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TRAVERSIE AL TEMPO DELLA CRISI

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Tonino Defelice era stato un esperto meccanico riparatore, specialista in macchine da scrivere. Se l’era passata bene per un periodo abbastanza lungo della sua vita tanto che si permetteva di cambiare auto ogni due o tre anni e girava con vetture sportive che suscitavano l’ammirazione e l’invidia degli amici. Quelle auto erano una dimostrazione di solidità economica e capacità professionale. Godeva in fin dei conti di un’ampia popolarità. continua...

Poi, benché fosse ancora giovane, era cominciato il declino. Via via che gli uffici si adeguavano al progresso e rimuovevano le apparecchiature superate per lasciare ad altri congegni il compito di modernizzare il lavoro, i vecchi strumenti utilizzati dalle dattilografe sparivano dalle scrivanie e i computer prendevano il loro posto.
Defelice aveva avuto in appalto dal Comune la manutenzione periodica o, quando necessario, la sostituzione delle macchine da scrivere e nello stesso tempo aveva ottenuto la revisione regolare degli uffici della manifattura tabacchi e di altre aziende e vedeva il futuro roseo e prospero. Poi c’erano stati quegli sviluppi della modernità che avevano cambiato il mondo del lavoro e si era aggiunta la generale contrazione economica, quella crisi che abbiamo ben conosciuto e dopo pochi anni si era trovato senza lavoro.
Aveva provato vari mestieri: riparatore di elettrodomestici, orologiaio, perfino impagliatore di sedie, ma anche le sedie impagliate non andavano più di moda, la gente preferiva solide seggiole moderne in legno o in metallo, e Defelice era caduto in depressione, si sentiva sempre più angosciato e logorato.
Il tono di falsa comprensione degli amici lo mandava in collera, era sicuro che godessero del suo declino e così covava un rancore sempre più intenso per quelli che dimostravano di saperci fare e progredivano nel commercio o in qualsiasi altra impresa. Non usciva più di casa la sera, preferiva non farsi vedere in giro.
Finché un giorno gli venne in mente di evadere da quel tormento in cui affogava, di provare al nord. Là, a quanto si diceva, un cugino aveva fatto fortuna ma stranamente da un paio d’anni non dava più notizie di sé.
Andò a trovare la famiglia del cugino e si fece dare l’indirizzo di Gennaro, disse loro di stare sereni perché lo avrebbe rintracciato e subito ne avrebbe dato notizia.
Pensava a come avrebbe convinto Gennaro, avrebbe insistito e implorato Gennarino e quello non avrebbe potuto rifiutargli un aiuto. Gennarino certamente lo avrebbe aiutato a trovare un lavoro, oramai aveva fatto fortuna e per quanto aveva sentito dire era bene introdotto”.
Promise alla moglie che avrebbe cercato un appartamento appena si fosse sistemato e l’avrebbe chiamata a Milano al più presto. Raccolse il contante che poté racimolare e prese il treno.
Il viaggio non fu incoraggiante, non lo predispose ad aspettative rassicuranti, non gli alleviò minimamente l’ansia per l’avventura a cui si era destinato, anzi lo caricò di inquietudine, di angoscia. Spiacevoli passeggeri che condividevano lo scompartimento non fecero che parlare della crisi economica in atto, delle fabbriche che chiudevano per mancanza di finanziamenti e di esportazioni, per le difficoltà di assumere operai. Dipinsero un quadro così nero che lo demoralizzò più di quanto lo era già.
Quando giunse a destinazione era sera e la sua prima preoccupazione fu trovare una stanza per la notte. Girò a lungo intorno alla stazione e alla fine gli dettero un buco di stanza, una topaia in una pensioncina equivoca per venti euro. Si addormentò come un sasso ma la mattina dopo ricominciò l’assillante pianificazione della propria sopravvivenza fino a che non avesse trovato un lavoro.
La prima preoccupazione fu rintracciare Gennarino, ma all’indirizzo che gli avevano dato trovò una lavanderia, non un’officina, e del cugino non ne sapevano niente. Rimase a guardare alternativamente l’insegna del negozio e il pezzo di carta su cui aveva segnato il recapito. Fu probabilmente il suo aspetto abbattuto che incuriosì un tizio corpulento fermo sulla porta di un negozio. Defelice espose l’inconveniente in cui si trovava e l’individuo grasso lo informò che l’officina specializzata era stata trasferita, per quanto ne sapeva aveva traslocato in estrema periferia, poi gli venne in mente che poteva chiedere al bar là vicino.
Il bar era piuttosto cupo e sudicio, in un angolo del locale un gruppetto giocava a carte rumorosamente. Defelice spiegò di nuovo al barista il problema, quello lo scrutò diffidente, poi dopo aver compreso la situazione e aver valutato la semplicità e l’innocuità dell’uomo che gli stava davanti si rivolse a quelli che giocavano e disse ad alta voce: - Sapete chi cerca questo qua ? Questo cerca Gennaro. Cerca Gennarino –
Quelli si fecero una risata e uno dei giocatori senza neanche girarsi per vedere chi faceva una simile domanda disse: – Gennaro è come il prosciutto deve stagionare al fresco per migliorare – .
Defelice che non era stupido comprese al volo che il cugino si era cacciato in qualche grana, forse qualche grosso guaio, e che sarebbe stato del tutto inutile continuare a cercarlo.
Tornò demoralizzato alla pensione. L’unico aggancio per un possibile lavoro era svanito: il cugino probabilmente era in prigione e pertanto ora poteva contare solo sulle proprie forze. Ma da dove avrebbe potuto cominciare ? e fin quando non avesse avuto un lavoro come sarebbe sopravvissuto?
Girellò nella grande galleria della stazione e a un certo punto vide un capannello di uomini che dietro un chiosco discutevano e sembravano fuori posto quanto lui. Suppose che fossero immigrati e si avvicinò, disse che era appena arrivato dal sud e non conosceva la città, se loro erano del posto forse sapevano indicargli una pensione a basso prezzo.
Quelli erano molto guardinghi ma quando gli fecero capire che erano emigrati dall’Est Defelice si proclamò entusiasta dell’unione dei popoli e disse che lui era proprio un sostenitore dell’immigrazione. Disse ancora che anche lui era un emigrato senza lavoro e se loro erano già pratici della città potevano dargli qualche buon suggerimento. Offrì una birra e così divennero proprio amici, si dettero pacche sulle spalle e fecero un po’ di risate sulle abitudini di quella città, poi improvvisamente quelli dissero di avere molta fretta e se ne andarono lasciandolo solo. Un attimo dopo Defelice si accorse di non avere più il portafoglio.
Fece uno sforzo per non mettersi a piangere, era impossibile che si fosse fatto fregare così stupidamente. Cominciò a pensare di essere molto ammalato: forse la sostanza grigia del cervello si era indurita e poi si rese conto che non poteva permettersi un’altra notte alla pensione. E dove avrebbe dormito? E dove avrebbe mangiato ?



Si frugò in tutte le tasche e trovò che possedeva sette euro in moneta spicciola, poi essendogli scoppiato un mal di testa feroce scoprì di avere venti euro arrotolati dentro la scatoletta delle aspirine. Era tutto quello che gli rimaneva, l’intera fortuna su cui poteva contare. Doveva trovare un lavoro subito.
Si avvicinò ad un vigile urbano che gli parve bonario se non proprio caritatevole, e quello gli indicò un posto dove davano da mangiare ai diseredati: l’Associazione benefica “Pane quotidiano”. Si affrettò dunque fino a viale Toscana e si riempì la pancia con un piatto di pasta inoltre si mise in tasca una michetta, poi trascinò la valigia fino al parco Sempione.
Era una sera molto calda e non si stupì che le panchine fossero tutte prese da persone che, appollaiate come galline sui sedili del parco, aspettavano il fresco della sera. Si sedette sull’orlo di un’aiuola e aspettò. Cominciò a preoccuparsi quando alle ventidue vide che nessuno si alzava e le panchine rimanevano occupate. Un tipo dall’aria equivoca gli si avvicinò, aveva una tuta sbrindellata che teneva tirata fin sotto le ascelle lasciando la pancia scoperta, capelli ispidi e una cicca tra le labbra. Puzzava di vino e di sudore: – Mi pare che cerchi una panchina libera per poterti sdraiare, se non sbaglio – disse a Defelice.
- Sì, ma vedo che sono tutte occupate – rispose l’interpellato senza enfasi – aspetterò che qualcuno se ne vada –
- Non credo che se ne vada nessuno – assicurò l’ambiguo soggetto – passano la notte sulle panchine, ma io per dieci euro ti cedo il mio posto –.
Defelice gli fece osservare che se stava lì, in piedi, non stava occupando una panchina, come faceva a cedergli il suo posto ?
Il soggetto spiegò che il compare la stava tenendo occupata per lui.
Defelice gli rispose che non ne aveva bisogno, si sarebbe sdraiato sull’aiuola erbosa.
Allora l’altro gli fece osservare che nessuno avrebbe fatto la guardia alla valigia e certamente vedendolo addormentato qualcuno avrebbe potuto rubargliela.
- Anima dannata - sibilò Defelice. - Non ho più un soldo, mi hanno fregato il portafoglio, se accetti gli ultimi tre euro che mi sono rimasti subirò l’estorsione -
Fu svegliato alle cinque del mattino dal cinguettare degli uccelli. Si sentiva tutto dolorante, si tirò su a fatica e constatò che la valigia era stata ispezionata ma non mancava niente. Andò a lavarsi alla fontanella e dopo essersi tolto una scarpa e aver recuperato due euro che aveva nascosto in un calzino andò a fare colazione in un bar.
Era sabato e doveva improrogabilmente cercarsi un lavoro, ma la razione peggiore della vita doveva assaggiarla ancora, doveva compiersi la tragedia definitiva.
Fu dopo aver udito tante volte le stesse frasi di rifiuto: “ Non ci sono posti vacanti! Consegne sospese! Non si assumono nuovi commessi ! Abbiamo esaurito tutti gli ordini! Provi domani “ e cosi via, che lui ebbe un crollo psicologico. Su di lui quei dinieghi fecero l’effetto di una condanna. Furono una catastrofe che si aggiungeva a tutte le frustrazioni e alle centinaia di tentativi falliti e finirono per sprofondarlo nel baratro dello sconforto e della disperazione.
La notte tra il sabato e la domenica non dormì mai. Non aveva provato un malessere così terribile, una sconfitta così assoluta neanche quando lo avevano picchiato a sangue perché incautamente aveva fatto la corte alla ragazza di un malavitoso.
Alle nove della domenica mattina abbandonò la valigia nel parco. Strappò un brandello da un manifesto e con un mozzicone di matita scrisse: “ Cara Maria, non mi riesce di trovare un lavoro e quindi neanche un posto dove potremmo abitare. Ho persino cercato un’automobile abbandonata per dormirci. Mi sono rivolto all’ospizio, ma per essere ben accettati é conveniente avere la presentazione del parroco. Non posso nemmeno comprarmi un paio di mutande. Non sono più in grado di sostenere questo stato di cose ed ho deciso che l’unica soluzione é di farla finita con tutto. Amo te e i bambini più della mia vita ma la mia vita non vale più niente. Ti bacio appassionatamente, tuo Tonino “ .
Piegò il pezzo di carta e se lo mise in tasca.
Camminò come un mentecatto, arrivò sotto l’albergo più imponente della città, guardò in alto e gli parve che l’hotel Michelangelo fosse un edificio che toccava il cielo. Un grattacielo vertiginoso. Riuscì a entrare senza dare nell’occhio e salì fino al sedicesimo piano: una stanza era stata lasciata aperta dalle donne delle pulizie. Vi si chiuse dentro, afferrò il telefono e chiamò i vigili del fuoco. Quando sentì una voce svogliata e indifferente rispondere dall’altra parte Defelice disse : - La prego di fare attenzione. Non appena avrò riagganciato mi getterò da una finestra del sedicesimo piano dell’hotel Michelangelo. Desidero che recuperiate il mio corpo e avvisiate la mia famiglia. Troverete una lettera nella tasca esterna della giacca e … -
La voce dall’altra parte del filo lo interruppe facendosi attenta e vibrante : – Signore abbia pazienza ancora un poco, tutte le nostre squadre sono impegnate per un grosso incendio scoppiato alle porte della città. Se lei avrà ancora un poco di pazienza la sua azione verrà spettacolarizzata, la sua vita attirerà l’attenzione di migliaia di persone che si interesseranno al suo caso. Televisioni, fotografi e giornalisti accorreranno. Tutta la stampa parlerà di lei e lei prima di buttarsi potrà urlare al mondo le sue rimostranze. –
Defelice rimase interdetto, stava per obiettare che non desiderava nessuna spettacolarizzazione quando una fortissima botta tra collo e spalla e simultaneamente alle gambe lo mandò a terra, dopodiché si trovò ammanettato con le braccia dietro la schiena e la faccia sul pavimento.
– Portatelo al commissariato – intimò una voce energica.
Il centralinista dell’albergo aveva intercettato la telefonata aveva avvisato l’agente di servizio e quello con un colpo di karate si era preso l’incarico di interrompere Defelice strappandolo ai suoi propositi.
Non aveva rubato, non aveva causato danneggiamenti. Lo incriminarono per violazione di proprietà privata ai sensi dell’articolo 614 del codice penale e anche per procurato allarme, ma quel brav’uomo del commissario, quando ebbe sentito la sua storia, lo rilasciò con una solenne lavata di capo e lo rispedì al suo paese.



Durante il viaggio di ritorno ebbe molto tempo per pensare ed è logico che gli ritornasse alla mente la strigliata ricevuta dal commissario. Il pensiero si focalizzò in particolare su un rilievo del commissario il quale aveva detto con tono meravigliato: - Ma come ? Avete un casale a poca distanza dal mare e lo lasciate andare in rovina ? Chissà quanti imprenditori di queste parti ne farebbero un un resort o un agriturismo. -
Appunto per questa osservazione del commissario ricordò quando da bambino andava a trovare i nonni nel grande casale bianco appartato tra gli alberi di aranci. I nonni erano gente di campagna che aveva lavorato duramente per tutta la vita e con i loro risparmi suo padre aveva potuto aprire un negozio in paese. Quella buona iniziativa aveva avuto successo e aveva reso possibile più tardi che Tonino studiasse e si prendesse un diploma.
Quel casale esisteva ancora, seppure semiabbandonato, da quando i nonni erano morti, ma ben restaurato e ammodernato sarebbe potuto diventare un magnifico agriturismo, molto attraente se si teneva conto della gran vicinanza del mare. Ad un tratto si sentì eccitato, risoluto: ecco come avrebbe potuto dare una svolta alla sua vita pensò.
Doveva affrontare il futuro con coraggio, non piangersi addosso.
E quel nuovo entusiasmo gli accese ancora un’altra grande idea. Un’idea che giudicò magnifica. Anzi eccezionale. Il suo paese, il paese di San Isidoro Nottolemo, sarebbe diventato famoso per un’iniziativa che lo avrebbe risollevato agli occhi dei compaesani: il Concerto delle macchine da scrivere.
Un concerto ideale, fantastico, perché gli altoparlanti avrebbero amplificato il ticchettio dei tasti. Avrebbe radunato nella piazza del duomo trenta vecchie macchine, e tutti coloro che avessero sentito in se stessi la forza della creatività o la vocazione poetica: che fossero villeggianti, paesani o turisti di passaggio avrebbero potuto sedersi davanti alle macchine e la prima domenica di agosto avrebbero dato il via allo straordinario concerto, vale a dire avrebbero scritto brevi componimenti liberando la fantasia in un’atmosfera festosa e accogliente.
Si sentiva più leggero, meno spaventato dall’idea di affrontare il ritorno, l’ambiente sfavorevole, il circolo beffeggiatore. Si rendeva conto di essere capace di fare fronte al futuro. Adesso mentre proseguiva veloce verso sud, verso la sua destinazione, il treno pareva trasformarsi in una incoraggiante metafora della vita.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2012


 
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