Home














La Tabula

sesta puntata














  
 

Le prevedibili opinioni sarcastiche, e le facili critiche che sicuramente avrei ricevuto mi creavano imbarazzo al solo pensarci, e mi irritavano. Quindi progettai di avvicinare il Maestro in persona, perché dicevano che parlasse con tutti: banditi, prostitute, persino con quei farabutti di pubblicani, esattori delle tasse e strumenti dei romani. Era un’idea che dovevo ancora considerare bene, perché non trovavo un appiglio per iniziare il colloquio, insomma non conoscevo un modo buono per attaccare discorso e poi chiedergli spiegazioni. Tuttavia la mia preoccupazione era superflua, perché non avrei potuto avvicinarlo al momento dato che lui e i suoi discepoli si erano allontanati dalla città e nessuno aveva saputo dirmi dove fossero diretti.
Giacobbe, mio padre era un uomo pratico, realistico quasi privo di cultura, grave e severo, con una folta barba ancora nera, però era anche capace di comprensione. Si era accorto che andavo spesso in fondo alla bottega, doveva avermi osservato e aveva scoperto la tavoletta, ma non disse nulla e non la tolse da là sotto. Vedendomi distratto più del solito si risolse a chiedermi spiegazioni con una inflessione paziente e premurosa nella voce che mi stupì non poco.
- Uriel quale problema ti preoccupa?-
Per un momento fui tentato di inventarmi una fandonia, però riflettei velocemente: non avevo nessuno a cui rivolgermi, mio padre si era mostrato gentile e interessato, perché non parlargli apertamente dell’episodio che mi aveva impressionato, e anche emozionato?
Perciò, senza precisare i particolari per non prolungarmi, gli raccontai semplicemente che avevo copiato lo scritto che quel maestro aveva lasciato in terra ma che non ci capivo nulla, che mi sentivo terribilmente ignorante, e che lui avrebbe dovuto mandarmi a scuola, qualche anno prima, a imparare a leggere e scrivere, quel poco che sapevo lo avevo appreso da solo con grande fatica. Via via che parlavo la mia voce si era alterata, mi ero emozionato parlando della mia triste vita. Esternando crucci e rimpianti mi ero riconosciuto maltrattato, e apparivo a me stesso come un povero sventurato. I miei occhi dovevano essersi riempiti di lacrime. Mio padre mi abbracciò, evidentemente aveva compreso l’amarezza che m’aveva preso, doveva esserne rimasto colpito perché mi fece cenno di sedere accanto a lui.



scala



Mentre mi avvicinavo per andargli a fianco su una catasta di tappeti, lo sentii brontolare a voce molto bassa, con un’inflessione che era canzonatoria, ma direi anche tenera: “Per la barba di Mosè , gli è entrato il grillo della sapienza nella testa!”. Non disse altro, invece prese a dire con un tono inconsueto, e mi meravigliò perché non me lo ricordavo così affettuoso: – Uriel, mio padre era un miserevole aquae insititor, come i nostri “splendidi padroni”, e maestri di civiltà, chiamano i venditori d’acqua. Pronunciò queste parole con un tono sprezzante e amaro che non gli avevo mai sentito usare verso i romani.
Per farla breve tuo nonno era un emarginato, un derelitto, non era neanche nato in questa città, proveniva da molto lontano, dalla Siria. Girava di casa in casa portando sulla schiena un’enorme orcio pieno di acqua fresca che andava a prelevare ad una sorgente. Guadagnava quel tanto che gli permetteva di sopravvivere, una miseria per sfamare la moglie e i suoi tre figli, i soli sopravvissuti di una decina che ne aveva messi al mondo. Si ammazzava di fatica tutto il giorno e tornava esausto nel tugurio dove abitavamo, infatti morì giovane. Molte sere comunque andammo a letto a pancia vuota. Di sicuro fu la fame a darmi la spinta, l’inedia mi fece osare, e appena fui in grado di farlo cercai di procurarmi un guadagno. Dovevo avere forse otto anni, quando una buona vecchia mi affidò la sua povera merce, e io andai in giro per Gerusalemme con un cesto di cipolle, perché nel commercio il mio primo tentativo furono appunto le cipolle. Così feci il ceparius per un po’ di tempo. Poi aggiunsi i datteri, e poi i capperi e i pistacchi e allora le cose cominciarono ad andare così bene che mi sentii esperto nel commercio. Mi convinsi di essere tanto astuto da poter tentare il gran passo: comperai un carretto e provai a vendere vasi e poculum, le ciotole di terracotta che vostra madre riempie con la zuppa d’orzo e lenticchie. Cominciai a girare anche per il contado, ma avevo azzardato troppo, e per colpa della presunzione, avevo sottovalutato il rischio. Inoltre non avevo saputo misurare le mie possibilità finanziarie in confronto alla concorrenza. Subii un rovescio crudele ma salutare, fui duramente ridicolizzato però imparai molto da quell’amara lezione: capii che non bisogna fare il passo più lungo della gamba. Imparai a difendermi, e soprattutto imparai che prima di metter mano ad una qualsiasi impresa occorre misurare bene le proprie possibilità …” –
Si accorse che ero impaziente. Quel vago sorriso che gli aleggiava sulle labbra sparì, e la sua voce divenne dura. Ebbi l’impressione che non volesse più concedermi i suoi ricordi e divenisse stringato. Doveva essergli dispiaciuta l’indifferenza che avevo mostrato per le sue reminiscenze e l’aveva giudicata una scortesia. Purtroppo tutti i ragazzi sono impazienti, e nell’età in cui allora mi trovavo non hanno attenzione o delicatezza verso gli anziani.
Comunque continuò: – Seppi mettere a frutto la lezione, feci un altro duro tirocinio in una bottega che trafficava in tappeti usati, e infine sono diventato lo stimato commerciante che in questa città tutti conoscono e apprezzano –.
Fece una lunga pausa e mi guardò. A me parve che si chiedesse come doveva continuare.
Bruscamente riprese: – Uriel guardati dai profeti, dagli amministratori pubblici, dai magistrati, dai sapienti e dagli uomini di potere in generale. Sono tutti di una stessa razza. Predicano la giustizia ma sono avidi di danaro e di autorità. Se ti parlo in questo modo aspro è perché ho fatto esperienze penose nella mia vita. Oltre tutto ci sono in giro per città e campagne tanti esaltati, e impostori, gente pronta ad approfittare della ingenuità della gente –.
Aveva cambiato tono, la voce era diversa, rattristata e dura.
– Figlio mio dovrai imparare a schivare imbroglioni e truffatori. Tu sai che onoro il sabato, pago le decime e rispetto la Legge. Ma non mi lascio raggirare. Non conosco questo tuo profeta, ma ne ho sentito parlare; non vorrei che ne rimanessi abbagliato e ingannato –.
Fece una pausa pensosa, poi disse con una voce smorzata e che mi parve più fredda:
– In quanto al tuo desiderio di imparare a leggere e a scrivere, vedremo che cosa si potrà fare –.

Nei giorni successivi meditai quella specie di sermone che mi aveva propinato, ma non riuscivo ad accettarlo come obiettivo e giusto. Oggi so bene che gli adolescenti, pur di affermare la loro indipendenza, per impulso naturale si dimostrano contrari ad ogni consiglio. Vorrei dire che i giovani sono una tipologia specifica di cocciuti e intendono affermare la loro volontà respingendo ogni aiuto, parere, ammonimento. Però direi anche che l’atteggiamento tenuto a quel tempo non fu ispirato dalla ribellione, ma dal desiderio di difendere l’ammirazione che quell’uomo m’aveva ispirato.
Pensai che mio padre, non avendo visto quegli occhi, era comprensibile che fosse scettico, diffidente, ma se li avesse veduti probabilmente avrebbe parlato in un modo diverso. Quel profeta inspiegabilmente affascinante non poteva essere un qualsiasi impostore, e neanche un mediocre ciarlatano.
Tuttavia che cosa sapevo di lui? In verità quasi nulla. Ne avevo sentito parlare solo al mercato, dicevano che facesse miracoli incredibili: risanasse i ciechi, fosse capace di far camminare gli storpi, e persino risuscitasse i morti. C’era chi giurava di aver visto questi miracoli, e proprio chi ne parlava era stato presente quando era avvenuto quel grande prodigio e poteva dirlo in verità, con assoluta sicurezza.
Ma poi c’era un problema fondamentale: questo profeta, che il popolo cominciava a chiamare il Nazareno perché era nato a Nazaret, era inviso ai sacerdoti per via della sua predicazione non ortodossa e che perciò consideravano sovversiva, e molto pericolosa. Non sapevo che cosa volesse dire sovversiva ma pensai che con quella parola si intendesse una predicazione contro i Romani che occupavano la Palestina.
Poi mi raccontarono qualcosa che mi lasciò sbigottito e cominciai a pensare che tutto sommato mio padre aveva ragione. Al tempo stesso, però questa strana notizia eccitò ancora di più la mia curiosità. Come poteva un uomo - a meno che non fosse proprio pazzo – dichiararsi, pericolosamente, re dei Giudei? Perché pare che oltre a tutto il resto, andasse dicendo che lui era il Messia, la guida tanto attesa dal popolo.
Dicevano ancora che dichiarasse cose davvero sorprendenti e fuori di ogni logica: predicava che tutti gli uomini sono uguali, schiavi e liberi dovevano comportarsi come fratelli, e altre sciocchezze del genere.
Ora, a parte l’assurdità del concetto, se si fosse avverata una simile idea chi avrebbe coltivato i campi dei grandi possedimenti ? e chi avrebbe impresso l’impeto necessario alle navi da guerra nel momento dello scontro? E chi avrebbe costruito le strade, i ponti, i templi, e tutti i grandiosi edifici che i romani andavano innalzando in ogni città ? Voleva candidamente stravolgere il mondo come un bambino si applica a fracassare un giocattolo ? Non sapevo rispondere a dubbi simili, e però non mi persuadevo che potesse sul serio ragionare in quel modo. Quell’uomo non sembrava davvero pazzo e l’episodio a cui avevo assistito nella sua scarna essenziale semplicità era stato molto eloquente. In definitiva con quattro parole aveva liquidato un agguerrito drappello di dottori e sapienti e lo aveva fatto in una circostanza assai grave, carica di tensione e di elementi giuridici e religiosi a lui sfavorevoli, e così aveva salvato la donna peccatrice che mostrava un’angoscia impressionante.
Volevo ad ogni costo dei chiarimenti, perché ero sicuro che i frequentatori del mercato, tutta gente di infima specie, avesse travisato quel linguaggio e l’un l’altro si raccontassero delle fandonie.
Ma chi era in grado di parlarmene con obiettività, perlomeno non con la facile credulità dei plebei? Certamente nessuno dei religiosi del tempio mi avrebbe ascoltato. Anzi se fossi andato da loro a chiedere notizie mi avrebbero redarguito, oppure avrebbero liquidato la mia curiosità dicendomi di attenermi alla Legge e stare lontano dai pazzi.

Mi venne in mente che nella stessa strada dov’era la nostra abitazione (bottega e casa facevano corpo unico), c’era uno studente e tutti dicevano che fosse molto saggio molto colto. A questo futuro scriba piaceva parlare giacché sermoneggiando poteva mettere in mostra la sua sapienza. Sapevo anche che era goloso, così pensai di rivolgermi a lui. Pochi giorni dopo lo incontrai per la strada e gli dissi: – Rabbi, so che sei molto sapiente e che sai dare spiegazioni. Vorrei chiederti dei chiarimenti –.
In mano tenevo delle foglie di vite in cui avevo messo datteri canditi nel miele. Facevo finta di piluccarli negligentemente e così, con un gesto naturale di distratta generosità, gli offrii i datteri. Lui li guardò, poi guardò me con diffidenza.
- Che vuoi? – Chiese bruscamente e con alterigia.
Gli dissi quello che avevo sentito dire del Maestro che aveva salvato l’adultera, e che queste dicerie mi sembravano incredibili, ma non gli parlai della mia tavoletta su cui avevo copiato i segni lasciati in terra. Poi feci un errore, perché, con la scarsa prudenza di un ragazzo, avanzai una supposizione, e dissi:
– Non sarà mica uno dei neo-nazirei? -
Acab, era il suo nome, ebbe un lieve sussulto che non sfuggì alla mia attenzione e mi fissò. Era palese la sua indecisione: girarmi le spalle e andarsene, oppure darmi una risposta? Con molta arroganza mi chiese: - Cosa ne sai tu dei Nazirei? E mi fissò ancora insistentemente, tanto che ne rimasi un po’imbarazzato.
- Dei Nazirei so quello che sanno tutti, ma non so nulla dei neo-nazirei, ammisi onestamente. So soltanto ciò che ho sentito dire: che sono dei ribelli che vogliono convincere il popolo e portarlo a insorgere contro i Romani malvagi e sacrileghi -.
I suoi lineamenti si distesero, allungò la mano e prese due o tre datteri.
- Pare che i neo-nazirei siano un gruppo di patrioti che vogliono riportare la giustizia in Palestina e agiscano nella piena osservanza della legge di Mosè, ma anch’io non ne so di più. In quanto al tuo Maestro, alcuni dicono che sia un profeta illuminato da Dio. Altri che sia un pazzo condotto da Satana e ripete i miracoli degli antichi profeti solo per screditare la loro gloria. Lui, in sintesi, vuole diffondere, o piuttosto far comprendere al popolo, un messaggio nuovo, che cambierà il mondo -.
Aveva preso un tono dottorale, presuntuoso, che non mi piaceva, però era l’unico interlocutore disponibile e così feci un secondo errore, perché gli parlai della tavoletta su cui avevo copiato i segni.
Se ne mostrò molto interessato e mi pregò di andare a prenderla subito. Ne fui lusingato, ma un soprassalto di prudenza mi fece dire che non avrei potuto consegnargliela in quel momento perché mio padre l’avrebbe veduta e mi avrebbe chiesto spiegazioni. Rimanemmo d’accordo che ci saremmo incontrati l’indomani e me ne tornai a bottega incerto, confusamente preoccupato.
In qualche modo mi procurai un’altra tavoletta e vi copiai diligentemente alcune righe del testo, quelle con i segni incomprensibili, ma non copiai le righe che sapevo leggere con difficoltà, e neppure quelle scritte in greco perché conoscevo il significato di molte lettere.
Quando gli mostrai la tavoletta lui la guardò e mi chiese: – Tutto qui? -
- Sì. Risposi. Il resto è stato cancellato da pedate di bambini che giocavano e correvano per il piazzale -.
Tornò a guardare la tavoletta e prese un’aria solenne. Mi chiese con ostentazione di superiorità se poteva tenerla per studiarla. Qualche giorno dopo avrebbe saputo dirmi cosa c’era scritto. Lo osservai bene e avrei detto che lo studente tanto colto e preparato, poteva avere soltanto tre o quattro anni più di me; indubbiamente gli avevo accordato un’importanza sproporzionata. Di certo non era all’altezza della fama che aveva saputo darsi, ma gli feci intendere che lo ringraziavo per il tempo che mi dedicava, e avrei atteso con impazienza la sua spiegazione.
Due giorni dopo lo incontrai di nuovo. Mi disse che era preso da studi profondissimi, che aveva potuto dare soltanto un’occhiata a quel testo, e che si trattava di una profezia su una grande battaglia in cui i Romani sarebbero stati sconfitti, ma che ora non poteva spiegarmi meglio poiché aveva molta fretta.
Compresi che non aveva capito niente della scrittura, e mi liquidava con una magnifica fandonia. Gli chiesi di restituirmi la tavoletta, ma rispose che vi era caduto sopra dell’olio, traboccato disgraziatamente dalla lucerna, e gran parte del testo era stato irrimediabilmente cancellato e la tavoletta lesionata oramai era inutilizzabile.
Tutti i miei sforzi per avere una spiegazione erano dunque falliti, mi sarei chiesto per sempre il significato di quel messaggio, perché tale lo ritenevo, se non fossero sopravvenute circostanze più benevole. Ma neanche le parziali interpretazioni che ottenni più tardi, furono spiegazioni risolutive.

TERZO MILLENNIO. UNA TEORIA DI UMBERTO

Capita, quando si è superato un ostacolo, che se ne presenti un altro, o che se ne presentino diversi altri, ancora più complicati. Non avevo detto nulla a Mariella degli interrogativi emozionanti che mi tormentavano. Erano dubbi diversi da quelli che concernevano l’attendibilità della rivelazione, ma ancora più difficili.
Mariella mi aveva sfidato: – Ma se ricordi tutto di una vita vissuta venti secoli fa, perché non dici mai niente del luogo dove ti trovavi tra una vita e l’altra ? –
Era un’osservazione sensata, ma mi gettò nell’afflizione. “Perché non ricordavo nulla del luogo, o della condizione, in cui stavo prima di tornare nel Mondo? Cosa è accaduto tra una vita e l’altra? Questo vuoto mi era terribilmente molesto, e mi ci ero arrovellato sopra cercando di sondare questo “tempo” oscuro.
In quella congiuntura ho riesaminato la strana idea che mi era spuntata intorno all’anima. Avevo paragonato l’anima a un atomo, con un certo numero di elettroni che rappresentavano le tante facce dell’anima; da quella raffigurazione che mi ero dato è giunto un piccolo soccorso. Ho ricordato il “Principio di indeterminazione”, certamente più serio del detto popolare che paragona l’anima a una cipolla. Il Principio di indeterminazione, alla base della teoria quantistica, mi dava una possibile risposta; giacché afferma che studiando l’atomo non si può precisare contemporaneamente la posizione dell’elettrone e la sua velocità. Insomma non si possono ottenere due risposte: o l’una o l’altra.
In modo analogo penso che non sia possibile dare, nello stesso tempo, una descrizione della materia e un’altra del mondo dello spirito. E per di più non siamo osservatori esterni, ma indaghiamo il sistema essendo noi stessi l’atomo da studiare.
Mariella forse non ha afferrato la metafora; però non ha chiesto spiegazioni, e neanche che le chiarissi meglio il concetto. Certamente non le è parso efficace, perciò non parlerò più di quest’idea che mi sembrava buona.

Ieri mattina, a colazione, ha tirato fuori dal libro che sta leggendo, e che aveva posato sul tavolo, la pagina ripiegata di un giornale. Versandomi il the ha detto: – Quest’articolo te lo manda Lidia, dice che sei uno gnostico, e devi leggerlo –.
L’ho guardata sorpreso e ho avuto l’impulso di restituirgliela. Lidia è una sua amica, e non mi è molto simpatica. Tuttavia non è una sciocca qualsiasi, è laureata in filosofia, lavora in uno studio legale, e in molti casi ha dimostrato di essere intuitiva e dotata, però mi è insopportabile ugualmente.
Il giornale era di un anno fa; ho guardato il titolo dell’articolo, e mi sembrò di averlo già letto. A cosa mirava il consiglio?
Sospirando ho rimproverato Mariella: – Suppongo che tra gli altri pettegolezzi, sarcasmi, malignità e lamentele che vi scambiate, hai raccontato a Lidia la mia bizzarra, folle idea di ricostruire lo scritto che avevo copiato sulla tavoletta. E così quella presuntuosa di Lidia avrà avuto modo di sfoggiare la sua erudizione. Ebbene, a parte la certezza di non essere uno gnostico, ma un povero cristiano che cerca una vera spiritualità. Non la religiosità convenzionale, o superficiale, di gran parte dell’umanità, ti assicuro che mi sento pienamente in pace con la mia coscienza –.
Ho guardato la pagina che avevo steso sul tavolo accanto alla tazza del the. Ho letto poche righe sotto l’illustrazione: “ …La sostanza dello gnosticismo è la contrapposizione Dio-mondo, la salvezza gnostica non è la salvezza del mondo, ma la salvezza dal mondo. Un dualismo che oppone lo spirito alla materia, e svaluta risolutamente e fatalmente il mondo, che viene percepito e pensato come regno del male. La fede è anche una questione di intelletto e mette alla prova la comunità cristiana. San Paolo disse: La gnosi-conoscenza riempie d’orgoglio, mentre l'agape-amore edifica …”
Ho riflettuto su quella certezza di possedere “la Verità”; molte persone hanno questa sicurezza. Malinconicamente ho restituito la pagina a Mariella senza fare alcun commento.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2017



 
English Version Home