente, racchiudevano sul serio una fosca vicenda?
Prese un taccuino e scrisse: "Mi capitò una cosa che non è stato un sogno, tantomeno avevo fumato erba, così da poter dire è stata un'allucinazione per droga, non è stato neanche un cortocircuito mentale perché stavo bene, assolutamente bene. Fu qualcosa di sorprendentemente intenso e inspiegabile".
Mordicchiò la penna pensoso e proseguì. "Quando ero studente al liceo, quindici o sedici anni dunque, accadeva di frequente che applicandomi agli esercizi di matematica la testa si chiudesse alle equazioni e volasse a immaginare inverosimili drammi dei Lascaris. Questi vagabondaggi della fantasia erano stimolati dalle ricostruzioni di zia Evelina, e concernevano le persone a cui aveva indirizzato la sua invadente indiscrezione. Fu allora che mi accadde quello stranissimo caso. Posso dire soltanto che è stata un'esperienza fuori del comune, assolutamente speciale, essendo provvisoria e indefinibile fu assai enigmatica. Vidi un'immagine straordinariamente simile a un Tableau vivant, i Tableau vivant erano composizioni di persone, in genere in costume, in pose romantiche, che costruivano scene assai ammirate. Venivano fissate con le macchine fotografiche di quei tempi per il piacere di contemplarle a lungo.
La scena apparsami fu una rappresentazione surreale, certamente l'avevo costruita nel più ragguardevole dei modi, e ciò mi fece pensare, tempo dopo, che forse fui aiutato da un effetto catatonico. Ho analizzato razionalmente la strana messa in scena apparsami, l'ho esaminata da tutte le angolazioni e la chiamerò fata morgana. Ecco cosa avvenne, o più esattamente, cosa vidi. Sulla destra del viale alberato, c'era una carrozza ferma: un cab. Un uomo in stiffelius e tuba era in piedi vicino al bordo del viale, dove la cunetta si era trasformata in un torrente perché aveva raccolto la pioggia impetuosa. Da poco non pioveva più e in quel punto un altro uomo, che pareva un facchino, o un domestico, era chino e stava frugando in un mucchio di robaccia, di spazzatura: cartacce gettate sul bordo del viale, residui di libri disfatti, stampe lacerate, lettere stracciate. L'uomo in stiffelius lo sollecitava, e l'altro, quello che frugava nel mucchio, era in pantaloni neri e berretto con visiera. Era facile intuire che fosse il cocchiere del vecchio gentiluomo, il gentiluomo doveva essere Benedetto Lascaris. Non l'ho mai incontrato ma più volte l'ho osservato nelle fotografie quando oramai era anziano.
Il domestico frugava tra i fogli gettati sul bordo fangoso, evidentemente cercava documenti usciti dalle custodie logore, apertesi nell'istante in cui furono gettate. Tutto quel bailamme era già in pessimo stato prima che la pioggia lo avesse infradiciato, adesso era proprio in rovina. Altra roba, resti di vestiario, scarpe, doveva essere caduta da due grandi valigie molto vecchie, rovesciate sul bordo della strada. Quella scena probabilmente era l'epilogo di un dramma ignoto.
Il giorno appresso mia sorella mi versò del caffè in una tazza; così, tenendola tra le mani e sorseggiando il caffè, mi avvicinai alla finestra. Debbo precisare che la scena che ho descritto l'avevo colta la sera precedente, ricordo perfettamente quella giornata trascorsa in casa.
Rimasi sbalordito, tanto che mi versai il caffè addosso, perché quei due: il gentiluomo in cilindro, e il cocchiere erano ancora laggiù, il cocchiere fugava ancora nel ciarpame. Non era possibile che avessero passato il tardo pomeriggio del giorno precedente, quando li avevo visti dalla finestra, e la notte seguente, nell'identico atteggiamento, la loro presenza era certamente irreale. Erano le dieci, il cocchiere stava ancora frugando con la stessa evidente esigenza di trovare qualcosa di molto importante, essi mantenevano la stessa posizione mentre li guardavo sorseggiando il caffè. Una stranezza incomprensibile a cui non seppi dare spiegazione, forse una: l'importanza di trovare documenti di rilevanza grandissima". Umberto non trovava una spiegazione che lo soddisfacesse, solo uno psichiatra avrebbe potuto districare quell'astrusità. Però un particolare che poteva essere risolutivo, gli venne in mente mentre giocherellava con la penna sul taccuino. La pioggia aveva battuto contro i vetri della finestra, e le gocce avevano tracciato delle forme irregolari, una poteva suggerire l'idea di una carrozza con cavallo. "Come ho potuto non pensarci prima" mormorò nervosamente. La fantasia trova spunti anche in accenni insignificanti.
Ma un enigma rimanevano gli oggetti laceri. Le valigie erano state rubate e dopo il furto degli oggetti di valore abbandonate sul viale? Quel bagaglio era del nobiluomo? Intendeva partire? Forse gli avanzi erano la muta testimonianza di una tragedia familiare. Non è stravagante che abbia suscitato in me un'enorme impressione. Umberto chiuse di colpo il taccuino, lo ripose bruscamente in fondo a un cassetto e uscì.



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Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - agosto 2019



 
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