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La Tabula

quinta puntata














  
 

Infine ho deciso di fermarmi in questo sperduto villaggio, e ho ricevuto ospitalità nella casa del vecchio Isaia, il pastore più anziano che tra questi sventurati è considerato un benestante.
Ho deciso dopo aver considerato che la caduta da cavallo che mi lasciò tramortito forse era un segno, aveva un nesso preciso: come se mi fosse stato detto: “Ti sei corrotto per un cavallo, hai chiesto di espiare quel peccato che ti tormentava, il ruzzolone che ti ha inflitto quest’altro cavallo è la risposta. Vale a dire che se avevi chiesto di espiare sei stato esaudito, ebbene fermati in questo villaggio miserabile e solitario e mondati della tua colpa”.
Tuttavia non appena ho preso la difficile decisione sono spuntati dubbi, e inaspettatamente oscuri rimpianti. Cos’è comparso di tanto pressante a rammaricarmi? Cosa mi ha spinto a condannare la scelta fatta ? Me lo sono chiesto, ma non è emersa una causa realmente chiara e grave.
Volevo sparire dal mondo e in realtà ero già fuori dal mondo, perché questo villaggio equivale al nulla. Però è vero che una forte sollecitazione mi spingeva a tornare nel teatro dell’umana competizione perché solo nella civiltà, nel mondo della cultura, avrei potuto nutrire l’anima. Solo in una città come Atene, Sidone o Gerusalemme avrei afferrato il capo della matassa che mi aggrovigliava, e avrei avuto la possibilità di liberarmi della tristezza: leggere, ascoltare insegnamenti di scienza, discorrere di filosofia.
Ho già detto che avrei voluto scrivere la mia insolita storia perché qualcuno potesse trarne qualche insegnamento; ma la convalescenza e la debolezza successiva mi impedì di realizzare quell’aspirazione. A mio giudizio era più importante, più urgente di qualsiasi altra cosa, la necessità di lasciare un’interpretazione dello “scritto nella polvere”, con un efficace commento. Era una nobile illusione interpretare quel testo e offrirne una spiegazione. Quella scrittura mi ha appassionato e coinvolto per tutta la vita.
Mi sono anche chiesto se quell’impresa in realtà mi attraeva perché mi avrebbero ricordato nel tempo a venire; ma non viveva più nessuna delle persone che se avessero parlato di me sarebbe stato assai soddisfacente. Mia moglie è deceduta da tanti anni, e dei miei figli non so più nulla, suppongo che siano morti anche loro in una battaglia che i ribelli intrapresero contro i romani. I miei fratelli mi hanno dimenticato da molto tempo. Degli estranei non tengo conto, se mi ricorderanno o mi dimenticheranno dopo la mia scomparsa, mi è del tutto indifferente.
Allora perché scrivere dell’affascinante scrittura e del mio travaglio?
La risposta potrebbe corrispondere, pressappoco, al gesto che stava per compiere il Maestro, ma che sospese. Non cancellò le parole che aveva tracciato nella polvere, perché lasciando intatto lo scritto avrebbe fatto del bene a un ragazzo curioso. Lui “sapeva” come mi sarei comportato non solo poco dopo, ma anche molto, molto più avanti nel tempo.

Al tramonto mi accade spesso di ripensare a mio padre. Quando si alza il vento leggero e siedo sulla porta a godermi quel tenue piacere della sera, mi pare di rivederlo seduto in fondo alla bottega a ricucire tappeti strappati, e mi afferra una grande malinconia.

Il prossimo mese compirò sessant’anni, un’età rispettabile, accertato che la maggioranza degli uomini raggiunge difficilmente i quaranta. Ne sono contento perché mi è stato dato il tempo per riflettere.
Tra poco lo raggiungerò e se è vero che l’anima è immortale forse lo rivedrò, certamente non in forma corporea, ma come qualcosa di appena percepibile, come potrebbe essere un fiotto di vapore o un alito di vento, o un’ombra riflessa in uno stagno. Ma non possiamo neanche immaginare forme e figure simili.

E’ invece indispensabile arrivare alla vecchiaia per vedere le cose della vita nella loro giusta luce. Ho criticato per molti anni quell’uomo che ora ricordo con rammarico e malinconia. Lo consideravo un cittadino timoroso, chiuso di mente, dedito solo ai suoi affari, spronato a trarre il massimo profitto dal suo commercio, e tutto ciò per farsi giustizia della povertà sofferta da bambino. Lo credevo senza alcun interesse per le tribolazioni altrui.
Sono dovuti passare molti anni perché arrivassi a capire mio padre. Lui che per la sua estesa rete di contatti commerciali, di conoscenze in ogni ambito della popolazione, era stato più volte sollecitato a servire gli interessi del governatore si sottrasse a quella seduzione. Rinunciò all’opportunità che lo avrebbe reso molto ricco; perché sapeva che se avesse ceduto alle lusinghe sarebbe stato usato dal potere, per essere poi scaricato nella spazzatura. Per la stessa ragione non volle cedere ai ricatti dell’alleanza che esortava tutti alla lotta armata contro i romani. Seppe difendersi così bene che malgrado i tristi tempi non ebbe un’esistenza travolta da vicende tragiche come accadde a molti altri mercanti, e non fu afflitto da tremende molestie.
Dopo la sua scomparsa ho saputo che aveva aiutato molte famiglie rovinate, disperate, finite nell’indigenza più nera, così ho avuto la prova di quanto fosse stato generoso. Soltanto molto tardi ho conosciuto la sua nobiltà d'animo, ma oramai non potevo più esprimergli il dolore di averlo frainteso e disapprovato.
Per tanti anni non ho saputo vedere, non ho saputo comprendere. La consapevolezza della giustizia, la cognizione di una vita ben usata o sprecata, sono intendimenti difficili da raggiungere.

Il borgo in cui vivo è a tre giornate di cammino da Gerusalemme. Potrei descriverlo come un pugno di case abbarbicato sul fianco di un dirupo dove si arriva per un impervio sentiero, ma il villaggio non lo vedrete fino a che non sarete a poche centinaia di metri dalle case, se si possono chiamare case questi cubi di argilla e stoppia. perché il materiale con cui sono costruite si confonde con il colore delle rupi dell’altura. Gli abitanti di questa contrada sono pastori e contadini che ottengono dall’arida terra del fondovalle, e con enorme fatica, un magro raccolto di cereali e poco latte dalle capre che brucano i cespugli spinosi. E’ gente che non sa leggere, né contare, eppure, anche se sembra inconcepibile, mi hanno detto che il Maestro iniziò a svolgere la sua predicazione rivolgendosi a gente come questa, e principiò a sconvolgere il mondo. Ho tante volte considerato quella incredibile utopia ma solo ritirandomi in questo villaggio isolato ho potuto intuire la rivoluzionaria importanza e potenza di quell’insegnamento.
Ho detto poco prima che vorrei lasciare testimonianza della mia ricerca perché qualcuno possa capire, ma se mi guardo attorno chiedo al Cielo: chi tra questa gente primordiale potrebbe comprendere? E lontano da qui la mia voce non arriverà mai.
Ma forse non è come penso. Forse la mia copia non scomparirebbe, non avverrebbe quella cancellazione completa che ho supposto. Se penso alla fragilità del papiro molti poemi e molte opere di filosofia dovrebbero essere sconosciute, e invece sono note anche molto lontano da dove furono scritte. Sebbene la materia corruttibile su cui erano stati registrati i pensieri di tanti filosofi sia ormai scomparsa, le loro opere hanno superato l’azione inesorabile del tempo, perché sono state copiate e ricopiate molte volte.

E molte, molte volte, ho pensato alla personalità unica di quel profeta che si è impadronito di me, e continua a turbarmi profondamente. Mi sono chiesto in che modo quel Rabbi che incontrai per caso, come ha potuto fare tutto ciò che ha fatto senza scoraggiarsi. Quale tremenda volontà lo spingeva? I suoi discepoli dicono che era il Messia, e che dopo essere stato sepolto è risorto. Non oso crederlo, ma rimango inquieto, fortemente scioccato dalla loro certezza.

Ieri al tramonto è arrivato Marusin. Si presenta in questo villaggio all’incirca ogni quattro o cinque lune, sa di essere accolto sempre bene, perché la sua mercanzia è più che utile. Lui è senz’altro essenziale per questa gente. I pastori non potrebbero vivere senza il sale, e non potrebbero lavorare il latte, uno dei pochi prodotti che questa terra avara concede loro. Marusin come avrete capito, vende sale e passa attraverso tutti i villaggi della regione coprendo infinite miglia con ogni tempo, e trasporta la fondamentale sostanza. Quando pastori e contadini non hanno denari squillanti per comperare, scambia la sua pregiatissima merce con ogni cosa che può rivendere e da cui può trarre guadagno.
E’ un piccolo uomo di carnagione scura, allegro e ciarliero sempre pronto a scherzare, ma è furbo e conosce la semplicità e l’animalesca diffidenza di questi sprovveduti perciò sa trovare con pazienza un accordo che infine si rivela sempre conveniente a lui. Per tutte queste sue qualità è stimato e gradito. Come se non bastasse è molto curioso e assai attento ai pettegolezzi, conosce tutti i fatti rimarchevoli che sono avvenuti nella regione, tutte le vicende piccanti, e quando arriva in un villaggio sperduto simile a questo, la gente pende dalle sue labbra avida di notizie. È naturale che sia così per chi vive ai margini del mondo. Credo che lui mescoli abilmente una buona dose di immaginazione alla realtà dei fatti, per cui non è sempre facile distinguere dove sia il limite tra la verità e la fantasia. Poi è capace di interpretare disinvoltamente, buffonescamente le maldicenze divertendo enormemente questi ingenui.



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Il giorno in cui arriva in un villaggio si genera un’eccitazione straordinaria e la sua apparizione è sempre un buon pretesto per dare l’avvio a una festa. E così anche ieri sera siamo stati ospitati nella casa del capo del villaggio per un banchetto di cordiale accoglienza. In verità hanno approntato soltanto una grossolana ingozzata di capretti allo spiedo. Eravamo accovacciati intorno ad un gran fuoco nel cortile della casa, e quattro tapini ci allietavano con delle cantilene a suon di zufoli e timpani. Marusin era particolarmente ciarliero, uno stravagante mantello lo caratterizzava e intratteneva la compagnia con descrizioni esilaranti e sapide degli scandali accaduti nei dintorni, e dei fatti d’armi verificatisi nella regione. Parlava di massacri con imperturbabilità, nonostante lo strascico di sangue, distruzioni e lutti che si erano lasciati dietro. Lui si compiaceva nel descriverli mettendo in rilievo il comportamento comico dei legionari romani e l’inettitudine delle truppe mercenarie che i romani mandavano avanti nelle rischiose azioni di confine.
Quando la grossolana foga derisoria di Marusin cominciò a languire, gli chiesi se aveva qualche notizia dei seguaci di Yeshua, il profeta che era stato crocifisso tempo prima e che i romani hanno preso a chiamare Jesus.
Improvvisamente lui si ricordò di qualcosa che evidentemente lo aveva divertito perché cominciò a sogghignare: - Voglio raccontarti una storiella che ti farà ridere. Da quando è morto il loro Messia i seguaci del Nazareno - come chiamano adesso Yeshua - vanno aumentando di numero e così si diffondono molte storie e parabole che quel Rabbi avrebbe pronunciato, e anche dettagliate testimonianze. Vengono rievocati impressionanti miracoli da lui compiuti e fatti straordinari che sconcertano la moltitudine. Ultimamente mi è stato riferito un episodio accaduto qualche tempo prima che venisse giustiziato. Pare che un giovane di ottima famiglia si sia presentato a Yeshua e gli abbia chiesto cosa doveva fare per ottenere la vita eterna. Il Rabbi gli rispose che doveva adempiere tutti i precetti che Mosè ha comandato di osservare. Il giovane gli rispose che fin da bambino egli aveva praticato tutti i comandamenti con diligenza. Al che il Rabbi obiettò che aveva agito bene, ma gli mancava ancora una cosa per ottenere la vita eterna: doveva vendere tutti i suoi beni e poi seguirlo. Allora il giovane mostrò una grande tristezza e se ne andò.
Pare che il Rabbi rivolto ai suoi discepoli osservasse: “È molto più facile che una grossa fune, passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei Cieli”.
Marusin mimò la scena interpretando la parte del giovane ricco con la faccia afflitta, e fece sganasciare dalle risa i presenti. Ma li fece ridere ancora di più proponendo cervelloticamente che il ricco giovane era proprio il figlio di Erode Antipa in incognito. Propose poi altre bizzarre interpretazioni dell’episodio. In una figurava un noto ricchissimo mercante di schiavi della regione che vendeva palazzo, terre, vigne, bestiame e servi e si ritirava nel deserto a mangiare locuste e miele selvatico gridando - Ecco che viene Elia a prendermi -.
Le facce di quei rozzi contadini e pecorai erano stravolte dalle smorfie d’ilarità e dalle grossolane facezie che scambiavano tra loro. Gente che considerava ricchissimo un povero mercante come Marusin non poteva davvero comprendere, o ritenere possibile, che un uomo sano di mente desse via tutta la sua ricchezza.
Non risi, né dissi nulla, ma dopo un poco notai che erano stupiti dal mio comportamento silenzioso; tuttavia, come ho già detto, mi consideravano un uomo fuori della regola e così non si stupirono più di tanto. Non so cosa avrebbero detto se avessero conosciuto la mia vera storia e la ragione per cui ero rimasto in quell’ignorato angolo di mondo dimenticato dall'Onnipotente.

L’errore, o meglio, il peccato che sto pagando, era racchiuso in un cavallo nero. Era un magnifico cavallo, un corridore incomparabile, una vera meraviglia. Ero impazzito per quel cavallo, ma se non è possibile concedermi una giustificazione, posso almeno dare una spiegazione di quella follia: se avessi posseduto quel cavallo mi sarei innalzato straordinariamente nella stima dei miei amici. Quell’animale era il massimo desiderabile per un’esibizione di abilità equestre, di eleganza, di potere, il massimo sfoggio che avrei potuto darmi. Allora ero giovane, arrogante, ambizioso, avido di gloria.
Posso dire che un cavallo come quello lo avrebbero desiderato uomini ben più in alto di me; sarebbe stato invidiato da molti di grande ricchezza, e se avessero saputo intuire quale straordinario animale sarebbe diventato quel cavallino lo avrebbero acquistato a qualsiasi prezzo.
Quando lo scoprii era ancora un puledrino e pregai il padrone di lasciarmelo a disposizione per qualche tempo, fino a che avessi avuto il denaro per acquistarlo. Strano a dirsi il proprietario non aveva riconosciuto le qualità dell’animale, né aveva compreso che dopo alcuni mesi sarebbe diventato un destriero eccezionale.
Avevo messo da parte una considerevole somma quando un povero servitore, un facchino dell’emporio, venne a chiedermi aiuto. Desiderava un prestito poiché doveva restituire una somma urgentemente. Gli risposi di rivolgersi a Azaarel, non a me, perché io non potevo in alcun modo accontentarlo. Mi disse che lo aveva già fatto senza nessun risultato.
La vanità mi accecò: a quell’epoca il cavallo era l’unico interesse della mia vita. Quel poveretto aveva una figlia bellissima, credo che avesse quindici anni ed era un vero incanto, era Venere in persona. Tornò a dirmi che me la concedeva come concubina. Di nuovo gli risposi che non potevo aiutarlo, il cavallo nero era oramai una fissazione. Seppi poi che, preso dalla disperazione, se non avesse restituito i soldi lo avrebbero ucciso o sarebbe diventato uno schiavo; si era trovato costretto a venderla al padrone di un postribolo. Ma a quel punto la ragazza si era suicidata.

Il banchetto terminò a notte fonda. Quando il fuoco nel cortile si ridusse a un cumulo di braci consumate, e il freddo della notte cominciò a farsi sentire, dovetti scavalcare molti corpi riversi per tornare a casa. Mi sentivo disgustato e infastidito e desideravo molto sdraiarmi e dormire, ma quando mi fui disteso sul lettuccio non riuscii a prendere sonno.
Nessuno dei partecipanti al banchetto avrebbe potuto immaginare quanto mi coinvolgesse quel racconto che Marusin aveva interpretato buffonescamente. E come non lo trovassi per niente divertente. Non condannavo la rozzezza dei convitati che non avrebbero mai potuto comprendermi, ma ero sicuro che se all’abbuffata ci fossero stati anche ammirati sapienti, nessuno avrebbe compreso quanto il racconto di Marusin toccava le corde dell’animo mio e quanto mi emozionava la scena che andavo ricostruendo con la fantasia.
Era proprio per liberarmi da quel rimorso che mi aveva avvelenato, che avevo deciso di cancellarmi dal mondo. Come la lebbra entra nel corpo e lentamente ne divora la carne, così un demone era entrato nell’anima mia e l’aveva devastata. Non era il corpo a trovarsi rovinato, era il mio onore ad esserne offeso e reputavo questa sciagura peggiore di qualsiasi altra sventura mi fosse capitata.
Avevo fatto la scelta di espiare, non perché cercavo la vita eterna, ma perché desideravo estinguere il mio errore: quella scellerata colpa malvagia.
Mi era chiara e piena di significato la preoccupazione del giovane ricco, forse aveva un ideale meditato a lungo, o un concetto preciso di ciò che chiedeva, la vita eterna era una speranza che si sarebbe realizzata in un “Bene” a venire, e di cui era persuaso.
Questa speranza era sicuramente un’idea fuori dalla portata dei partecipanti al banchetto, anche se Yeshua mi avrebbe dimostrato che sbagliavo. Continuavo a pensare che non solo questi bruti erano immuni da finezze morali, ma che ne fossero altrettanto privi o indifferenti anche molti altri mortali progrediti e di buone condizioni.
Ero sicuro che nessuno dei facoltosi e raffinati clienti di Azareel si sarebbe mai posto la domanda: “cosa debbo fare per ottenere la vita eterna ?”. Ora, vivendo tra gli ultimi, potevo comprendere bene lo stupore e la beffarda reazione di questi zotici. Per loro la ricchezza equivaleva a una vita da poter vivere con soddisfazione. Questo impossibile sogno corrispondeva al raggiungimento della vita buona, non eterna perché tutti sanno che è effimera, tuttavia migliore di una vita massacrante. Migliore di una continua fatica per ottenere il minimo per sopravvivere. E non in un imperscrutabile luogo a venire, ma qui sulla terra. La ricchezza concedeva il benessere qui e ora, da godere con i sensi che l’Onnipotente ci ha dato. Questo, e solo questo traguardo, aveva un senso per loro.
Non mi ero mai posto il problema della vita eterna, ma avevo sentito l’obbligo interiore di onorare le virtù che ritenevo più alte: integrità, rettitudine propria, e rispetto per gli altri, e mi pareva di averle annullate dopo l’odioso comportamento tenuto a Sidone. Per questa colpa avrei meritato la morte, ma non essendo in grado di darmela ero sparito nel nulla.

Adesso, tornando indietro a quel primo incontro con il profeta, comprendo che essendo ancora molto giovane non seppi comportarmi saggiamente.
Tenni per molti giorni la tavoletta sotto una pila di tappeti lasciati da parte per difetti che li rendevano scadenti, perciò erano stati messi in fondo alla bottega. Ogni tanto andavo là, sollevavo quegli strati impolverati che nascondevano il mio tesoro, davo un’occhiata ai segni misteriosi, poi rimettevo giù i tappeti preso da un senso di frustrazione. Mi chiedevo con chi avrei potuto parlarne. Chi mi avrebbe ascoltato senza deridermi ? Ma non conoscevo nessuno a cui rivolgermi senza timore. Non trovavo neanche una conveniente spiegazione da dare, né riuscivo a inventarne una plausibile: per esempio un luogo in cui l’avevo veduta e copiata. Non avendo una valida ragione per mostrarla senza un chiarimento, mi sarei procurato solo rimproveri e derisioni. Nessun sapiente mi avrebbe spiegato il misterioso scritto senza che io rispondessi a domande sulla sua provenienza. Avrei ricevuto solo giudizi o rimproveri sarcastici: “Povero sciocco ancora non sai che Gerusalemme è piena di falsi profeti, e io ascoltavo il primo che capitava?


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2017



 
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