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La Tabula

tredicesima puntata














  
 

Mariella, avevo chiesto la tua opinione su un argomento piuttosto misterioso che ti avevo proposto. Ricordi che riguardava persone dotate di una potenza di percezione, o preveggenza, al di là della comune sensibilità? Ebbene, prima che tu esponga il tuo punto di vista, vorrei aggiungere qualcosa. Spero che riducendo in poche parole la spiegazione di un fenomeno che sarebbe troppo lungo esporre con rigore, tu mi segua e così potrai avere qualche elemento in più su cui riflettere. Se non fossi breve e conciso non mi ascolteresti neanche.
Max Planck era un fisico che proprio alla fine dell’Ottocento dette un importantissimo chiarimento sulla natura della luce. Per risolvere il problema che si era posto, impiegò un’idea originale, in sostanza un espediente ingegnoso. Elaborò una formula che dava risposta alla domanda: “cos’è la luce?” e spiegò che la luce è una radiazione elettromagnetica che si propaga in “pacchetti di energia” e chiamò questi pacchetti “quanti”. Con la sua interpretazione sollevò molte controversie tra i fisici del tempo, ma poco dopo Einstein confermò la validità dell’idea, e il valore della scoperta di Planck. Ma andò oltre affermando che la luce può propagarsi a volte in forma di corpuscoli: i quanti appunto, altre volte in forma di onde. Non ti pare sorprendente questa duplice “vita” della luce ? E non ti spinge a riflettere su altri problemi, come la misteriosa materia oscura teorizzata ma ancora sfuggente, e tanti altri enigmi ? Tutto ciò mi fa dire che siamo ancora in uno stato di ignoranza, così come nel medioevo la gente era impreparata a capire cose, che adesso per noi sono comuni. Ecco, ho cercato di chiarirti rapidamente cos’è la luce. Perché, parlando di radiazioni, la luce, ci interessa molto, ma vorrei farti notare che nel descriverla impieghiamo parole del linguaggio ordinario, cioè usiamo termini con cui distinguiamo cose piccole, per esempio: particelle, corpuscoli, frammenti, oppure la parola onde che immediatamente richiama alla mente l’acqua che si muove su e giù. Però se potessimo rimpiccolirci all’estremo, possibilmente alle dimensioni di un atomo, la realtà della luce ci apparirebbe del tutto diversa dalla descrizione che ne diamo. Insomma molte parole che adoperiamo non sono adeguate a descrivere la realtà che ci circonda. Neanche tanto bene come quando diciamo acqua dolce, per distinguerla dall’acqua di mare salata, sebbene dolce abbia un senso preciso e l’acqua potabile non è realmente dolce. Per concludere, quando parliamo di radiazioni penso che in questo nostro tempo ne abbiamo una conoscenza incompleta, e suppongo che tra qualche secolo la rappresentazione che ne faranno sarà diversa. Forse identificheranno radiazioni ignote, che probabilmente apriranno nuovi scenari alla conoscenza.
Voglio dire un’ultima cosa: purtroppo siamo diventati prigionieri della prova scientifica. Se è pur vero che il metodo galileiano e cartesiano ha aperto la strada al progresso e alla modernità, dall’altra parte ha demolito ogni illusione nell’arcano. Perciò se un evento soprannaturale non è provato sperimentalmente, non lo accettiamo senza sforzo. Per dartene un esempio consistente, tiro fuori un episodio misterioso: il “miracolo del sommergibile”. Se non ne sai nulla, potrai documentarti sul Web.
Fu un caso sorprendente, incomprensibile. Come può accadere che un uomo, esercitando la sola forza del braccio, abbia potuto sollevare un portello su cui gravavano almeno cinque tonnellate d’acqua del mare sovrastante? L’unica spiegazione, che da incompetente posso darmi, è questa: la materia, essendo energia condensata, in certi casi forse può trasformarsi. Può darsi che in circostanze assolutamente eccezionali, sotto l’azione di forze sconosciute, la materia acquisti proprietà straordinarie, o compia trasformazioni impossibili. Questa eventualità, più adeguata alla metafisica che alla fisica, spiegherebbe famosissimi miracoli accaduti proprio nel primo secolo che vado raccontando, e di cui Yeshua fu protagonista.
Se poi torniamo per un momento all’uso delle parole con cui descriviamo fenomeni misteriosi, incomprensibili, è evidente che parole consolidate dal folclore, dalla tradizione, dalla letteratura come: spettri, fantasmi, descrivono emozioni, principalmente romanzesche. Le accettiamo perché descrivono qualcosa su cui ci piace fantasticare. Invece le percezioni riferite da malati gravi, o da asceti, sostenute da un’intensità di fede, a volte anche da un comprensibile riserbo, e da una garantita purezza, manifestano una verità più accettabile. Quei contatti pare che giungano da esistenze presenti in una dimensione a noi vicina, ma inaccessibile. Considera attentamente questi “incontri”. Ne riparleremo.
Siccome Mariella mi guardava perplessa ho detto: – Ecco mia cara, ho cercato di darti altri spunti su cui riflettere, ma ripeto: ne riparleremo un’altra volta. Adesso vorrei leggerti qualche altra pagina della mia antica biografia. Ricordati che mi trovavo in una grotta, simile a una di quelle in cui, nel 1947, vennero ritrovati i manoscritti di Qumran, e si suppone che vi furono nascosti per salvarli dalle scorrerie devastatrici di quei tempi –.
Voglio dirti un’ultima cosa, che ti sembrerà una stranezza o un’originalità surrealista. Mi ha sorpreso, e mi consola questa sensazione, che la vita di allora in qualche maniera influisca sulla mia vita presente. Ricordando la conversazione col vecchio Efraim, che ti leggerò tra poco, deve avermi impressionato l’affermazione “Signore del tempo” che pronunciò Gesù e che il vecchio saggio ricordava bene. Deve avermi colpito profondamente nel descriverla, perché ho sognato che stavo in piedi su una meridiana nel deserto, e rappresentavo lo gnomone. L’ombra che proiettavo segnava le cinque: un numero emblematico.



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Dunque, muovendomi nel debole chiarore che proveniva dall’entrata, mi misi davanti al buon Efraim. Ero irrequieto, impaziente, ma mi rivolsi a lui con deferenza e lo pregai caldamente di darmi delle spiegazioni, poiché soltanto lui avrebbe potuto soddisfare lo struggente desiderio di conoscenza che mi aveva spinto al rischioso cammino. Soltanto lui avrebbe potuto rassicurarmi che l’uomo incontrato casualmente, non era un impostore, non era un insidioso fraudolento profeta.
Il vegliardo si alzò di nuovo, si avvicinò a me e con gesto solenne mi pose una mano sul capo. Parlò sommessamente: – Uriel, hai udito una voce in te, hai stimato necessaria la ricerca che hai intrapreso, ed è chiaro che vuoi attuarla giudiziosamente. Con ragione vuoi essere prudente, perciò agisci con cautela. Ma hai scelto una via difficile, che ti chiederà un grande sforzo, e ti porterà fatica e dolore. Se il coraggio non ti abbandonerà, e la perseveranza ti rimarrà fedele, può darsi che raggiungerai la serenità –. Fece una pausa e mormorò ancora raucamente: – Forse arriverai alla Verità. Che Dio ti benedica –. Poi tacque, tornò a sedersi e per lungo tempo non parlammo più.
Ero scoraggiato, avevo timore che il venerato nonno non volesse darmi altre spiegazioni, era accaduto così in passato quando avevo interrogato altre persone, perciò indeciso, continuavo a fissarlo intensamente. Il vegliardo era l’unica fonte sicuramente attendibile che avevo incontrato, era realmente informato e non era un ingenuo, non era neppure affascinato da quel profeta, né era un suo esaltato collaboratore. Era un uomo molto anziano che aveva aderito a una comunità di spiriti eletti, condividendo pienamente la loro vita impegnativa, la loro comunione dei beni, lo studio e la meditazione.
Ero molto contento di averlo trovato dopo una faticosa difficile ricerca, e mi pareva che da lui uscisse saggezza e spiritualità ben diverse da quelle del sussiegoso filosofo di Sidone. Era comprensivo, per nulla rigido o categorico, era generoso, aperto, tollerante. Perciò dichiarai a me stesso che non me ne sarei andato senza il suo aiuto, senza aver ottenuto le sue rievocazioni.
Il nonno tornò a sedersi e Zernia, che fino a quel momento se ne era stata discosta da noi, immersa in silenzio nei suoi pensieri, gli si avvicinò amorevolmente, gli pose un mantello sulle spalle e gli offrì del latte.
Rimasi davanti a lui, in piedi, rispettosamente ma deciso, avrebbe ben capito che desideravo altre notizie. Avevo piantato il bastone che tenevo sempre vicino, in una fenditura del suolo e perciò stava ritto come un palo, come un’asta di bandiera o uno gnomone.
Il vecchio osservò il bastone. Lo fissò in silenzio per un poco, poi mormorò: – Ricordo un giorno in cui Yeshua, guardando lo gnomone della meridiana nel cortile, disse: – Misurate il tempo con quello strumento, ma non sapete cos’è il tempo – .
Fece una pausa, poi disse ancora: – Io sono il signore del tempo –.
Efraim ci pensò un poco: – Suppongo che intendesse dire che aveva qualche conoscenza esoterica. O forse considerava il procedere regolare degli astri, il linguaggio segreto dei numeri, e l'Altissimo una cosa sola, e lui ne era l’interprete. In verità, benché fosse ancora un ragazzo, la sua mente racchiudeva una profondissima intelligenza e la sua scienza era grande. Penso che ritenesse manifestata dalle stelle e dai numeri, o racchiusa nei numeri, la dimensione infinita e inaccessibile dell'Onnipotente –.
Rimase meditabondo, e mi sembrò che la rievocazione del vegliardo restasse sospesa come una piuma leggera, o una farfalla che svolazzava pensierosa nell’aria.

– Uriel, tu vuoi che ti parli di Yeshua, vero? Ebbene, ti dirò ciò che so, che ricordo. Ma come capirai, ciò che conosco a fondo è poco, perché per il tempo che Yeshua rimase presso di noi parlò essenzialmente con il nostro Insigne Custode –.
Sì. Lui passò di qua e si trattenne presso di noi alcuni giorni. Questo accadde prima che iniziasse la sua predicazione di villaggio in villaggio e di città in città. Non so dire perché si fermò presso di noi, ma aveva certamente conosciuto la grande fama che aveva la nostra comunità. Come ho detto si intrattenne quasi sempre con il nostro venerato Maestro, che aveva fatto lunghi viaggi e aveva vissuto molti anni in Egitto. La nostra Insigne Guida era assai valente nei numeri. Non so dirti cosa cercasse il tuo Maestro perché era già sapiente, sebbene fosse ancora giovane. Passava gran parte del giorno e della notte in preghiera. La biblioteca della nostra comunità prima dell’incendio era ricca di opere di tutta la scienza del mondo, lui vi trascorse molte ore. La notte con il nostro illustre superiore osservavano il cielo e scrutavano le costellazioni. Forse tra loro discorrevano dell’ordine e della stabilità del regno dei cieli. Là non vi erano guerre e sconvolgimenti di imperi come accadeva sulla Terra. Se si riepilogava il passato, partendo dal best seller omerico della guerra di Troia, se ne contavano di tutti i colori: i faraoni egizi a più riprese guerreggiarono con gli Ittiti, e altri popoli, e invasero il regno d’Israele. I Sumeri che avevano spodestato antichi regni precedenti, vennero asserviti dagli Accadi che a loro volta dopo varie vicende vennero annientati dagli Assiri e questi a loro volta cancellati da Egizi e Persiani. In un continuo compiersi di guerre, di massacri, di distruzioni si assistette, nello scorrere dei secoli a un incessante costituirsi di regni, di imperi, che si formarono e svanirono. Violenze su violenze, ingiustizie su ingiustizie. Che differenza nel paragone tra la Terra e il regno del cielo.

Ebbi un sussulto interiore. Mi era venuta un’idea, e avrei voluto andarmene via subito, invece restai tranquillo.
Non volli mangiare, mi rammaricavo di aver consumato il loro esiguo cibo, e poi ero preso da un turbine di pensieri. Indugiai per molte ore. Vidi il vecchio che mi scrutava, ma non credo che abbia penetrato i miei pensieri e poi non me ne sarebbe importato nulla. Anche se avesse intuito il mio progetto non me ne sarei preoccupato. Nella mia testa stava prendeva forma un piano. Inoltre senza le poche notizie del vecchio Efraim non avrei capito il senso che Yeshua certamente dava all’astronomia.
Compresi inoltre che il vecchio saggio aveva conosciuto Yeshua quando era ancora molto giovane, e però già stupiva per l’acutezza della sua mente, e per l’autorità che dimostrava. A quell’epoca però non era ancora pronto per il grande compito che si era dato.
Pensai di aver fatto un inutile sforzo. Non era quello lo Yeshua che avevo incontrato. Ma trovai il modo di rasserenarmi, perché avevo avuto la fortuna di conoscere Efraim, lo straordinario Efraim. L’individuo più generoso, comprensivo, l’uomo meno superbo, presuntuoso, categorico, in cui mi fossi imbattuto.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2018



 
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