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La Tabula

ottava puntata














  
 

– Mariella, non so dirti se il tempo procede in linea retta oppure ha una crescita a sinusoide, nel qual caso sarebbe più convincente “l’Eterno ritorno” di Nietzsche. Ma ciò che sicuramente conta è il tempo che viviamo adesso, la cui egemonia modella la nostra vita e scandisce quella di tutti –.
Lei mi ha guardato interrogativamente, perciò le ho spiegato: – Mi hai chiamato a colazione; sarei rimasto volentieri a crogiolarmi nel tepore del letto, dietro a una lodevole meditazione che stavo sviluppando. Ma dalla porta socchiusa è arrivato il profumo del caffè caldo, e delle focaccine al miele, un richiamo irresistibile, un piacere così forte che ha superato l’altro. Così ho sospeso l’amabile intermezzo speculativo, tra il sonno e l’impegno giornaliero, e ho rinviato lo svago intellettuale che elevava virtuosamente la mia natura. Quando sono venuto in cucina, e mi sono seduto al tavolo, ero impaziente come un bimbo, e tu mi hai chiesto: – Perché sorridi ? –
– Perché amo questo momento, godo questo istante di piacere –. E ho aggiunto: – Dovrò parlartene chiaramente. Devo dirti cosa meditavo. Proponevo a me stesso dei concetti buoni, da cui i tuoi incantevoli profumi mi hanno distolto –.
Un attimo di estasi al primo sorso di caffè, poi ho proseguito: – Poco prima che tu mi chiamassi a colazione riflettevo sul “Carpe diem”, immaginavo di poter fermare e godere un istante straordinario, irripetibile. Se preferisci un altra dizione dico che meditavo “l’attimo fuggente”. Ma non è facile distinguere le qualità del momento eccezionale dagli altri infiniti abbagli e incantamenti dell’esistenza. Non è facile ricavarne il merito, far risaltare l’unicità di certi istanti rari.
Che io abbia, o non abbia vissuto un’altra vita, non modifica minimamente la pienezza e la bellezza di “questa” che viviamo insieme. Eccomi al punto: voglio dare a questa esistenza una qualità migliore, arricchirla, impiegarla meglio. Sembrerebbe che il “mio” motto: “Ricordati di vivere ”, sia l’opposto del “Memento mori”, che i monaci si ripetono lugubremente. Invece quel “Ricordati di vivere” che propongo di scambiarci, rende meno drammatica la prospettiva della fine, e dà un valore costruttivo a quell’altro infelice ammonimento.
Ricordati di vivere! In che senso? In questo: “valorizzare il fuggevole, apprezzare il provvisorio, beneficiare del minimo”. Accetto la critica, so che sono pensieri da vecchio, eppure chi è in grado di valutare, valuti. Intestardirsi a cercare la felicità in un altro ambito, in un’altra occasione, è pericoloso. Cercare un diverso “campo di gioco” più vantaggioso, più esaltante, che arrechi fama e ricchezza, è follia.
Nell’altra esistenza, durante l’ultimo periodo vissuto nel deserto, non sapevo che un certo Orazio, famosissimo poeta, aveva celebrato il “Carpe diem”. Ne scoprii l’importanza autonomamente, e me ne avvalsi per vivere in quel nulla, conservando la serenità. Ma voglio accennare a qualcosa che forse ti spiegherà un po’ meglio cosa intendo per “attimo fuggente”.
Aldous Huxley, l’autore de “Il mondo nuovo”, sperimentò un allucinogeno: l’LSD, e descrisse poi quell’esperienza. Disse che nella stanza dove si trovava c’era un mazzo di fiori che non cambiò forma, né divenne mostruoso per azione della droga. Si caricò invece di un’eccezionale intensità di vita. I colori assunsero una potenza d’espressione amplificata e sfolgorante, quei fiori gli offrirono una rivelazione di eternità, gli rappresentarono la creazione dell’universo intero. Descrisse così quell’impressione: “… L’altro mondo nel quale la mescalina mi introduceva non era il mondo delle visioni [ma] esisteva fuori di esso, in ciò che potevo vedere con gli occhi aperti. Il grande cambiamento era nel regno del fatto obiettivo. Ciò che era accaduto al mio universo soggettivo non aveva relativamente importanza … [guardando quei fiori]vedevo ciò che Adamo aveva visto la mattina della sua creazione: il miracolo, momento per momento, dell’esistenza nuda ”.(1)
Ecco! Senza dover ricorrere a un allucinogeno voglio afferrare quanto c’è di meraviglioso attorno a noi. Catturare intimamente, interamente, la bellezza di un tramonto, di una nevicata, godere il diluvio di colore di un campo di papaveri, gioire intensamente del profumo del pane che esce dal forno e di un’altra infinità di semplici cose momentanee, transitorie, brevissime –.
Hai capito o non hai capito ?
Mariella ha sorriso indulgentemente, e non ha risposto. Ho sorvolato, e ho chiesto: – Adesso ti dispiacerebbe rileggere la parte che ho continuato a dettarti? La tua voce rende le parole più corpose, più incisive. Insomma più apprezzabili –.
– Umberto sei un furfante, ma ti leggerò le stranezze che hai raccontato sperando che arriverai a capire quanto sei assurdo. Forse arriverai a vergognartene –.
E ha cominciato a leggere.

“Il fortuito caso che cambiò straordinariamente la mia presenza a Sidone avvenne una mattina in cui ero di cattivo umore. Tempo dopo non seppi più se credere o rifiutare l’intervento dell’astrologia. Decisi di respingere risolutamente quella speculazione filosofica che gli amici greci continuavano a presentarmi cercando di spiegarmi perché mi era capitata una combinazione tanto felice.
In breve, una mattina venne all’emporio un ricco produttore d’olio. Un tipo dall’aspetto poco raffinato, indossava una tunica malridotta, scolorita che forse aveva ricavato da una vecchia toga; e poi il modo di conversare, duro e sbrigativo, non aiutava a stimarlo. Insomma non pareva una persona di buon gusto, eppure dovetti cambiare presto il giudizio iniziale.
Fortunatamente quel tizio parlava la mia stessa lingua, potei quindi esprimermi perfettamente. Per un’altra fortunata congiuntura Azareel si accorse della mia attitudine a distinguere il bello. Effettivamente sono bravo nello scegliere gli oggetti senza imperfezioni, abilmente modellati o disegnati. Non saprei dire da dove mi viene questa dote, ma penso che essendo vissuto in mezzo ai tappeti abbia assorbito fin nelle ossa quegli ornamenti che riconosco a colpo d’occhio. Me la cavo altrettanto bene con le ceramiche. Un poeta non sa dire perché è nato poeta, io so riconoscere il bello perché ho vissuto tra cose belle e un angelo ha voluto elargirmi tale privilegio. Questo è quello che so.
Quel ricco imprenditore desiderava un tappeto eccellente, davvero magnifico, per una sontuosa sala che si era fatto costruire nella sua domus rustica. Dopo avergliene mostrati alcuni mi lanciai nella lode sperticata di un tappeto che a me piaceva davvero, e lo feci con tale entusiasmo, con tale sincerità, che il tizio volle comperarlo senza indugio. In più riuscii a vendergli uno stupendo ferculum, ossia un portavivande d’argento munito di un coperchio semisferico decorato con raffigurazioni dello zodiaco.



scala



Azareel per caso si trovava a riordinare delle stoffe dietro un grande tendaggio appeso, e mi ascoltò senza che me ne accorgessi. Intese l’appassionato elogio del capolavoro che avevo tra le mani, e l’apprezzamento del cliente che assentiva con ammirazione. Così decise di trattenermi a Sidone valutandomi un buon arruolamento. Scrisse una lettera a mio padre, perché acconsentisse, disse che si compiaceva della mia abilità, che però doveva essere adeguatamente coltivata e indirizzata.
Il patriarca ne fu contento, gli fece recapitare la risposta in cui dava l’assenso per scritto. Azareel poteva disporre di me come meglio riteneva, a patto che fosse severo e inflessibile. Considerò questo tirocinio assai proficuo, anche se non mi chiese mai se avessi una diversa aspirazione. Azareel non tardò a mettere in pratica gli ammonimenti di mio padre, però il tirocinio, che fu duro, mi soddisfece ugualmente. Seppi farmi apprezzare e quando realizzai la vendita di alcuni specchi fabbricati nei dintorni, che nessuno aveva valutato, ottenni un grande elogio.
Azareel era un’ottima pasta d’uomo: intelligente, energico, dinamico. Severo quanto era necessario per guidare quel ragguardevole stabilimento commerciale. Debbo dire che alzò le mani su di me solo accidentalmente, rara consuetudine in tutto l’impero romano.
Dopo qualche settimana si rese conto che ero irrequieto, irritabile, pensò che fosse la lontananza da casa e dagli amici a ridurmi in quello stato, perciò mi prese da parte e mi chiese senza preamboli:
– Uriel da molti giorni ti vedo di malumore, ti mancano gli amici? Hai nostalgia di casa? E’ per questa ragione che sei svagato, nervoso e imbronciato? –
Risposi schietto e spedito perché sapevo che Azareel non gradiva giri di parole: – No saggio capo, non ho nessun desiderio di tornare a casa, qui mi trovo benissimo, e mi piace la città, così come mi piace questo lavoro. Ma con tutta sincerità ti confido che amerei molto imparare bene il greco, e magari anche il latino. Vorrei fare pratica nella scienza dei numeri perché condurrei meglio il commercio e per tutto ciò vorrei frequentare la famosa scuola di filosofia che è vanto di questa città –.
Azareel mi guardò come fossi diventato matto, era chiaro ciò che pensava: “Guarda questo pidocchio di provinciale che si crede una cima di sapienza e pretende di andare sul Parnaso, questo vorrebbe rovesciare il mondo, oppure pensa che qui siamo degli imbecilli”. Però non disse nulla, non mi concesse neanche un commento, mi intimò semplicemente di togliermi dai piedi e di impegnarmi di più nel lavoro se volevo mangiare.
Azareel non solo rifiutò l’idea che desiderassi istruirmi, ma a far straripare il suo sdegno bastava dire che oltre il commercio esisteva anche l’erudizione. Col passare dei giorni, vedendo che deperivo sempre più, evidentemente ci rifletté un poco. Infine dopo altri vari giorni constatando che non toccavo cibo accondiscese a lasciarmi andare, qualche volta. Mi fece una grande concessione: “nel caso fossi riuscito a farmi accettare come discepolo avrei potuto frequentare l’accademia una volta ogni interlunium”. Gli feci notare che non mi sarebbe servito a nulla intraprendere lo studio usufruendo di intervalli tanto sporadici e perciò più che un beneficio sarebbe stato uno sforzo inutile. Se dovevo attendere le notti senza luna era meglio che mi dessi al brigantaggio. Mercanteggiammo a lungo, infine mi lasciò la possibilità di frequentare una volta alla settimana. Questo fu l’inizio penoso, ma fecondo.
Finalmente riuscii a farmi ammettere in quella palestra e seguii le lezioni tutte le volte che mi fu possibile. In poco tempo riuscii anche a conquistarmi le simpatie di Apollonio. Quel filosofo probabilmente mi considerò un singolare pulcino capitatogli tra i piedi, che forse sarebbe potuto diventare un buon gallo, e perciò valeva la pena di allevarlo.
Riflettei a lungo su quel grande sapiente, pensai che fosse l’unica persona in grado di leggere lo scritto che mi tormentava, ma valutai anche l’eventualità che considerasse quella copia una cosa da nulla e in quel caso avrei fatto la figura dello sciocco. Ero molto combattuto tra il presentarmi, e parlargliene, oppure dimenticare una volta per sempre quella preoccupazione.
Infine mi armai di coraggio, misi sotto braccio l’inaccessibile tavoletta e decisi di tentare. Preoccupato, titubante, sudato, mi presentai al celebre filosofo mentre questi veniva dalla palestra camminando lentamente, meditabondo, un po’ curvo. Lo fermai, gli dissi che ero rimasto conquistato della grande sapienza che elargiva, che osavo sollecitare un poco la sua attenzione perché avevo un gran desiderio di conoscere una scrittura misteriosa. Per questo motivo gli chiedevo umilmente lumi sullo strano testo che avevo copiato. Tenevo la tavoletta tra le mani mentre lui stava ad ascoltarmi con pazienza, e poiché il grand’uomo aveva mostrato una disposizione d’animo tollerante, gli porsi la tabula.
La osservò attentamente e mostrò un’espressione curiosa, a me parve che fosse meravigliato. Eravamo in piedi sulla strada, mentre il forte vento dal mare faceva svolazzare i mantelli, le frange mi si attorcigliavano addosso e le raffiche mi scompigliavano i capelli, lui pareva non accorgersene. Malgrado la polvere che ci entrava negli occhi e nella bocca rimase ancora un poco a fissare la tavoletta poi si rivolse a me con voce calma, ma che mi parve eccitata.
– Dove hai preso questo testo ? – mi chiese.
Ero preparato a una domanda del genere e avevo escogitato alcune risposte, ma in quel momento, per l’emozione, dimenticai cosa mi ero ripromesso di dire e inventai li per lì una storia strampalata. Un imbarazzo inspiegabile mi impedì di raccontare quello che era accaduto, e dato che parlavo con un filosofo ritenni poco conveniente raccontare la disputa a cui avevo assistito: il confronto con gli accusatori dell’adultera, e il retroscena religioso. Pensai che a un filosofo era meglio presentare Yeshua come fosse stato un altro filosofo, senza spiegare che il maestro in questione era un profeta. Lui mi fissò, pareva non aver inteso la storia che avevo narrato, forse aveva compreso il mio stato d’animo e pensò che fosse meglio rinviare l’indagine a un altro momento.
– Uriel, non so chi sia questo Yeshua di cui mi parli, ma deve essere un uomo molto sapiente –.
– Perché dici questo, Maestro ? –
– Dovrò studiare meglio il testo che mi hai mostrato, accertare se questa frettolosa interpretazione che ho improvvisato è attendibile. Questo testo in parte è scritto in Sanscrito, ma pare che voglia dire qualcosa di nuovo … Può anche darsi che la tua copia sia imperfetta, dovrò controllare il valore della traduzione. Comunque pare che il tuo filosofo conosca cose straordinarie. Sembra che costui sia a conoscenza di una filosofia eccelsa …–
All'improvviso si interruppe. Aveva avvertito di essersi abbandonato a un’inammissibile familiarità. L’inaspettato incontro lo aveva confuso e aveva parlato troppo. Il grande filosofo aveva dimenticato il suo ruolo, si era lasciato andare e si era manifestato naturale. Aveva dimenticato che rappresentava un simbolo cittadino e si era mostrato un comune mortale incuriosito da un oscuro testo.
Rimase in silenzio un momento, poi disse: – Tratterrò questa tavoletta fino a che ne avrò necessità –.
La perentoria conclusione non mi piacque, avevo avuto fiducia in lui, avevo immaginato che mi avrebbe offerto una spiegazione soddisfacente. Sebbene non mi aspettassi una lettura facile, speravo almeno in qualche accenno illuminante. Rimasi deluso, ero sempre in piedi perché lui rimaneva lì pensieroso e incurante del vento e della pioggia che aveva cominciato a cadere. All'improvviso, come se gli fosse venuta un’idea improvvisa disse, quasi che discorresse con se stesso: – Uno di questi giorni parlerò della geometria. E’ da tempo che penso di trattare della natura incorporea che dà forma visibile, a volte difficilmente riconoscibile, a ogni cosa del creato. La mirabile geometria vi affascinerà –.
Non avevo capito nulla, si era messo la tavoletta sotto il mantello e si era incamminato per la sua strada. Ero assai riluttante a lasciargliela, anche se era una copia, e me ne andai profondamente scontento.
Qualche giorno dopo, la nostra venerata “Guida alla conoscenza”, riunì nel portico i seguaci più giovani e iniziò a parlarci della sublime geometria a noi sconosciuta. Non disse nulla che potesse avere qualche attinenza con il mio problema, non accennò mai alla mia amata tavoletta, però fece riferimento ad una stella che poteva essere tracciata senza sollevare lo stilo dalla superficie della tabula, perciò con gli occhi della mente rividi la stella a cinque vertici che anche Yeshua aveva disegnato nella polvere e che Apollonio chiamò pentagramma.
Per renderci accessibile quella geometria, che molto tempo dopo divenne una mia grande consolazione, prese le mosse da Pitagora e giunse a dispensarci il suo insegnamento con una così calda e intensa sollecitazione, che ci coinvolse in una grande partecipazione emotiva.
Si protrasse su quel magistero per parecchie lezioni e mi impressionò l’imponenza del suo insegnamento. Il prestigio e il fascino che comunicava quel maestro misticheggiante, coinvolgente, e i concetti ardui e misteriosi che esponeva ci incantavano. Non sembrava guardarci, vagava attorno con lo sguardo, e penso che davvero non ci vedesse perduto com’era dietro le sue parole.
Come ho detto continuò per varie lezioni, fremevo perché aspettavo sempre un’allusione alla tavoletta che gli avevo consegnato, invece l’accenno non venne mai. Parlò di tutto: dello spirito e del significato dei numeri, dell’Uno origine dell’Universo, del due che raffigurava il principio femminile, del tre quello maschile, e così via. Ci spiegò le qualità intrinseche dei numeri, riteneva molto importante che comprendessimo bene la loro misteriosa natura. Però cominciai a provare un certo indefinibile fastidio. Dopo qualche tempo che ci dispensava quelle impegnative lezioni mi era venuto naturale osservarlo attentamente. Così non potei fare a meno di notare che mostrava un comportamento un po’ da istrione, da teatrante. Considerai il suo modo di comunicare i concetti della geometria con ampi gesti, deliberatamente caricati, perciò mi apparve artificioso. La sua voce mi dette l’impressione di essere studiata, vanitosa. Confrontai il suo comportamento con quello ieratico dell’oscuro profeta che mi aveva colpito. Quello non si era mai mosso, non aveva mai alzato la voce, aveva liquidato con sapienza e autorità i malevoli contestatori, tutti uomini di dottrina, poi si era raddrizzato lentamente e con calma solenne si era allontanato. Mi aveva abbagliato con il suo sguardo e colpito per il suo carisma. C’era una bella differenza tra i due e davvero non a vantaggio di Apollonio.


NOTA

(1) Aldous Huxley, LE PORTE DELLA PERCEZIONE, Oscar Mondadori 2010, pag.13


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2017



 
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