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ARCHEOLOGIA AL TUSCOLO. UN FLASHBACK

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La calda luce di un pomeriggio di giugno scendeva intensa dal grande occhio sulla facciata, che però era ancora sprovvisto del rosone. La chiesa in restauro essendo volta a ponente riceveva in pieno i raggi solari e quella forte luce faceva risplendere i colori dei marmi appena messi in opera. Un buon tratto del pavimento della navata centrale era completato. Sullo strato di malta forte e duratura che Maestro Paulo reputava sua personale reinvenzione erano stati posate le crustae: ritagli di marmi bianchi e colorati e le tessere più piccole. E quella parte era bella da mozzare il fiato, ma c’era ancora molto da fare. Dal grezzo e grigio letto di malta pareva sbocciare un entusiasmante tappeto minerale brillante e cristallino. Nessuno aveva ancora visto qualcosa di così splendido in quella rustica regio: uno scintillio di colori e disegni insoliti da lasciare stupiti. Non si vedevano né figure umane, né di bestie, né fiori né frutti, né angeli né santi, ma quella composizione ritmica che si fondava sulla moltiplicazione di elementi geometrici, che in definitiva era costruita soltanto a incastri di quadrati, triangoli, esagoni, rombi ripetuti molte volte, era ugualmente affascinante. Le composizioni si reiteravano con grande perizia in modi sempre diversi e quella organizzazione bastava a generare una complessità assai gradevole, un godimento per gli occhi.    continua...

A quell’ora del pomeriggio la luce scendendo dall’apertura in alto aveva formato un disco luminoso che combaciava quasi perfettamente con la rota di porfido rosso scuro, contornata dal bordo bianco, che dominus magister Paulus aveva fatto mettere al centro della navata. Era straordinario come la rotonda chiazza di luce coincidesse con il cerchio nel litostrato.
D’un tratto un’ombra oscurò l’aureola di luce. Un grande uccello si era posato sull’oculo della facciata, ma vi si fermò solo un attimo. L’uomo che da qualche tempo stava là in piedi a osservare il lavoro rivolse lo sguardo repentinamente dal pavimento verso l’alto con un sussulto, e l’uccello nero volò via spaventato. Bartolo ebbe un brivido e uno spasmo gli corse per la schiena, un nero presagio gli era apparso davanti agli occhi della mente e lo aveva turbato nel profondo dell’anima. Ebbe la visione della bella chiesa in cui si trovava in quel momento ridotta in macerie. Vide il meraviglioso pavimento, che tanto lo aveva rallegrato, completamente sconvolto e ridotto in frantumi. Più in alto, dalla città di Tuscolo, si levavano fiamme e fumo.
Correvano gli anni 1150 - 1190, pressappoco l’intervallo tra la seconda e la terza crociata, la vita di Bartolo si era svolta in quell’epoca, da quando aveva iniziato ad apprendere l’arte dell’opus sectile e del mosaico, ancora giovanissimo, fin quando era divenuto il braccio destro del praeclarus et doctissimus artifex magister Paulus. In quel tempo vi era stato un susseguirsi di eventi tumultuosi e torbidi. Bartolo si aggrappava alla speranza che le tensioni si placassero, che le grandi famiglie aristocratiche, il papa, l’imperatore e il senato del popolo romano, trovassero un accordo. Il tracotante odio dei romani per i tuscolani, una collera che cresceva e imbarbariva da oltre un secolo, da quando i Conti di Tuscolo usando prepotenze e ingiustizia avevano imposto il loro potere, sapevano tutti che prima o poi sarebbe esplosa ferocemente. Ecco perché l’improvvisa, folgorante, minacciosa visione, lo aveva sconvolto.

Pressappoco otto secoli dopo ero in piedi sul bordo del pianoro dove all’epoca di Bartolo sorgeva la Tusculum medievale. Nel punto in cui mi trovavo si alzavano allora le mura di cinta della città, e da quello stesso punto, volto a sud-ovest, si domina tuttora la valle dove passava l’antica via Latina. Si scorge anche un panorama immenso che arriva fino al Tirreno e al tramonto si evidenzia la linea argentea del mare.
D. mi indicò un dosso più in basso, ad una distanza che reputai approssimativamente di un chilometro dalle antiche mura, sparite nella definitiva distruzione del 1191 attuata dai romani assetati di vendetta, e vidi le tracce della chiesa riportate in luce, oramai da alcuni anni, dal prof. Juan Santos della Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma.
Si vedeva soltanto la pianta di quella che era stata la pieve extraurbana di S. Agata perché gli scavi hanno potuto restituire ben poco. Dell’alzato della chiesa non è rimasto nulla.
Mentre osservavo diligentemente le fondamenta dissotterrate, mi era accanto quell’appassionato conoscitore di Tuscolo che è Devoti. Non è un archeologo ma ha seguito costantemente gli scavi intrapresi dalla Scuola Spagnola già molti anni fa e mi ha fornito utilissime indicazioni essendo informato su tutta la storia dei siti tuscolani - dall'età romana, a quella medievale, a quella moderna - e dei recenti ritrovamenti. Mentre osservavo le misere e sole testimonianze tangibili e corporee di quella che fu la pieve di Sant’Agata, era inevitabile che mi tornasse in mente lo scambio di opinioni avuto con lui poco prima.
D. affermava che hanno credito soltanto le testimonianze concrete e inequivocabili restituite dagli scavi. In sostanza sosteneva che possono essere proposte ipotesi e congetture solo se avvalorate da una documentazione in grado di sostenere tali teorie entro un limite logico. Ogni altra storia o invenzione basata su idee fantastiche per quanto ingegnose è inammissibile e inaccettabile.
L’osservazione non farebbe una piega se non ci fossero dei casi, come quello che avevo davanti, che lasciano spazio a ricostruzioni possibili, anche se ipotetiche e immaginarie. Vale a dire che se un reperto non offre materiale per ricostruire la realtà che un tempo lo vide integro, può essere soggetto alla ricostruzione fantastica. E quanto più il monumento in questione appartiene ad una classe di edifici che conosciamo bene perché ne possediamo una vasta tipologia, tanto più sarà facile immaginarlo nel suo aspetto originale.
Pensai al castello di Fratta, ne hanno ritrovato poche tracce, ma quale archeologo avrebbe potuto dare vita più vera a quei modestissimi ruderi venuti in luce, di quanto fece Ippolito Nievo?
In sostanza l’archeologo si comporta come un anatomopatologo che fa circostanziate descrizioni di un cadavere, ma non potrà mai dire nulla della personalità di quello stesso uomo quando era persona viva e pensante.
Al contrario l’immaginazione ha una forza evocativa che supera i freddi dati storici. I documenti spiegano gli eventi e raccontano come un certo monumento sia giunto a noi come reperto archeologico, ma non danno vita a quelle pietre. La fantasia lo può fare.

Il teatro romano del Tuscolo in una foto scattata a metà del secolo scorso

Salutai D. e mi rimisi alla guida dirigendomi verso Roma, ma subito sentii il bisogno di riordinare le idee. La strada, scendendo verso Frascati, attraversa il bosco: fermai la macchina in uno spiazzo ombroso e mi sforzai di ricostruire le vicende della Roma degli anni Mille con quel poco che potevo ricordare delle mie nozioni di storia. Intanto rammentavo molti altri racconti e libri, e però mi tornava alla mente soprattutto e insistentemente la famosa opera di J. Gimpel “Costruttori di cattedrali”. Evidentemente l’atmosfera realistica di quel testo mi aveva trascinato in pieno medioevo. Forse proprio la rievocazione di quel libro aveva sollecitato il fantasma dell’antico marmorarius e ispirato il progressivo impostarsi del racconto, o forse dai meandri della psiche possono emergere insospettati collegamenti con eventi del tutto ignorati. Mi è capitato altre volte di sentir nascere una storia così come inspiegabilmente può affiorare acqua dal terreno, e anche in quel momento mi pareva che una vicenda già predisposta stesse dipanandosi nella mia testa. Poi si verificò qualcosa di ancora più strano: accadde che sentii Bartolo parlare. Era come se fosse seduto dietro di me nell’auto e io non dovessi fare altro che ascoltarlo e ricordare le sue parole.

- Mio padre faceva mattoni. Era un povero operaio, lavorava dalla mattina al tramonto in una fornace vicino al Tevere, spesso mi portava con sé. Io avevo forse otto anni e mi divertivo moltissimo, prendevo dell’argilla ne facevo delle piastre sottili, le tagliavo in piccoli quadrati e triangoli che poi coloravo di bianco con la calce, di nero col nerofumo, di rosso e di giallo quando potevo arraffare un po’ di minio e argilla gialla e con quei tasselli componevo disegni geometrici, a volte figure e fiori.-

- Un giorno capitò alla fornace Magister Paulus un personaggio molto noto a Roma, celebre per la sua eccellenza nell’ars sectilis. La sua affermata bottega in Trastevere produceva altari, amboni, cibori, cornici, plutei, e transenne con incrostazioni di smalti e vetri colorati e tessere dorate. Forniva lavori caratteristici anche con figure di animali. Erano opere importanti e originali. Si fermò a guardarmi mentre ero intento nel mio gioco preferito, a lungo osservò i miei elaborati, poi andò a parlare con mio padre e finì che mi prese con sé nella sua bottega.-

- Rimasi con lui quasi un decennio, e l’inizio dell’arte fu durissimo perché era molto severo. Molte volte punì i miei errori con la verga e spesso mi lasciò a digiuno, ma imparai bene l’opus e divenni assai bravo nel tagliare e lavorare i marmi. Ma soprattutto erano apprezzate le mie invenzioni. Poiché avevo fantasia e sapevo disegnare feci molti nuovi disegni di ornamenti che vennero ammirati e contribuirono ad aumentare le ordinazioni alla bottega. Accompagnai sempre più spesso il Maestro e con lui collaborai alla costruzione di molte chiese piccole e grandi. Fu in una chiesa che ora non esiste quasi più: San Giuliano presso il lago di Bolsena, che potei realizzare il mio primo pavimento in opus sectile.
A questo proposito debbo dire che non ho mai capito e ancora non so come la pensasse Magister Paulus in generale.
Egli aveva senza dubbio una grande sapienza, conosceva moltissime avventure e gesta della storia antica. Quando capitavano ostacoli o impedimenti nel nostro lavoro, risolveva sempre ogni inconveniente perché conosceva segreti e procedimenti in ogni campo, era esperto nella costruzione di ogni edificio secondo le regole di Vitruvio. Forse era in contatto con quegli studenti universitari laici, mendicanti e vagabondi, che conoscevano il latino a sufficienza per esercitare il loro mestiere e si spostavano di città in città spargendo la loro dottrina come mangime per i polli.

Una volta gli chiesi se aveva mai guardato bene le squame dei pesci embricate come le tegole dei tetti ma scintillanti e iridescenti nel modo in cui si mostra l’arcobaleno, e se aveva mai osservato il piumaggio ordinato a losanghe delle anatre e se aveva studiato le ali perfettamente simmetriche delle farfalle, a volte a chiazze chiare su fondo scuro, altre volte con le macchie scure, disposte geometricamente come nei nostri lavori. Mi rimproverò irritato dalla mia vanità, colpito dalla mia presunzione, e mi ammonì di non credermi un maestro. Risposi che io avrei fatto figure meravigliose in quel modo, e i miei angeli sarebbero stati i più radiosi mai ritratti da mani d’uomo. Stette a guardarmi in silenzio con la fronte aggrottata per un poco, poi stranamente assunse un aria meno adirata e si espresse con calma, con una voce che oserei dire paterna.
Disse che no, che le figure che avremmo fatto avrebbero suggerito l’armonia dell’universo solo attraverso nessi mentali a chi ne sarebbe stato degno. A chi avrebbe avuto lo spirito così acuto e puro da percepire l’essenza del disegno. Allora costui avrebbe visto l’ordine del Creato. Mi disse che un grande filosofo antichissimo aveva descritto le qualità delle sostanze che sono percepibili agli uomini e che tutto era nascosto nei loro attributi e che queste qualità si rispecchiavano nei quattro Vangeli. Noi avremmo applicato solo quei canoni.
Bartolo, o la voce che sentivo dietro di me, fece una lunghissima pausa poi riprese a dire: “Mi sentii scoraggiato, mi veniva proibito di realizzare le bellissime figure che sapevo di poter produrre e però seguii quel maestro e malgrado la fine di quel sogno oggi ne sono contento. Insieme facemmo molto cammino, andammo anche lontano da Roma spostandoci di cantiere in cantiere in diversi luoghi, sempre a piedi perché adoperavamo muli e cavalli per trasportare i materiali e gli attrezzi del nostro lavoro.
Magister Paulus non seppe mai che un poco avevo potuto studiare, e che sapevo leggere e fare di conto perché un canonico lateranense mi aveva preso a ben volere e volle insegnarmi i rudimenti del sapere.
Il posto più bello che ricordo era un sito a nord di Roma: Otricoli. Da quell’antica città romana abbandonata si cavavano bellissimi marmi di spoglio da lavorare. Là vidi un meraviglioso mosaico che pareva espandersi come accade quando si getta un sasso in uno stagno e nell’acqua provoca dei cerchi che si allargano. Sebbene il disegno fosse preciso e fermo pareva che si dilatasse allo stesso modo. Un effetto meraviglioso che avrei voluto copiare, ma il maestro non mi permise di perdere tempo.

Quando ero già assistente e avevo la piena fiducia di Magister Paulus, questi, che era impegnato in un’impresa più importante, mi affidò l’incarico di occuparmi del restauro della pieve di Sant’Agata al Tuscolo. Tutto era già stato prestabilito tra il maestro e il vescovo. Il mio incarico era piuttosto di sovrintendente o vigilante e non di architetto. Però avrei dovuto curare la posa in opera del pavimento e del ciborio secondo il progetto già approvato e avrei dovuto controllare che il restauro fosse portato avanti con impegno.

Allorché arrivai il rifacimento era piuttosto avanzato. Intorno alla chiesa avevano eretto un’impalcatura di travi malamente sgrossate che gli abitanti di Tusculum avevano fatto a gara per trascinare fin lì dai boschi di castagni circostanti. Anche i carpentieri che avevano alzato l’impalcatura non erano retribuiti e lavoravano per l’Onnipotente, per il Regno dei cieli e per San Nilo. Nello stesso modo si affaticavano gli edili, e così i semplici manovali, tutti offrivano la loro opera gratuitamente. Credo che onorando San Nilo e celebrandone la gloria, intendessero allontanare dalla loro città l’odio dei romani. Questa era forse la principale delle ragioni per cui avevano dato mano al restauro dell’antica chiesetta dove San Nilo si era fatto portare sentendo vicinissima la sua ultima ora, e dove era morto guardando il sole tramontare nel mare. La chiesa era ben visibile da chi percorreva l’antica via Latina e arrivando a piedi da Roma, tirandomi dietro il mulo e i due asini carichi di materiali, avevo visto la struttura, che era stata ingrandita e imbiancata a metà, stagliarsi contro il cielo.

L’intarsio per il pavimento progettato da Bartolo

Due uomini stavano in ginocchio sul lato sinistro della navata, dove ancora si doveva posare il litostrato. La parte di mosaico già in buona misura completato era al centro dell’edificio e andava dal portale all’altare. I due operai erano chini e stavano scegliendo tasselli di marmo di colore diverso per applicarli nella speciale malta ancora fresca e ben lisciata dove li conficcavano, accostando perfettamente i pezzi di marmo già sagomati a misura.

Uno dei due, ignaro della mia presenza perché mi ero posto dietro un pilastro ad osservare, disse a voce bassa rivolgendosi al compagno in un dialetto aspro e greve, un latino bastardo che i contemporanei di Nerone o Adriano avrebbero faticato a comprendere: - Ieri l’altro Maestro Paulus mi ha detto di stare ben attento, vuole che disponiamo un cerchio di dodici pezzi, quanti sono gli apostoli, né uno di più, né uno di meno. È esigente e difficile con questa faccenda delle tessere che conta e riconta di continuo, ma vuole che sia fatto tutto in questo modo ed è capace di infuriarsi se si sbaglia. L’ho visto maltrattare duramente un operaio che per terminare il lavoro aveva inserito al posto di un solo pezzo due pezzi che si adattavano comodamente -.
L’altro lo guardò bofonchiando imprecazioni all’indirizzo del maestro.
- Artemio, ascolta, ti dirò qualcosa che ti farà pensare.- Ricominciò il primo operaio. - Noi siamo maestri nell’arte del marmo. Né a Napoli, né a Firenze, né in qualsiasi altro luogo della terra ci sono uomini che possono competere con noi nel tagliare, sagomare e operare col marmo. Noi con i frammenti di spoglio sappiamo creare grandi e piccoli ornati che stupiscono e perciò siamo privilegiati dal beneficium per cui solo noi possiamo prendere i marmi antichi che ci occorrono, e ci tramandiamo i metodi del nostro lavoro di padre in figlio. Ma ci sono procedimenti segreti ben più grandi che non potresti tenere nella tua testa come non potresti chiudere un bue in un boccale per il vino. Ieri Maestro Paulus parlava a bassa voce col canonico, che pure è persona istruita. Il canonico chiedeva perché il nostro praeclarus artifex è sempre intento a fare disegni sul gesso lisciato a dovere, e perché conta e riconta le tessere di marmo come un pastore conta eternamente le pecore. Quello allora gli chiese se conosceva i segreti dei numeri che Pitagora aveva insegnato agli antichi. Ero intento a preparare la malta e poiché si erano allontanati di qualche passo non potei udire bene, tuttavia sentii che mastro Paulus chiedeva al canonico se avrebbe saputo calcolare quanti gradini tutti uguali ci sarebbero voluti per fare una scala dal pian terreno fino alla sommità della torre del duca, che misura trenta cubiti. Quello lo guardò con la faccia smarrita e allora il maestro gli spiegò come si doveva fare e poi gli fece una tiritera sulle meraviglie della geometria. Ebbene, io non so calcolare larghezze e altezze di muri e pilastri e fondamenta per costruire case o chiese come sa magister Paulo dominus noster, ma conosco un artificio, uno stratagemma ingegnoso per ricavare delle misure in rapporto perfetto con altre dimensioni. Così che se tu vuoi costruire una porta grande, con le stesse precise proporzioni di una porta più piccola, tracci un quadrato con un lato della misura che tu vuoi, e disegni poi un cerchio che tocchi con precisione i quattro spigoli del quadrato, il diametro del cerchio sarà maggiore del lato del quadrato nel rapporto di due a uno... L’operaio stava continuando l’esempio, ma io non seppi trattenere l’ammirazione per la sua abilità e dissi: - Bravo!-. Quello si spaventò, e allora spostandomi dal pilastro che aveva fatto da schermo e presentandomi, gli dissi di stare tranquillo, che non avrei rivelato a nessuno il suo segreto e che a mia volta conoscevo un numero ancora più meraviglioso che permetteva di calcolare l’area di ogni cerchio. Quel numero era così importante che stava anche nelle sacre scritture e io lo avrei rappresentato nel pavimento a gloria di Dio. E lui, che si chiamava Giustino, e che si era rivelato così bravo mi avrebbe assistito, avremmo fatto un cerchio di marmo bianco e tutt’intorno sarebbe stato circondato da quattordici triangoli piccoli, come in una corona, mentre al centro ci sarebbe stata una rota di porfido tagliata adeguatamente per contenere un grande triangolo bianco a rappresentare il numero tre. Tirai fuori dalla bisaccia una pergamena su cui avevo tracciato il progetto e glie lo feci vedere. Quello fece una faccia assai preoccupata e brontolò: - Dominus Paulus si adirerà molto, non vorrà cambiamenti al piano di lavoro. –
Io tagliai corto e con alterigia dissi che ero arrivato là con l’incarico di occuparmi di tutto e che pertanto si sarebbe fatto quell’intarsio che avevo disegnato.
La mattina dopo all’alba preparammo la malta e iniziammo a porre in opera i pezzi che già avevo preparato. Eravamo quasi al completamento dell’opera quando inaspettatamente arrivò Magister Paulus.
Entrò e non guardò null’altro che il disegno che stavamo completando. Fece una faccia drammatica, storse la bocca in modo orribile quanto grottesco, e con voce furiosa chiese cos’era quel disegno e come mi ero permesso di introdurre uno scempio simile nel pavimento. Gli spiegai che rappresentava il numero più straordinario, più sublime che esistesse e che era presente nelle sacre scritture. E gli citai l’Antico Testamento e l’Apocalisse.
Si infuriò ancora di più. Ingiuriandomi mi colpì con il bastone che aveva tra le mani e con lo stesso bastone scalzò dalla malta fresca tutte le tessere e le tarsie che avevamo disposto.
Non so dire quale santo o angelo mi sorresse e mi impedì di percuoterlo come stavo per fare. Sarebbe stata la mia rovina definitiva e perpetua, nessuna bottega mi avrebbe mai più accolto. Ero esasperato e impotente, uscii dalla chiesa e piansi come un bambino. Infine presi una risoluzione definitiva: gli voltai le spalle e me ne andai.
Vissi per molti e molti giorni infelice e miserabile, vagando ramingo per i feudi a nord di Roma. Infine una bottega di Viterbo mi dette lavoro.
Non osai mai più attuare delle invenzioni, ma passai il resto della mia esistenza in pace lavorando fino a tarda età. Poiché mia moglie era morta, mi ritirai in un piccolo podere con l’unica figlia sopravvissuta agli altri tre maschi e una femmina che Maria mi aveva dato. Essa mi assistette amorevolmente fino al compimento della mia vita mortale.

Un vortice di foglie secche trasportate dal vento investì l’auto, distraendomi. La voce di Bartolo si affievolì e scomparve. Avviai il motore e ripartii verso Roma. Avevo in mente un racconto quasi completo e ciò era assai gradevole, ma quell’illusione imbevuta di malinconia era irrecuperabile, e quest’altra idea era rattristante.
Fu Robert Louis Stevenson a dire: “ È attraente e dilettevole entrare in una vicenda sospesa nel tempo del racconto “? Non ricordo bene. Comunque è vero che una novella o un romanzo vivono in un tempo peculiare che può essere reale o fittizio. Ma se il tempo in cui avviene l’avventura è un tempo ben definibile perché vi accaddero fatti conosciuti e correttamente documentati, allora chi scrive, e ovviamente chi legge, entra più facilmente nella vicenda. Comunque nessuno sa ancora oggi che cosa sia il tempo. Noi uomini consideriamo il prima e il dopo sulla base della nostra fugace esistenza, ma in realtà non sappiamo se gli avvenimenti sono già tutti presenti, “scritti” sulle pagine di un libro. Se fosse questa la “realtà” e fossimo in grado di andare avanti di qualche pagina potremmo “leggere” quello che dovrà accadere, poiché, in realtà, esso sarebbe già accaduto. Se così fosse, Bartolo non aveva fatto altro che andare di due o tre pagine più avanti, dove lo aveva portato la sua visione. E sempre in questa “ irraggiungibile realtà” sfogliando ancora alcune pagine avrebbe potuto vedere me in piedi sul pianoro dove prima c’era la città di Tuscolo, intento a guardare il luogo dove lui in quel momento aveva percepito il disastro imminente.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it

Per una lettura propriamente archeologica della ipotizzata chiesa di Sant’Agata al Tuscolo rimando a Valeria Beolchini: La chiesa extraurbana di Tuscolo. Prime ipotesi di identificazione. - In: Lazio e Sabina n.5 (2007). pag.151-157
 
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