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La teoria di Umberto

sesta puntata

UN CURIOSO BAGAGLIO














  
 

- Afferra bene il concetto su cui insisto -. Disse Umberto risoluto. Per crediti non intendo risorse finanziarie, ma crediti simili a quelli scolastici. Definisco così tutte le imprese intellettuali: dalle opere d'arte, alle iniziative che si oppongono al degrado dell'ambiente, fino alle nuove teorie filosofiche socialmente utili, e altre magnificenze dello spirito che saranno annotate nel "grande registro dei modesti", vale a dire degli "scampati", quelli che seppero sottrarsi, o meglio, che resistettero alla tentazione di esibirsi, che lavorarono in silenzio, e preferirono la sobrietà, la riservatezza, la cultura al protagonismo. Ne riceveranno un bene a venire -.
Prese distrattamente la tazza che Mariella stava porgendogli premurosa. L'aveva riempita di nuovo dopo che Umberto l'aveva vuotata sbadatamente, soprappensiero; era irrequieto, perché non gli era facile esporre chiaramente, semplicemente, quell'incongrua creazione.
La filosofia approssimativa che l'aveva sostenuto, orientato nell'elaborazione della sua teoria, s'era poi dimostrata insufficiente e a un certo punto si era arenato. Ma aveva confermato e rafforzato certe scelte, e non dubitava più della loro validità.
L'idea era venuta mentre pensava a sua madre, alla vita che aveva trascorso, dedicata totalmente alla famiglia, senza aspettarsi nessun applauso. Quel pensiero era cresciuto come un bel fiore da coltivare con cura. Aveva compreso che era stupido dedicarsi alla ricerca del consenso umano, era più efficace un programma modesto, vale a dire operare per una rendita futura, senza attendere il riconoscimento di questo mondo. Ecco perché provava una gran pena per Guido Morselli e per Ludwig Boltzmann che si erano suicidati non avendo ricevuto l'atteso riconoscimento, l'uno dal mondo della letteratura, l'altro dall'ambiente della scienza.
Umberto aveva curato la teoria come il seme di una pianta da salvaguardare, come un seme da coltivare con cura, e l'aveva espressa in quell'idea. Dunque la base dell'idea era come fare arte. L'arte per lui non doveva essere una scelta spericolata, impaziente, neanche un entusiasmo che mirava principalmente all'acclamazione. Doveva essere qualcosa che oltrepassava i limiti dell'egocentrismo umano. Ecco dunque che scrivere la storia della nobile famiglia Lascaris, era una buona azione, un'offerta volontaria, che "di Là" avrebbero gradito.
Si interruppe. Non badava più alla colazione, se fosse crollato il mondo non se ne sarebbe preoccupato.
Rimase a fissare i gerani fuori della finestra che stillavano gocce come se piangessero. Restò pensieroso qualche minuto mentre lei se ne stava tranquilla riflettendo tra sé. Notò un grumo di zucchero che era rimasto attaccato alla tortiera, lo staccò e lo assaporò con gusto, poi si rivolse a Mariella affettuosamente: - Forse ti piacerebbe ascoltare una sorpresa davvero inaspettata, un regalo inimmaginabile che mi capitò? -.
Mariella lo assecondò, e disse che era curiosa di sentirlo.
- Per caso recuperai una collezione di rievocazioni, molto suggestiva per l'intensità e la diversità degli avvenimenti, e mi capitò di scoprirla come a un archeologo potrebbe capitare di rinvenire un tesoro nella foresta messicana -.

Umberto piegò con cura il tovagliolo, per avere il tempo di ricondurre a sé quel ricordo emozionante.
- La mia foresta fu un canestro. Una mattina guardando il paniere foderato di percalle, che la zia teneva accanto alla poltrona, pieno di rocchetti, di gomitoli di lana, di passamanerie, di uncinetti e altri arnesi per lavori femminili, notai un barattolo particolarmente bizzarro. Quel canestro era di nonna Bice, e venne ereditato da zia Evelina, tra i gomitoli di lana e i ferri da calza sporgeva una scatola tonda. Una vecchia scatola di pastiglie per la tosse, ma stravagante, perché era stata rivestita con estrosità e perciò attrasse la mia attenzione. Era stata acconciata con una minuscola cuffietta da notte, ricca di pizzi e di nastri, per ingentilirla per scherzo. Domandai a zia Evelina cos'era quello stano barattolo e lei si mise a ridere: è uno svago per vecchi che ritornano bambini, era di nonna Bice. Quella risposta naturalmente mi incuriosì ancora di più -.
Senza sapere perché ero affascinato da quella scatola. Pregai la zia di lasciarmi prendere il barattolo, e le chiesi se potevo aprirlo. Disse di si. Dentro c'era un nastro di seta arrotolato che mi parve molto lungo; su quel nastro, di tratto in tratto, era stato cucito un bottone. Bottoni molto diversi: alcuni grandi, altri piccoli, alcuni di madreperla, altri di tartaruga, o d'avorio. Chiesi a zia Evelina se era un gioco, disse di no, e sorridendo mi spiegò cos'era: era il tesoro segreto di nonna Bice. Le chiesi che senso avevano tutti quei bottoni cuciti sul nastro e lei mi spiegò che ogni bottone ricordava un episodio, un avvenimento accaduto a lei - cioè importante per lei Beatrice - o rilevante per la famiglia. Quel lungo nastro rappresentava il tempo che la nonna aveva percorso vivendo, e gli episodi più ragguardevoli accaduti nel corso della sua vita. Quel nastro, pensai quando fui adulto, sembrava dimostrare la teoria della relatività. Attestava che lo spazio e il tempo sono una cosa sola e nonna Bice aveva scoperto prima di Einstein la straordinaria realtà.
La pregai di farmi qualche esempio comprensibile, lei disse che non ricordava cosa raccontassero tutti i bottoni, non era al corrente del significato di molti di quei ferma-ricordi, comunque me ne spiegò un paio perché comprendessi.
Il primo era di ebano, era nero e rievocava il trasferimento da Firenze a Roma, quando suo padre decise che era meglio per loro trasferirsi nella città da poco divenuta capitale d'Italia. Lei era molto piccola ma quel trasferimento fu molto doloroso, dovette lasciare la sua tata a cui era affezionatissima e aveva sostituito del tutto la mamma defunta -.
- Chiesi alla zia di dirmi qualcosa ancora. Indicò un bottoncino d'avorio e sembrò rattristarsi, ma poi sorrise. Non ricordo se era il terzo, il quarto, o un altro ancora, comunque quel bottoncino fissava il ricordo di un altro caso traumatico -.
Umberto tacque contento, Mariella pareva davvero interessata, e lo seguiva attenta. Riprese a raccontare.
- Zia Evelina mi spiegò che quello era un ricordo patetico e lo conservava come si tiene un fiore appassito tra le pagine di un libro, così quando sfogliando le pagine lo incontri, sembra tornare florido e splendente. La nonna raccontava sorridendo quell'episodio ma credo che nel profondo la intenerisse, e dopo tanti anni l'emozionasse ancora. Sono sicura che ne soffrisse come di un insulto. Come di una stupida calunnia malvagia -.
La zia si soffiò il naso.
- A quell'epoca doveva avere dieci o dodici anni e si erano trasferiti a Roma da non molto tempo. Suo padre aveva deciso di farle terminare la scuola presso un istituto di suore Orsoline frequentato dalle bambine delle più distinte famiglie della città. Quel pregevole collegio si adeguava ai costumi del ceto aristocratico, e alla fondamentale educazione religiosa, non trascurando necessariamente le consuetudini tradizionali. È facile comprendere, che vi regnava una disciplina rigorosa, che era richiesta una condotta irreprensibile, e non erano ammessi comportamenti spontanei. Per tutte queste magnifiche qualità pedagogiche vi si respirava un'atmosfera non proprio gioiosa.
Ogni mattina, prima delle lezioni, le bambine ascoltavano la messa nella cappella del collegio. A officiare la messa veniva un anziano prete accompagnato da un ragazzetto che gli reggeva la borsa, e serviva la messa. Le suore in quella borsa, mettevano qualche verdura del loro orto.
Il fanciullo, che seguiva il sacerdote, era sui dodici o tredici anni, ed era proprio un bel ragazzetto, biondo, con gli occhi azzurri, e piaceva a tutte le bambine. Beatrice non vedeva l'ora di fare la comunione perché il bel giovincello gli metteva sotto il mento un piattino d'argento, e gli sorrideva, intanto che il sacerdote porgeva l'ostia consacrata. Durante quel brevissimo approccio Bice andava al settimo cielo perché si era innamorata, come accade candidamente a tante adolescenti. Beatrice aveva fantasticato di poterlo avvicinare per un tempo meno rapido della comunione e a forza di pensarci le venne un'idea. Una mattina al termine della messa simulò un attacco di tosse asinina così violento da soffocare, e corse in sagrestia dove c'era un lavabo con acqua corrente. Mostrò il bisogno spasmodico di bere e il bel chierichetto le porse un bicchiere d'acqua. Nel prenderlo lei gli afferrò la mano e lui sorrise. Questa astuzia non passò inosservata alla suora sorvegliante che conosceva il carattere impulsivo e struggente della bambina, ne scaturì uno scandalo sproporzionato. Suo padre fu costretto a ritirarla dal collegio.



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Umberto chiese alla zia che gli raccontasse ancora qualche altro caso; era troppo bello e interessante conoscere le vicende racchiuse in ogni bottone, ma la zia non era al corrente di tutte le storie che i ferma-ricordi custodivano. Ne saltò parecchi poi si fermò su un bottone nero, che pareva un piccolo teschio intagliato nell'ebano. Zia Evelina nel parlarne si accese. Quel bottone rappresentava una storia orribile che doveva aver impressionato molto non solo la nonna, ma anche lei, perciò ricordava bene l'episodio. Ma disse con sollievo che la brutta avventura era finita bene, eppure dopo tanti anni incuteva ancora terrore alla nonna e quando lo raccontava faceva fatica a parlarne. All'epoca della scellerata azione aveva sedici anni.
Un pomeriggio di dicembre era rimasta a casa perché era indisposta per un'infreddatura, il padre e le sorelle erano andate alla funzione serale. Era un tardo pomeriggio invernale ed era quasi buio. Suonarono alla porta e malgrado lei avesse deciso di non rispondere, e di trattenersi al caldo del letto, alle reiterate insistenti scampanellate si alzò, mise uno scialle e andò ad aprire. Gli si parò dinnanzi un giovane che conosceva perché era il garzone di stalla e portava le verdure che l'erbivendolo aveva l'abitudine di mandare alla famiglia.
Bice lo fece entrare senza timore e lo seguì in cucina, il garzone dopo aver deposto le verdure nell'apposito cesto non mostrò di andarsene ma si fermò a scrutare Bice che in camicia da notte, con i capelli sciolti sulle spalle doveva rivelarsi bellissima.
- Siete sola, vostro padre e le vostre sorelle sono andate in chiesa alla funzione, le ho viste uscire, sono andati a piedi - disse con voce roca.
Bice ebbe un presentimento, e un fremito di sgomento la agghiacciò: - No non sono sola, Giuseppina è di sopra e scenderà subito -.
Il garzone rise. - Non c'è nessuna Peppina, l'ho vista uscire alle tre. Che vi faccio paura? Ma non dovete avere paura, non sono un lanzichenecco, anzi sono molto gentile con le belle donne e voi siete una bellissima giovinetta che intendo riverire e onorare, vi dico che quando mi avrete conosciuto mi desidererete come si desidera uno zuccherino, vi piacerà il mio miele quando lo avrete assaggiato. -. Si accostò, Bice ricordava benissimo gli occhi del furfante, erano orribili: rossi come quelli di un orso, e ansimava come chi soffoca. La paura si trasformò in terrore e prese a urlare. Quello bestemmiò e le mise una mano sulla bocca, mentre con l'altra le cingeva la vita e la trascinava verso la stanza da letto. La cucina che a quel tempo era a carbone, come tutte le cucine dell'epoca, era ancora accesa, l'attizzatoio era posato sopra la lastra di ghisa che doveva essere caldissima, perché la brace l'arroventava, ma il manico dell'attizzatoio sporgeva. Bice con una mano riuscì a afferrarlo e colpì il mascalzone con quel ferro infuocato. Quello cacciò un urlo tremendo e mollò la presa, e siccome Bice continuava a urlare con tutta la forza che lo spavento le aveva accresciuto, la canaglia fuggì.



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Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2019



 
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