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8 - 11. IL SOLITARIO

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Sul finire degli anni ottanta del ventesimo secolo nel quartiere di Monteverde nuovo si vedevano ancora molte piccole, graziose palazzine. Il sobborgo che era periferico prima della seconda guerra mondiale, dopo si era ingigantito diventando quasi centrale al paragone dei quartieri suburbani che gli erano cresciuti intorno.
Sebbene fossero spuntati grandi edifici, le piccole eleganti palazzine contrastavano ancora la detestabile avanzata. Erano villette molto dignitose circondate da ombreggiati giardinetti, e quantunque in generale si fossero rovinate e alcune versassero in pessime condizioni, resistevano decorosamente malinconiche.
Una di queste aveva due appartamenti al piano terra, quello accanto al cancello era del signor Dionigi Rossi, l’altro della signora Cecilia Mau. Al piano superiore invece i due alloggi erano stati riuniti in un’unica abitazione da una famiglia che l’aveva occupata per un certo tempo e poi si era trasferita in Australia. Da allora quell’appartamento era rimasto sempre chiuso e del tutto disabitato, sebbene qualcuno da Sidney pagasse regolarmente le quote condominiali.    continua...

Il signor Dionigi, da quando gli era morta la signora Rossi, aveva preso l’abitudine di sgomberare il tavolo appena terminato di cenare, e di sostituire la tovaglia con un tappetino di panno verde. Sopra vi posava una panciuta bottiglia di Sherry, un bicchiere, un posacenere a forma di quadrifoglio e una lampada con il paralume verde. In quell’atmosfera color erba, quietamente smorta, si accendeva un sigaro sospirando, tirava fuori dal cassetto un mazzo di carte, si sedeva e iniziava un solitario.
Dava l’idea che seguisse un rituale, perché cominciava sempre versandosi mezzo bicchiere di Sherry, lo centellinava a piccoli sorsi, poi distribuite le carte dava inizio al gioco con “La belle Lucie”. Se vinceva si concedeva un intero bicchiere, se invece il solitario non riusciva tappava la bottiglia, si alzava, la riponeva nella credenza e iniziava un’altra partita, ma senza più versarsi del vino, anche se questa volta avesse vinto. Terminava sempre il passatempo serale con una partita di “piramide”.
Una sera concludendo il gioco notò che una delle carte rimaste, un due di cuori, aveva un angolo offuscato, cosa assai strana perché aveva sempre maneggiato le carte con cura. Tre sere dopo osservò che l’ultima carta scartata, un cinque di picche, aveva anche questa un angolo assai scuro. Era una faccenda strana. Il giorno dopo non rilevò nulla di anormale, ma due sere dopo si accorse che era rimasto un otto di picche e che dall’angolo di questa carta si allargava una macchia scura ancora più ampia e più nera delle precedenti. Con preoccupata curiosità tirò fuori dal mazzo le altre due carte enigmatiche e le osservò attentamente. Pareva che quel 2, quel 5, e ora l’8, formassero una progressione regolare in ragione 3. Vale a dire pareva che ogni uscita aumentasse di 3 punti, e che anche quelle macchie scure si allargassero proporzionalmente. Se davvero era una progressione regolare la prossima carta insudiciata sarebbe stata un fante, perché il fante valeva 11.
Ma che significato potevano avere quelle carte sempre più nere? Cominciò a sentirsi inquieto e quando si rese conto che uscivano nel corrispondente giorno del mese si spaventò: la prossima carta dunque sarebbe comparsa il giorno undici luglio ?



Aveva la necessità di un testimone, uno spettatore che assistesse al gioco, che controllasse la strana sequenza delle carte e accertasse che fossero sempre più nere. In conclusione voleva la conferma di non essere impazzito.
In passato c’erano stati dissapori con la signora Cecilia, perché la signora Rossi non la sopportava. Era convinta che il signor Dionigi fosse tentato dalle grazie di quella bella donna. L’insana gelosia aveva trovato validi appigli in polemiche di condominio e così i rapporti con la vicina di casa si erano interrotti. Alla morte della signora Rossi la Signora Mau però era stata tanto gentile e comprensiva che il signor Dionigi ne era rimasto profondamente turbato e con grande discrezione aveva riavviato i buoni rapporti di vicinato.
Dunque invitò a cena la signora Cecilia per il giorno undici e le spiegò nei minimi particolari quello che stava accadendo, infine davanti alla signora timorosa e perplessa giocò la partita e come aveva previsto uscì un fante di fiori che era annerito per oltre la metà della superficie. A quel punto il signor Dionigi pretese che la vicina tornasse a cena il giorno 14 e vincendo la ritrosia della signora Mau, che non era esitante per questioni morali ma soltanto spaventata, ottenne che assistesse ad una ulteriore partita.
Intanto la signora Cecilia il giorno 13 era salita al pianerottolo del primo piano per un accertamento. Le pareva che da lassù provenisse un cattivo odore, ma quel tanfo non era causato da escrementi del suo gatto e così essendo Fifì innocente, non ci pensò più.
La sera del 14, nello stesso momento in cui, a fine partita, erano rimaste due carte, completamente nere, sul tavolo: un 8 e un 6 di cuori, la signora Mau sentì un fortissimo odore di bruciato. Uscì precipitosamente in giardino seguita dal signor Gerolamo e videro un fumo denso uscire dalle finestre del primo piano. Chiamarono i pompieri e tutt’e due sconvolti rimasero a guardare strettamente abbracciati la rovina della loro casa. I pompieri sfondarono la porta dell’appartamento di sopra, domarono l’incendio e scoprirono due cadaveri. Una vecchia spina arrugginita si era pian piano arroventata e aveva innescato l’incendio, ma le due salme incartapecorite erano là sul pavimento già da molto, molto tempo prima. Si accertò che erano i vecchi coniugi proprietari dell’appartamento. Erano stati assassinati dal nipote che li aveva depredati ed era fuggito in Australia.
I due appartamenti del piano terra in seguito vennero ristrutturati e uniti in un unico moderno alloggio, e il signor Dionigi e la signora Cecilia che avevano scoperto di essere fatti l’uno per l’altra, decisero di unirsi in matrimonio dando una svolta felice alla loro esistenza. Il signor Dionigi chiuse per sempre con i solitari, adesso dopo cena giocava partite di Canasta con la signora Rossi Mau, non fumava più il sigaro e sul tavolo poneva due calici e una coppetta con dei cioccolatini a forma di cuore.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - ottobre 2011


 
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