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La Tabula

quattordicesima e ultima puntata














  
 

– Mariella, voglio spiegarti perché la visita che abbiamo fatto alla tua amica non è stata una noia tremenda come temevo. Al contrario è stata utile, anche se mi ha rattristato. Lidia mi ha fatto capire perché la biografia che ti ho dettato, non può soddisfare né i cattolici, e neanche gli ebrei; alla fine non accontenta né gl’uni, né gl’altri. Ho riflettuto molto sulla manchevolezza individuata da Lidia. Ho rubato ore al sonno per convincermene, ma effettivamente lei ha ragione, così sono stato spinto a concludere –.
Stavamo facendo colazione, e ho manifestato a fatica il disagio che provavo e la decisione presa. Però la mattina è il momento migliore per disfarsi dei pensieri molesti, complicati, difficili da esporre. In effetti le migliori conversazioni le abbiamo fatte a colazione, la piacevole sosta del caffè-latte aiuta a sfogarsi.
Ero oppresso dal malumore, e ho pensato di rivelare a Mariella il disagio che mi aveva creato la sua amica.
– Ieri pomeriggio, durante la tua breve assenza, abbiamo avviato una conversazione indubbiamente sincera. Debbo dire che ho sbagliato fin dall’inizio nel valutare la tua amica, l’avevo giudicata presuntuosa. A volte ho detto che era insopportabile, invece si è dimostrata intelligente, perspicace, insomma potrebbe essere un ottimo editor. Abbiamo parlato con reciproca cordialità, Lidia ha espresso dei giudizi difficili da accettare, ma mi ha dato anche degli utili consigli, in definitiva ha espresso critiche pesanti alla mia biografia. Più tardi riconsiderando tutto quello che ha detto, ho dovuto accogliere le sue osservazioni –.
Mariella aveva un’espressione stupita, direi rattristata, ne sono rimasto colpito, ho ritenuto necessario spiegarle come si era svolta la conversazione, e la mia reazione.
– Quando sei uscita, per compiere la piccola commissione che ti ha chiesto, le ho raccontato il capitombolo dalla scala di lavoro. Lei mi ha preso in giro bonariamente, poi ha detto che ha apprezzato lo sforzo che ho fatto per dettarti la ricostruzione, per lei “fantastica”, della mia antica vita. Ha detto: “Mariella me ne ha lette alcune pagine, così ho potuto apprezzare l’ispirazione, la trama attraente, e le insufficienze. La tua storia sarebbe interessante ma ha un difetto in sé, un difetto che ne riduce le simpatie, sia dei cristiani, ma più ancora degli ebrei ” –.
Pausa per affogare l’amarezza nel buon caffè, poi ho proseguito: – Ho riconsiderato le sue critiche, e mi sono reso conto che ha ragione. Ecco perché: La narrazione della mia remota esistenza, così come l’ho presentata, in effetti non può accontentare né ebrei, né cattolici. Per gli ebrei, il protagonista non dimostra un chiaro sentimento di simpatia per Israele, non parla mai della sua antica religione che Yeshua onora. Ne risulta che Uriel, inevitabilmente ebreo, sembra trascurato o indifferente, e in definitiva è un personaggio incompleto. Per i cattolici è un indeciso, un debole inoperoso, da rimproverare per non aver aderito pienamente alla chiamata di Gesù. Per non averlo seguito. Inoltre l’ideale della salvezza, aspirazione che mostra di provare, non la realizza. Rimane approssimativa, effimera, e non si traduce in una partecipazione piena alla chiamata dello straordinario Maestro che ha incontrato casualmente. Ne risulta che Uriel, se non è antipatico, è deplorevole.
Ti dirò che molti particolari relativi alla religione, agli usi, alla storia di quel tempo, li ho tralasciati perché mi sembravano superflui. Invece Lidia ha voluto dimostrarmi che mancando, scolorano lo scenario in cui vive Uriel –.
– Ascoltami ancora, e se ti è possibile aiutami. Voglio sbarazzarmi di questa frustrazione, voglio liberarmi dell’assurdo rimorso di limitatezza spirituale. Ieri non ho detto nulla perché non volevo rivelarti la mia delusione, ma poi ho reagito e ho deciso di parlartene –.
Mariella sorrideva dolcemente.
– Perdiana, ho voluto raccontare puntualmente la vita di un ragazzo che incontra un superuomo, ne rimane abbagliato, e quando il padre lo mette in guardia, lo avverte che in giro ci sono molti falsi profeti, che bisogna stare attenti alle truffe, lui rifiuta l’ammonimento. È convinto della superiorità del maestro di cui parla. Però suo padre insiste: “potresti rimanerne deluso”. Uriel comprende la necessità di fare chiarezza, in un primo momento cerca di avvicinare il Maestro in persona, poi dopo la terribile morte di Yeshua, cerca un uomo che lo possa rassicurare, di cui può fidarsi: un uomo erudito, che abbia prestigio, che sia di mente aperta, che sappia chiarire i suoi dubbi, soprattutto che sappia interpretare la tabula –.
Mi pare che Mariella si dispiaccia per la mia irritazione.
– Di certo è stata l’inquietudine a farmi fare un sogno che mi è parso significativo. Ero in un deserto orribile, arido, grigio ferrigno. Mi vedevo stanco e impolverato, ero un viandante come doveva essere Uriel a quel tempo, in quell’ambiente. Il viaggiatore doveva andare avanti, e invece si trovava la strada sbarrata da un drago orribile. Il viaggiatore era spaventato, irritato. Il viaggiatore ero io.
– Che ne pensi di questa manifestazione dell’inconscio ? –



scala



Non ti pare significativo questo sogno? Lo consideri un messaggio da interpretare? O soltanto un ammonimento che mi sono dato? –
– Ieri non ho detto nulla, ma durante la notte, ho vagliato la vita attuale e mi è parso di capire. Ho compiuto una riflessione intransigente, paragonando l’uomo che ero, a colui che adesso sono, e il risultato è stato scoraggiante. Se non riesco a ignorare che continui a considerarmi un illuso, un infelice emulo di Rampa Lobsang, autore de “Il terzo occhio”, si prolunga il mio risentimento, malgrado possa comprendere la tua perplessità. Però se sfogli, un paio di settimane all’indietro, il quaderno su cui hai scritto, vedrai che ti avevo già spiegato il mio punto di vista. Certamente non ti è bastato –.
Il cielo dietro la finestra era nuvoloso, e la grigia luce mattutina non aiutava a rasserenarmi. Ho brontolato: – Mia cara, mi conosci bene, sai che sono istintivo, e guarda caso, ci siamo conosciuti durante le contestazioni del Sessantotto, quando facevo architettura.
Anche se non avevo la statura, né l’impetuosità del rivoluzionario, credevo che fosse giusto aderire alle richieste di cambiamento della scuola pubblica e dunque della società. Aderii entusiasticamente ai propositi di trasformazione. Ero convinto che la parte migliore della nuova generazione avrebbe attuato una metamorfosi. Poi è andata a finire come sai. Sono cambiato, invecchiato, mi sono adattato al Sistema.
Anche al tempo di Tiberio imperatore, che subentrò a Ottaviano, fui simile a un quieto oppositore del sistema, ma ero giustificato, e la vita che spesi fu migliore. Il consuntivo che ho tratto è deprimente. Fui un ribelle, ma in maniera diversa, feci una scelta intima, e verso la fine della vita di allora ero sereno –.
Pausa di recupero, malumore affogato nel buon caffè, poi ho brontolato: – Adesso proseguirò nel leggerti l’autobiografia, fino alla fine. Dico bene: “fino alla fine”, perché ho deciso di mettere il punto conclusivo alla mia storia –.

RITORNO AL PRIMO SECOLO

Lasciai la caverna all’alba, dopo aver ringraziato affettuosamente Efraim e Zernia, e affrontai con impeto il faticoso cammino di ritorno. Ero deciso a raggiungere Gerusalemme quanto prima possibile per attuare il progetto che avevo ideato. Innanzitutto volevo tranquillizzare mia madre, che certamente era in ansia, e poi applicarmi al piano meditato durante la notte, finché ero precipitato in un sonno burrascoso. Come ho già detto i ricordi di Efraim erano utili per darmi qualche risposta, ma erano relativi a un periodo della vita di Yeshua anteriore all’incontro che fu per me determinante. Come ho detto, volevo sapere con certezza chi era l’uomo inedito che avevo incontrato, me ne avevano parlato nei modi più strani e non credevo a quelle storie tanto stupefacenti.
Ero talmente preso da tanti pensieri, che la foga con cui avevo attaccato la strada si quietò. Man mano il fervore diminuì, e il passo divenne fiacco e lento. Avevo dormito male, in realtà non avevo dormito affatto, e avevo affrontato il viaggio con troppo slancio. Fatto sta che nel tardo pomeriggio arrivai di nuovo sull’orlo del dirupo da cui, nel venire, avevo osservato l’oasi distante. Mi ritrovai su quell’altura stanchissimo, chiedendomi cosa avevo ottenuto con quel viaggio e con lo sforzo per attuarlo. Avevo raggiunto qualche risultato? Non ne ero sicuro.
Mi fermai e afferrata la borraccia mandai giù una lunga sorsata, poi mi sedetti sull’orlo dello strapiombo a guardare di sotto. La gola era qualche centinaio di metri più in basso e il ripido scoscendimento era quasi impraticabile. Osservavo i massi franati laggiù, e allora mi venne in mente la grande differenza che c’era nel guardare dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Certamente quei massi, che vedevo piccoli erano grandi, ma se fossi sceso laggiù, l’altura su cui ero adesso l’avrei vista innalzarsi verso il cielo, imponente sebbene fosse una collina e non una montagna. Scesi nella voragine, vi trovai un conveniente anfratto dove mi accinsi a trascorrere la notte. Sdraiato sulla schiena guardai in su, e vidi l’orlo dell’altura che pareva altissimo. Avevo la conferma dell’astrazione concepita. Dal basso pareva un mitico ciclope, il contrario di quello che avevo visto scrutando dall’alto verso il basso. Da lassù tutto immiseriva, si riduceva a una piccolezza. Invece nel guardare verso il cielo e le stelle intuivi l’infinito, comprendevo così il pensiero di Yeshua.
Zernia mi aveva dato pochi datteri e del pane azzimo, ma non mangiai nulla. Non so dire se lo feci per rimorso, se fu un atto volontario di penitenza. Ero molto stanco, ammisi che non avevo nessuna ragione di impormi un’andatura frenetica. Arrivare un giorno prima o un giorno dopo non avrebbe modificato nulla. Non avrebbe cambiato né la mia ansia, né le attese, né gli avvenimenti del mondo. Inoltre era preferibile arrivare meno estenuato.
Mi misi a riflettere sul pensare, sul chiedere, sul cercare un “modus vivendi” armonioso. Era meglio opporsi al mondo in continua lotta? arrivare a un equilibrio interiore, anche a sfavore del benessere? Tale esigenza, tra coloro che conoscevo meglio, non l’aveva nessuno. Nessuno avrebbe gradito questo metodo paradigmatico. Li avrebbe sviati dalle loro attività pratiche e concrete. Per me invece era necessario: se non facevo domande e non meditavo le risposte, non avrei soddisfatto la tensione spirituale che mi incitava a cercare, e procedere oltre il punto a cui ero arrivato.
Avrei potuto vivere tranquillo, molto meglio di quanto era concesso a migliaia di coetanei. Avrei avuto onesti mezzi di sostentamento e avrei potuto godere del benessere a sufficienza. Che andavo cercando ?
Proprio mentre stavo per scivolare nel sonno era comparsa un’idea: dovevo avvicinare uno dei seguaci del Maestro, e chiedergli un colloquio. Certamente uno dei suoi discepoli mi avrebbe descritto Yeshua nell’ultimo periodo fondamentale. Ma una preoccupazione mi trattenne. Forse era meglio avere informazioni non dai suoi discepoli entusiasti, e forse ingenui, ma da una persona ritenuta autorevole. Pertanto era preferibile contattare una persona importante, qualificata, in grado di esprimere un giudizio indipendente e responsabile, non categorico al modo dei religiosi. Mi venne in mente quel saggio del Sinedrio che era andato da Pilato a chiedere il corpo di Yeshua morto sulla croce: Giuseppe d’Arimatea.
Pur non essendo uno dei suoi discepoli evidentemente il buon Giuseppe stimava il Maestro, tanto da esporsi al gesto clamoroso davanti a Pilato.
L’ho già detto, e lo ripeto. A quel tempo ero Uriel, un ragazzo somigliante a tanti altri ragazzi contestatori attuali. Ragazzi del diciannovesimo, o ventesimo secolo, affascinati da riformatori rivoluzionari come sono stati Lenin, Gandi, Mao e altri. Ma quello che conobbe Uriel era un riformatore con un carisma più forte di tutti quelli citati. Ne rimase a tal punto abbagliato, che gli sembrò necessario copiare le parole che l’uomo aveva tracciato nella polvere. La tavoletta, la tabula su cui aveva copiato quelle parole tracciate nella polvere divenne la sua fissazione. Suppose che trasmettessero un messaggio, e tenacemente perseverò nella decifrazione senza riuscire a raggiungerla.

Ecco. A quel tempo volevo essere sicuro di non commettere un errore. Non volevo entusiasmarmi per un falso Maestro perciò cercai continuamente notizie e conferme. A Gerusalemme chiesi inutilmente, fino a che decisi di rivolgermi a Giuseppe d’Arimatea, uomo di ottima reputazione che in quei giorni era sul lago di Tiberiade. Non sapevo se era là per sottrarsi alla confusione di Gerusalemme, comunque mi dissi che quello era il momento più adatto per avvicinarlo, avrei avuto una buona probabilità di essere ascoltato. Partii a cavallo, ma sbagliai strada. Forse era il mio destino, forse lo spirito che mi guidava, volle che il cavallo, spaventato dai cani, mi sbalzasse di sella. Rimasi a terra tramortito.
Passarono parecchi mesi. Ebbi modo di riprendermi, ma dopo l’incidente ero profondamente cambiato, tanto che volli adattarmi a quell’ambiente primordiale. Valutai intensamente l’infortunio così mi si aprirono gli occhi, e ne trassi un’adeguata lezione.
Marusin involontariamente mi dette argomenti su cui riflettere e pian piano arrivai a una magnifica conquista: perfezionai la meditazione. Mi applicai ad essa in perfetta calma e solitudine e il vuoto intellettuale che mi circondava fu fecondo; fu ispiratore di fermenti spirituali.
La sera quando c’era ancora luce mi sedevo sulla porta a godere il vento piacevolmente fresco e mi concentravo sul rotolo che mi aveva donato Efraim.
Ma avvenne che mi si offuscò la vista. Non vidi bene né le cose vicine, né quelle lontane. Poi sopraggiunsero dei forti dolori al petto.
Una buona volta dev’essere accaduto qualcosa di fatale. Dev’essere accaduto al tramonto, perché ricordo un’ultima cosa straordinaria: il sole, che era vicino all’orizzonte, all’improvviso sembrò espandersi smisuratamente nel cielo, e la luce divenne accecante. In quel momento fui assalito da un dolore insopportabile, mentre un gelo fortissimo saliva dai piedi e aumentava il ribrezzo insieme al terrore. Contemporaneamente però avvertii una inspiegabile speranza di liberazione. Una sensazione indescrivibile. Qualcosa usciva dal mio essere, qualcosa simile al fiato che esce dalla bocca nell’aria fredda di un mattino invernale: una lieve traccia di vapore. Prima di sprofondare nell’abbandono ho gridato “aiutami Rabbi”. Poi non so più dire cosa sia stato di me.


FINE

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2018



 
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