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La Tabula

terza puntata














  
 

A quell’epoca dovevo avere tredici anni, e quell’accidentale incontro un poco per volta cambiò le idee che avevo maturato. Più semplicemente quella scrittura ossessivamente indagata a un certo punto mutò il corso della mia vita. Però non aderii, né divenni mai un seguace della setta dei discepoli e seguaci del Rabbi. La gente cominciò a chiamarli i “Cristianoi”, e quella confraternita crebbe dopo l’esecuzione del loro Maestro. I seguaci della setta tra loro la chiamavano “la Via”, ma come ho detto non fui mai in rapporto con loro.
La mia esistenza, che prevedibilmente sarebbe stata identica a quella dei miei fratelli e di tanti altri figli di commercianti e artigiani di Gerusalemme, mutò; divenne un’esistenza nascosta, ritirata, una crescita lenta tutta interiore, un’evoluzione del pensiero molto faticata. Cominciò a crescere e fu sostenuta dall’ostinata volontà di comprendere l’impenetrabile scrittura che avevo copiato e avevo salvato.

Ho già spiegato perché mi accadde d’essere testimone diretto della vicenda, e siccome mi trovavo là vicino posso aggiungere un particolare che Giovanni non riporta nel suo Vangelo, dove parla dell’episodio. Come già sapete Giovanni l’Evangelista parecchi anni dopo descrisse molto bene quella vicenda e come si svolse.
Dice così: “…gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, postala in mezzo, gli dissero: Maestro questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato che tali donne siano lapidate; tu dunque che ne dici ?” Chiedevano la sua opinione per metterlo alla prova e poterlo accusare. Ma Gesù chinatosi si mise a scrivere per terra, nella polvere, con un dito. Siccome non la smettevano d’interrogarlo, si rizzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei”.



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Ecco. Ma Giovanni, nella descrizione che ho riportato, non ha detto che il Maestro li guardò uno per uno, e così intensamente che – ne sono sicuro – ognuno di essi ebbe coscienza di quanto li aveva saggiati nel profondo, e non avrebbero potuto nascondergli nulla dei loro vizi e delle scelleratezze che avevano compiute.
Giovanni prosegue la narrazione e dice: “Poi il Maestro, chinatosi di nuovo, seguitò a scrivere in terra”. Ma quelli udito ciò, uno dopo l’altro se ne andarono tutti, incominciando dai più vecchi fino agli ultimi, sicché Gesù restò solo con la donna. Allora Gesù alzatosi le chiese: “dove sono o donna quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata?” Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Nemmeno io ti condannerò: va, e d’ora in poi non peccare più”.

Si allontanarono tutti, anche il gruppo degli scapoli fannulloni che si radunavano là per chiacchierare e perdere tempo. Erano molto delusi, perché avevano osservato la scena e si aspettavano di godere uno spettacolo feroce, molto emozionante, che avrebbe offerto loro un bel diversivo alla noia.
L’adultera, dopo aver tentato di baciargli il mantello, si allontanò a ritroso, comportandosi come un cane spaurito. Sulla spianata del tempio non rimasero che alcuni mercanti, lontani dall’uomo dagli occhi magnetici, ed erano tutti molto occupati dai loro affari.
Il Maestro si chinò ancora e fece un gesto come se, col palmo della mano, avesse voluto cancellare ciò che aveva scritto. Ma evidentemente ci ripensò, perché alzatosi lentamente guardò dalla parte dove stavo, fermo sotto l’albero.
Ero a una trentina di passi da lui, dove mi ero fermato sotto la scarsa ombra d’un melograno, e da lì avevo osservato la scena attentamente. Dietro di me, ma più lontano, c’erano quei mercanti che stavano caricando le loro merci su degli asini. Ebbi dunque la precisa, inequivocabile impressione che quel maestro guardasse proprio me. Mi girai per scrutare indietro, per essere assolutamente sicuro che quell’occhiata non fosse indirizzata a qualcuno dei mercanti alle mie spalle, ma quelli continuarono le loro faccende disinteressati ad ogni altro fatto che non fosse la loro fatica, e il loro utile.
Tornai a osservare il maestro. Lui guardò per terra, poi tornò a guardare me, e in quel momento mi prese un brivido che si propagò per la spina dorsale. Accadde qualcosa che si tramutò in un dovere imprescindibile. Dopo, quando volli descrivere a mio padre quella sensazione e che desideravo assai comunicargli, non seppi trovare le parole. Ma neanche adesso saprei trovarle.

Poi quel maestro, quel profeta, o forse mago – allora non sapevo chi fosse – si girò con una risolutezza che manifestava autorità, e si allontanò con calma. Aveva una maniera di camminare lenta e solenne, si sottrasse alla vista inoltrandosi per una stradina che volgeva verso la città bassa. Malgrado i molteplici sforzi che feci in seguito per conoscerlo – desideravo immensamente parlargli – mai più riuscii ad avvicinarmi a lui.

Quando si fu allontanato, venni preso da un’inspiegabile timore e simultaneamente da un impeto d’eccitazione. Ma direi che fu soprattutto la curiosità a impadronirsi di me. Ero assolutamente sicuro che dovevo andare a vedere, e ci andai di corsa. Guardai nel punto dove un attimo prima stava l’uomo e per terra nella polvere vidi alcuni segni incomprensibili, assolutamente misteriosi per me. Li fissai cercando di imprimerli nella memoria ma compresi che non avrei potuto ricordarli e ripeterli con precisione, così mi dissi che dovevo fare subito qualcosa. L’unica cosa che mi venne in mente fu la tavoletta cerata, “ la tabula scriptoria”, li avrei copiati là sopra. Le tavolette cerate a quell’epoca erano d’uso comune, così come nell’età moderna si usano i quaderni. Si scriveva sulla loro superficie con lo stilo e un eventuale errore era possibile cancellarlo facilmente.
La bottega di mio padre: un grande emporio di tappeti, non era distante, vi andai di corsa e quando entrai trafelato il patriarca mi afferrò per la tunica e mi investì di rimproveri e strepiti di collera.
Mi divincolai tra le proteste e le minacce del capofamiglia, afferrai al volo la mia tabula cerata e lo stilo, poi scappai fuori sfuggendo alla presa del genitore furente, che cercava di agguantarmi. Fui più lesto e inafferrabile di una biscia, però mentre correvo per tornare dove era rimasta la scrittura, udii gli improperi e gli avvertimenti di mio padre che mi svergognava bollandomi come uno sciagurato scansafatiche e un infedele mangiapane traditore. Rimprovero immeritato perché lavoravo dall’alba al tramonto, e non doveva biasimarmi se prendevo ogni tanto una boccata d’aria fuori da quel reclusorio polveroso e scuro, che era la bottega. Inoltre mi avvisò che sarei rimasto senza cibo per due giorni perché la mia colpa era “smisurata e malvagia”.

Un momento dopo ero di nuovo sulla spianata, ma il disappunto e la collera furono grandissime, perché vidi che sulle parole del Maestro, si erano sovrapposte alcune pedate di una banda di ragazzini rissosi che giocavano alla guerra. Li cacciai urlando ma quelli reagirono assai male e un attimo dopo sentii fischiare vicino alle orecchie tre o quattro sassate che non mi colpirono. Non ci feci caso e con tutta l’attenzione di cui ero capace mi chinai e presi a copiare i segni rimasti in terra.
Sebbene fin da piccolo avessi fatto l’occhio – come si usa dire – ai disegni dei tappeti, e conoscessi bene tutti i loro motivi ornamentali assai complessi, la davanti a quella scrittura nella polvere rimasi incerto, esitante. Nonostante avessi osservato per anni i curiosi arabeschi e i simboli, che in forme inesauribili decoravano quei tessuti, tanto che molti li sapevo disegnare a memoria, davanti a quei segni rimasi sconcertato. Sapevo riprodurre i bizzarri “ornamenta” perché mi piacevano, ma quello scritto scampato alle pedate dei bambini era incomprensibile, ed era difficilissimo da copiare.
Restai confuso e per la paura di sbagliare rimasi un sacco di tempo sotto il sole, controllando segno dopo segno. Le parole tracciate mi apparivano grovigli inafferrabili, mi sfuggivano come passeri rinchiusi in un canestro sbrindellato e mi costarono una fatica tremenda. Tante volte cancellai e ricopiai di nuovo e così dopo molto tempo di sofferto esercizio mi parve di aver riportato tutti quei scribacchi con adeguata precisione. C’erano diverse righe, ma il loro significato mi era oscuro. Tutto era incomprensibile, tranne alcune parole della prima linea, in aramaico, che seppure con molta fatica potei comprendere perché ripetevano un passo di Isaia. Evidentemente il Maestro, impietosito da quella situazione, lo aveva rievocato:“…Chi mi accusa? Si mostri a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste, chi mi dichiarerà colpevole?”.

UNA SCRITTURA PER SEMPRE

Tornai alla bottega con il cuore in tumulto, aspettandomi una tremenda punizione, ma provavo anche un insolito piacere, avevo la certezza di aver compiuto qualcosa di straordinario, sentivo un’emozione molto particolare, inspiegabile.
Tornai dunque preoccupato, aspettandomi una tragedia, invece riuscii a entrare di soppiatto perché l’adirato genitore era tutto preso da una vivace discussione con un cliente. La sorprendente instabilità della sorte volle che la tempesta che mi attendevo, si fosse mutata in un’inoffensiva brezza, in una lieve raffica di vento.
Compresi che mio padre aveva realizzato un buon affare e perciò, molto contento, non badò più a me. Più tardi mi fece una delle sue severe lavate di capo ma essendo soddisfatto da quanto aveva realizzato non fu così pesante come avevo immaginato.
Sebbene tra me e mio padre non ci fosse confidenza, né colloqui amichevoli, né esibizione di sentimenti affettuosi, i rapporti non erano tanto poco benevoli come si potrebbe pensare. Tra noi c’era rispetto da parte mia e un certo riguardo da parte sua. Lui diceva cosa si doveva fare e non accettava che mi dilungassi in osservazioni. Posso affermare che era un uomo severo e di poche parole, ma onesto, magnanimo, liberale, e accorto nel suo lavoro. Cercava di schivare quanto meglio poteva discussioni concernenti la religione, e soprattutto i costumi e gli affari pubblici. Non criticava mai la condotta amministrativa e pubblica dei romani, né la loro presenza in Palestina, tantomeno l’operato del governatore. Erano argomenti che evitava con gran cura.

Sono passati molti anni da quel giorno che per me fu clamorosamente innovatore. Adesso, per mia libera scelta, trascorro i giorni, che il Signore vorrà concedermi, in uno sperduto villaggio, e in una sorta di isolamento volontario. Spero di finire qui l’esistenza, tranquillamente, se una buona volta i romani ci lasceranno in pace. Voglio precisare che negli ultimi anni della mia vita “di quel tempo” avevo preferito vivere nel villaggio sperduto dell’alta Giudea dove mi aveva bloccato il destino, facendomi stramazzare da cavallo.
Mai avrei pensato di fermarmi in un posto simile, addirittura di dimorarvi, ma là avevo avuto l’incidente. Mi ero ripreso da una brutta caduta, il cavallo spaventato dai cani dei pastori mi aveva disarcionato. Mi avevano soccorso e mi avevano curato. Considerai quell’incidente un avvertimento e questa fu la ragione per cui rimasi in quel villaggio. Mi ero lasciato alle spalle i valori naturali più ambiti: il possesso di un patrimonio, la famiglia, una posizione emergente e rispettata. Ho rinunciato all’eredità che mi spettava, e ho ceduto ai fratelli anche i beni pregiati che avevo messo insieme per il godimento che mi procuravano ammirandoli. Debbo dire che il piacere estetico per me è sempre stato un elemento indispensabile, un’attrazione fortissima. Godevo nel vedere una perfetta figura di cavallo al galoppo inciso su una moneta punica, o l’immagine di Orfeo attorniato dagli animali, cesellata finemente su una lucernetta di bronzo. Ma desideravo anche prendermi cura della vecchiaia e per confortare le preoccupazioni della salute declinante avevo messo da parte piccoli oggetti d’oro facilmente commerciabili e monete agevolmente trasportabili. Avevo rifiutato, come ho già detto, l’eccellente condizione sociale che avrei raggiunto nell’impresa di famiglia, e sono sparito dileguandomi in questo nulla. Adesso posso comprendere molto bene l’esortazione di quel Maestro: “Diventare poveri per diventare ricchi”.
L’ammonimento a spogliarsi di tutto porta veramente alla liberazione dagli affanni e dagli intralci. A cominciare dalla bramosia del denaro che sciaguratamente intossica tutti, a cominciare dai miei fratelli, eredi della bottega. Liberarsi dal desiderio di affermazione, dimenticare il raggiungimento del successo, sono rinunce molto difficili da compiere ma donano pace; una pace che il mio spirito fin qui non conosceva. In effetti avendo abbandonato ogni zavorra di ricchezza, ogni ambizione mondana, dimenticata ogni ostentazione di eleganza e ceduto il superfluo, vivo in una condizione di libertà assoluta. Un’esperienza assolutamente nuova.
A volte guardando il cielo limpido, ed escludendo ogni altro ostacolo che possa ingombrare il campo visivo, capisco che giunta la mia ora, potrò dissolvermi nell’azzurro infinito, nella luce che mi circonda. Quelli sono momenti in cui sento di essere davvero meravigliosamente sereno.

Ieri mi hanno dimesso dall’ospedale e oggi sono a casa molto contento, proprio molto contento.
Sono a casa nel secondo millennio dell’era corrente, dato che il tempo si conta a cominciare dalla nascita dell’uomo che incontrai una mattina d’estate. Questa considerazione mi diverte, ma non oso manifestarla né commentarla con nessuno, neanche con Mariella che certamente mi canzonerebbe. Non potrebbe valutare il tempo così come lo penso io. Dopo l’eccezionale rivelazione mi sembra regolare immaginarlo senza misura.
Il mistero della continuità dell’essere è un concetto straordinariamente incomprensibile, un’idea scomoda, però affascinante. Certamente ne sapeva qualcosa Yeshua se chiese ai suoi discepoli : “Che dice la gente chi io sia ?” E quelli risposero “un antico profeta che si è reincarnato, o Giovanni il battezzatore, ritornato tra noi”. Questa annotazione nel Vangelo di Marco è importante. Se la Chiesa esalta la risposta che Pietro dette a Gesù, perché colmo della Grazia di Dio disse: - Tu sei il Messia” -. Gli scettici però rilevano che non era sorprendente la risposta di Pietro, era abbagliato dalla personalità eccezionale di Yeshua. Invece le idee della moltitudine, ossia quello che diceva la folla, fa pensare che nel popolo circolava l’idea della reincarnazione.

Purtroppo della mia vita precedente ho dato qualche ragguaglio a Mariella, subito dopo essere emerso dal nulla; ossia subito dopo essermi svegliato dal coma. Ma non ricordo esattamente cosa le ho detto. In quel momento avrò mormorato frasi sconnesse, ero ancora immensamente confuso. Suppongo che Mariella però fosse stata avvertita, e doveva aspettarselo quando avessi ripreso coscienza che avrei potuto dare da matto. Infatti mi ha ascoltato rassegnata, e il modo in cui sospirava accarezzandomi una mano, mi ha contrariato e innervosito. Ho deciso di non dirle più nulla, sebbene poi mi è sembrato opportuno cambiare idea.
Era tremendo constatare che Mariella mi considerava fuori di testa. Sono stato uno stupido a parlargliene subito, avrei dovuto presentarle la faccenda in una maniera molto più studiata. Sarei stato molto più coinvolgente, efficace, persuasivo, convincente, se avessi pesato le parole, ma in quel momento stavo talmente male che non potevo riflettere. Tutto considerato non debbo pentirmi di quello che ho detto.
Naturalmente avevo la possibilità preziosa di ripercorrere l’esperienza trascendente standomene fermo e muto, fingendo una prostrazione che in verità non era tanto rilevante. In quel modo mi sarei dato la possibilità di ripensare tutto lo strano caso tranquillamente. Avrei potuto descriverlo pian pano a me stesso, proprio come si riesamina un vecchio film e in quel modo lo si gode. Avrei potuto ricostruire la rivelazione donatami conferendogli ordine, omogeneità, e una continuità efficace.
Alla fine ho seguito quel proposito, e ho accentuato la prostrazione, che in verità non era tanto grave, così stando ad occhi chiusi ho ripercorso quella che il professor Martelli definisce un’allucinazione. Malgrado si parli di allucinazione con cautela, e con inquietudine, io ho provato un grande piacere a riesaminarla istante dopo istante.
Infermieri e medici avranno pensato che subivo ancora gli effetti dei sedativi che mi avevano somministrato e perciò fossi piuttosto intontito, quindi mi hanno lasciato in pace per un po’, anche perché è capitato ancora quel disturbo che mi ha dato tanto fastidio. A volte vedo a occhi chiusi bagliori rossastri seguiti da un’orribile oscurità, poi gli offuscamenti si diradano e ciò che ho radunato nella memoria torna ad affiorare coerentemente, È un odioso accidente che pian piano scomparirà. Almeno così mi è stato assicurato.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2017



 
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