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La Tabula

seconda puntata














  
 

Ora, se valuto la condizione in cui mi trovo in questo periodo, devo concludere che sono molto indebolito, molto impressionato, però tranquillo. Ho ripercorso a mente fredda, rigorosamente, speculativamente, con la massima obiettività, tutto ciò che mi è accaduto e non provo più stupore, quell’enorme stupore che mi aveva confuso, bloccato, impaurito. Insomma non sono più tanto sorpreso. Sapevo che può accadere, avevo letto dei libri che esaminavano da ogni lato la metempsicosi e ne parlavano con competenza. Così non mi meraviglia più che sia già passato per questo mondo in un altro tempo; che insomma duemila anni fa, pressappoco, abbia beneficiato di un altro corpo.
Dunque ora so chi ero: ero Uriel, e so dove avevo vissuto molto prima di essere nuovamente un tale di nome Umberto. Cioè molto prima di essere infilato nuovamente nel corpo che adesso mi ospita. Questo è il vero miracolo. Non quello che meraviglia parenti e amici.
Loro mi guardano stupiti e dicono: – A Umberto è capitato un miracolo: è sopravvissuto incolume e si è conservato intatto dopo una caduta catastrofica da tre metri d’altezza che sarebbe stata mortale per qualunque altro sessantenne –.

Poi si sono spaventati. Di sicuro è stata Mariella a chiedere che un medico constatasse il mio stato mentale. E infatti è venuto da me uno psichiatra che ha effettuato un “divertente, ancorché indisponente” accertamento delle mie condizioni psichiche.
Mariella deve essere rimasta molto impressionata dai miei vaneggiamenti. Debbo esserle sembrato un povero pazzo che diceva assurdità, e lei giustamente si è spaventata, le descrizioni che avevo iniziato a rivelarle avrebbero turbato chiunque. Deve aver giudicato il mio stato mentale seriamente compromesso, ma certamente chiunque sarebbe rimasto allarmato dai miei ragguagli su l’altra vita che avrei trascorso in Palestina duemila anni fa.
Mariella ha pensato che i miei deliri fossero un effetto del trauma cerebrale; ma sperava ardentemente che tutte quelle assurdità sparissero

presto. Considerando che avevo battuto la testa violentemente c’era da aspettarselo che dessi i numeri; lei ha agito sensatamente.
Comunque è riuscita a rovinarmi la bella tranquillità che avevo raggiunto.

Ieri sera all'improvviso è entrato nella mia stanza un signore piuttosto attempato, dall’aria professionale, accompagnato da Mariella.
Mariella aveva un’espressione sfuggente. Mi ha presentato lo sconosciuto molto cerimoniosamente, evitando di guardarmi.
– Umberto ti presento il professor Martelli che vorrebbe darti un’occhiata, desidera scambiare due parole con te. Ci fa questo grande piacere, ti prego di collaborare di buon grado. Facciamo tutto per il tuo bene. Ti prego… mostrati gentile –.
Poi Mariella ha aggiunto, a bassa voce, che era un professore amico di non so chi. Ho capito solo che costui dava grande fiducia a Mariella, mentre a me dava fastidio. Avrei voluto mandare al diavolo tutti e due. Davvero sarei stato capace di girare le spalle a quel tale. Viceversa, come accade sempre, non posso fare a meno di comportarmi con cortesia, e una volta ancora non ho saputo agire con insolenza. Ho soffocato il risentimento e ho considerato opportuno prendere un atteggiamento indifferente. Così sono stato a guardare il professore che per un po’ ha visionato le radiografie, e tutte le altre dannate analisi che mi hanno praticato. Mi pare che non fosse d’accordo sui farmaci ma per ovvia prassi deontologica non ha detto nulla. Mentre scorreva le carte annuiva benevolmente, pareva un tipo cordiale.
– Bene, bene –, ha borbottato. Mi ha scrutato come un drago, e rivolgendomi un sorriso bonario ha espresso il suo apprezzamento: – Caro signore possiamo dire che lei è stato molto fortunato, ha subito un pesante trauma e ne è uscito pressoché illeso. L’ematoma subdurale è stato rimosso, il suo organismo ha reagito bene. È stato favorito da un ottimo recupero, non si rilevano deficit. La lussazione alla gamba non ci preoccupa, l’arto a tempo debito riprenderà la funzionalità completa; la riabilitazione sarà indispensabile. Bene, bene. Mi compiaccio –.

Ci fu una breve pausa meditabonda, poi con voce neutra sferrò il fendente: – Ho appreso dalla signora che lei ha sperimentato un evento fuori del comune. Non sono frequenti episodi di presunta metempsicosi. Mi interesserebbe ascoltarla. Mi auguro che non consideri la mia richiesta un’ingerenza inammissibile, perché questo episodio di dislocazione temporale, che lei dice di aver sperimentato, è notevole –.
Ho guardato Mariella. Se ne stava in piedi vicino alla finestra voltandomi le spalle e stava osservando con interesse straordinario i gerani e le petunie sul davanzale. Sembrava estranea al colloquio, si comportava come se quanto stava accadendo non la riguardasse. Il mio tentativo di fulminarla con lo sguardo è caduto nel vuoto.
C’è stato un attimo di tormentoso silenzio. Ho provato varie emozioni: rancore e disprezzo per Mariella, per il suo comportamento sleale. Ho desiderato insolentirla davanti al barbagianni. Ho valutato con rabbia quale reazione avrei potuto sfoderare: avrei saputo rispondere beffardamente ? Mi sarei mostrato indignato ? Avrei adottato un comportamento esaltato, stravagante così da confermare i timori di Mariella e vendicarmi ?
Ma per lo sciagurato carattere accomodante che mi ostacola, ho finito per scegliere la disponibilità.
In ultima analisi se informavo quel medico dei miei vaneggiamenti, come tutti li considerano, e raccontavo la mia esperienza, non me ne veniva alcun danno. Anzi avrei avuto l’opinione di uno specialista, un parere che certamente desideravo. Gli interrogativi che mi pongo al riguardo dell’avventura capitatami, che potrei considerare al modo di una teofania, mi incalzano, mi stancano, e malgrado la spossatezza continuo a propormi domande sempre più difficili.

Il professore ha chiesto notizie della famiglia, dei miei studi, ma sono certo che di me sapeva già tutto. Mariella dove avergli raccontato ogni cosa, anche gli alimenti che detesto, o le balorde fobie: per esempio quella della folla: la folla quando crea ressa mi preoccupa, mi innervosisce. Magari anche le innocue eccentricità, e chissà cos’altro ancora.
Inspiegabilmente, malgrado la mia insofferenza, la conversazione aveva preso un andamento interessante, ad un certo punto era diventata addirittura stimolante. Però sul più bello il professore mi ha interrotto con gentilezza, pareva soddisfatto, ha controllato degli appunti che aveva preso, si è appoggiato comodamente allo schienale della sedia, e se n’è uscito con questa domanda:
– Vorrei che mi descrivesse ciò che prova, la sua impressione è quella di ascoltare una voce che le racconta le vicende dell’antica vita, mentre lei le sta dettando alla signora …? –
Non l’ho lasciato finire. L’ho guardato con avversione e ho replicato aspramente: – Se suppone che sia schizofrenico si sbaglia. Non sento nessuna voce. Se in vita sua lei ha provato a scrivere una poesia saprà che le “voci”, nel senso di parole inconsuete, singolari, magari inusitate, ermetiche, emergono spontaneamente, poi occorre strutturarle, adattarle e portarle a esprimere l’idea che si desidera comunicare, ma può accadere anche … –.
Il tizio mi fece cenno di rimanere tranquillo. Mi sono azzittito più per stanchezza che per propensione alla calma. Quello ha ripreso a parlare ma non sorrideva come prima, semmai ostentava un’espressione di severa autorità che avrebbe dovuto impressionarmi.
– Mio caro Uriel, (suppongo che si considerasse spiritoso) certamente la deluderò nel prospettarle la mia opinione, ma se vorrà rifletterci con calma, lei stesso si renderà conto che le cose stanno nel modo in cui glie le presento –.
– Durante il lento riemergere delle funzioni della coscienza ha realizzato quello che si potrebbe definire un collage di frammenti, una selezione, una complessa amalgama di impressioni. Fatti e idee, storie, frammenti afferrati da libri, da articoli, da film e fotografie, reperti archeologici, conferenze. Tutte informazioni omogenee, preziose, che ha immagazzinato, e che evidentemente le hanno suscitato uno specifico interesse. Quando si sono ripresentate le ha collegate e organizzate in un racconto ben strutturato che aveva un significato importante,molto importante, per lei, e che potremo analizzare in altra sede, se e quando vorrà.
Intanto possiamo dire qualcosa delle forze organizzatrici spontanee, innate. Agiscono inconsapevolmente. La loro presenza, il loro intervento si affaccia, per esempio, quando tentiamo di dare ordine alle forme caotiche. Sempre per fare un esempio: se fissiamo delle macchie indefinibili su un muro, dopo un poco vi scorgeremo un viso con naso e bocca, oppure un gatto o un cavallo, o altre figure. E’ la necessità di controllare l’ambiente che ci porta a strutturare le percezioni, e a dare loro un senso logico –.
– Un dato piuttosto comune, che sicuramente non sarà sfuggito alla sua attenzione, concerne le reminiscenze: la memoria deformata del passato. Molte persone anziane quando parlano della loro giovinezza sono inclini a rimodellare la loro vita. Dimenticano, in buona fede, episodi che non servono a esaltare la loro personalità, e viceversa arricchiscono di particolari immaginari, avvenimenti o azioni che sono avvenuti - ne sono convinti - come li riferiscono, e li mettono in una luce migliore –.
– Mi sta seguendo vero ? comprende quanto vado dicendo ? –
Lo guardai risentito e non risposi nulla. Il barbagianni non si è preoccupato minimamente della mia irritazione e ha continuato: – Se questo accade quando le persone raccontano la loro vita realmente trascorsa, lei può persuadersi di quanto si possa immaginare intorno a una vita presunta –.
– Mi creda, lei non ha rivissuto nessuna esistenza avvenuta nel passato. Ha semplicemente e abilmente messo insieme la storia della vita di un personaggio che sarebbe vissuto duemila anni fa. Ora se ne stia tranquillo, il più rilassato possibile, e recupererà del tutto il suo modo di essere: concreto e dinamico –.
Aveva assunto il tono di chi è annoiato, o di chi è stanco di una conversazione e desidera farla finita in fretta, perché vuole andarsene.
Subito dopo si è rivolto a mia moglie con parole rassicuranti e blandamente ironiche sul mio conto. Mi ha salutato assai garbatamente ed è uscito dalla stanza scortato da Mariella.

Mi sono girato con la faccia verso il muro, dando le spalle alla porta e furibondo ho ripreso a interrogarmi.
“Caduta da cavallo” ! Ecco cosa mi è venuto in mente. Sono certo che la fine dell’altra mia esistenza avvenne a causa di quella caduta. Segnò il termine della mia vita, ma un’altra caduta da cavallo, pressappoco a quell’epoca, fu l’inizio dell’eccezionale esistenza di un certo Paolo di Tarso.
Ho notato la singolarità della rievocazione: “Guarda che strane concatenazioni ti vengono in mente” mi sono detto, e se non fossero tanto casuali come credi? E poi ho pensato: sia nel primo secolo che in quelli precedenti, non esistevano gli psichiatri, ma c’erano menti egregie, molto affilate. Non specialisti ferrati nel valutare scientificamente un esaltato, però se Catullo, Plinio, Cicerone, Virgilio, Orazio, e gli altri grandi, avessero conosciuto Paolo probabilmente gli avrebbero fatto un discorso simile a quello che il professor Martelli ha fatto a me. Era gente che ragionava acutamente e faceva uso della filosofia come soccorso terapeutico.
Ma non avrebbero potuto prevedere, cosa avvenne a Paolo dopo quell’incidente. Uno sviluppo inimmaginabile, e smisurato, una dimostrazione di intelligenza, di eroismo, di abnegazione immensa, che non ha più permesso di liquidare Paolo come un esaltato, uno squilibrato, un fanatico che si era inventato un ruolo per innalzarsi a semidio.
Certo è possibile pensare tutto di tutto, ma il tempo, la storia, il buonsenso degli uomini infine danno una sentenza, che coincide quasi sempre con la verità.
Questa riflessione mi ha soddisfatto. Ho mandato al diavolo tutti i diffidenti, i denigratori, i diffamatori, i sospettosi, i realisti concreti, e gli immutabili increduli molto equilibrati. Ho deciso di vivere la mia meravigliosa esperienza in pace con me stesso.

Il dottor Martelli non so cosa abbia riferito a Mariella ma oggi sembrava più serena. Non le ho voluto dare soddisfazione e non le ho chiesto cosa aveva detto lo psichiatra. Lei però deve aver capito perché mi ha riferito contenta che “tutti” i medici erano soddisfatti del mio sorprendente recupero.

A questo punto è opportuno spiegare come è accaduta la sciagura.



scala



L’infortunio che ha originato il prodigio è capitato nel momento in cui stavo sostituendo una lampadina. Mentre stavo in piedi sull’ultimo gradino di una scala da lavoro, mi sono spostato per sistemare meglio il lampadario, e questo movimento improvviso, troppo brusco, ha fatto oscillare la scala. Ho perso l’equilibrio e sono precipitato da circa tre metri battendo violentemente la testa sul pavimento e rimanendo esanime.
Mi hanno trasportato immediatamente in ospedale e tutti dicono che sono salvo per miracolo. Ora sono meravigliatissimi che non mi sia rotto niente: niente gravi conseguenze, nessuna lesione, e – a parte qualche strano discorso quando ho ripreso conoscenza – pare che sia del tutto normale.
Ma so bene io quale è stato il vero miracolo, che a loro non potrò raccontare senza che mi deludano.
Perché non mi crederanno mai, anzi mi scherniranno, mi deridano. Così sono entrato in crisi, sono sprofondato nel dubbio. Ho sofferto un pesante stato d’animo, tra l’insoddisfazione e la sfiducia in me stesso, perché l’angoscioso interrogativo era: “Posso credere a questa rivelazione eccezionale?”. Ero stupefatto, smarrito; mi chiedevo se l’incredibile esperienza era davvero la “Verità”, o invece era un inganno diabolico. O soltanto un’elaborazione fantastica, fulminea, della mia mente come ha dichiarato il professor Martelli. Ero impaurito e impressionato, molto depresso.
Sebbene abbia detto che voglio vivere la mia esperienza per me stesso, tranquillamente, serenamente, ora mi pento moltissimo di averne parlato con Mariella. Mi pento di averle dato, impulsivamente, qualche accenno su l’antica vita vissuta al tempo di Augusto imperatore. Forse volevo convincerla affettuosamente che ero già venuto in questo mondo. Però sfido chiunque abbia ripreso conoscenza, dopo una batosta simile, a riflettere prima di parlare. Vorrei vedere chi è capace di concedersi del tempo prima di dire ciò che lo ha impressionato. L’ansia di essere ancora vivo, la consapevolezza del pericolo trascorso, incalza e spinge a raccontare.
So bene che avrei dovuto riflettere, le parole che ho sparso hanno sollevato una gran quantità di pettegolezzi, avrei dovuto essere prudente. Quando quei giudizi mi furono riferiti mi mandarono su tutte le furie.
Poi, come avevo previsto, ho dovuto sopportare ironie, e un’amara erosione di stima. Le persone che mi sono più care mi guardavano in una maniera orribilmente indulgente, agghiacciante.
Per superare l’imbarazzo, che ancora provo, voglio proporvi il fascino di un istante particolarissimo. Voglio metterlo al centro della riflessione che sto approfondendo.
L’evento è avvenuto certamente a causa dalla botta sul marmo del pavimento. Infatti precipitando ho battuto la testa con violenza e l’illuminazione dev’essere avvenuta in quel momento.
Potrei paragonare quella stupefacente apparizione, a un colpo di martello su una pietra e all’effetto che sprigiona. Quando un ferro percuote violentemente una selce sprizzano scintille; allo stesso modo quando la mia testa ha cozzato sul pavimento, è scaturita un’immagine potente, anzi una sintesi di immagini che raccontavano una vita: “La mia vita trascorsa duemila anni fa”.
Dopo ho avuto bisogno di rielaborare la rivelazione. Un’esigenza che può capitare alla più tetragona delle persone. È possibile che nel ricostruire la vita di allora abbia mescolato a “quelle scintille”, a quei “lampi di memorie”, qualche reminiscenza di questa vita, forse episodi vissuti da bambino, dunque assai più recenti di quelle di secoli fa. Questo non ha troppa importanza. Non bisogna accanirsi nel criticare sfavorevolmente l’esigenza di razionalità, per accomodare un’esperienza oscura. Con parole diverse lo ha detto anche il Martelli.
È stato inoltre molto importante ragionare su un indizio: il misterioso sogno che mi ha inseguito per anni turbandomi fin da bambino.
Da tempo mi ero proposto una spiegazione: mi dicevo che forse quegli occhi impressionanti che mi scrutavano, erano comparsi dopo aver guardato qualche film. Oppure quando ero molto piccolo qualche adulto mi aveva spaventato guardandomi severamente e rimproverandomi. Però queste interpretazioni non mi avevano suggerito nessun significato soddisfacente.

Questa mattina Mariella mi ha portato la colazione e guardandomi tra il serio e il faceto ha detto – Adesso che sei a casa tranquillo e sereno raccontami quella tua strana storia – .
Ci ho pensato un poco e mi sono detto: “Mariella mi vuole bene, è l’unica persona con cui posso parlare liberamente. Perché dovrei preoccuparmi? Lei rimarrà della sua idea, potrà lamentarsi che vive accanto a un uomo visionario, a metà strada tra il sognatore e il paranoico e che questo fatto le risulta disperante. Ma che me ne viene di danno se parlo apertamente? Se rifletto su tanti, tantissimi personaggi di grande spessore, arrivando poi fino a quelli di statura molto minore o del tutto ignorati. Da Socrate, a Davide Lazzaretti (il Cristo dell’Amiata) per citarne qualcuno. Chi di costoro non è stato contestato, deriso, eliminato?
Così ho preso a raccontare. Ho parlato lentamente, volutamente a voce strascicata. Volevo darle l’impressione che rivelassi una vicenda straordinaria come può farlo solo un testimone coinvolto. Se vuole burlarsi di me, se vuole punzecchiarmi, prendermi in giro, allora le offrirò la migliore interpretazione da sfrontato istrione.
Comunque mi sono imposto che nulla doveva essere dimenticato; niente doveva scomparire di quelle percezioni incredibili, paradossali, emerse dal buio dei secoli. Che nessuno dei lampi di memoria rivelatisi durante l’incidente, scomparisse per sempre. Era così appassionante la rivelazione della mia antica vita trascorsa in Palestina che non potevo perderne neanche un frammento. Era fondamentale che nulla andasse perduto.
Perciò ho chiesto a Mariella se mi faceva un regalo: scrivere quanto le avrei dettato perché la mia cronistoria era un documento straordinario.
Non ha né protestato, né criticato, ha detto di si ma non pareva entusiasta. È uscita e dopo poco è tornata con un grosso quaderno, si è seduta accanto a me, ha tirato fuori dalla borsa una biro e ha detto: – Avanti, cominciamo –.
Non mi sono sentito incoraggiato, neppure un poco apprezzato; ho avuto la sensazione che mi considerasse tremendamente problematico, irritante, noioso, e acconsentiva a collaborare, cioè mi accontentava perché ero ammalato.
Perciò senza nessuna partecipazione emotiva ho cominciato a dettare senza preoccuparmi di dare una forma letterariamente apprezzabile alla prosa, e neanche decente.
Ho iniziato col ricostruire una scena eccezionale che ho rivissuto come quando fui presente in quel luogo. Da quel momento ho preso a dettare con una certa tensione e irrequietezza.
Comprenderete subito perché l’ambiente della “rivelazione” di cui sto parlando (non so come chiamare diversamente una cosa tanto paradossale), ci obbliga a un salto di duemila anni all’indietro. Che vi condurrà al tempo in cui era imperatore Augusto, a cui fece seguito Tiberio e poi Caligola.

EPISODIO INDIMENTICABILE

In una caldissima mattina di tammuz (1), nell’ora in cui il sole non splende ancora alto, mi allontanai furtivamente dalla nostra bottega, per schivare una inevitabile fatica che ci sarebbe stata imposta poco dopo. Avevo il chiaro presentimento, anzi era facile prevedere che mio padre avrebbe imposto a me e a Gionata una pesante sfacchinata. Ci avrebbe obbligati ad aiutare Abigail, nostro fratello maggiore, in un lavoro molto difficile, pesante e noiosissimo.
Filai via con l’intenzione di procurarmi dei pistacchi e attraversai correndo la spianata del tempio, ma notai che s’era formato un assembramento intorno ad un uomo alto, magrissimo, con barba e capelli lunghi, e occhi grandi e infossati, immobili, concentrati sugli astanti. Mi fermai un attimo a guardare.
Pareva che quell’uomo non risentisse alcun incomodo per il caldo della stagione e neanche per quella diecina di individui infuriati che si agitavano attorno a lui. Effettivamente il suo viso non mostrava il minimo segno di traspirazione, era pallido e calmo. I pistacchi mi uscirono di mente e rimasi all’ombra di uno stentato albero a guardare l’insolita scena. Era un assembramento bizzarro perché in mezzo a quella piccola folla di scalmanati c’era una donna che piangeva e pareva molto spaventata.
Ma furono piuttosto gli occhi dell’uomo immobile al centro della scena, in mezzo a quegli esaltati, ad esercitare su di me un’attrazione fatale. Sì! Furono quegli occhi! Un’emozione che ricordo con grande precisione.
Erano due occhi decisamente sconcertanti, mai visti in nessun altro uomo, occhi scuri che in certi momenti quando fissavano intensamente qualcosa o qualcuno, si dilatavano, trascoloravano e diventavano stranamente chiari. Mi sembra di rivederli con grande nitidezza, direi che erano tra il grigio e il verde.
Oramai sono piuttosto anziano, anche un po’ smemorato, ma “per la barba di Noè!”, rammento quell’impressione come se l’avessi provata pochi minuti fa.
Dunque, come ho già detto, tutto cominciò moltissimi secoli fa quando in una calda mattina d’estate sgusciai fuori dalla bottega per andare a comperarmi dei pistacchi.



NOTA

(1) luglio


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2017



 
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