Home














La Tabula

undicesima puntata














  
 

È trascorsa una settimana, Mariella evidentemente non ha resistito alla curiosità, poiché questa mattina versandomi il the ha detto sorridendo: - Allora mi leggerai le ultime avventure di Uriel ? -
È una settimana che scrivo tutto solo, dopo cena, sul tavolo sparecchiato. Sembrerà scomodo, però Mariella mi lascia la bottiglia di un amaro magnifico, ne bevo un piccolo sorso ogni tanto, e il suo aroma mi trascina, mi aiuta, sembra che evochi prati su cui ho camminato salendo verso l’alto, verso un cielo blu illimitato. È quel profumo di genziana, di ginepro, anche di liquerizia e di muschio a confortarmi, a cooperare e ad aiutarmi.
Beh, è normale che abbia gioito quando mi ha chiesto di leggergli il seguito delle memorie, ma ho provato anche un indefinito sottile rancore. Se vuole ascoltare i miei vaneggiamenti, perché continua a manifestare insofferenza? Anche se cerca di nascondere quel suo disagio io l’avverto ugualmente.
Intanto, senza aspettare una risposta alla domanda che aveva posto, ha proseguito: - Umberto, ho meditato sulla tua storia e mi è venuto da pensare che forse, a differenza di tutte le altre persone, avrai meno paura della morte. È cosi? -
Perché pensi questo Mariella ? Ogni volta che si presenta la fine è il corpo a reagire autonomamente, e prova terrore. Lo puoi osservare nel più semplice degli animali, anch’esso ha paura del dissolvimento. Perché da milioni di anni, dall’inizio della creazione, ogni vivente ha ricevuto “l’ordine” di resistere, di sopravvivere e riprodursi. È il corpo che ci ospita e vuole durare, è per questa disposizione, o obbligo, che esistiamo malgrado glaciazioni, eruzioni, terremoti, pestilenze, guerre micidiali, e tante altre catastrofi. Nel drammatico momento della fine avrò terrore come tutti, ma ho una chance che mi distingue, e mi conforta. L’esperienza che mi è stata concessa mi induce a credere che arriverò in una dimensione incomprensibile ma esistente, in cui sosterò per un non-tempo inimmaginabile, e da cui tornerò in questo, o in un altro mondo.
Mentre esprimevo questa convinzione mi sono infervorato, e ho cominciato a parlare a ruota libera: - Mariella, per uno stupido ritegno, forse per un comportamento troppo controllato, insomma sia per un motivo sia per un altro, non abbiamo mai parlato semplicemente, apertamente, del nostro personale rapporto con Dio. Per trent’anni ci siamo taciuti le idee più intime sulla religione. So che sei molto razionale e coerente, so che non credi a un’altra vita dopo la morte. È strano che malgrado la tua famiglia sia stata del tutto conformista, e la tua formazione sia stata tradizionale, ti sei costruita una personalità assolutamente diversa: libera e indipendente. Forse non volevamo indurci a reciproche ironie, oppure non volevamo arrivare a contestarci su argomenti tanto delicati, o non volevamo toccare le pieghe più nascoste dell’animo per il timore di banalizzarci. Ma ora, dopo ciò che mi è accaduto, mi sento straordinariamente libero di parlare apertamente di tutto. Se per esempio, mi chiedessi: “Credi in Dio ?” risponderei immediatamente, e senza esitazione: Si.
Posso anche darti una spiegazione. Nel secolo scorso è stata elaborata la teoria del Big-bang. Al di là di quella descrizione nell’A.T. : Genesi, che a me pare di una singolare corrispondenza poetica col Big bang, ci sono molte prove scientifiche a confermare l’evento immenso e spaventoso: l’espansione dell’Universo, la radiazione di fondo, e altri dati che non dico per non stancarti. Prima di quel momento non c’era nulla, né spazio, né tempo, e ovviamente niente luce. Poi, in un punto dello spazio ancora inesistente, si formò una concentrazione di energia di tale densità e di un calore talmente gigantesco da non potersi concepire. La concentrazione esplose, si espanse velocissima, e creò l’universo. È difficilissimo immaginare un universo inesistente, comunque sia andata i fisici dicono che la grande deflagrazione avvenne per una singolarità. Poiché dire singolarità, o Atto o Azione di un’Entità infinita, per me è la stessa cosa, vedo il Big bang come l’immenso atto creativo di Dio.
Stavo per continuare, invece Mariella mi ha bloccato dicendo: - Ho solo un quarto d’ora, alle nove ho appuntamento dal parrucchiere, questi interessanti pensieri che mi stai esponendo li proseguirai a pranzo. Adesso vuoi leggermi le ultime cose che hai scritto ? –
Mariella mi lascia sempre spiazzato, comunque ho preso il quaderno e ho cominciato a leggere.

La sera della commemorazione, per un poco pensai di rievocare nobilmente mio padre esprimendo un fervido elogio. Avrei potuto pronunciare a voce alta, con solennità, delle espressioni di cordoglio ben ponderate, dei pensieri elevati per quell’uomo realmente buono, onesto, giusto. Era un’occasione irripetibile, mi avrebbero ascoltato attenti e partecipi, e avrei commosso tutti, e tutti avrebbero detto quanto è bravo Uriel, che buon figliolo. Lo avrebbero detto pieni di ammirazione. Ma ho sempre avuto un insensato timore a prendere la parola. Ho la fissazione, l’ossessione, di non essere all’altezza dell’oratoria che a mio parere dovrebbe fluire, autorevole e sicura, dalla bocca di chi sa parlare veramente. Ricordo a questo proposito un episodio avvenuto quando ero ancora ragazzo: una mattina Abigail, fratello maggiore, mi incaricò di andare al mercato e comperare della corda da imballaggio. Vi andai e, come sempre, girellai e persi tempo a curiosare tra la folla; mi ero soffermato a guardare un ortolano che vendeva galline e per attirare compratori faceva giochi di destrezza con le uova, poi rimasi incantato dinanzi alle tortore. Mentre girellavo ozioso si avvicinò Litania, un mendicante sempre presente, era un tipo collerico, regolarmente di cattivo umore. Quella mattina doveva essere ubriaco perché imprecava e urlava parole sconnesse. Si avvicinò e se la prese col mercante delle tortore: - Tu che vendi queste bestiacce ai baggiani che vanno a offrirle al tempio, di sicuro avrai sentito parlare del nuovo profeta che si proclama figlio di Dio. Dicono che fa miracoli incredibili. E allora se è davvero figlio di Dio lo dimostri a tutti, e mi faccia ricrescere il braccio mozzato -. Così dicendo agitava il moncherino proteso fuori da un cencio logoro che gli copriva il corpo emaciato, e forse era stato davvero un bel mantello.
Litania aveva combattuto tra i mercenari arruolati dai romani e aveva perduto il braccio, troncato di netto da un formidabile colpo di daga.
Il venditore di tortore non gli concesse neanche un istante di attenzione e continuò la monotona cantilena con cui attirava i clienti, ma io rimasi colpito dalla protesta del vecchio e pensai che sarebbe stato bello rispondergli adeguatamente. Se avessi avuto coraggio a sufficienza avrei potuto dirgli che nessun profeta, né Dio stesso, avevano cancellato i delitti compiuti dall’uomo, ma avevano agito sullo spirito perché non reiterasse quei crimini. Mi figurai di parlare con grande capacità e saggezza, immaginai che la gente là attorno si sarebbe trattenuta ad ascoltarmi meravigliata. Dopo di che mi scossi, mi diedi dell’imbecille, e andai a comperare la corda per mio fratello.

Tre mesi dopo la scomparsa di mio padre ero ancora a casa. Abigail aveva assunto la gestione dell’azienda e aveva avuto bisogno di me, per questa ragione ero ancora a Gerusalemme. Lui, vedendo che mia madre deperiva sempre di più ed era in uno stato di grave sconforto, decise di commemorare mio padre, malgrado non fosse trascorso il periodo di lutto prescritto. Abigail invitò parenti e amici a un ricevimento, e quella cerimonia fece proprio bene a mia madre, e la rianimò.
L’occasione mi permise di rivedere dei parenti che non incontravo da molto tempo. Tra loro c’era un cugino che si chiamava Eliazar e mi era simpatico perché anche lui non gradiva il commercio, viceversa gli piaceva assai improvvisare canzoni e accompagnare con la cetra la sua voce calda e appassionata. Era un’anima poetica e al tempo stesso molto decisa, ed era anche molto religioso.
A sera eravamo sotto la pergola sulla terrazza; Eliazar tirò fuori da una sacca da viaggio il rotolo delle lamentazioni di Geremia e cominciò a leggerlo. Era scesa l’oscurità ma la notte era tiepida e si stava bene sotto la pergola. Mia madre con le serve cominciò a prodigarci eccellenti vivande, ci portarono anche dolci squisiti al miele e sesamo e con pinoli e pistacchi, e il vino profumato, il cielo, che pareva una tenda di velluto ricamata di brillanti, stesa sulle nostre teste, produssero in me uno stato di abbandono trasognato. Mi lasciai invadere da un sentimento di serenità e di gratitudine e ascoltai con gioia le canzoni che Eliazar andava intonando lentamente, con voce melodiosa. Sembrava che quelle canzoni sgorgassero dolcemente proprio dalla cetra, quel suono mi incantava e non mi meraviglio davvero che Lialith fosse comparsa danzando, davanti ai miei occhi. Sebbene fossi del tutto sveglio la vedevo come in un sogno: danzava e emanava seduzione.
Ero felicemente abbandonato all’immagine di Lialith, tanto che restai indignato quando Eliazar si interruppe di colpo e guardò fisso nel vuoto. Stette immobile qualche istante, osservava alcune figure che andavano spedite, camminavano svelte ma circospette per il vicolo, e rapidamente scomparvero. Qualcosa lo aveva disturbato, o gli era tornata alla mente qualche sciagura, perché la letizia che improntava il suo viso abbronzato scomparve. Restò pensoso per un poco, dopo si chinò verso di me: - Uriel questi romani sono dei maledetti e malvagi predatori -.
- Perché parli in questo modo Eliazar? -
- Perché quattro lune fa hanno massacrato una comunità di pii uomini; hanno bruciato i loro campi e le case, ucciso i bambini e portato via le donne. Erano uomini dediti soltanto allo studio, completamente innocui, incapaci di nuocere -.
- Ma i romani, in genere, non attaccano senza una ragione sensata, o almeno plausibile -.
Eliazar replicò: - Può anche essere vero che i romani siano stati assaliti dai nomadi del deserto, tribù sempre in conflitto con i legionari, e ora eccitate a colpire i romani dai nostri difensori della fede. Uomini che non sopportano più di essere dissanguati dai romani con tasse pesantissime. Ma un conto è scontrarsi con le tribù bellicose del deserto, in un faccia a faccia leale. Un altro è fare terra bruciata, distruggendo pozzi e coltivazioni, case e bestiame, e rendere impossibile la sopravvivenza a quelli che reputano dei barbari. Questo hanno fatto i romani, hanno distrutto una piccola oasi dove una comunità di uomini saggi, dediti allo studio, viveva una vita ascetica e pacifica. I romani li hanno accusati di dare sostegno ai ribelli, di essere fiancheggiatori delle tribù del deserto, e hanno compiuto una carneficina.
Fece una pausa come se stesse riflettendo, poi abbassò la voce fino ad un mormorio e mi sussurrò in un orecchio - Credo che di là sia passato, e sia stato ospitato, anche Yeshua, il Maestro che in te desta tanto interesse per lo scritto che ha lasciato in terra -.
Restai stupefatto e smarrito, come faceva Eliazar a sapere che avevo un testo di quel Maestro, e come poteva conoscere il mio desiderio di avere notizie degne di fede su Yeshua? Da chi poteva aver conosciuto il mio assillo?
Non ritenevo possibile che fosse stato mio padre, anche se infermo possedeva una mente ancora lucida e non avrebbe mai reso noto a Eliazar quel fatto. Per quanto fossi sospettoso ero certo che i miei fratelli non ne sapevano nulla. Allora chi aveva potuto parlare di me con Eliazar?
Mi resi conto che sarebbe stato controproducente interrogarlo quella stessa sera, in quella circostanza. Era notte inoltrata, la luna calava dietro le case ed era diventata fosca per la caligine. Eliazar si versò una coppa di vino, la tracannò, se ne versò un’altra, ora manifestava un’espressione incupita, divenne taciturno e accigliato. I parenti che vivevano in città diedero la buonanotte e se ne andarono. Quando poco dopo mi ritirai stanco di quella confusione e con l’intenzione di dormire, avvertii un’inquietudine nuova e promisi a me stesso che ne sarei venuto a capo l’indomani mattina.
Mi alzai al primo cantar dei galli, giacché fin dall’inizio del mondo il Creatore li ha incaricati di annunciare l’alba, e andai a cercare Eliazar. Lo trovai che stava legando la sua bisaccia e si preparava a partire. Gli altri erano ancora addormentati. Non persi tempo con domande che ritenevo inutili, tanto meno persi tempo in preliminari, lo affrontai esplicitamente. Durante la notte avevo riflettuto febbrilmente ed ero arrivato alla soluzione. Dissi: - Eliazar, tu conosci Acab lo studente, non negarlo perché sarebbe inutile, solo lui può averti parlato del testo che ho copiato a suo tempo -.
Lo guardavo e mi attendevo qualche reazione di protesta, Eliazar invece non fece una piega, non mostrò preoccupazione, era tranquillissimo. Depose la sacca per terra, mi mise una mano sulla spalla e parlò lentamente con voce vibrante, guardandomi fisso negli occhi.
- È vero, Acab mi ha detto che ti ritiene un ragazzo molto accorto, pronto e intelligente, potresti esserci prezioso, entra nell’alleanza sarai un vero uomo, un combattente per la libertà. Accompagnami per un tratto della strada e te ne parlerò -.
Non lo lasciai finire e gli domandai con calma: - Siete seguaci di quella setta che chiamano dei nazorei, vero ? -
- Si. Rispose laconicamente, e concluse: andiamo, ti spiegherò -.
Uscimmo dalla casa evitando di fare rumore e attraversammo la città fino a quel largo spazio incolto che si estendeva oltre le ultime dimore a nord-est. Avevamo camminato fianco a fianco senza pronunciare una parola ma era chiaro che Eliazar stava riflettendo.
Si fermò all’entrata di una vigna protetta da un muro, buttò la sacca per terra e parlò speditamente: - Uriel non ho tempo di spiegarti dettagliatamente le cause che ci hanno trascinato alla lotta clandestina ingaggiata contro i romani, voglio uscire dalla città prima che sorga il sole. Sappi che non accettiamo più sulla nostra terra questi invasori ingiuriosi e vogliamo cacciarli usando ogni mezzo. Acab dice che sebbene non sarai mai un combattente potrai esserci però molto utile. Dovresti vedere quello che i romani hanno fatto in quella piccola oasi di pace, laggiù nel deserto, e sono sicuro che verresti subito con noi -.
Dopo aver pronunciato quelle poche parole mi abbracciò e mi intimò con voce decisa di tornarmene indietro e di non parlare con nessuno del nostro colloquio. Invece io, altrettanto deciso, gli chiesi: - Eliazar, indicami la strada per arrivare a quell’oasi di cui hai parlato. Voglio vederla, ho necessità di rimuovere alcune incertezze che mi tormentano, desidero conversare con uno dei saggi che laggiù conducevano un’esistenza ascetica, se ancora ne troverò in vita uno -.
- Uriel tu sei pazzo. È davvero pericoloso avventurarsi su quel cammino molto lungo e accidentato, ci sono sbandati, o banditi, comunque tu voglia chiamarli, pronti a depredarti per un mantello logoro, e inoltre potresti perderti e morire di sete prima di raggiungere un pozzo. Non mi pare che sia saggio -.
- Eliazar, se vuoi che io scelga di unirmi alla vostra causa devi mettermi alla prova, indicami la strada -.
Forse perché aveva fretta, forse perché voleva valutare davvero quanto fossi determinato, o forse perché avevo parlato con voce appassionata, non so dire perché acconsentì, e una buona volta mi descrisse la strada da percorrere, poi mi voltò le spalle e se ne andò scuro in volto.
Mentre tornavo verso casa riflettevo su come potevo preparare meglio quell’escursione.
Decisi che sarei partito l’indomani mattina ma non avrei rivelato dove ero diretto, perciò inventai una giustificazione da offrire a madre e fratelli.
Il giorno dopo mi alzai prima dell’alba stordito dall’insonnia, e dall’inquietudine, e con la massima cautela uscii dalla città. Avevo salutato mia madre la sera prima rassicurandola che sarei tornato presto, dopo aver portato a termine un’importante incarico per Azareel.
Camminai forse un miglio, quindi, giudicando di essere abbastanza lontano, mi tolsi la tunica elegante, la nascosi sotto un grande masso che memorizzai con cura, poi mi rivestii con gli stracci che avevo messo nella bisaccia, e con le mani insudiciate mi strofinai il viso. Ora potevo passare per uno sventurato pastore senza lavoro, che vagabondava tra il deserto e la città. Eliazar mi aveva fatto capire che era necessaria molta prudenza, ci avevo ragionato e mi ero premunito. Sotto la miserevole, sudicia tunica che non avrebbe attirato la bramosia dei predoni, tenevo un affilato pugnale e pochissimi talenti.
Non saprei dire quante miglia riuscii a percorrere quel giorno, era autunno e il caldo non mi affliggeva più, tuttavia camminare su quel suolo sassoso, malfermo e riarso era terribilmente faticoso. A sera stanchissimo arrivai su un’altura, mi sedetti sopra un masso, depositai la bisaccia e con gli occhi ispezionai la zona cercando un qualunque anfratto, caverna o roccia sporgente, sotto cui ripararmi durante la notte.



scala



In quel territorio sterile e selvaggio nelle ore notturne la temperatura si abbassa notevolmente, raggiunta una cavità sotto una grande roccia, trassi dalla sacca una logora coperta mi ci avvolsi e mi riparai là sotto.
Durante il cammino avevo avuto l’impressione di essere osservato, non saprei dire perché, né quali indizi mi avessero messo in apprensione, ma così mi era parso. Adesso che mi preparavo a trascorrere la notte l’impressione si accentuò, ad ogni buon conto trassi fuori il pugnale e lo tenni a portata di mano. I rumori della notte mi tennero sveglio, di tanto in tanto udivo ululi e brontolii, gli animali del deserto si muovevano nella notte, iene, civette e altri animali erano a caccia delle loro prede, essi vedevano me ma io non potevo vedere loro, e questa condizione mi teneva in apprensione. Fu solo a notte molto inoltrata che sprofondai nel sonno per la grande stanchezza.
Mi svegliai quando i raggi del sole mi raggiunsero fin sotto la roccia rifugio, mi alzai infreddolito, arrotolai la coperta e la riposi nella sacca poi, con la borraccia oramai mezza vuota, ma ancora pesante, ripresi il cammino a stomaco vuoto. Dopo aver percorso circa un miglio mi resi conto che la sensazione di essere stato spiato non era stata una suggestione riconducibile all’inquietudine. Infatti oltrepassata una gola vidi due capre che brucavano dei cespugli spinosi più in alto rispetto a dove ero arrivato.
Se ci sono capre che pascolano allora ci sono anche dei pastori, e subito mi allarmai perché i pastori spesso sono poco meno che predoni, poi mi venne un’idea e spinto da quella trovata tentai una prova. Proseguii la strada per un breve tratto mostrando di vacillare un poco, può accadere così ad un viandante sfinito dalla stanchezza, infine mi buttai per terra, proprio come se fossi crollato per la debolezza, e attesi gli eventi. Rimasi fermo ad occhi socchiusi per un certo tempo, quando finalmente sollevai un poco il capo vidi ad una certa distanza due ragazzi che mi osservavano. Erano due giovanissimi pastori vestiti di cenci, mi parve attendibile che stessero là a pascolare le capre. Feci un cenno perché si avvicinassero, ma loro non si mossero subito, ci volle qualche tempo e qualche lamento che seppi emettere con la dovuta pena. Certamente pensarono che nello stato in cui mi trovavo non potevo essere pericoloso e si appressarono un poco per osservarmi meglio. Ora potevano anche udirmi e dissi: - Mi sono perduto, dove troverò dell’acqua? -
Mi risposero concisi in aramaico, ma con una strana pronuncia gutturale
- Per di là - . E con la mano indicarono il mezzogiorno.
Poi senza dire una parola il più grande mi porse la sua borraccia di pelle. Provai uno slancio di riconoscenza e lo ringraziai con garbo. Sapevo bene quanto era preziosa l’acqua in quel territorio. Il Creatore pareva aver dimenticato di fare ordine nel caos di rocce, crepacci e aridità, e nella steppa desolata là attorno non aveva collocato sorgenti. Perciò dissi che me ne era rimasta poca ma ancora non mi mancava del tutto. Ero invece tormentato da contrazioni alle viscere e volevo raggiungere presto una piccola oasi che doveva essere nelle vicinanze.
Fecero una faccia sgomenta e articolarono impauriti: - Perché vuoi andare in quel luogo? là ci sono gli spiriti del male che gettano la rete della morte sopra chi si avvicina. Gli spiriti in quel posto pescano gli uomini come si pescano i pesci nel mare e li portano all’angelo delle tenebre, che è nero e con la testa di avvoltoio -.
Risposi con grande sicurezza e serenità: - Io invece ho sentito dire che là c’è una sorgente che cura gli spasimi, per questa ragione vado laggiù, ora sto meglio perché mi sono riposato, perciò riprenderò il viaggio, voi adesso mi spiegherete per bene la direzione che debbo seguire -.
Risposero insieme con sollecitudine che sarebbe stato meglio per me andare al loro accampamento, dove il padre mi avrebbe accolto nella tenda, mi avrebbe ristorato e avrei potuto riposare.
Risposi che volevo raggiungere senza indugio quella sorgente che mi sarebbe stata giovevole, mi avrebbe preservato dai malanni, e avrebbe alleviato i dolori del ventre. Mentre parlavo trassi dalla borsa una manciata di datteri, glieli porsi e mi sembrò che ne fossero assai contenti, poi li salutai e ripresi il viaggio.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2018



 
English Version Home