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La Tabula

settima puntata














  
 

Mariella a colazione ha manifestato una critica negativa. Accigliata, brusca, ha sostenuto che l’ultimo pezzo che le avevo dettato era troppo arzigogolato, che gli è parso artificioso, addirittura traboccante di particolari. Ha detto: – L’ho riguardato ieri sera; non potrai dire che ricordi tutti quei dettagli, non puoi dirlo né a me, né a nessun altro, faresti ridere un pollo –. Sul tavolo c’erano delle ciambelline, ne ho presa una e l’ho scrutata attraverso il buco del biscotto, come se quello fosse stato una lente: – Bisogna mettere a fuoco le cose, mia cara –.
– Che vuoi dire ? –
L’ho guardata con ironia: – Che bisogna usare l’intuito, ma se aggiungo un po’ di fantasia la trasgressione non è poi tanto riprovevole, dato che c’è un’enorme differenza tra l’esistenza che si faceva allora, e quella che conduciamo oggi –.
Pausa malinconica. Poi sono tornato sull’argomento: – Credevo di averti chiarito cosa mi è capitato quando sono caduto rovinosamente dalla scala, e sono rimasto tramortito sul pavimento. Il colpo sopportato ha fatto esplodere nel cervello, nel mio encefalo, uno straordinario bagliore, un’aurora improvvisa, luminosa e fulminea, che custodiva un’intera vita, l’intera esistenza di allora. Ma attenzione, quella vita non mi è stata descritta punto per punto, momento dopo momento. Credevo di avertelo già fatto capire. Ho avuto solo sprazzi di memoria, flash abbaglianti. Alcuni episodi essenziali, fondamentali, mi sono apparsi molto chiari, altri invece erano parecchio confusi, come fossero stati delle fotografie sfocate. Ma già ti ho detto che li ho ricostruiti con l’intuito –.
Altra pausa di riflessione.
– So che in un certo periodo, quando ero giovane, ci fu un grande cambiamento. Conseguii una certa cultura, forse era anche una buona cultura, e siccome considero quel miglioramento molto, molto importante, l’ho ricostruita raccontandomela arricchita, in definitiva più interessante.
Si. L’ho ricostruita con la fantasia. Ecco dunque che l’incongruenza che hai notato è vera. Inoltre penso che hai ragione, che forse è troppo caricata, però a me va bene. Potrà sembrare ridondante, eccessiva, ma non importa, non devo darne conto a nessuno, mi piace rivivere un buon risultato, un momento che fu positivo. Mia cara, hai detto giustamente che ho inventato, ma forse non ho inventato del tutto. Voglio dartene una dimostrazione, e ti chiedo di ripensarla questa sera, prima di addormentarti –.
Mariella aveva un’aria talmente scettica da contrariare anche un santo, tuttavia ho proseguito imperterrito.
– Nel bagaglio dei ricordi che mi porto dietro, ho un penoso memoir. Un incidente che accadde quand’ero bambino. Dovevo avere quattro o cinque anni, e sto parlando di questa vita, non di quell’altra. Non delle vicende che accaddero duemila anni fa.
Ero in vacanza ospite di amici dei miei genitori. Litigai con un altro bambino - non ricordo chi fosse - e lo ferii tirandogli un sasso. Di questo incidente, e di cosa accadde dopo, ricordo soltanto un luogo molto stretto e molto buio che mi spaventa ancora, quando capita di sognarlo.
In quella casa lavorava un’energica donna di campagna, una ruvida tuttofare: cuoca, guardarobiera, governante, pedagoga da farsa. Questa dannata megera mi chiuse nello stanzino delle scope e mi lasciò là dentro per ore, malgrado io urlassi dallo spavento.
Non c’è più nessuno che possa ricordare quel caso, non ho nessun testimone, quelli che allora erano adulti sono morti; ma con l’intuito posso ricostruire molto bene tutta la storia. La governante doveva essere spaventatissima per le proprie responsabilità, i padroni sicuramente erano assenti, forse erano andati in paese a fare spese, lei voleva punirmi in un modo forte, incisivo e così mi chiuse nel ripostiglio. Non ricordo quella casa, ma potrei ricomporla mentalmente e descriverla bene anche se non perfettamente fedele all’originale.
Adesso capisci cosa intendo dire quando affermo che ricostruisco con l’intuito gli scarsi sprazzi di memoria? –
Mariella per tutta risposta ha alzato le spalle.
Non ho commentato, invece le ho detto: - Per favore rileggimi l’ultimo pezzo che ti ho dettato, cercherò di sfrondarlo –.
Lei ha preso a leggerlo con un tono puntiglioso antipatico, ha detto: – Non si capisce subito; ma è intuibile che stai parlando del primo secolo dell’era cristiana. Vero? –
– Si cara, continua a leggere per favore –.
“In quel felice periodo che si può definire fine dell’adolescenza, o prima età della giovinezza, accaddero molti avvenimenti che modificarono il corso della mia vita. Non mi condussero alla comprensione della scrittura che avevo copiato, e che consideravo un messaggio da interpretare, ma mi consentirono di accrescere la miserevole cultura che avevo raffazzonato, così potei imparare a leggere bene l’aramaico, e anche a scriverlo. Inoltre imparai il greco classico (a quel tempo tutti parlavano la Koiné), e più tardi appresi pure il latino. Imparai persino a fare i conti e imparai molte altre cose che qualche anno prima avrei ritenuto irraggiungibili, così sperai di riuscire, con le mie sole forze, a leggere e a capire quella scrittura che mi arrovellava e mi sforzavo di comprendere.
Seppi più tardi che era sanscrito, ma nessuno fu in grado di svelarmene il significato”.

“Vari mesi dopo l’episodio che mi aveva tanto impressionato, accadde che morì improvvisamente Elia, il braccio destro di mio padre,. Fu una grave perdita per l’azienda ma, immorale a dirsi, fu la mia fortuna. Elia era un uomo taciturno, gran lavoratore, e il patriarca lo stimava molto; senza di lui suppongo che si sentisse perduto. Mio padre non aveva mai abbandonato la bottega, neanche quando si era trovato in situazioni molto allarmanti, come durante i terribili tumulti che avevano infiammato la città. Era indubbiamente coraggioso e irremovibile. Però se capitava di dover trattare affari importanti con i romani, che prevaricatori e diffidenti com’erano rendevano difficili le transazioni, il “patriarca”, malgrado il suo carattere accentratore, le affidava ad Elia.
Erano patteggiamenti che richiedevano grande pazienza e saggezza, e una formidabile serenità per arrivare a un accordo. Altre volte quando si dovettero effettuare acquisti, o spedizioni di merci preziose, in regioni lontane e semibarbare, era sempre Elia a prendersene cura. Ed Elia partiva con muli, asini, a volte con cammelli, per lunghi viaggi.
La morte di Elia fu un colpo durissimo, a cui rimediò affidando gli incarichi più importanti a un parente di nome Giuseppe, e i rimanenti problemi a Abigail, mio fratello maggiore. Quando poco tempo dopo si verificò la necessità di spedire della merce di grande valore, roba richiesta da Roma, ecco che incaricò Giuseppe di quel trasporto.
Probabilmente non aveva una fiducia completa nelle capacità organizzative di quel suo parente, né in quelle di Abigail, perciò volle che gli riferissi ogni problema che si fosse verificato durante la spedizione. Al tempo stesso desiderava introdurre me e Gionata nel commercio attraverso un’esperienza importante e rigorosa.
Se fosse mosso da progetti di sviluppo dell’azienda non lo so, fatto sta che circa due mesi dopo la morte di Elia ci incaricò di accompagnare Giuseppe in un viaggio fino a Sidone. Da quella città marittima avremmo spedito le preziose merci verso Brundisium e da quel grande porto, lontanissimo, la merce avrebbe proseguito lungo la tanto celebrata via Appia verso il centro del mondo: Roma.
Sebbene ci fosse un altra importante città sulla costa fenicia: Tiro, con un ottimo porto, e benché fosse più facile raggiungerla, mio padre preferì Sidone perché là aveva una filiale. Più precisamente si appoggiava ad un intermediario d’affari: Azareel. La così detta filiale era rappresentata da un deposito nel suo grande emporio.

Sidone era allora una celebre città cosmopolita e il magnifico porto era frequentato da navi di ogni nazione. Offriva meravigliose attrattive: le terme e lo stadio, erano edifici ricchi e grandiosi, resi splendidi da centinaia di statue. Ma l’ornamento forse più insigne e celebrato era la palestra, sede di una famosa scuola di filosofia, che attirava studenti e eruditi. Dalla filosofia alle lettere, dalla musica all’astronomia, chi aveva sete di conoscenza là trovava di che appagarsi. Inoltre dentro e fuori la città si innalzavano magnifici templi, il più grande era dedicato a Poseidone dio del mare. C’era anche una bella sinagoga, e poi tabernae e lupanari. Insomma una quantità di attrazioni da far girare la testa anche al più rozzo e sprovveduto dei barbari che abitano le terre di là del Ponto.

Non appena fummo sistemati in una stanzetta sopra il vasto edificio che costituiva il famosissimo emporio, mi sentii irrequieto e pungolato dall’intenso desiderio di correre fuori, libero come un puledro selvaggio. Ero molto eccitato e avrei voluto conoscere subito ogni cosa della magnifica città.
L’emporio spiccava come un’esposizione delle merci più disparate, era una struttura predisposta per il grande commercio, e dunque un punto d'appoggio indispensabile per la nostra azienda.
Dopo poco tempo che vi avevo messo piede mi sentii diviso tra la promessa, fatta a mio padre, di perfezionare la pratica del commercio, e il desiderio di cogliere l’opportunità che mi si offriva.
Sebbene fossi in difetto, non ero entusiasta dell’obbligo assunto, mentre al contrario mi sentivo sollecitato dall’inclinazione allo studio. Ero giunto pieno di fervore, cosciente dell’impegno che mi obbligava a quell’esperienza. Avevo promesso a mio padre d’imparare bene il mestiere, lo avevo assicurato che avrei osservato con attenzione tutte le operazioni che si svolgevano nell’azienda, ma il desiderio di arricchire la mia modestissima cultura era molto più forte. Cominciai a chiedermi come avrei potuto ottenere una presentazione per l’insigne fondatore della scuola di filosofia. In che modo avrei potuto farmi conoscere dal grande filosofo, e ottenere accoglienza tra i suoi discepoli.
Mi ero ostinato nel proposito di trovare un cittadino influente che avrebbe potuto presentarmi. Pensavo che fosse l’unico modo per rendermi ben accetto. Ma chi poteva aiutarmi ? Non certamente Azareel che avrebbe biasimato il mio scarso interesse per il lavoro.
L’ammissione agli insegnamenti del celebre maestro era divenuto un desiderio che premeva acuto. E intanto trascorrevo recalcitrante i giorni dentro l’emporio di Azareel.
L’emporio era un vasto edificio a breve distanza dal porto. All’interno aveva un grande cortile e intorno a questo spazio si aprivano i numerosi magazzini dalle solide porte di quercia. Era una struttura molto funzionale e molto remunerativa. In quei locali sprangati da robustissimi chiavistelli, erano accumulate merci di ogni tipo: ceramiche, tappeti, spezie, sete del lontanissimo oriente, avori, porpore e preziosi vetri, specchi, lucerne, ornamenti sfavillanti in oro, corallo, onice, pietre rare. E ancora armi e strumenti musicali, e scrigni in legni preziosi. Tutto era controllato da truci guardiani che si davano il cambio giorno e notte.
La statuaria in marmo, grande e piccola, invece era prerogativa di altri atelier, Azareel non aveva voluto prendere in carico ogni tipo di manufatto e aveva preferito che la statuaria, specialmente i sarcofagi, fosse prerogativa dei laboratori che lavoravano su ordinazione.
All'interno del grande magazzino c’era poi l’ambiente di gran lunga più avvincente, il cosi detto “antro magico”, o “Sotterraneo degli amuleti”.

Azareel era uno scaltro, vecchio pirata, espertissimo nell’intuire desideri e inquietudini. Aveva sfruttato molto bene le angosce di uomini che navigando incontravano tempeste, naufragi, e molto spesso la morte in mare. Aveva una vasta collezione di divinità pertinenti ai diversi culti della sua eterogenea clientela. Sapeva bene quanto ai marinai di ogni provenienza fossero necessari gli amuleti in cui riponevano una fiducia inconcepibile e Sidone era una città in cui ogni anno approdavano centinaia di marinai. Cosa poteva esserci di più vantaggioso e redditizio del vendere talismani e portafortuna?
Azareel non aveva badato a spese per attrezzare nel modo più spettacolare l’antro delle meraviglie, e così la “sala delle gemme” era divenuta un luogo incantato. Aggiungendo, poco per volta, allestimenti d’effetto scenografico la sala degli amuleti era divenuta famosa; tanto famosa da costituire un centro di attrazione cittadino.



scala



Vi si accedeva dall’interno dell’emporio, attraverso un lungo corridoio piuttosto buio. In basso, lungo le pareti, si aprivano feritoie da cui provenivano effluvi aromatici, sbuffi di essenze che venivano soffiate nel corridoio e avvolgevano i visitatori salendo dal pavimento. I forestieri, in maggioranza legionari o ingenui marinai, ne rimanevano suggestionati e si trasformavano nei desiderati clienti.
Sulle pareti del corridoio spiccavano misteriosi e indecifrabili simboli, dipinti in argento su neri riquadri e in fondo al corridoio si apriva la magica sala che aveva anch’essa le pareti dipinte di nero. Il soffitto celava delle aperture, e da queste pioveva una luce opalina che produceva un effetto affascinante. Così abilmente attratti i visitatori restavano impressionati, e sorgeva in loro la predisposizione al meraviglioso. Perciò non mancavano di comperare gli amuleti esposti sui banchi, esaltati dalla luce che pioveva dall’alto, riverberata da specchi sapientemente orientati. Sotto quel fulgore esaltante, venivano esposte le gemme che risplendevano vistosissime.

Le gemme magiche non mi avevano mai attratto, per indole rifuggivo da tali sciocchezze e soltanto una volta a quindici anni, quando mi ero innamorato follemente di Lialith, una donna più grande di me, dai fianchi provocanti e dagli occhi languidi, ne avevo acquistata una per attuare l’incantamento: la “trappola d’amore”.
Avevo compiuto diligentemente il sortilegio: in una notte di luna piena avevo manipolato con meticolosa attenzione la pietra perché acquistasse le proprietà incantatrici. Avevo recitato le formule propiziatrici e avevo cosparso l’onice con i frantumi dello scorpione che io stesso avevo catturato, disseccato e polverizzato, poi sulla pietra avevo appiccicato un capello che ero riuscito a togliere dal pettine della donna. Ma non avendo ottenuto nessun vantaggio dalla portentosa pietra, non feci mai più conto sulle gemme magiche.
Anzi, dopo aver osservato i trucchi del commercio, me ne tenni lontano, convinto che irradiassero poteri funesti piuttosto che influssi benefici.
I marinai invece si affidavano alla potenza delle gemme con fiducia e comperavano talismani ad un prezzo che avrebbe sbalordito un contadino andato al mercato a comperare un capretto.
A Sidone, approdo assai favorevole per la sua posizione, gettavano l'ancora un gran numero di navi. Attraccavano navi provenienti da tutti gli angoli del mondo: dalla Grecia, dall’Egitto, dall’Asia e dal lontano nord. Naturale che in quella grande città si udissero le parlate più diverse, era così peculiare questa sua eterogenea mescolanza linguistica da renderla paragonabile alla mitica Babilonia. Dopo poco tempo mi vidi costretto ad imparare rapidamente il latino, perché la lingua comunemente parlata, la koiné, non era sufficiente per comunicare con i numerosi romani che visitavano l’emporio di Azareel. Fu a quell’epoca che feci amicizia con un giovane ateniese appassionato di ceramiche e cliente del magazzino, si chiamava Timoteo.
Eravamo dunque in attesa di ricevere della merce per la nostra bottega, aspettavamo di concludere il carico e iniziare il viaggio di ritorno a Gerusalemme, allorché accadde un caso che mi fu propizio. Una fortunata combinazione che più tardi i miei amici greci vollero mettere in rilievo esponendomi la sua origine astrologica. Vollero dimostrarmi ampiamente come quella circostanza che a me era sembrata una coincidenza del tutto naturale fosse invece un’opportunità benevola già programmata dagli astri e inscritta nel mio destino, e avrebbe contribuito ad indirizzare la mia vita verso magnifici traguardi. Un modo di pensare del tutto estraneo alla mia educazione.

Dunque in base al programma che ci era stato predisposto, dovevamo trattenerci il tempo necessario per organizzare il trasporto della merce ordinata da mio padre. Dato che l’arrivo, o la partenza, delle navi dipendeva dai venti e dalle condizioni del mare, nessuno poteva dire con precisione quando sarebbe arrivata quella che attendevamo e perciò restammo in attesa aspettando la mercanzia. Il programma ci imponeva di attendere un carico di lana, poi avremmo caricato i nostri muli e una buona volta saremmo tornati indietro. Molti di noi attendevano con impazienza quel momento, felici di rimpatriare, io ne ero meno contento perché in ogni caso avrei ripreso la vita abituale, non proprio esaltante.
Accadde invece, per influsso degli astri, come disse Timoteo, che Azareel si accorgesse della mia abilità nell’individuare i manufatti di qualità superiore, e il loro valore.
Sebbene fossi ancora molto giovane Azareel notò che sapevo riconoscere i prodotti realizzati alla perfezione, distinguendoli da quelli di semplice dignitosa fabbricazione, e intese come sapevo farli spiccare esaltandone i pregi estetici con sicurezza. Comprese che poteva avvalersi di questa mia capacità nell’orientare e incoraggiare gli acquisti. In conclusione potevo essere conveniente al suo commercio”.

– Grazie Mariella. Mentre leggevi mi sono detto che se concedi a chi scrive (soltanto in modesta misura, per carità, soltanto un poco) di essere un artista, quello ha il diritto di esprimersi liberamente. L’Arte non è pedissequa registrazione notarile, ma trasformazione esaltante. In definitiva metamorfosi simbolica della realtà.
Se accetti l’idea e vorrai considerare l’arte una rappresentazione del mondo, quasi che essa svolga un’inspiegabile traduzione, o una prodigiosa descrizione della realtà, il frutto di quell’impegno sarà una trasformazione del mondo. Nel caso presente una trasformazione attuata dalla parola. Sarà una scelta di linguaggio, delle forme verbali, delle emozioni, compiuta da chi scrive, da chi descrive una storia, ma comunque sarà sempre una creazione. Ecco il punto cruciale.
Ti piaccia o no è così.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2017



 
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