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La Tabula

quarta puntata














  
 

Da quando sono tornato a casa dormo poco, ma inevitabilmente rifletto molto, dovrei dire ossessivamente. Ho molte esitazioni, molti dubbi da accettare o eliminare. E poi molti aspetti di questa esperienza mi creano contrarietà, sono problematici, difficili da descrivere.
Purtroppo si è aggiunto un ostacolo ulteriore che supera gli altri per difficoltà di comprensione, insomma non riesco proprio a capirci niente, benché su di esso mi sia impegnato intensamente. È irritante perché dimostra la mia detestabile incapacità di venirne a capo – .
Si tratta di un’enigmatica sorpresa, che ha ingarbugliato ancora di più la situazione, e eccita la rabbia di dover dar ragione al Martelli.
Questa astrusa complicazione è comparsa prima della rovinosa caduta, l’avevo dimenticata rapidamente, e invece, alla luce dei fatti avvenuti, è tornata alla memoria nitida e problematica. Come posso giudicarla dato che è fuori da ogni logica? Forse è stata una percezione immaginaria, o un possibile errore sensoriale. Oppure qualcosa di più misterioso?
Ebbi quella strana sensazione lo scorso dicembre, poco prima di Natale. Giravamo per la Rinascente cercando modesti regali natalizi: guanti, sciarpe, tazze da tisana, e cose del genere; poi per curiosità entrammo nel reparto esposizione dei tappeti; in quel periodo il grande magazzino ne proponeva una vendita speciale. Fui colpito subito da un aroma particolare, un odore che chissà per quale ragione mi pareva di conoscere. Quell’odore mi attraeva e provocava in me una sensazione indefinibile ma gradevole, come se potessimo godere realmente l’episodio di un romanzo che ci è piaciuto. Rimasi imbambolato ad annusare quell’esalazione, tanto che Mariella mi diede di gomito chiedendomi cosa stavo rimuginando. Non sapendo come rispondere dissi: – Pensavo che questi tappeti costano un occhio della testa e temevo che volessi propormi di comperarne uno –. Mi assicurò che non aveva nessuna intenzione di fare una spesa simile.
Ecco, ho detto come è capitata quella cosa inaspettata, ma per esattezza devo aggiungere che quello era un odore molto specifico: “polvere e aromi orientali”, vale a dire che per me quello era l’odore che mandano i tappeti appena srotolati, e mi pareva di conoscerlo bene. Infatti avevo detto subito a me stesso: “è odore di tappeti srotolati”, interpretazione precisa, ma in ogni caso stravagante, assolutamente inspiegabile.
Questo è lo scoglio su cui sono incappato e su cui ho speso ore di insonnia. Mi sono rotto la testa chiedendomi se poteva essere una reminiscenza concreta o al contrario una sensazione immaginaria di origine ignota. Avrei potuto spiegarmi il mistero attribuendo quell’emozione al grande tappeto nell’ingresso della casa di mia nonna, là sopra avevo giocato infinite volte. Poteva essersi attivato lo stesso meccanismo scattato nella memoria di Proust mentre gustava il biscotto Maddalena. Rammentate quel brano? Dice: “… appena la sorsata [di tè] mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? … E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei [la madelaine] a risvegliarla, ma non la conosce … sento in me il trasalimento di qualcosa che … vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità …”
Questa spiegazione però non mi soddisfaceva, sia perché il tappeto su cui giocavo odorava semmai di detergente e di canfora, sia perché un’immagine, evocata da quell’odore, si era presentata fulminea, e pareva una stanza molto buia, smisuratamente colma di tappeti. Certamente non aveva l'apparenza del vestibolo di mia nonna.

Mariella durante il periodo di degenza mi ha regalato dei libri. Ho letto con molto interesse “Il Regno” di E. Carrere, un libro criticabile ma indubbiamente notevole e che ha avuto successo ma è stato anche giudicato duramente. L’ho letto, e sebbene alcune parti mi siano sembrate superflue, addirittura stucchevoli, quel romanzo mi ha catturato. La sincerità e la fatica che l’autore ha speso per scriverlo è evidente; però a coinvolgermi e appassionarmi è stato lo scenario in cui si sviluppa il romanzo che è il mondo del primissimo cristianesimo.
A un cero punto Carrere parlando di Philip Dick, uno scrittore che lo affascina, dice “ … nonostante i suoi sforzi [Dick] non è mai riuscito a individuare un confine tra la fantasia e la rivelazione divina “.
Ebbene anch’io Umberto ho provato la stessa perplessità, anch’io mi sono chiesto dov’è il confine. Dove cambia la qualità del messaggio. Chi può giudicare e dire con assoluta certezza cosa è stato prodotto dalla fantasia e cosa invece è arrivato da un’insondabile Aldilà?
L’incapacità di comprendere se è fantasia o messaggio soprannaturale è un problema che la scienza attuale non sa spiegare dato che non sa dire neanche cosa sia esattamente il pensiero o al limite ne dà interpretazioni generiche.

Sicuramente il grande sforzo che ho compiuto per vagliare “l’allucinazione” sofferta mi ha fruttato. Mi ha obbligato a riesaminarla col più rigido “buon senso”, ossia col massimo sforzo razionale. L’impegno a cui mi sono obbligato per ricostruire ciò che ho conosciuto in un lampo; per accogliere dubbi, oppure sbarazzarmi di insicurezze, per riprendermi dal disorientamento in cui mi aveva lasciato l’esperienza passata, mi ha aiutato come a un altro l’aspirina allevierebbe il raffreddore. Tutta questa fatica, e il fervore che ci ho speso, mi ha aiutato a dare omogeneità e naturalezza alla trascrizione e a dare una forma migliore alla scrittura. Qualche angelo mi ha assistito nel dare un assetto alla meravigliosa esperienza e agli ingarbugliati vaneggiamenti, dato che in tale modo li considerano tutti.
Lo sforzo di che ho compiuto per valutare pragmaticamente “l’allucinazione” mi ha fatto pensare a un rubinetto arrugginito che non veniva aperto da molto tempo. Tanti anni fa, quando andavamo in vacanza, c’era un rubinetto che sporgeva dal muro del giardino. Non veniva usato dal giugno precedente e perciò appena aperto l’acqua usciva rugginosa e torbida, poi scorrendo diventava limpida e fresca. Allo stesso modo si è aperto un inconcepibile rubinetto nella mia testa e dapprima sono uscite idee confuse e rugginose, poi sono diventate sempre più limpide.
Questa ruminazione mi ha obbligato a una serie di interrogativi molto difficili, persino imbarazzanti. Se ho avuto due esistenze, e dunque due diverse personalità, ho motivo di chiedermi: “chi sono veramente? E perché sono tornato? E perché ho riavuto un corpo proprio nel XX secolo?”
Non è possibile dare una risposta. Questo desiderio di sapere è frustrato da un’enorme mancanza di conoscenza. Non sappiamo neanche se ciò che chiamiamo “io” è un’unità o un agglomerato, vale a dire una somma di “io”. “Io” sarebbe un “soggetto pensante” paragonabile a un atomo? con due, tre, dieci elettroni e tutto il sistema sarebbe l’inafferrabile “anima” ? Non lo sa nessuno.
Mariella, che mi è contesta di proposito, respinge risolutamente l’idea che Umberto possa essere stato un altro uomo, è contraria alla mia certezza con tutta la forza della razionalità, di cui è fiera. Altrimenti le vacillerebbero i capisaldi a cui si aggrappa. Però pare impressionata dai miei flashback e mi pare che le siano sorti indefinibili dubbi che non proverà mai a comprendere e tantomeno confesserà.
Comunque non si convincerà mai e manifesta la sua insofferenza perché persisto nell’abbaglio e non guarisco.
Le dico che è incostante e volubile come tutte le donne, così litighiamo senza arrivare a una qualunque intesa.
Ieri pomeriggio, mi ha investito con voce nervosa: – Tu dicesti qualche giorno fa, e molto seriamente, che eri sicuro di aver vissuto una vita precedente in un tempo lontanissimo. Questa è un’affermazione davvero straordinaria e stravagante. Non ti pare che possa apparire molto strano affermare la veridicità di questa storia? E pretendere di essere creduto? E magari volerla divulgare universalmente ? –
Ho chiuso gli occhi e mi sono disteso sul letto. Provavo una stanchezza estenuante, ero amareggiato, molto irritato, avevo una gran voglia di mandarla a quel paese con parole adeguate. Ho pensato: Mariella crede che sia diventato un impostore; sono sicuro che è quest’idea a risultarle intollerabile. Pertanto è meglio spiegarle perché sono certo della mia vita passata, così ho ripreso a parlare facendo uno sforzo per mostrarmi gentile, addirittura cordiale :
– Va bene Mariella, è vero. Ho manifestato quell’idea qualche giorno fa, e ora potrei dirti che in quel momento ero talmente confuso che non sapevo bene cosa dicevo. Però se vuoi che sia assolutamente sincero, ti dico che ho potuto provare a me stesso la realtà di quella rivelazione. Giustamente ne dubiti come ne dubitano tutti, ma ho già vissuto al tempo in cui Gesù Cristo proclamava la redenzione. Un indizio mi conforta e avvalora la bellissima manifestazione vissuta, che indubbiamente sbigottisce. Tieni conto che per primo spaventa me stesso, perché mi avvicina all’inimmaginabile, mi conduce sulla soglia di un mistero sconfinato, però al tempo stesso dischiude una grande speranza –.
Mariella mi guardava con un’espressione palesemente tormentata.
– Umberto –. Ha pronunciato il mio nome con voce tesa, dura, insolita per il suo stile. Poi si è interrotta esitante. – Hai avuto un incidente tremendo, sei vivo per miracolo, Vedrai che tra qualche giorno ti sentirai molto meglio e ti renderai conto che hai fatto un sogno come se ne fanno tanti altri. Non pensare più a questa assurda storia che ti affatica inutilmente. Te l’ha detto pure il professor Martelli –.

Malgrado le sue rimostranze, ho continuato a dettarle pian piano le rievocazioni sottratte alla negligenza e alla stanchezza che vuole estirparli dalla mia testa e riportarmi a un sano realismo.
Mariella mi rende ancora più difficile questa fatica. Né lei né gli altri che mi sono vicini, hanno un’idea di quant’è stancante questa ricostruzione. Comunque non chiede più niente, non fa commenti su quanto vado raccontando. Scrive quello che le detto e non mi consiglia più di cambiare qualche parola o di chiarire meglio qualche frase. Mi sta accanto affettuosa, ma con un’espressione indisponente. Vorrei finire presto questa fatica che mi sono imposto anche come ringraziamento.

Però questa mattina ero esasperato, e non ho resistito, senza alzare la voce, obbligandomi a una serenità impossibile le ho detto: – Mariella ti conosco troppo bene per sbagliarmi: sei irritata, mi contesti profondamente, intuisco cosa pensi, ma stai sbagliando. Credi che stia ingannando me stesso e truffando te, e quest’idea ti disturba oltremodo, ti indigna. Mi hai sempre stimato onesto, ma adesso solo a immaginare che mi sono messo a fare il ciarlatano, l’impostore, incattivisci, vai su tutte le furie, e basta quest’idea a sconvolgerti –.
Lei mi guardava più tesa che stupita.
– Ma innanzitutto ti chiedo: immagini davvero che voglia usare la mia storia per un proposito improprio, o addirittura fraudolento? Pensi che desidero divulgare la metempsicosi, e ispirarmi in qualche modo a Rudolf Steiner ? Pensi che voglia servirmene per qualche subdola propaganda e specularci? No cara! Questa storia ha valore soltanto per me. La leggerò, e la rileggerò, perché mi dà serenità. Tenterò di trovare la chiave che vado cercando da duemila anni. La visione apparsami, questa rivisitazione che ritieni ingannevole, che consideri soltanto un’illusione, è stata meravigliosa. Mi offre la speranza che anche questa vita, che trascorro insieme a te, possa avere una buona conclusone. Ho ricevuto pochi lampi di reminiscenza e ne traggo una grande cronaca. Ebbene sappi che me la racconto con passione, con grandissimo piacere, posso anche dire con devozione. Ripetendomela, o più esattamente rivisitandola, rivivo chi ero, in cosa ho sbagliato, e questo punto per me ha grandissima importanza.
Ma al confronto di ogni altro progetto o interesse che avevo, ora ne ho soltanto uno assai grande: recuperare la tabula, la tavoletta su cui avevo copiato la scrittura. Questa scrittura, su cui lavorerò appassionatamente, e tenterò di ricomporre, mi ha ossessionato allora e mi attrae enormemente ancora. Sono folle ? ebbene lasciami essere folle perché a te non procuro alcun danno, mentre a me dà letizia. È una buona ragione per essere di nuovo su questa terra –.
Pausa di riflessione, poi ho continuato:
– Mi pare di raccontarmi la favola che mi lessero quando ero bambino. Pressappoco diceva così: C’era un bosco, e in quel bosco c’era una porta di legno piantata in verticale, come fosse uno schermo, insomma stava ritta in piedi. Era una porta che potevi superare semplicemente girandole intorno a destra o a sinistra e andare oltre. Dietro non c’era niente, c’era soltanto la grande foresta che continuava senza fine. Ma se riuscivi ad aprire la porta, e passavi attraverso, cambiava tutto. Al di la della porta non c’era più il bosco ma appariva un mondo completamente diverso e meraviglioso –.



scala



– Forse impazzirò davvero, ma proverò a ricomporla e finalmente a comprenderla alla luce di duemila anni di storia, di filosofia, di teologia. Mediterò appassionatamente su questo scritto di cui nessuno sa nulla. Ecco perché voglio fissare questa storia, ma solo per mio uso. Puoi accettare questa spiegazione ? –

RITORNO AL PRIMO SECOLO. PARLA URIEL

Mio padre non era religioso (devo dirlo), ma mostrava di esserlo per opportunità. Bisogna sapere come si viveva in quei tempi prima di bollarlo come disgustoso ipocrita. Di conseguenza non ha trasmesso, né inculcato a noi figli, nessun obbligo religioso, né indotto a mostrarci bigotti per trarne dei vantaggi.
Non seguo più quasi nessuna prescrizione della Legge, soltanto non mangio carne impura, lavo sempre le mani e seguo altre giuste regole. E poi non bevo il vino di Cipro che mi piace tanto, ma questo divieto me lo sono dato liberamente. Me lo sono imposto in omaggio a mio padre, uomo dabbene, osservante della legge per necessità. Non lo critico né lo condanno per la sua ipocrisia perché tutto ciò che fece lo fece per il bene della famiglia e di noi figli.
Come ho detto è una rinuncia che offro per onorare la sua memoria, perché lo merita, e per espiare un’altra colpa di cui dirò.

Quando arrivai in questo luogo sperduto, i pastori e i contadini selvaggi e sospettosi che su questa terra arida e crudele trascinano a fatica l’esistenza, non sapevano darsi una spiegazione dello strano individuo comparso tra di loro. Seppi più tardi che mi ritennero un bandito, un proscritto che desiderava in ogni modo sottrarsi alla cattura e alla legge. Poi valutando meglio il mio comportamento mi giudicarono un bizzarro asceta inoffensivo. Allorché curai con del natron e del balsamo un pastore ridotto in cattivo stato per gravi contusioni, e poi con capsella e vapori di bitume sanai una donna sofferente di convulsioni, entrai del tutto nella loro benevolenza e ora credo che mi proteggerebbero da ogni pericolo reputandomi una sorta di taumaturgo da rispettare e, oltre tutto, da temere un poco.

Per mio padre invece sono stato una delusione. Al contrario dei miei fratelli, che tutti hanno dimostrato una forte attitudine per il commercio, a me questa fondamentale attività si è rivelata assolutamente insopportabile, e a mio giudizio opprimente, contraria all’accrescimento della conoscenza, virtù che ritenevo superiore ad ogni altra.
Non vado più in Sinagoga e interpreto la Legge come mi guida il cuore. Intendo dire che mi curo da solo il travaglio spirituale, quest’affanno che oramai mi opprime da molti anni, anche se ho la illecita e immorale presunzione di essere nel giusto.
Da più di trent’anni continuo a meditare su quello scritto cruciale che ha segnato la mia esistenza e che oramai è divenuto un’ossessione. Trent’anni passati a riflettere e ponderare quel testo che ricevetti casualmente come qualche altro figlio di Eva potrebbe buscarsi una piaga o un incantesimo d'amore che lo tormenterà per tutta la vita. Tuttavia malgrado ogni sforzo, non sono giunto ad alcun risultato. Dove abita la Verità ? Non lo so. Sto ancora incespicando sulla strada che conduce ad essa. Ho cercato di apprendere, di studiare, ora mi rendo ben conto di quanto sia ancora meschina la mia conoscenza.
Sono un pover’uomo, un povero ingenuo che ancora si affanna ad acchiappare la luna nel pozzo, vorrei avere solo un frammento della scienza di Platone, di Aristotile, di Pitagora, di Socrate, ma sono solo un bacile vuoto consumato dalla ruggine.
Quando ero bambino mi sarebbe piaciuto fare il pittore di ceramiche. Più tardi quando scopersi la filosofia essa mi rapì l’anima. Comunque, malgrado la mia avversione, ho continuato a lavorare nel commercio e mi sono mantenuto guadagnandomi il pane nell’impresa di famiglia, ma non ho mai soddisfatto le aspettative del mio costernato genitore.
Ho detto che cerco ancora la strada che conduce alla saggezza ma questa saggezza in realtà è una parola che non mi significa nulla. Perché la saggezza non è un attributo che viene elargito dalla natura, ma è una qualità che si acquista con grande fatica, con un continuo sforzo di autodisciplina, e non ho mai conosciuto nessuno che possedesse una saggezza compiuta. E’ necessario essere dotati di un’intelligenza superiore, o di una mente di grande qualità, di grande sensibilità, per tendere alla saggezza, e io sono solo un pover’uomo. Davvero soltanto un pover’uomo.
Invece dovrei dire che cerco la strada che porta alla salvezza, e questa idea, questo pensiero è un progresso recente, perché se l’equilibrio e la prudenza sono qualità necessarie per difenderci nel nostro mondo infestato dal male, la salvezza non è una qualità del carattere, un aspetto della soggettività, ma qualcosa che ci attende di là del caos in cui navighiamo. Una ricerca che ci impegna fino a quando saremo vivi. Spero di non ingannarmi: quel Maestro lo affermava con assoluta sicurezza.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2017



 
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