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La Tabula

Prima puntata














  
 

Adesso so perché nel corso degli anni, mi è capitato di sognare degli occhi. Degli impressionanti, sconcertanti occhi. Un sogno assai strano che si è più volte presentato. Alle volte, direi anzi più spesso, quando mi trovavo in situazioni di sconforto, momenti in cui ero ammalato o demoralizzato. Altre volte in circostanze in cui ero contento, avevo ricevuto qualche elogio o qualche premio e godevo di una contenta serenità.
Per esattezza in quei sogni due occhi mi fissavano e, in relazione alle situazioni, mi consolavano o mi impaurivano. Accadeva che mi spaventassero particolarmente quand’ero bambino.
Debbo dire che questa specialissima pace, questa serenità spirituale che ho raggiunto da poco, è scaturita da una consapevolezza meravigliosa, proprio in relazione a quel sogno.
Ho pagato un caro prezzo per raggiungerla ma sarei disposto a pagare anche di più; oserei perfino un salto da acrobata pur di avere la certezza di non svanire nel nulla.

Il sogno di cui ho parlato è difficilmente descrivibile. Accadeva qualcosa che non saprei esprimere con le comuni parole. Mi faceva visita specialmente all'epoca dei lunghi sonni in cui si sprofonda da bambini. Vedevo una cosa indistinta, molto complicata, enigmatica, formarsi vicino a me. Qualcosa che veniva a separarmi dall’ambiente circostante, qualcosa che potrei interpretare, e forse spiegare, descrivendola come una densa nebbia o come una massa soffice che mi si formava attorno, o forse qualcosa di più simile a un tendaggio; penso che anche un mucchio di lana scura apparirebbe in quel modo. Si posava intorno al mio letto e creava uno schermo che nascondeva parte della stanza. Qualcosa che, come ho detto, avrebbe potuto essere una tenda, ma non era una tenda. Stava intorno a me e copriva parte dell’ambiente che conoscevo. Poi da quell’ingombro emergevano due occhi, soltanto due occhi grigi luminosi, altre volte li vidi di un blu intenso, che mi fissavano, ed erano sempre impressionanti.
Per molti anni mi sono chiesto che significato potesse avere quella strana scena. Però avevo notato che il sogno arrivava soprattutto quando ero in condizioni di sconforto, di smarrimento: per esempio quando ero malato. Oppure in momenti in cui ero accusato di qualche errore o deficienza, ossia quando mi sentivo in colpa. Poi crescendo il sogno è divenuto sempre più raro, tanto che l’avevo quasi dimenticato; fino all’ultima manifestazione avvenuta sicuramente a causa della caduta catastrofica, che me lo ha reso di nuovo molto presente.

Ho detto “Adesso so”. Con questa asserzione intendo dire che l’ultima visione apparsami, non solo mi ha fatto comprendere perché per anni si è presentato il sogno che ho descritto, ma soprattutto è stata la prova decisiva che la vita già vissuta non è stata una fantasia, non un parto dell’immaginazione, ma una concreta, autentica oggettività.
La prova che la vita vissuta duemila anni prima è stata una realtà viene da quel sogno. Perché solo allora potevo aver veduto quegli occhi tanto suggestivi da rimanere impressi per sempre in me.

“Impressi” ? Che idea assurda è questa? Come si può pensare che un morto (ancorché resuscitato dopo secoli) possa avere dei ricordi impressi nella memoria. Un concetto inverosimile, inaccettabile allo stato delle conoscenze attuali. Ma chi può respingere l’idea che in un tempo a venire i neurobiologi non riescano a individuare nel cervello, da qualche parte della corteccia o dell’amigdala o dell’ippocampo, un neurone che svolga il compito di ricevitore-rivelatore di segnali trascendenti. La neurologia progredisce tanto rapidamente. A questo proposito un vecchio test mi fa sperare che avvengano nuove scoperte. Potrebbe essere replicato con strumenti più moderni e precisi, e oggi si può contare su una sperimentazione che nel frattempo è stata perfezionata.
Parlo di un famoso esperimento di telepatia degli anni cinquanta. L’esperimento dimostrava che i segnali (o messaggi) di sofferenza “emessi” da un soggetto trasmittente, quando era sottoposto a una scossa elettrica, venivano “ricevuti” da un destinatario, un altro individuo chiuso in una stanza perfettamente isolata. Però venivano conosciuti a livello corporeo, non consapevole. Ossia le trasmissioni del pensiero, o ”telepatiche”, del trasmittente: i “segnali di sofferenza”, venivano registrati dal cervello del ricevente, ma potevano essere rilevati leggendo il tracciato dell’encefalogramma.
Questo test fa immaginare che riceviamo, inconsapevolmente, e per tutta la durata della nostra vita, informazioni che arrivano chissà da dove, e che in qualche modo rielaboriamo. Rielaboriamo, o manipoliamo, per esempio nei sogni.

Tornando alla mia problematica apparizione, era impossibile sottrarsi al desiderio, all’ansia, di mettere in relazione la straordinaria inconcepibile teofania concessami, con i sogni che da giovane mi erano apparsi ripetutamente. Così ho potuto dimostrare a me stesso che l’insistente ripetersi di quella visita notturna portava un messaggio, aveva una ragione per apparire.

Il rovinoso capitombolo è stata un’opportunità rischiosissima a cui mi sono esposto, ma è indubbio che si sia stata un’occasione vantaggiosa, benvenuta. Quel crollo si è dimostrato favorevolissimo alla rivelazione della mia vita passata; è stato essenziale per illuminarmi, per spiegarmi perché per anni mi sia arrivata quella rappresentazione incomprensibile. Quel crollo è stato indispensabile per rammentarmi l’incontro fondamentale di allora.

Per la verità, per raccontare l’effetto che ho sperimentato con parole obiettive, spassionate, devo dire che ho presente soltanto un lampo. C’è stato un flash, nella mia testa è esploso un bagliore, certamente quando il cranio ha urtato il pavimento e ha retto alla botta. Quando ha sopportato lo shock, quello è stato il momento essenziale, fatidico, indispensabile. A quel punto è deflagrato il prodigio: un film, una cronaca che, più che veduto, ho posseduto con la mente, e in qualche modo misterioso ho rivissuto. Si sono presentate delle sequenze che mi hanno consentito di identificare luoghi in cui vissi, nel loro aspetto originale, malgrado si siano mostrati in condizioni essenziali.
Mi sono detto che era indispensabile, assolutamente fondamentale, che quei rapidissimi dati rivelatimi durante il violento bagliore (non posso descriverlo in altro modo), li conservassi perché mi permettessero di ricostruire la mia storia.
Certamente dovrò acconsentire alla forza dell’intuizione, all’ispirazione, di intervenire e lasciare che faccia da collante tra le parti che ho rivissuto ma che non mi si sono mostrate chiaramente e del tutto compiute. Per le parti che mi risultano monche, strappate, confuse, dovrò intervenire per colmare le lacune affidandomi all’immaginazione.
Inoltre affermo che sono stato sottratto alla morte perché venissi a sapere. Perché raccontassi una realtà che pochissimi uomini possono dire d’aver conosciuto, di aver sperimentato. Perché comprendessi chi sono stato, e perché una vita già vissuta è utilissima a migliorare la vita che stiamo trascorrendo al presente.



balcone



TURNO DI NOTTE.

Uriel si svegliò di notte. Guardò intorno stupito, una tenue luce azzurra imbeveva l’ambiente: vedeva un luogo assolutamente diverso dal cubicolo dalla sua stanzetta, lo spazio che gli era abituale.
Giaceva supino e avvertiva dentro e fuori di sé una confusione formidabile, tanto che al primo istante fu certo di sognare. Però si rese conto di essere sveglio perché poteva battere le palpebre controllando quell’azione. Poteva stringerle forte o leggermente, inoltre le poteva tenere chiuse o aperte quanto voleva. Era anche in grado di numerare quante volte le apriva. Questo non significa nulla, pensò, perché accade che anche in sogno ci mettiamo a contare; per esempio quante pecore abbiamo, che sono tanto necessarie.
Tuttavia se, riaprendo gli occhi, la scena non cambiava e il luogo appariva sempre lo stesso, allora questa prova aveva un senso, indicava che era senz’altro sveglio. Ma allora se era sveglio dove si trovava ? Era successo qualcosa di inconcepibile, assai inquietante e misterioso.
Una voce da qualche parte disse – Prima della fine del turno sostituisca il flacone, e tenga d'occhio la pressione –.
– Si dottore. Rispose un’altra voce –.
Non capiva nulla ma reminiscenze vaghe cominciavano a prendere qualche forma nella mente. Ricordava un luogo assai diverso dal villaggio dei pastori beduini, qualcosa che quasi certamente gli apparteneva. Ma dove? In sostanza aveva un disordine tremendo nella testa.
Flacone? La voce ignota forse aveva detto “falcone”. Forse parlavano del falco di Dan. Gli tornò alla mente il falco di Dan. Dan gli toglieva lo strano cappuccio e lo lanciava, e restavano a guardare l’uccello che descriveva ampi cerchi mentre si innalzava nel cielo immenso sopra il deserto, fino a diventare una piccola chiazza scura, per ritornare poi sul braccio di Dan quando lui fischiava.
Il falco che Dan aveva raccolto quasi implume e aveva addestrato pazientemente piombava come un fulmine su una lepre a cui strappava gli occhi. E Dan allora correva a recuperare la preda. Era meraviglioso guardare il falco salire nel vento che scompigliava i capelli e innalzarsi verso l’infinito. Andava in alto, sempre più in alto, come le aspirazioni di Uriel.

Se la confusione che gli riempiva la testa fosse stato un sogno, una buona volta questo sarebbe scomparso, svanito. O sarebbe stato sostituito da un’altra scena. Qui invece non cambiava nulla, di conseguenza accertato che era sveglio, la situazione cominciava ad allarmarlo, era seriamente preoccupato, molto agitato.
Avvertiva l’ambigua certezza che rievocazioni indistinte, molto confuse, emergessero dal vuoto mentale. Stava annaspando per ritrovare qualche aggancio con la realtà. Come mai non riconosceva nulla del luogo in cui era abituato a dormire ?
Di fronte a sé non vedeva neppure uno degli oggetti che normalmente poteva distinguere da quella posizione: la piccola stanza, in cui aveva trascorso molti anni sembrava scomparsa, non vedeva più le travi scure che sorreggevano il soffitto basso. Era una camera che conosceva perfettamente, aveva una piccola finestra, proprio di fronte al lettuccio, chiusa da un graticcio di giunchi, per evitare che si insinuassero topi o scorpioni, lasciava passare solo una debole luce, e la stanzetta rimaneva male illuminata anche di giorno. Di notte poi era assolutamente buia. Qui invece non si capiva se era giorno o notte ma in ogni caso la luce che scorgeva attorno era incomprensibile.
Uriel raramente teneva accesa una lucerna a olio ma se quella era accesa emanava una luce assai fioca, vacillante e gialla; appunto quella tenue luce aveva un colorito giallo e non azzurrino come questa. E poi la luce della lampada a olio lasciava intravedere a fatica i pochi mobili grezzi e scuri che gli stavano accanto: la cassapanca, lo scranno, le travi del soffitto. Ora invece gli sembrava di essere immerso nel bianco-azzurro. Attorno a lui tutto era bianco, e tutto sembrava impregnato da quella strana luce che emanava dall’alto e non oscillava. Non riusciva a trovare le cose a cui era abituato: la tazza d’argento, unico oggetto di valore rimastogli, stava sul ripiano a fianco della finestrella ma la finestrella era sparita con tutta la mensola. E le pignatte di terracotta sul rozzo cassone che faceva da dispensa dove erano andate a finire? Non vedeva neanche la scansia con i pochi rotoli di papiro. Erano i soli libri che aveva portato con sé quando aveva lasciato Sidone e poi Gerusalemme. Dunque era accaduto qualcosa di terribile, o stava soffrendo un sortilegio, o era moribondo. Qualsiasi cosa fosse era una diavoleria incomprensibile.
Sempre più impressionato provò a girare la testa da un lato. La mosse impulsivamente per vedere cosa c’era da quella parte Ma non riuscì a spostare il capo perché non appena tentò di compiere quel movimento, uno spasimo di dolore lancinante gli offuscò la vista e gli tolse il respiro. Restò bloccato a lungo, aspettando che il dolore acuto allentasse la stretta. Rimase assolutamente immobile evitando di muovere persino le pupille perché non si rinnovasse quel feroce dolore. Malgrado l’orribile stato d’animo cercò di comprendere cosa poteva essere quel chiarore inusitato che emanava dall’aria attorno a lui. Forse quella era la luce che appare ai morti. Probabilmente era così, lui era morto. C’era anche un leggero ma continuo ronzio in quella camera, però non conosceva nessun insetto che avrebbe potuto originare un ronzio così incessante e sempre uguale, certamente non era una locusta né un grillo.
Una volta Dan aveva preso delle zucche secche, le aveva vuotate e ci aveva messo dentro molti grilli, poi aveva tappato il buco e le aveva nascoste sotto le stuoie, sui tetti di alcune case. La notte le zucche mandarono un rumore spaventoso e le donne credevano che le case fossero stregate. Finché gli uomini scoprirono lo scherzo e volevano picchiare Dan, ma poi finì che tutti ne risero.
Dunque poteva battere le palpebre, ma non poteva fare niente altro. Però i morti non battono le palpebre, e allora ? Forse questa sua prostrazione poteva essere un caso di morte apparente ? E improvvisamente lo assalì un altro terrore: era insopportabile l’idea lo avrebbero potuto seppellire mentre era ancora vivo.
Dopo parecchio tempo, molto, molto lentamente, con estrema cautela, tentò di sollevarsi su di un braccio, ma il risultato dello sforzo fu ancora peggiore, perché ebbe la sensazione che il letto si capovolgesse e si aggrappò disperatamente alla coperta.
Ci volle del tempo ma anche quel collasso che gli aveva tolto ogni energia passò, il vortice si dissolse e Uriel tornò alla superficie del turbine dove tutto era immobile. Il dolore alla testa persisteva ma la vertigine spaventosa si era addolcita. Si accorse che le mani posavano su una coperta molto più morbida della solita coperta che adoperava e c’era ancora un’altra stranezza: un piccolo dardo o qualcosa simile ad una piccolissima freccia gli era stata conficcata nel braccio. Ecco l’origine della catastrofe. Probabilmente avevano architettato di ucciderlo in quel modo, infatti dalla freccia partiva un tubicino che era attaccato ad una grossa ampolla di veleno appesa sopra di lui. Tentò di strapparsi il dardo mortale ma una voce urlò “che cosa sta facendo, stia fermo, non tocchi la flebo”. Non capì niente di cosa urlava quella voce ma comprese che si trovava nella condizione di essere quasi morto perché al veleno non si sfugge. Però nonostante che l’eventualità di essere più morto che vivo fosse un caso possibile, quella sua condizione non poteva spiegarsi tanto semplicemente. Rifletté con fatica: i defunti non dovrebbero avvertire percezioni corporali dopo la morte, mentre lui provava dolore, pertanto non era morto. Invece qualcuno, poteva avergli inflitto, un maleficio terribile col veleno, e tutte le sensazioni che avvertiva erano inganni della mente, un incantesimo, un caos da cui era impossibile salvarsi.
Come sarebbe potuto uscire da quella terribile stregoneria? Chi e perché gli aveva inflitto quel sortilegio? Era così atterrito che non aveva pensato subito di affidarsi a Rachele.
Come un bambino sofferente chiama la mamma, lui chiamò la sua fidata, sollecita governante. L’unica persona premurosa che gli era rimasta accanto.
Provò a gridare: – Rachele –. Ma udì la sua stessa voce uscirgli assai flebile dalla gola.
Accadde invece un’ulteriore stranezza. Non gli rispose la voce di Rachele, ma udì un’esclamazione estranea e allo stesso tempo molto familiare. Una voce nota, che però Uriel non riuscì a stabilire a chi appartenesse gridò emozionata: – Umberto ! –
E la voce emozionata ripeté sommessa – Umberto, caro, ti sei svegliato finalmente –. E una mano fresca gli sfiorò leggermente la guancia.

Umberto ? Quell’appellativo gli suonò nella testa estraneo e allo stesso tempo ben noto. Tuttavia ci fu ancora una gran confusione e si chiese per quale ragione qualcuno volesse affibbiargli il soprannome di Umberto. Malgrado il disorientamento quel soprannome alla fine non gli fu per niente insolito e perciò non capì più niente.
Era certamente Uriel, nondimeno sentire la voce che lo chiamava Umberto, strano a dirsi, non gli creava un problema. Non gli suscitava perplessità come avrebbe dovuto. Concluse che poteva essere indifferentemente e senza complicazioni sia Uriel che Umberto, come se avere una duplice personalità, che è una faccenda più complicata di una doppia identità, fosse una situazione normale.


segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2017



 
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