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Lo scrittore e il ragazzino

breve vacanza incasinata

parte prima
















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Se in una giornata estiva sarete in ferie da quelle parti e vi affaccerete a guardare il panorama dalla terrazza del bar nello stabilimento balneare Golden Beach, godrete di una veduta ampia e piatta e, in ogni caso, vedrete un geometrico susseguirsi di cupolette colorate: blu, rosse, verdi, per un lungo tratto di litorale. Fiori di stoffa tutti uguali, fiori che sullo stelo ci stanno al contrario, con la corolla in giù, non a ricevere il sole ma a escluderlo. Sono migliaia di ombrelloni piantati nella sabbia in lunghissime righe come una rassegna di soldati in caserma. Al di là dell’ultima fila di parasoli, oltre il pettinato nastro d’arenile, potrete tuffarvi nella tranquilla distesa d’acqua piatta e azzurra dell’Adriatico, sotto il sole d’agosto. continua...

Quell’ordine perfetto manifesta chiaramente regole di vacanza esemplari e inderogabili.
L’abituale vita vacanziera si consuma nel breve culmine dell’estate, ma chi non può perdere tempo è costretto a prendersi periodi di riposo più corti, come quel signore là in fondo, che non sembra godere molto l’esuberanza della villeggiatura marina.
Conduce un negozio di antiquariato nella capitale, ma è anche scrittore e adesso siede all’ombra dell’ultimo ombrellone piantato nella sabbia, un po’ asimmetricamente rispetto alla fila degli altri.
Detesta gli stabilimenti balneari e l’umanità che li affolla, non ne sopporta la forzata vicinanza. L’ossessiva regolarità degli ombrelloni gli rammenta i box in cui allevano i polli in batteria, immagina che i pennuti stretti uno all’altro, indotti a beccare forsennatamente, si godano la loro vita di polli inconsapevoli allo stesso modo dei frequentatori dello stabilimento. Per come la pensa lui quelle strutture marine sono uno schiaffo alla natura spontanea e disordinata, e così rimpiange l’Adriatico dannunziano “… selvaggio, che verde è come i pascoli dei monti …” ma è solo una reminiscenza letteraria. In verità non ha mai visto quell’Adriatico selvaggio dannunziano perché era già stato rassettato e perfezionato prima che lui nascesse.
È costretto per certi suoi impegni a trascorrere l’estate in quella località dove non conosce nessuno, e l’unico posto in cui possa impiegare la mattina all’aperto è lo stabilimento Golden Beach.
Arriva in spiaggia tardi, resta incollato sotto la cupola di stoffa blu inseguendo l’ombra che si sposta con il protrarsi del giorno. Sonnecchia, legge e scrive.
In realtà non ha potuto sottrarsi ad alcuni inevitabili incarichi, e non si sente né completamente in vacanza, né rilassato.
Durante quei giorni Fabiano ha ripensato spesso a Joaquin Sorolla di cui, tempo addietro, gli erano passati tra le mani alcuni disegni che aveva venduto con un ottimo guadagno. Ora rimpiangeva di averli dati via, perché stimava Sorolla come il pittore che, tra tanti, aveva interpretato meglio il mare là dove le onde si infrangono sulla costa. Il mare che accoglie uomini, donne e bambini e li rende felici nel breve spazio di una spiaggia. Sorolla aveva saputo trasmettergli come nessun altro pittore il profumo del mare e un tempo passato per sempre. Un’epoca in cui raggiungere il mare era una avventura vera, una sorpresa, una gioia indescrivibile per un bambino che viveva in una città dell’entroterra. Sorolla dipinse il mare quando il litorale era primitivo e quasi disabitato. Era il mare degli uomini che vivevano a contatto dell’oceano, che lavoravano duramente su barche a vela, e l’acqua era pura.
La luce viva che comunica gioia e vitalità, le ombre blu e viola che staccano oggetti e persone dallo sfondo,facendoli emergere, la capacità di indurre la percezione dell’aria marina, quella leggera brezza fluente che ti porta a fiutare perfino la salsedine marina Sorolla era capace di descriverti emozione e gaiezza. Era un pittore che Fabiano amava molto.

Bambini sulla spiaggia di Joaquìn Sorolla



È giunto sabato sera nella località dove soggiorna, ma ne è già annoiato, e quel lunedì mattina in particolare è di cattivo umore. Scruta alternativamente il mare e il foglio bianco di un notes posato sulle ginocchia, e tiene gli occhi semichiusi tanto che pare addormentato.
Bagnanti vanno e vengono passando attraverso le file degli ombrelloni, bambini corrono urlando tra i lettini da spiaggia e vanno a buttarsi in acqua, madri ansiose e belle ragazze si preoccupano di sciocchezze.
Un ragazzino si avvicina cautamente spingendo con leggeri colpi di piede l’immancabile pallone. Avanza a semicerchio e si ferma dietro la sdraio dove per ore lo strano signore rimane incollato. Attratto da quel raro esemplare di villeggiante, lo scruta come osserverebbe un coleottero bizzarro. È incuriosito perché quel signore che sembra dormire invece è sveglio, ma ogni giorno resta là immobile con un blocco di carta sulle ginocchia e non fa amicizia con gli altri frequentatori della spiaggia. Non capisce come si può stare davanti ad un foglio così a lungo con una biro in mano senza fare niente, senza parlare con nessuno.
Due ore prima era passato di là correndo, poi era passato di nuovo dietro la sdraio di quel signore per recuperare il pallone, e quel matusa era sempre nella stessa posizione. Alcune signore ridendo e prendendolo in giro lo avevano paragonato a un asceta, e avevano detto che quell’uomo appartato era uno scrittore. La notizia lo aveva incuriosito perché non ne aveva mai visto uno.
Dà un calcio un poco più forte, la palla rotola davanti alla sdraio del misterioso uomo immobile e il ragazzino dice a bassa voce: - Scusi, mi è scappato – , raccoglie il pallone, si fa coraggio e chiede: – Come fai a scrivere tutte le storie che scrivi ? Mi hanno detto che scrivi tante storie. –
Lo scrittore sembra emergere da uno stato di letargia: - Chi ti ha detto che scrivo storie? -. Fa un ampio gesto che allusivamente abbraccia tutta la spiaggia: - Qualcuno di costoro, ha detto di aver letto uno dei miei libri? -
- Non lo so. Io no. Ma certe signore dicono che scrivi storie. Io leggo solo giornaletti -.
L’incantatore, forse un mago in incognito, non è loquace e non sorride, a Luca sembra piuttosto grasso e non è abbronzato per niente, pare una medusa biancastra. Il ragazzetto immagina che il bagnino potrebbe sollevare la medusa dalla sdraio e buttarla giù con una mano sola, perché quello è fortissimo e invece questo matusa sembra proprio floscio. Vorrebbe chiedere all’extraterrestre se gioca mai a pallone, oppure se qualche volta fa il surf, ma non osa.
Il bradipo, con tono annoiato gli domanda: - A scuola non ti fanno scrivere i temi ? -
- Sì, ma è una rottura, un’enorme stupida faticata. Mi piace di più risolvere i problemi.-
- Ma non trovi che è bello raccontare una storia ? - Chiede il signore taciturno mentre si alza pigramente dalla sdraio per raccogliere giornale, fogli e cellulare che il vento ha rovesciato. Prende giornale e fogli, li deposita sulla sdraio e invece di tornare a sedersi si allontana sul bagnasciuga.
Non bada alla gente che affolla l’arenile. Cammina sulla battigia e immagina che attorno non ci sia la consueta spiaggia, ma che stia camminando lungo un litorale deserto, un’infinita distesa di sabbia nera e sporca. Non gli fa piacere camminare sul bagnasciuga, gli pare di essere un bambino che non sa che fare e prova una sensazione di smarrimento ogni volta che un’onda lo raggiunge e gli sommerge i piedi.
Una voce di donna grida: “Fabiano, Gilberto, venite a prendere la merenda, tornate indietro”. Ma Gilberto non torna. A volte si formano scoscendimenti vicino alla riva, a volte ci sono buche scavate dalla corrente. Le correnti marine possono formare onde improvvise. C’era un punto della spiaggia, ma non qui, in un altro posto, e molto, molto lontano nel tempo. A Fabiano pare che quel posto fosse sul Tirreno. In quel punto non bisognava entrare in acqua perché non si toccava, là era pericoloso fare il bagno. Gilberto non sapeva nuotare ma voleva prendere una palla che galleggiava. Dopo lo hanno ripescato e avvolto in un lenzuolo.
A volte i bambini sono proprio insopportabili.
Fabiano ha sete, si gira e cammina verso il bar. Deve fare qualche centinaio di metri per attraversare lo stabilimento, ma non torna all’ombrellone per mettere i sandali. Ci va a piedi nudi. Vuole che i piedi provino dolore camminando sulla sabbia rovente.

Il giorno dopo - martedì -, arriva tardi. Si è sdraiato da pochi minuti, quando il lettino da spiaggia è colpito da una pallonata.
- Mi scusi –, dice lo stesso ragazzetto di ieri, - Il pallone è andato a finire qui per sbaglio - .
Pare sincero ma Fabiano sa che mente perché vuole attaccare discorso. Gli chiede quanti anni ha, e il ragazzetto risponde che ha dieci anni ma ha già fatto la prima media.
È chiaro che vuole parlare, e infatti chiede allo scrittore: - Come fai a pensare tutte le storie che scrivi? -
Lentamente con un’espressione grave, alzando la penna biro come fosse un’immaginaria canna da pesca gli risponde: - Uso un amo -.
Il ragazzino ride e ripete – Uso un amo! –. Poi borbotta imbarazzato. - Mi prendi in giro, vero ? Vuoi dire un amo per pescare ? È una barzelletta? –
- Forse non è un amo, forse è un radar misterioso. Sai cos’è un radar ? -
- Sì. Lo so. È come un boomerang acustico. Con un apparecchio speciale si manda un suono e quello torna indietro quando urta un oggetto. I pipistrelli hanno un radar naturale. –
- Bravo ! Non è proprio un suono quello che viene inviato nello spazio, è un’onda elettromagnetica, comunque pressappoco è come dici tu. Il mio radar è qualcosa di simile alla tua spiegazione. I pensieri vanno oltre il foglio bianco vanno verso profondità ignote e riverberano impressioni e suggestioni -.
- Scherzi, vero ?-
- Forse scherzo e forse no. Dal cervello scaturisce qualcosa che a volte funziona come un radar . -
- Ma io credevo che gli scrittori scrivessero sempre. Invece sono passato dietro la tua sdraio e non ti ho mai visto neanche scarabocchiare su quel quaderno che hai davanti. –
- Intanto questo non è un quaderno ma un notes, impara a precisare gli oggetti che vuoi descrivere, e poi la storia da raccontare deve emergere pian piano. Per esempio adesso sta emergendo dal bianco del foglio una storia che tra poco comincerò a scrivere. –
- Davvero ? e che storia è ?-
- È la storia un po’ triste di un ragazzino molto affezionato al suo barboncino. Ma una mattina il cane gli sfugge, attraversa la strada e una macchina lo investe lasciandolo stecchito sull’asfalto. Allora il bambino disperato … -
Fabiano non può continuare perché il ragazzino reagisce con foga: - Ma questa è la mia storia, come fai a saperla ? Te l’ha raccontata mia madre vero ? Quella stupida non fa che parlare di questa tragedia. –
Raccoglie il pallone e se ne va. Lo scrittore lo vede allontanarsi dando calci rabbiosi, certamente sta andando a protestare da sua madre perché si dirige verso gli ombrelloni dalla parte del campo da tennis.

Barche da pesca di Joaquin Sorolla


Il giorno successivo - mercoledì - Fabiano non si reca alla spiaggia, ha un appuntamento con un antiquario, perciò ci torna il giovedì mattina, quinto giorno della sua vacanza. Mentre varca l’ingresso scorge il ragazzino insopportabile con una signora, ma anche quello lo ha visto, si gira e puntando l’indice verso di lui grida: – Mamma, ecco chi è ! Sei andata a raccontargli la fine che ha fatto Bilbo e gli hai detto che sono scappato e che non volevo tornare a casa, e che tutti hanno fatto un casino … -
La madre gli dà una pacca sulla testa per chiudergli la bocca: - Luca, smettila, non conosco quel signore –. Il ragazzino ha in mano una bottiglia d’aranciata la sbatte con violenza per terra e quella schiacciandosi rimbalza su altri bambini, sta per nascere un parapiglia. Fabiano si avvicina alla madre di Luca. È irritato, ma si presenta educatamente: – Buongiorno signora. Vogliamo far ragionare suo figlio in modo che possa capire che è la prima volta che lei ed io ci parliamo ? –
Tesa come una corda d’arpa la donna trattiene a fatica una scenata al figlio e si volge a Fabiano educatamente: - Ma glie l’ho detto cento volte, a Luca, che io con lei non ho mai parlato, che non l’ho mai conosciuto. Si è messo in testa che le abbia raccontato la disgrazia in cui è morto il cane … –
Il punto dove si sono fermati è molto scomodo: parlare tra la gente che va e viene è fastidioso. Fabiano la interrompe cortesemente e l’invita a bere qualcosa al bar, le spiegherà in un luogo più confortevole com’è venuto a sapere della sciagura in cui è morto il cane.
Finalmente si sistemano sulla terrazza, là seduti comodamente Fabiano può parlarle con calma e nel frattempo cerca di comprendere che tipo è la donna che ha davanti. Studiare le persone, analizzare la sostanza del loro mostrarsi, esplorare la vera qualità del loro essere, valutare se sono interessanti, è diventata un’abitudine, perfino, anzi senz’altro, una necessità. Questo vezzo che lui definirebbe metodo, lo agevola nel dare vita ai personaggi che vuole rappresentare nei suoi racconti.
La madre di Luca, che infine si è presentata, si chiama Ariela. Fabiano suppone che sia una trentacinquenne e sebbene non possa dire fondatamente che sia bella è certo molto attraente. Più l’osserva e più la trova interessante. Gli occhi grigi cerchiati, l’espressione intelligente, le sottili rughe sulla fronte sottolineano l’intensità della concentrazione, l’inquietudine felina avvertibile sotto la disponibilità garbata, le belle mani curate che non gesticolano, sono tutti segni che dichiarano una personalità non comune. Ma al tempo stesso lascia trasparire quanto è stressata e quanto invece desidererebbe apparire serena e cordiale.
Quando Luca, poco prima ha gridato come un isterico: - Se quello stronzo di Vincenzo avesse attraversato la strada e mi fosse venuto incontro, invece di chiamarmi, Bilbo non mi sarebbe scappato per correre da lui. È stata colpa sua, è stato il solito scemo – , lei non lo ha rimproverato. A Fabiano è bastata l’infuriata manifestazione di Luca, e la dolcezza con cui lei ha accarezzato la testa del figlio, per capire quanto condividano solitudine e rabbiosa delusione, come tra loro si sia rafforzata una complicità. La tenerezza e l’ansia di Ariela gli hanno fatto intuire la situazione molto difficile che stanno vivendo.
Fabiano immagina la fatica a cui è sottoposta quella donna ancora giovane per impedire che paura, rancore, delusione la sommergano, e quanto si sforzi di sembrare naturale. Mostrarsi forte e cercare di apparire serena quando dentro di lei di sicuro si agitano tormentosi sensi di colpa, amarezza, rabbia, desiderio di rivalsa, invidia, animosità verso una probabile rivale. Tutte queste emozioni la obbligano ad una fatica terribile.
Ma Fabiano dimentica i problemi che la signora sta affrontando preso da una sola curiosità: si chiede quale libri le piacerà leggere. Nella sacca da mare della donna scorge le costole di un paio di bestsellers molto letti in quell’anno, intravvede un quotidiano, e nota con piacere l’assenza delle solite riviste di bellezza e di gossip che si portano in spiaggia tutte le salamandre imbecilli che affollano lo stabilimento e che fanno gruppo per spettegolare sotto il sole a picco.
Fabiano si sente contento, si accorge che a sua volta lei lo sta studiando, istintivamente assume un atteggiamento un po’ snob, e parla con indifferenza: - Le debbo spiegare come ho appreso la tragedia di Luca. Una spiegazione molto banale. Ero qui al bar, accanto al tavolo c’era una conversazione, un incontro tra signore, e a un certo punto hanno lodato un bambino molto angustiato, molto ansioso, che era corso a riprendere il cane di una di esse; raccontavano di questo bambino così affezionato al suo cucciolo che quando era rimasto schiacciato da una macchina il bambino era scappato di casa. Poi a questa realtà ho associato un contesto di fantasia e pensavo di trarne un racconto. -
Segue una pausa impegnativa, Luca ha chiesto un gelato e tutti e tre sono stati coinvolti nella scelta dei gusti da abbinare. Fabiano a quel punto presume di aver instaurato un’amicizia sia pure lieve, precaria, così gli pare possibile rivolgerle delle domande, le chiede chi è questo Vincenzo che Luca disapprovava.
- Quantunque possa sembrarle un’intromissione, l’insulto che Luca ha assestato a quell’uomo potrebbe spiegarmi molti altri aspetti del comportamento di suo figlio. –
La donna replica sbrigativamente: - È un amico –, ma appare contrariata. Lo scrittore curioso e invadente si rende conto che Ariela ha repentinamente posto un limite tra di loro. Fabiano supera l’impasse elogiando l’intelligenza di Luca e Ariela sembra di nuovo distendersi e accenna alle difficoltà che Luca incontra per inserirsi tra gli altri bambini in vacanza, ma è imbarazzata e diffidente. Dice che ha urgenza di telefonare a sua madre, deve andarsene, saluta con indifferenza e se ne vanno in spiaggia.
Fabiano, che aveva notato il comportamento di Luca, sorride a se stesso. Il ragazzino aveva tirato fuori i giornalini dalla borsa e pareva sprofondato nei fumetti, ma per tutto il tempo non ha perso una parola del loro dialogo. È sicuro che lo strano bambino, “l’alieno” come lo ha definito, è molto interessato allo sviluppo di una possibile amicizia tra lui e sua madre.
Resta seduto qualche minuto ancora, sorseggia un Campari, pensa ai problemi di Ariela, poi alza le spalle e se ne va in spiaggia.

Non è passata un’ora da quando si sono lasciati. Come al solito lui se ne sta appartato e tranquillo sotto l’ombrellone, ha deposto libri, riviste, telefono, taccuino, ha acceso una sigaretta e si è seduto. Ha aperto il giornale ma non ha neanche scorso i titoli che uno strano scricchiolio gli impedisce di abbandonarsi alla lettura tranquillamente. Alza gli occhi, si gira, e là dietro c’è Luca seduto in equilibrio instabile sul pallone a pochi centimetri dalla sua sdraio, che lo osserva sbocconcellando un panino. Con la bocca piena chiede sfacciatamente: – Ti piace mia madre, vero ? –
Fabiano sbuffa: – Sì. È molto simpatica, forse un pochino nervosa –.
- Per forza, è tutta colpa di Vincenzo. Lo stronzo se n’è andato. Se tu sapessi …–
- Senti, Luca – , lo blocca bruscamente Fabiano - quella storia del bambino che rimane tanto rattristato per la morte del suo amato cane non mi interessa, e non ho intenzione di continuare a scriverla. Perciò non ne parleremo più. Perché non vai a giocare a pallone con gli altri ragazzini e mi lasci in pace ? -
Luca non sembra prendersela, ma neanche sembra intenzionato a sgomberare il campo. Invece dichiara: - Ti dico io una bella storia da scrivere. È la storia di un ragazzino che un giorno va a trovare suo nonno in campagna. Per divertirsi sale sulla motozappa che il nonno ha lasciato un po’ in discesa. Solo per sbaglio leva il freno, quella casinista parte all’indietro e stupidamente va a sbattere proprio sul capanno degli attrezzi buttandolo giù. Le tavole, i bidoni, gli arnesi cadono addosso al bambino. Ma il nonno è fortissimo, corre come un disperato, solleva le tavole e lo salva. Il nonno è felice e anche il ragazzino è contento che il nonno non si è arrabbiato. E dopo vanno a mangiare insieme il gelato .–
Guarda Fabiano con espressione ottimista ma ansiosa: - Ti piace ?-
- Non tanto. Ci penserò, adesso però torna da tua madre -.
Visto che Luca non accenna a muoversi Fabiano si alza.
– Dove vai ? –
Vado a bermi un succo di pomodoro, spero che funzioni come antispasmodico. Sai perché? Perché quando ti vedo arrivare vedo rosso, mi viene l’orticaria, e mi viene voglia di andare a bere qualcosa di rinfrescante.
Luca lo guarda imbronciato. Poi, come se avesse scoperto che Fabiano ha gambe e braccia di plastica, se ne esce con uno strano commento: - Mi sa che quando andavi a scuola ti mettevano sempre in porta, perché a giocare a pallone eri una schiappa.-
Fabiano rimane perplesso, con quella botta il moccioso ha colto nel segno. Come è possibile che il piccolo rompiscatole abbia intuito quell’ossessione che l’ha tormentato a lungo quando era ragazzetto e che ha rimosso solo più tardi, con fatica. È vero. Per anni ha sofferto il complesso del frustrato. Era il capro espiatorio, l’eterna giustificazione delle sconfitte della squadra, l’imbranato che faceva perdere le partite. Se ci pensa gli brucia ancora il rammarico di non aver mostrato una dignità decisa voltando le spalle a quegli idioti. Avrebbe dovuto affrontarli con coraggiosa aggressività, ma invece non ha avuto il coraggio di esiliarsi dal branco.
Il vero impedimento, il maledetto panico, non arrivava improvvisamente per la convinzione di essere un imbranato, era la paura dello scontro fisico che lo bloccava. se ci pensa Fabiano si vede ancora un bambino gracile e irresoluto, che corre per il campetto di calcio mentre i compagni come rinoceronti massicci si lanciano su di lui in velocità per togliergli il pallone, e lo travolgono.
Finalmente si rende conto che è stato scortese con Luca. Il ragazzino ha reagito istintivamente sentendosi mortificato. Anche se ha solo dieci anni è una persona con il suo amor proprio, e la sua dignità.
Torna a sedersi, sospira e chiede a Luca : - Non hai paura quando quelli più grandi ti vengono addosso per sfilarti il pallone ? –
- Sì -.
Fabiano prova a mettersi nei panni di Luca e si sforza di ricordare i suoi timori, le ansie per le interrogazioni, l’avversione per i compagni prepotenti.
- Alla tua età avevo paura di parecchie cose: per esempio quando c’erano i temporali non volevo dormire da solo, i tuoni mi spaventavano, e poi avevo una terribile paura dei ragni. Quando i miei genitori mi davano la buona notte e spegnevano la luce della mia stanza pensavo che un ragno sarebbe uscito da un buco per venire a pungermi. -
Luca gli sorride, Fabiano esita un momento poi dice: - Aspettami qui -.
Va al bar e ricompare con due ghiaccioli. Mentre torna indietro pensa che tutti i bambini sono fonti di problemi, ma questo in particolare è proprio uno scocciatore qualificato, anche se innegabilmente ha una personalità diversa dai soliti bambini. Potrebbe diventare il personaggio di una racconto. Forse la storia del cane morto e del bambino triste non è poi da buttare.

fine prima parte


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2013



 
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