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TRASTEVERE VIVO

Piero Angelucci abarcheo@inwind.it














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Fig. 1 - Trastevere

L'Insegna di Trastevere è un testa di leone in campo rosso. Lo stemma vuol dire che il rione si è scelta la più regale delle belve perché non ha paura di nessuno: anguille, orsi, cervi, colombi, agnelli e draghi non erano bestie da rappresentare la boria dei trasteverini. Si legge in una cronachetta: " Ma quanti sono, e saranno, cittadini della capitale italiana, non sanno, né sapranno come fin presso il 1870, Trastevere fosse una città nella città, sebbene la borghesia quattrinaia e la squattrinata aristocrazia lo avessero in uggia, anzi in dispetto, considerandolo l'ultimo dei rioni, chiamandolo perciò il "Fosso" . La storia e la leggenda fino a ottanta e più anni fa hanno nutrito la boria dei trasteverini, i quali seguitavano a guardare alla loro origine con una fede ferma che discendeva per li rami, da padre in figlio. Travisavano le memorie, riavvicinando alla loro miseria presente lo splendore remoto dell'impero, con i giardini di Agrippina e di Nerone, i parchi di Domiziano, villeggiature del Cesari. Si impallonavano al pensiero che fino dal tempo del Re la loro razza faceva paura agli abitanti bastardi degli altri rioni e che sul Gianicolo era stato sepolto Numa e crocifisso San Pietro.    continua...



Fig. 2 - Isola Tiberina



Il rione era come un'isola, nella quale si custodiva lo spirito geloso delle tradizioni pagane e cristiane. Per raggiungerlo bisognava passar ponti sul Tevere, costruiti in legno e pietra. Il segno dell’antichità rimaneva scolpito sui muri, incastrato nelle case, sulle torri, sui campanili costruiti a mattoni tolti alle rovine, portici e colonne. Le porte, quella detta di Ripa, con i vecchi nomi e le iscrizioni degli imperatori Arcadio ed Onorio. Il Tevere, come un mare, dava loro il sentimento della libertà. I navicellai di Ripa Grande, si lasciavano raccontare dai marinai genovesi avventure e favole di terre lontane e imparavano l'arte di guardare con la fantasia al di là delle mura, al di sopra dei campanili a bifore e trifore, lucidi di mosaici, i nomi delle chiese dedicati ai martiri del primo crstianesimo, I quali, a seicento anni dalla morte, potevano pur riapparire intatti, come nel sonno, vestiti di porpora, come santa Cecilia vergine, i pannilini macchiati dal sangue delle ferite. Alla santa romana gli angeli trasteverini portavano ghirlande di rose e la sua bontà era piena di onesta superbia, secondo la leggenda che la dice <<nata di gentile schiatta >>. Al prefetto dell'imperatore Marco Aurelio che le domandò: "Di che condizione sei tu? ", essa rispose, infatti: "Io sono gentilmente nata ". Rispose proprio come una vera trasteverina. Giardini di smeraldo incoronavano il rione e si specchiavano nel fiume, con terrazze e balconcini fioriti d'edera, di cedri e di aranci. L'arte si accende lucidissima nelle chiese, tra i mosaici cosmateschi e gli affreschi di Cavallini, il quale agli apostoli trasteverini, tanto per non sbagliare, ha dato In mano come a S. Bartolomeo, il coltello, e a San Giacomo la mazza.


D'esse cristiano è puro cosa bona: Pé questo hai da portà sempre in saccoccia Er cortello arrotato e la corona.

Fino ad un secolo fa il coltello ch'era servito a mandare all'altro mondo Il rivale, poteva pure essere appeso ad una parete del portico di Santa Maria In Trastevere, a lato del Crocifisso del Cavallini, in segno di pentimento. L'arte bizantina si è fatta romana quaggiù. La delicatezza del colore è tutta per le ali degli angeli, a piume soffici e leggere, e per i grandi occhi delle sante e delle vergini romanesche, con le sopracciglia arcuate come quelle della Fornarina, le quali partendo dal naso diritto a linea pura si allungano verso le tempie con dolce e morbida curva. Si scatenano nell'odio e nella difesa dell'onore; nutrono una antipatia atavica e feroce per gli abitanti del rioni Monti. E questi la ricambiano.

Noi semo de li Monti e che volete? Quattordici a bajocco, e cortellate. E pugni in faccia quanti ne volete.

Guai al popolano ottocentesco dei Monti che osa far la corte a una ragazza trasteverina.

Prima de dalle a voi le donne nostre sèmo capaci de muralle vive.

All'origine dell'odio era la superbia cocciuta dei Monticiani, i quali pretendevano di rappresentare da soli la pura romanità e osavano guardare a Trastevere come ad un covo di bastardi. Per convincerli che la nobiltà della stirpe era tutta di Trastevere, occorrevano "serciate in petto ". Appunta-mento al Foro Romano, tra le colonne e gli archi, vicino al Colosseo, un luogo che sembrava fatto apposta per la giostra. L'arma era il selce squadrato, da scagliare a distanza, il gesto simile a quello del discobolo di Mirone. La lotta rispettava una regola cavalleresca, quasi una tradizione. Tre campioni da una parte e tre dall'altra si incontravano nel mezzo del campo e si salutavano con un corto cenno del capo, guardandosi con malagrinta, senza dire parola. Ai lati del Foro la folla seguiva la sassaiola senza levar voce. I feriti erano portati via a braccia, le teste spaccate. Alla fine, i capi delle due schiere ripetevano Il saluto, stringendosi la mano per suggellare, in buona cavalleria, l'odio e l'antipatia che li legava. Lo scenario di Trastevere stava nel silenzio, dal quale fiorivano torri e giardini, casupole basse abbracciate ai ruderi sui quali si accendeva il fuoco dei garofani e dei gerani. Le strade senza selci portavano il nome del mestiere che vi si esercitava o quello di una famiglia prepotente legata a memorie tragiche, come quella dei Mattei, nella quale si erano ammazzati tra fratelli, "a sangue caldo", durante una festa di nozze. Sulle botteghe, insegne di fantasia: il cerusico metteva in mostra un insanguinato piede di legno o di ferro dipinto; il farmacista, una serpe; una cornetta informava Il pellegrino che là era la posta dei cavalli; uno svizzero del papa era l'insegna del trinarolo; e per l'osteria, c'era la frasca. Le locande alzavano sulle porte galli, orsi, aquile, sparvieri. Dove si vendeva tabacco era un turco che fumava la pipa. Il barbiere appendeva uua bacinella di rame che poteva pur significare la presenza del chirurgo disposto a castrare i bambini per farne languidi cantori delle cappelle pontificie. I carrettieri, i facchini, gli scalpellini portavano cappelli adorni di nastri rossi e gialli e giacchette di velluto nero o azzurro, con attorno ai fianchi una fascia di lana o di seta rossa, dentro la quale era infilato il coltello. Sui visi una barba corta. La loro andatura era lenta, morbida, di chi vuol far credere d'essere padrone sicuro del tempo suo.

Bevi e cammina, E nun te ne curà si lampa e tona

Sotto la cenere della pigrizia, ira e burbànza in obbedienza al leone dello stemma. Una festa, la sfida coi Monticiani, a Campo Vaccino! Prendersi a sassate ai piedi del Palatino significava sentirsi per una giornata gladiatori di Nerone. L'amore come un patto giurato, soprattutto per le donne. Obbedivano come schiave gelose al loro uomo.

Amore bello Che l'antra sera me lo carcerorno, Perché in saccoccia portava er cortello.

Raffaello trovò a Trastevere la realtà del suo amore in una chiara giornata di autunno del 1515. Ritrarrà la Fornarina quasi nuda, in una offerta di carnalità superba, i seni come due fiori intatti, le mani schiette, lunghe, delicate, i grandi occhi attenti. <<Guardala, sembra dire il quadro, questa è la donna mia, che tutta mi appartiene >>. Al braccio sinistro è il braccialetto con la segnatura, sigillo di proprietà: <<Raphael Urbinas >>. Si racconta infatti che la Fornarina subito dopo la morte di Raffaello entrò nel convento di Santa Apollonia e aspettò, pregando, di ricongiungersi a lui .




Fabrizio Sarazani: Trastevere vivo, da <<Il Messaggero >>, 30 luglio 1956.

 
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