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TUSCOLO

Il ricordo di un’avventura irrilevante, che ad un adolescente apparve come la porta della ricchezza, si confonde con la vera avventura dell’uomo che cominciò a dissotterrare l’importante sito archeologico del Tuscolo. P.A. gennaio 2010












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Chiunque abiti a Roma, o vi abbia trascorso qualche tempo per turismo, suppongo sia stato al “Tuscolo”, almeno una volta. Per i Romani del secolo scorso era il luogo più fresco e panoramico dove trascorrere una giornata estiva in un bel posto fuori porta. Ancora oggi in luglio e agosto quando in città non si respira, lassù dopo le cinque della sera si gode un meraviglioso refrigerio. Per tutte queste ragioni e soprattutto per una visita al sito archeologico, consiglio vivamente, a chi non lo ha ancora visitato, di fare una breve gita fin là. La città, da cui sono emerse testimonianze archeologiche in epoca relativamente recente se si considera la sua antichità, venne distrutta ferocemente non da barbari invasori dell’impero romano, e neanche dai romani antichi, quelli che combatterono la lega delle città latine. Invece si accanirono su di essa i romani del medioevo che distrussero Tusculum sino alle fondamenta. Nel 1161, quando l’Impero romano aveva terminato da un pezzo la sua storia gloriosa, il potere era nelle mani dei romani pontefici, e i Conti di Tuscolo erano diventati padroni di Roma e del circondario già da due secoli. Da quella famiglia erano usciti ben cinque papi, ma i romani non ne potevano più di questi padroni e si scatenarono.    continua...


Non m’inoltrerò oltre nel passato della città perché le varie guide di Roma e dintorni, danno una quantità di notizie storiche sul “Tuscolo”. Parlerò invece della spoliazione di questo sito archeologico, partendo da un’inezia. Vi dirò come e perchè un adolescente ingenuo immaginò di aver incontrato la fortuna, e pensò di scavare tesori. Ma se teniamo conto delle inclinazioni comuni, e non ci meravigliamo dell’immutabile desiderio di fama e ricchezza, diviene più facile comprendere il singolare, straordinario personaggio che, pressappoco cento anni prima del ragazzino elettrizzato dall’archeologia, si comportò in modo simile. Oltretutto il personaggio in questione aveva a quel tempo una pressante necessità di danaro e doveva dimostrare al mondo quanto fosse abile. Il versante a nord-est di Tuscolo, sovrasta la Casilina che corrisponde pressappoco all’antica via Labicana, e da quel lato è ricco di vegetazione. Quello a sud-ovest, che dà sulla via Anagnina, invece è arido e spoglio. Noi quando organizzavamo una “esplorazione” ci davamo appuntamento al “Quadrato dei pini” un grande spiazzo rettangolare circondato da pini marittimi diritti come colonne e altissimi, quel giorno dovevamo trovarci là alle nove. A me risultava più comodo salire dal versante sud anche se poi dovevo scendere un poco sul fianco opposto per arrivare al “Quadrato”, noi lo chiamavamo così, e a me faceva pensare ad un immenso tempio preistorico. Nei primi anni cinquanta Tuscolo era ancora un luogo appartato, misterioso, un insieme di boschi, rocce, anfratti, caverne, ruderi, insomma un luogo meraviglioso per i divertimenti di ragazzi che leggevano Salgari. Era la nostra Malesia dei pirati, misteriosa e impenetrabile.


Fig. 1 - Teatro


Arrivai un poco dopo l’ora fissata e quel giorno è rimasto indimenticabile per due eventi: il primo fu una situazione che non seppi comprendere; l’altro, una scoperta fortuita che poi stupidamente rimpiansi per molto tempo perché fui certo d’aver perduto un’occasione, e la benevolenza della fortuna. Quando giunsi alla spianata, trovai il mio amico seduto su un masso che giocherellava col fucile. Aveva un fucile di piccolo calibro che racchiudeva in sé lo spirito di tutte le avventure esotiche. Era salito da un’altra strada e stava aspettando che comparissi. Lo vidi stranamente serio, accigliato, bruscamente mi disse: - Accompagnami a casa perché non mi sento bene -. Non gli detti ascolto perché gli piaceva prendersi gioco di me, ma soprattutto perchè mi aveva infastidito il tono scontroso e d’imposizione che aveva preso, e non volli credergli. Lui insistette e io m’incaponii. Ero convinto che volesse impormi un progetto diverso dall’esplorazione che avevamo progettato. Infine gli voltai le spalle e dopo un poco lo vidi ridiscendere zoppicando, appoggiandosi al fucile come se quello fosse stato un alpenstock. Disgraziatamente ero ancora convinto che stesse recitando, invece non m’aveva ingannato, quel giorno avvertì i prodromi di una malattia che immobilizzò lui per molti mesi, e lasciò me a contestare molti rimorsi. In conclusione, quella mattina decisi di tornarmene subito a casa, quindi scelsi la direzione più breve attraverso il bosco. Camminavo pensieroso e non badavo dove mettevo i piedi, ma ad un certo punto mi accorsi di essere ancora molto in basso. Mi diressi verso il folto della macchia affrontando il declivio ripido per raggiungere presto la cima del colle, quando d’un tratto notai della terra smossa. Rimasi perplesso perchè nessuno poteva coltivare qualcosa in quel punto, guardai intorno riflettendo sullo strano caso, la terra fuori posto era da un lato, e osservando meglio mi accorsi che ce n’era un cumulo a qualche metro da me. La curiosità vinse il cattivo umore, mi feci largo nell’intrico del sottobosco, e mi resi conto che il folto della macchia aveva nascosto delle strutture antiche. In quel punto qualcuno aveva compiuto uno scavo. I ruderi avevano l'apparenza di due grandi ambienti con copertura a volta addossati al ripido fianco della collina, e non avevano una facciata ma erano aperti del tutto, inoltre erano affiancati da altre strutture completamente in rovina. Sembravano grandi opere romane crollate che includevano le radici degli alberi, e forse proprio quelle radici le avevano demolite pian piano. Il cumulo di terra proveniva da una grande fossa scavata accanto a quegli ambienti. Mi chinai e vidi che la terra asportata era piena di cubetti di pietra bianchi e neri; ne raccolsi una piccola parte e li misi in tasca, supposi che fossero tessere di mosaico. Non si vedeva anima viva, immaginai che gli ignoti scopritori si recassero a scavare di sera, o di mattina presto ed ero sopraffatto dalla curiosità. Così, dopo aver girellato là intorno affacciandomi all’ingresso delle spelonche senza vedere niente, mi dissi che sarei tornato con una torcia elettrica per esplorarle per bene. Ero eccitato dall’inaspettata scoperta e fantasticando sulle più assurde possibilità mi avviai, finalmente sereno e soddisfatto, risarcito del precedente disappunto. A casa domandai subito a mia madre se aveva una lampada a pile. Lei notò il mio comportamento irrequieto e chiese senza scomporsi cosa dovevo farne. Tentai una risposta astuta, ma era inutile provarci, a quel punto reputai opportuno rivelarle la scoperta. Rise, quasi che la faccenda le sembrasse umoristica; poi disse: - Leggi il capitolo di Tom Sayer, quello in cui lui si reca al cimitero di notte, ti farà capire molte cose. -


Fig. 2 - Rufinella


Rimasi stupito e deluso dalla sua indifferenza. Lei probabilmente capì quanto era profonda la mia frustrazione, ma a sua volta s’irritò per la polemica che feci esplodere. Cercò di spiegarmi le ragioni per cui l’impresa che avevo in mente non potevo attuarla, mi suggerì di raccontare l’episodio a mio padre, ma forse lui avrebbe complicato il caso, la cosa migliore da farsi era parlarne con la signora Celli perché lei conosceva bene il principe Aldobrandini. Scoraggiato e di nuovo irritatissimo dissi che doveva parlarne lei alla sua amica Celli e poiché insistevo si esasperò e seccamente concluse che dovevo cavarmela da solo. Quello stesso pomeriggio andai a trovare la vecchia signora e le rivelai la scoperta. Non mi sembrò per niente impressionata e neanche un poco interessata. Fece qualche domanda, poi col tono di chi valuta una cosa da nulla disse che lo scavo probabilmente era nel parco della villa Aldobrandini e ne avrebbe parlato al principe. Ricordo benissimo la sua voce, parlava un italiano perfetto, ma aveva un accento singolare, la erre arrotata e la voce acuta, quella voce mi pare di sentirla ancora sentenziare, senza dirlo: “sei uno sciocco”. Anna Fraentzel Celli, consentitemi questo breve inciso, fu davvero una donna eccezionale. Quando la conobbi era in età avanzata e vedova del famoso malariologo Angelo Celli. Lei, giovane medico donna - una femmina, anche se medico, a fine 1800 non aveva nessun prestigio - sfidò l’incomprensione sociale, la febbre terzana e, per di più, i latifondisti dell’epoca padroni delle paludi Pontine, impegnandosi in una strenua lotta per educare i figli dei poverissimi braccianti alla prevenzione dalla malaria e a leggere e scrivere. L’indifferenza della vecchia signora mi amareggiò ancora di più. Mandai a quel paese l’archeologia, ma non giustificai neanche mia madre e mio padre che reputavo stupidamente disinteressati, e mi dedicai ad altre occupazioni divertenti. Ovviamente mi guardai bene dal raccontare al mio amico d’ esplorazioni la scoperta che avevo fatto. Questa storia minima più tardi si legò nella fantasia al personaggio che aveva iniziato veramente la spoliazione del Tuscolo. Ma contrariamente al principio morale che avrebbe dovuto portarmi a biasimare quel personaggio, me lo figurai un romantico eroe della cultura, sebbene avesse ignorato del tutto il fondamentale rispetto per i beni collettivi quali sono le antichità, rispetto che oggi c’impone una diversa condotta.


Fig. 3 - Luciano Bonaparte


La storia, per così dire “moderna”, di Tuscolo, cominciò infatti con gli scavi del personaggio in argomento: Luciano Bonaparte. Egli fu l’ideatore, e il promotore della rapina, ma non pensate che fosse un anomalo tipo di filibustiere. Non immaginatelo un predatore incivile, avido d’oro da sperperare in rozzi piaceri. Tutt’altro, Luciano Bonaparte era fondamentalmente uno studioso, attratto dalla letteratura e dall’archeologia quanto dalla scienza e dalla politica. Ma era uomo del suo tempo, con una concezione delle cose del mondo diversa dalla nostra. Era un intellettuale che si ritrovò a vivere nella Roma ottocentesca, quando la città era ancora ristretta, scomoda, arretrata. Veniva dalla Ville Lumiere, neanche lontanamente paragonabile alla Roma papalina, non solo per l’estensione e lo sfarzo che Parigi esibiva, ma per la vivace cultura che là si manifestava senza ostacoli. Ad ogni modo qui da noi decise di fermarsi e vi si stabilì facendo buon viso alla mala sorte. Luciano era il terzo dei fratelli Bonaparte. Nato ad Ajaccio nel 1775, quando Napoleone aveva sei anni, crebbe intellettualmente nel culto della Rivoluzione, come il fratello maggiore, ma i due realizzarono quegli ideali per vie diverse. Allorché Napoleone divenne primo Console nominò Luciano ministro dell’Interno, ma tra loro sorsero i primi contrasti, che si accentuarono via, via. Poi quando Luciano comunicò al fratello che avrebbe preso moglie e avrebbe sposato una borghese pressoché sconosciuta, Alexandrine de Bleschamps, Napoleone che aveva progetti matrimoniali precisi e propizi alla sua politica, vide i piani ostacolati dalla decisione del fratello, e andò su tutte le furie. Fu in seguito a questi fatti che Luciano nel 1803 si rifugiò in Italia. Oltretutto egli riteneva che il fratello avesse tradito gli ideali della rivoluzione, e anche per questo i contrasti tra loro divennero irreparabili. Si stabilì a Roma e acquistò Palazzo Nuñez, edificio prestigioso presso via Condotti. Poi comperò villa “La Rufinella” presso Frascati. In seguito avviò trattative con l’amministrazione pontificia per ottenere il feudo di Canino. Probabilmente il pungolo che lo spinse all’acquisto di una proprietà fondiaria di tale dimensione fu il desiderio di integrarsi nella nobiltà romana a pari dignità. Dovette darsi da fare abilmente per ottenere ciò che voleva se nel marzo del 1824 papa Leone XII lo insignì del titolo di principe di Canino. L’acquisto di quel feudo, più tardi, gli offrì l’occasione di compiere importanti scavi archeologici, e da allora trascorse il resto della sua esistenza fra Canino e Viterbo, dedicandosi con impegno crescente agli studi che sempre più lo interessarono. Qui non si può neppure delineare una biografia del Bonaparte, viceversa, valendomi delle vicende che visse in Italia, posso arrischiare un ritratto ideale, mentale, dell’uomo che allo stesso tempo fu assennato e scorretto, che da protagonista politico divenne un uomo d'affari singolare, geniale e addirittura uno studioso. L’uomo interiore, deluso nelle aspettative politiche ma mai demotivato e scoraggiato si mosse con intraprendenza e intelligenza e sebbene negli scavi del Tuscolo avesse cominciato l’attività di ricerca come un rozzo tombarolo, più tardi si dedicò seriamente all’archeologia. Certamente, alla fine del diciottesimo secolo nessuno, o ben pochi, pensavano che si potesse scavare per cultura, che si potessero portare alla luce sepolcri e monumenti antichi soltanto per investigare sul passato, Chi scavava faceva unicamente un lavoro dai possibili risultati economici e non teneva un giornale di scavo o rivolgeva l’attenzione alla stratigrafia. Gli aspetti estetici emergevano perché i collezionisti comperavano statue e vasi per le loro raccolte d’arte: prestigiose esibizioni di casta. Quando Luciano cominciò a scavare al Tuscolo le cose stavano così. La concezione degli scavi cominciò a cambiare nei primi decenni dell'ottocento, e una svolta in tal senso venne proprio da Luciano Bonaparte, che dopo aver acquistato la villa sopra Frascati: “La Rufinella”, iniziò delle ricerche nell'area di sua proprietà riportando in luce l’antica Tusculum, e suscitando un grandissimo interesse nella società colta del tempo. Mandando molti degli oggetti rinvenuti a Parigi rimpinguò le finanze, sua assillante esigenza, e si procurò grande notorietà. Ma a quel tempo Luciano scavava soltanto per ricavarne un guadagno. Per i Barberini, i Doria Pamphilj, gli Aldobrandini, i Colonna, i Caetani, nobili di antico lignaggio, Luciano era sempre un parvenu, un borghese ambizioso carico di soldi e comunque sempre un borghese arrivista. Che Luciano fosse molto ricco è vero, ed è anche vero che l’origine della sua ricchezza rimane oscura, problematica. Pare che si fosse appropriato di una parte dei beni requisiti da Napoleone e avesse finito di arricchirsi in Spagna quando vi andò console. Ma Luciano fu sempre un uomo dalla personalità complessa piena di luci e d’ombre. Uomo certamente dotato di molte risorse e interessi, inguaribile dongiovanni spese una fortuna per le sue amanti. Alla passione per l’arte, per le lettere, il teatro, l’astronomia, unì una notevole capacità imprenditoriale, divenendo industriale del ferro nello Stato Pontificio. Abile collezionista di antichità e opere d’arte, godeva della sua raccolta di dipinti ma sapeva anche abilmente commerciarne e trarne guadagno. Infine appassionatosi all’archeologia, questa divenne il centro dei suoi interessi e vi si dedicò con grande impegno per il resto della vita. Fece tutto non dimenticando mai la politica, e non si comprende come poté governare in sé le due anime che lo muovevano. Non mi spiego come poté correre a Parigi per dare manforte a Napoleone fuggito dall’Elba e tornato al potere, ricordandosi che era stato pressoché esiliato dal fratello, e al contrario era stato ben accolto nella Roma pontificia. Questo fatto resta sorprendente. La sua condotta morale, così come lo stile della sua vita, si evidenziano sconcertanti e ambigue, ma indubbiamente fu un uomo straordinario e pieno d’ingegno.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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