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TINTORETTO e l’Eros splendente

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Com’eri bella, Colombina! Dio solo sa se mi hai offerto il piacere più intenso e sontuoso. Con te ho gustato un incanto inenarrabile, ho sperimentato l’abisso della sregolatezza e dell’eccesso e ho assaporato l’appagamento della sensualità, godendola meravigliosamente. Emanavi l’essenza della vita, il respiro della primavera.    continua...

Il turbamento più felice l’ho conosciuto con te, e non era soltanto erotico: era estetico, armonioso, creativo. Alba infinitesima della pienezza e della completezza, prima di arrivare dove ora mi trovo. Cosa ne sanno questi quattro insensati che ora stanno coi piedi sulla Terra. Come potrebbero capire cosa significa godere con il corpo e con l’intelletto allo stesso tempo ?
Mentre dipingevo lo splendore della tua carne d’ambra, di miele, di luna, ero amante, antropofago, poeta, filosofo, tutto nello stesso tempo. Mescolavo biacca, arzica, rubbia, zallorino, sulla tavolozza e provavo un tormento. Una voracità intensa mi spingeva quasi a divorare quell’impasto perché era il colore del tuo corpo. Quell’amalgama di pigmenti e la tua pelle erano una sola cosa e avrei voluto impadronirmene, averne la completa assimilazione. Non mi bastava saziarmi della tua libidine, avrei voluto divorarti ingurgitarti mangiarti ingoiarti. Non si può esprimere con parole questo istinto di possesso primitivo e totale che prova un essere vivente. Debbo sforzare molto il privilegio del ricordo che in una certa misura mi è ancora dato, ma come essere etereo quale sono ora non posso più sperimentare sensazioni vere, e neanche dilettarmi a ricomporre turbamenti oramai lontanissimi.



Colombina mia, parlo attraverso la bocca di costui che mi ha evocato e che non ne sa nulla di cosa sia il vero piacere, di cosa sia un calice di vino di Cipro fresco e profumato dopo un’ora di fatica col pennello tra le mani, e la visione di una idea stupenda da trasporre sulla tela; estasi che ti infiamma la testa. Non sa nulla dei nostri tempi, della peste e della diuturna pervicace speranza di sopravvivere.
Che ne può sapere costui di com’era Venezia ai nostri tempi. Come potrebbe conoscere la mortificazione l’afflizione e la fatica de doverse ingraziar il clero e i nobili. D’elemosinar committenze. Sempre rivolto a defenderse da quei can de dipintori concorrenti e avversari. Lupi famelici e invidiosi, pronti a vendere l’anima pur de levarme de mezo. E tu, povera putela, con sorrisi e menzogne, e insinuazioni e unghie affilate e adescamenti, a far fronte alla guerra delle tue rivali cortigiane.
In verità non riesco a parlar come vorrei, come desidererei rivelarmi. Non riesco a manifestare quel che me piaseria de far saver, perché i pensieri di costui si intersecano con il mio tentativo di raccontare, e la sua bocca parla italian, anzi nol so dir se elo parla romanesco ma de sicuro non venezian come che a noi piaceria.
St’omo ghe avrà sentio parlar venezian a teatro. Forse avrà visto qualche commedia di Goldoni, quel diavolo di commediografo vissuto due secoli dopo di noi che ha ideato messinscene in veneziano, e st’omo qua ogni tanto me fa parlar come un papagal.
Raccontare con la bocca di costui che mi ha evocato è un disastro, perché i suoi pensieri m’intralciano. Non ho la libertà di usufruire interamente del suo cervello: quell’organo che opera da strumento ricevitore e trasmettitore.
Mi rivelo attraverso il suo encefalo, ma là dentro c’è un groviglio di immagini e concetti, un garbuglio di nozioni e irrilevanze e assurdità e confusioni che mi ostacolano e mi affaticano.



Colombina mia, guarda come che m’ero ridotto negli ultimi anni. Guarda il mio autoritratto e mi vedrai vecchio, con gli occhi infossati e cisposi, la barba ispida e non curata, torvo e malinconico. Capirai anche che avevo preso troppo diletto col Recioto, col Bardolino, con il Merlot, col Raboso e tutti gli altri buoni vini, quei santi farmaci di Bacco. Che in luogo de sanarme m’avea aumentà la mestizia.
Avevo passato i sessantacinque, un’età già venerabile per quei tempi, e sul mio volto potevi leggere la fatica, la malinconia, la scontentezza, l’amarezza per le continue insidie, per i tranelli dei pittori rivali. A quel tempo c’era il Veronese che faceva man bassa di commissioni e ti ricordi quel Paris intrigante? E mi con quela barca de fioi da accomodar m’ero ridoto a lavorare ritratti a lume de lanterna. Come vedi mi son dipinto contro un fondo scuro come il buio che mi avrebbe ingoiato da lì a poco.
Colombina mia, mentre tento di comunicare, questo soggetto che fa da interprete potrebbe comprendere la pittura vera, ma sta guardando il mio quadro e ragionando con idee del tempo in cui vive, epoca senza alcuna forza morale e senza orientamento. Brancolando in una foresta di idee antitetiche che non gli permettono d’intendere l’opera mia.
St’omo guarda le mie tele e mormora di campi lunghi e di campi brevi, che sarebbero affari di cinema, un’altra diavoleria del tempo in cui vive, epoca anomala e malata. E parla della mia pittura “in cui le pose risultano drammaticamente teatrali” e dice di spazi dilatati e altre bezzerie e corbellerie. Com’era più facile il nostro mondo quando un lavoro - ben disegnato o difettoso che fosse - se era buono o no lo capivan tutti.
Ma parliamo di noi. Cosa ne sanno di quanto ho penato, cosa ho dovuto sopportare, ingoiare oltraggi, invidie, ricatti, faticare sempre. A volte ho dovuto destreggiarmi abbindolando, è vero, facendo le furbate, come il dipinto pronto già prima della commissione (1) ma avevo assoluto bisogno di lavorare. E sempre san Rocco mi ha aiutato e a lui debbo la salvezza dalla peste.
Quella canaglia di Tiziano, che mi ha fatto passare più tormenti del diavolo, che mi ha intralciato il cammino della vita, lui la peste se lo è portato all’inferno.
Guarda il ritratto di quell’omo. Guarda gli occhi duri e spietati di Tiziano, e senza che te ne parlo ancora, puoi immaginare quante me ne ha fatte passare e ben gli sta non solo che sia morto di peste ma che in pochi anni il figlio gli abbia divorato tutto il patrimonio.

Ma voglio parlarti del quadro in cui t’ho messa in scena e voglio dirti una cosa insopportabile. Ora so che quell’orrendo vecchio che si nasconde e fa capolino e si sporge per adocchiare da dietro la siepe di rose, quello là ero io. Non vedevo quanto ero brutto, anche se la coscienza mi diceva di non essere così lussurioso e lascivo, ma non potevo oppormi al tuo fascino irresistibile.
Quel giardino dove ti ho collocato rappresentandoti come Susanna lo volevo rendere il giardino del Paradiso. E quei due vecchioni mi davano oltremodo fastidio, e ora so bene perché, e difatti ne misi uno in fondo che prende poco risalto e uno al principio della siepe e lo avrei voluto ancor più ridotto e nascosto. Mentre sono contento di quel fascio luminoso di sole che si è fatto strada tra le chiome degli alberi e ti illumina, ti esalta e ti rende radiosa.
Volevo riempire di animali quel luogo di paradiso: pavoni, gru bianche, ibis neri, fenicotteri rosa, unicorni, farfalle, ma il soggetto non me lo permetteva. Ho messo un piccolo cervo sul fondo e una gazza sopra la tua testa per il significato simbolico che sai (2). La siepe di camelie mi piaceva tanto, era una parete che avevo visto nel giardino di una villa sul Brenta, creava il luogo appartato che volevo ti accogliesse.

Angelo mio, ti se stada una porca lussuriosa ma anche una cara putela, e si vede bene dal tuo viso gentile incoronato da quei biondi capelli che mi incantavano.
I tuoi capelli d’oro erano così meravigliosi che tante volte mi sono detto che se fossero stati intessuti nelle sete di mio padre gli avrebbe messo in mano il velo delle fate, la più preziosa stoffa tessuta della spuma d’oro marino di Venere.
Colombina, ti dirò una cosa che non ti dissi allora perché pensavo che non te ne sarebbe importato nulla e invece ora so quanto eri intelligente, sottile, attenta e pronta a comprendere.
Le mie opere sono drammatiche. Nol sto a dirte che ti te le ricorda de sicuro. Questo quadro invece è uno dei pochi in cui si respira pace e opulenza. Un ambiente piacevolmente fresco, pieno di esuberanza giovanile, rigoglioso di natura e giovinezza in fiore, di bellezza in contrasto col degrado fisico e morale dei due vecchioni.
Un’atmosfera trasognata quasi incantata aleggia in quel giardino, e come una musica indistinta e soave è lo sciacquio dell’acqua dove tu Colombina mia ti bagni placidamente e ti rimiri nello specchio. Quello specchio punto focale e baricentro del quadro, in cui s’incontrano la “vanitas” e la bellezza.

Colombina mia, povera putta, trastullo di quei cani di nobili degenerati, di quei cicisbei e di quei vecchi bavosi e dissoluti. Li hai conosciuti dal vero quei vecchioni che ho dipinto nel quadro, ma la tua anima è rimasta pulita. So bene di quante tenerezze eri capace e so con che amore ti sei presa cura della tua vecchia madre e come una dopo l’altra la peste vi ha portato via.

Debbo rivelarti un segreto, una stravaganza che mi aveva tentato. Ma è arrivata la peste e non ho avuto il coraggio né di farla, né di rivelare quella bizzarria, perché mi pareva orribilmente emblematica.

Leda col cigno


Avevo pensato di dipingere attorno al tuo corpo un mantello di velluto nero, come fosse scivolato dalle tue spalle nell’acqua della vasca in cui sei accomodata tranquilla. Avrebbe reso ancora più luminosa la tua carne. Tu sai che mi piacciono straordinariamente i velluti: ebbene volevo dipingere un velluto nero che avrebbe fatto risaltare la luminosità del tuo corpo (E intanto che parlo i pensieri di quest’uomo che mi fa da amplificatore e interprete e divulgatore mi disturbano), un velluto con i riflessi argentei così come ho fatto nella Leda col cigno. Ebbene avevo pensato di figurare con i riflessi chiari sul nero uno scheletro. Avrai visto che in quel quadro della Leda il velluto ha dei riflessi che pare disegnino le gambe di uno scheletro. Ebbene avevo pensato di farlo apparire per intero, con le ossa disegnate nel velluto che ti avrebbe circondato, ma non ne ho fatto nulla, e poi ne sono stato contento perché me sarebbe parso de aver evocato la morte che ha invaso Venezia.
Ma di te ho fatto un monumento perenne e quei cani che ti hanno usato per il loro piacere stanno all’inferno, amore mio. Addio, addio.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2012


NOTE



(1) Si riferisce al modo con il quale Tintoretto ottenne la commissione per decorare la Scuola di San Rocco. Propose alla Scuola, come lavoro compiuto e come dono, la “Gloria di San Rocco” che doveva porsi al centro del soffitto, Lo presentò già finito invece del bozzetto richiesto dai responsabili della Scuola, che avevano deciso di indire un concorso per mettere alla prova i più rinomati pittori a Venezia: Andrea Schiavone, Federico Zuccari, Giuseppe Salviati e Paolo Veronese.

(2) La gazza è simbolo tradizionale della Vanitas. È nota l’attrazione della gazza per le cose lucenti, per esempio gioielli e frammenti di specchio. Nella simbologia cristiana medievale simboleggiava il Diavolo e la vanità.

 
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