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Sogno di una mezza forma di parmigiano

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Mentre scorrevo velocemente l’archivio delle immagini mi sono imbattuto in una foto del “Mangiafagioli” di Annibale Carracci (1). Quell’immagine ha fatto scattare l’automatismo della memoria mettendo in moto una serie di ricordi e riflessioni. continua...

Dieci anni fa ero a Reggio Emilia nella settimana che precede il Natale. Avevo un paio d’ore libere prima di recarmi in stazione per il treno del ritorno, così chiesi all’albergatore dove potevo comperare dell’ottimo parmigiano da portare in regalo. Il parmigiano autentico comperato nella zona d’origine mi pareva un eccellente dono natalizio.
Mi indicò una bottega dove, secondo lui, avrei trovato il miglior parmigiano del mondo. In effetti là acquistai il parmigiano più genuino e più buono che mai ero riuscito e mai più riuscirò a trovare, e ne presi quanto potevo portarne, considerato che avevo già una valigia pesante. Insieme al parmigiano portai via dalla bottega qualche cosa di non acquistabile: era un’immagine o piuttosto un’impressione, o è ancora meglio dire una strana emozione.
La salumeria non era grande ma era sovraccarica di buone cose nella prospettiva delle imminenti festività. Entrando ci si trovava davanti ad un tavolo coperto da una tovaglia di canapa bianca su cui facevano bella mostra zamponi culatelli formaggi torroni e ogni altro ben di Dio. Ma un’altra cosa mi colpì più delle prelibatezze in bella mostra, fu il poster di un famoso dipinto di Annibale Carracci appeso in un angolo ma molto ben visibile malgrado l’ammasso di barattoli, bottiglie e forme di parmigiano dei più diversi colori. Ne fui piacevolmente colpito e avrei voluto chiedere al salumiere come mai aveva scelto quel quadro come arredo del negozio ma non era il momento per porre domande del genere.
Il quadro mi tornò in mente in treno per una semplice assimilazione visiva. Nello scompartimento c’erano dei passeggeri provenienti dal nord, lavoratori che dalla Germania tornavano a casa per le festività natalizie. Ad un certo punto tirarono fuori dai loro bagagli degli enormi panini al salame e cominciarono a mangiarli con gusto. Era impossibile non pensare al mangia fagioli che avevo veduto un’ora prima. E siccome dovevo rimanere seduto per tre ore di forzata immobilità, cominciai a rifletterci.
Perché quel capolavoro che conoscevo bene per averlo veduto nella sua collocazione naturale alla Galleria Colonna di Roma mi era sembrato più interessante e più vivo in quella salsamenteria di Reggio Emilia?
Avrei dovuto scattare una foto della salumeria. Purtroppo non avevo con me la macchina fotografica, perciò molto tempo dopo ho cercato di ovviare a quella mancanza ricostruendola a memoria e riuscendo nei limiti di un’operazione del genere a darne un’idea. Potete vedere l’approssimativa immagine di quella bottega nell’illustrazione a cui ho dato per titolo “reminiscenza gastronomica”.



L’uomo che mi era di fronte in treno poteva avere trenta trentacinque anni, l’età che dimostra il famoso Mangiafagioli. Teneva il pane con le due mani e strappava grossi bocconi masticando a bocca aperta. Quando arrestava le mascelle per parlare, il grosso boccone gli gonfiava la guancia destra o la sinistra formando una protuberanza. Ero magnetizzato da quel personaggio che avrei voluto tratteggiare. Ma non potendo disegnarlo cercavo di imprimerlo nella memoria. Però non potevo neanche fissarlo, così guardavo alternativamente il grossolano mangiatore e il paesaggio fuori dal finestrino.
È chiaro che Annibale Carracci scelse il soggetto del pasto plebeo, del grossolano mangiatore che ingurgita la zuppa perché voleva scioccare gli spettatori del suo tempo abituati a favole mitologiche elegantemente costruite e dipinte con colori piacevoli e brillanti. Nel Mangiafagioli usa tinte spente e fosche, terrose come le tracce rimaste sotto le unghie del villico rappresentato a tavola. C’è un proposito aggressivo in quel quadro, se ci si fa prendere dall’atmosfera del dipinto si percepisce perfino un odore greve che emana dal buio antro dove il Mangiafagioli sta seduto davanti alla scodella di fagioli, a delle cipolle, del pane e a dei funghi fritti. C’è appunto l’intento di turbare e sconcertare lo spettatore.
Lo stile è ben lontano della perfezione e dagli artifici del manierismo, l’uso del pennello risulta sbrigativo e la pennellata ruvida, densa e scabra. Il rozzo campagnolo che guarda diffidente avanti a sé, tiene la mano sinistra su una pagnotta sbocconcellata quasi a difendere animalescamente il cibo e ingoia con tanta voracità che avvicinando alla bocca una cucchiaiata colma fa cadere parte della zuppa di fagioli nella scodella.
La scena forse è ambientata in un’osteria, ma potrebbe essere anche la povera abitazione del contadino, perché a quel tempo uomini di campagna e animali vivevano insieme e infatti sullo sfondo si vede confusamente un asino (2).
Siamo fuori dai canoni fin lì vigenti nel mondo della pittura, e ci troviamo inaspettatamente di fronte a una novità importante per la storia dell’arte che verrà ripresa con esiti diversi e magnifici da Caravaggio e poi da altri.
Oggi diciamo “istantanea” parlando di una foto che fissa un gesto rapidissimo. Usiamo questa parola per definire un’immagine bloccata fulmineamente, e il termine è nato dall’uso dello strumento fotografico. I pittori tuttavia da molti secoli usavano “schizzare” scene che li colpivano e che poi traducevano in pittura. Nella trasposizione però lo schizzo, cioè l’abbozzo, immancabilmente perdeva l’efficacia della percezione improvvisa, fresca e genuina. Qui nel Mangiafagioli Annibale invece scatta un’istantanea, forse se non ricordo male, la prima istantanea da reporter di cronaca, e ci offre un momento della vita vera di un poveraccio. L’istantanea ante litteram è lo schizzo di una mano eccezionale come quella di Annibale, che poi riporta di getto l’intuizione in pittura senza toglierle immediatezza, quasi gareggiando con una istantanea fotografica (3).
A distanza di dieci anni, riguardando la foto del mangiafagioli, mi pongo ancora una domanda: quella riproduzione appesa al muro mi aveva attratto perché il contrasto tra il mangiafagioli che divora un povero pasto guardando diffidente lo spettatore era troppo marcato rispetto al ben di dio realmente esistente esposto sul banco e negli scaffali?
L’umile pasto del contadino costituisce un rimprovero per noi moderni? A noi immersi in un benessere di cui non ci rendiamo più conto e che molto spesso sprechiamo incoscientemente. In quel poster là a Reggio Emilia riscoprivo il Mangiafagioli ben diverso rispetto a dove è collocato l’originale, nella saletta tappezzata di tessuto rosso e zeppa di quadri del principesco palazzo Colonna, a fianco della sontuosa smisurata Galleria, sopraffatto dalla bellissima Madonna del Bronzino che gli sta sopra e lo schiaccia con i suoi splendidi colori.

È assai probabile che Annibale puntasse su un effetto sconvolgente. Il mangia fagioli apre in Italia la serie della pittura di genere che si contrappone alla pittura storica e mitologica considerata la grande arte. In un certo senso era pittura politica ante litteram, snobbata o per lo meno considerata marginale dai nobili, dal clero, dall’alta borghesia e invece apprezzata dalle classi inferiori. Non aveva ancora le potenzialità della denuncia sociale, insomma non c’erano le condizioni e le rivendicazioni interpretate da molta pittura due secoli e mezzo dopo: Delacroix in Francia, Telemaco Signorini o Giuseppe Pelizza da Volpedo qui da noi, per citarne qualcuno. Ma Annibale fu il primo a mettere in luce “provocatoriamente” gli aspetti umili della vita vera, e forse anche per comunicare il proprio sconforto. (4)

Festa di contadini


Al tempo di Annibale Carracci nell’immaginario popolare era ancora entusiasmante il boccaccesco “Paese di Bengodi” equivalente al “Paese di cuccagna”, favola secolare in cui viene descritta una ignota regione in cui nei fiumi scorre vino, e le montagne sono di parmigiano e i maccheroni piovono dal cielo. Il poster nella bottega di Reggio Emilia mi è apparso all'improvviso come un’irriverente satira, un ritratto canzonatorio che rappresenta Il Mangiafagioli che guarda nel vuoto, ma non vaneggia, perché davanti a sé vede realizzato il sogno dei suoi affamati contemporanei: “una mezza forma di parmigiano splendente come il sole di mezzanotte in capo al mondo”.
Il cibo, come il sesso, è la fonte delle emozioni primarie ed è per questa ragione che Annibale quando ha voluto rappresentare un istante della vita reale ha scelto il cibo e l’uomo che voracemente se ne soddisfa. Non solo mostra la vita qual è ma forse vuol insinuare nell’animo del nobile o dell’alto prelato che guarda il suo Mangiafagioli un senso di colpa e un rimorso. Perché quei signori mangiavano carne tutti i giorni eccetto il venerdì e allora forse avrebbero pensato per un momento ai poveri per i quali i venerdì erano tutti i giorni della settimana.

Annibale in quest’opera fa del cibo un evento rozzamente realistico e malinconico allo stesso tempo, all’esigenza quotidiana e comune qui attribuisce un’intonazione deprimente che non si concilia con una pratica, che invece dovrebbe essere una bella soddisfazione, un piacere. E infatti altri pittori descrivono il cibo come evento festoso addirittura sontuoso, ostentatamente sfarzoso lo rappresenta il Veronese che mette in scena la festa delle “Nozze di Cana” o la “Cena in casa di Levi”. E così tanti altri pittori da Brueghel che ci presenta una festa contadina in cui il pranzo è il momento sovrano e gioioso, a Jordaen che ci sorprende con l’ironico e divertente “ Re che beve” fino ai tanti quadri che presentano tavole imbandite e ci prenderebbe troppo spazio citare i tanti loro autori.

Il “Re” beve


Ma c’è un aspetto più intimo, più serenamente calmo e composto che riguarda la preparazione del cibo, e su questo aspetto ho intenzione di tornare in un prossimo lavoro. Per il momento godiamoci il realismo eloquente e espressivo del nostro Mangiafagioli

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2012


NOTE


(1) Annibale (Bologna 1560 - Roma 1609 ) fu artista di spicco il rappresentante di maggior rilievo dell’Accademia degli Incamminati di cui i tre Carracci: Annibale, con il fratello Agostino e il cugino Ludovico furono gli ideatori e promotori. Avevano aperto una bottega di pittura a Bologna e verso il 1580 la rinominarono “Accademia degli Incamminati”. Si erano dati un programma di lavoro preciso. Intendevano unire allo stile della pittura fiorentina, che dava la supremazia al disegno, la prevalenza del colore su cui si basava la scuola veneziana. Interpretavano l’insegnamento dell’arte come una scuola che doveva dare la preparazione completa sia a livello teorico che pratico. Per capire quanto fossero avanti per i loro tempi facevano disegnare modelli nudi dal vero pratica vietata dalla Chiesa. Avevano una grande concezione del valore del pittore che secondo loro non era un artigiano ma un artista alla pari dei poeti e dei letterati.
Annibale Carracci fu uno dei primi artisti a comprendere l’importanza del paesaggio a cui dedicò lo stesso rilievo che in una storia dipinta hanno le figure umane. Un suo capolavoro: Il “Paesaggio con la fuga in Egitto” conservato nella Galleria Doria Pamphilj a Roma sarà considerato modello fondamentale da tanti artisti successivi

(2) Nella galleria Colonna dove è esposto l’originale, l’asino non si riesce a vedere. Bisogna essere informati che l’animale sta dietro le spalle del mangia fagioli perché la luce radente della vicina finestra impedisce di scorgerlo. Qui è molto utile rammentare il testo di Walter Benjamin “L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica” che oramai è un classico e che spiega molte cose. In primo luogo lo strano caso di questa irreperibilità che invece appare nella fotografia dell’opera

(3) Annibale dava grande importanza al disegno preliminare. Quando si dedicò alla decorazione di Palazzo Farnese vi si applicò con grandissimo impegno e per questi affreschi produsse centinaia di disegni preparatori

(4) Tra il 1598 e il 1605 Annibale si dedica al ciclo di affreschi di Palazzo Farnese a Roma commissionatigli dal cardinale Odoardo Farnese. È un lavoro molto importante e impegnativo che dovrebbe appagare appieno un artista come Annibale ma Il cardinale Odoardo Farnese si rivela un tiranno dispotico invece che un mecenate illuminato. È un padrone incontentabile lo retribuisce miseramente e lo alloggia in una stanzetta nel sottotetto esposta al gelo invernale e alla insopportabile calura estiva. Malgrado gli affreschi si rivelino un grande successo e Annibale ottenga gli attesi riconoscimenti e la fama, il cardinale Odoardo continua a trattarlo come un servo e lui cade in una depressione profonda che lo condurrà alla morte nel 1609. Verrà sepolto nel Pantheon accanto a Raffaello


 
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