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VIAGGIO AL CASTELLO DI S. ANGELO ROMANO

Gita nell’hinterland Romano e contemporaneamente viaggio nel passato sulle tracce di un nobile del Seicento che invece di smarrirsi nelle frivolezze dell’epoca o in giochi di potere preferì dedicarsi ad una grande impresa, ancora oggi viva e prestigiosa. Un vasto affresco nel castello, destinazione della passeggiata, celebra la sua casata ed esalta l’insegna della “lince”








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Il passato è un paese straniero…, la celebre e abusata citazione, da L.P. Hartley, mi pare quanto mai adatta a condensare il senso di questo racconto, quindi la userò, anche se riluttante. La destinazione della nostra visita, nel presente, è la stessa meta verso cui si dirigevano due viaggiatori a cavallo un giorno di maggio del XVII sec., ed è un castello della Sabina. Faremo la gita sulla stessa strada che, oggi totalmente trasformata, percorsero i due cavalieri infervorati in una appassionante conversazione. Quel viaggio a sua volta ripropone un diverso viaggio ancora. I tre viaggi s’incorporano uno nell’altro come le bambole russe nello straordinario mondo della quarta dimensione. Sappiamo bene che l’entità dello spazio-tempo non è percepibile allo stesso modo in cui ci appaiono larghezza altezza e profondità, poiché è la conoscenza innata che ci guida; ma ragionandoci possiamo ricavare un’idea di come siamo creature del tempo.

Fig. 1 - Verso il Castello

Questa breve gita verso il luogo accennato, precisamente il castello Cesi di S. Angelo Romano, è importante non solo perché il maniero merita una visita, ma anche perché ci muoveremo sullo stesso itinerario di quei due cavalieri e ricostruiremo un momento notevole e anche commovente della storia scientifica italiana. Per la precisione, la frase “Il passato è un paese straniero” ebbe origine da un’altra situazione emotiva, ma esprime molto bene il senso del diverso: il passato è davvero un paese straniero. La teoria della comunicazione è esplicita a proposito della perdita d’informazione dovuta all’ azione del tempo. Per quanto grandi scrittori come Manzoni, Flaubert, W. Scott siano stati capaci di ricreare situazioni ed eventi, rappresentando con grande abilità la Milano dei Promessi sposi o la Cartagine di Salambò o il medioevo di Ivanoe, tuttavia quelle ricostruzioni, ai cittadini vissuti nelle età descritte, sarebbero risultate inconciliabili con la loro realtà. D’altronde non sarebbe possibile intrattenere un pubblico di lettori con una sequela di documenti notarili, perciò la mediazione di un autore capace di organizzare una storia è sempre conveniente. Nei miei limiti creerò qualcosa che costituirà una cornice adatta a contenere passato e presente.    continua...

DUE VOCI PARLANO IN UN MODO INSOLITO

Un lunedì di maggio del Milleseicento… di prima mattina due signori s’incontrarono in piazza Fiammetta, il primo uscì da un palazzo a pochi passi di distanza, seguito da due valletti, l’altro sbucò nello stesso momento dal vicolo della Maschera d’oro all’angolo. Si salutarono con enfasi, come se non si fossero visti da tempo, sebbene s’incontrassero regolarmente. Scambiarono i convenevoli d’uso tra gentiluomini, e discorrendo garbatamente della stagione e del tempo affrontarono il viaggio. Montarono a cavallo e si avviarono sul selciato sconnesso verso piazza di Venezia poi passando per Montecavallo imboccarono via di S. Andrea (l’attuale via XX settembre) cavalcando fianco a fianco fin quando la strada lo permetteva; i valletti venivano dietro su dei muli e a debita distanza. Alle sette del mattino la temperatura era gradevolmente fresca, viceversa col passare delle ore, malgrado fosse ancora primavera, la città diventava via via più calda. Le rondini a quell’ora riempivano il cielo di caroselli vorticosi facendo echeggiare tra le case le loro caratteristiche strida e le mosche ancora mezzo intontite dalla guazza notturna non formavano i nugoli terribilmente fastidiosi che più tardi si sarebbero posati su ogni cosa. Dei due cavalieri uno era manifestamente maturo, mentre l’altro pareva essere sui venti o ventidue, sebbene l’espressione pensosa lo facesse sembrare più anziano della sua età. Era di carnagione bruna, aveva capelli corvini, occhi neri intensi, e la vivacità dello sguardo, così come i gesti energici, contraddiceva l’apparente pacatezza. Vestiva una casacca senza maniche, che lasciava vedere la camicia a sbuffo dall’ampio colletto bordato di pizzo. In testa aveva un singolare cappello a larghe falde ornato da lunghe piume colorate. L’altro, più attempato, indossava una giubba nera stretta alla vita ma larga sui fianchi e portava ampie brache color prugna fermate al ginocchio dagli stivali. In testa portava un sobrio cappello nero. Costui si rivolse all’altro sorridendo: - È una fortuna per noi che il nostro principe stia investigando i vegetabili montani, questa sua passione ci condurrà a faticose ascese ma in luoghi piacevolissimi e oltremodo freschi… - Dopo una pausa riprese - Sono un poco costipato e l’aria di montagna dovrebbe giovarmi molto… Il più giovane replicò premurosamente - Se me lo aveste detto avrei potuto prepararvi un elettuario che avrebbe fatto al caso vostro. Di questa stagione codesti costipamenti sono frequenti e avrei avuto la ricetta adatta al vostro malanno -. L’altro lo ringraziò e rimase pensoso per qualche istante. Poi con calore replicò. - Il nostro principe ha riposto gran fiducia in voi; ebbe delle eccellenti informazioni, notizie meritevoli d’approvazione. Di voi si parla come di un giovane serio, preparato, di buona cultura, e questi ragguagli lo fecero assai contento. Ha chiesto che vi accompagnassi presso di lui. Pare che quantunque così giovane, e ancora apprendista, abbiate acquisito una grand’esperienza di semplici e medicamenti. Ciò vi rende prezioso ai suoi occhi… Il giovane che gli cavalcava a fianco s’era fatto rosso per l’emozione, si mostrava imbarazzato e contemporaneamente pareva felice. Impetuosamente prese a dire: - Troppo buono il signor marchese, troppo buono, in verità m’ingegno come posso mettendo a frutto l’esperienza che il tirocinio non ancora completato mi consente, però se mi venisse perdonato il difetto di scarsa modestia, direi che i superiori malgrado le mie manchevolezze mostrano d’essere contenti per il mio servizio. Ho imparato leggendo di Ippocrate, Dioscoride, Galeno e trascorrendo giorni e giorni nel giardino dei semplici. Abbiamo un bellissimo hortus sanitatis annesso all’ospedale. Ho aiutato diligentemente il decano a scegliere i vegetativi, a preparare i rimedi …. Sono ancora principiante e maldestro ma…

Fig. 2 - Dentro il Castello

Il gentiluomo che pareva avere un ruolo di guida gli fece cenno di frenare l’ appassionata difesa e sorrise al compagno di viaggio. Apprezzava le espressioni di modestia del praticante farmacista. Erano appena usciti dalla porta Nomentana e i cavalli parevano pronti a lanciarsi al galoppo, ma i cavalieri li frenarono e proseguirono al trotto lungo l’antica via. Si succedevano vigne e boschetti e qua e là nella campagna a notevole distanza tra loro si vedevano casali e ville padronali. Superarono dopo un poco la basilica di Sant’Agnese. La strada oltre le mura difensive di Roma, le Aureliane ancora in pieno esercizio, era dissestata dalle intemperie e pareva tutta una successione di buche e pozzanghere. Ancora un poco e superarono il ponte Tazio sull’Aniene, quindi s’inoltrarono nella campagna sempre più deserta e desolata. La campagna romana allora apparteneva a varie famiglie nobili e ad alcune abbazie, ma era utilizzata prevalentemente a pascolo, e dove possibile a vigna. Per lo più era spopolata a causa della malaria. Il giovane erborista si rivolse al compagno - Vi prego, parlatemi di questa Accademia de Lincei di cui ho sentito dire cose straordinarie. Pare che la sua fama si stia diffondendo in tutte le nazioni, e il principe Cesi sia provvisto non soltanto di vasta cultura ma abbia in verità il dono di vedere chiaramente e lontano, proprio come la lince che lui e i compagni si sono dati come emblema. Immagino, per quel poco che ho inteso che abbia in mente di studiare certi rimedi che adoperano con profitto nelle Indie e di applicarli qui da noi. Suppongo che voglia utilizzare la mia modesta esperienza in questi artifizi, e mi abbia chiamato presso di lui per sperimentare le mie conoscenze. Il gentiluomo dalla giubba nera divenne serio e stette un momento pensieroso: - Evidentemente vi preoccupa molto il giudizio del principe, perché è la seconda volta che mi chiedete un giudizio al riguardo della vostra convocazione e delle sue volontà. L’altro sembrò imbarazzato ma riprese a parlare risoluto a voce più bassa affiancandosi maggiormente al compagno: - Vi dirò allora di un altro argomento che mi causa grande apprensione ed un acuto desiderio di sapere … ho appreso che il signor marchese è in amicizia con un rinomato e valente medico di Fiandra…

ALTRE VOCI INQUIETE SI SOVRAPPONGONO

Un rumore assordante improvvisamente sbalordisce i viaggiatori, atterrisce i cavalli che imbizzarriti s’impennano e si lanciano al galoppo mettendo a dura prova i cavalieri sbigottiti, la spedizione è scompaginata, la conversazione s’interrompe, tutto è confuso, incomprensibile. I gentiluomini, con i cavalli e i valletti, scompaiono in una nuvola di polvere e sulla strada, in uno scenario totalmente diverso, emergiamo noi: Daniela e l’ autore di questa cronaca. Il traffico è fermo, il rumore infernale è stato provocato da un’autoambulanza che ci ha superato a forte velocità, e pochi metri oltre una pattuglia della polizia ci fa segno di avanzare lentamente sul lato sinistro sollecitandoci poi bruscamente a proseguire e allontanando i curiosi. Passiamo davanti ad una macchina capovolta; l’ambulanza è ferma al lato della strada, deve essere accaduto un incidente grave. Tutto è dipeso dalla scatola degli eventi che d’un tratto è stata inclinata bruscamente. Questa idea o immagine di un contenitore inclinato di colpo, che fa scivolare in fretta gli avvenimenti accaduti, uno sull’altro come fossero carte da gioco, apparirà assurda; ma se la considerate da ogni lato v’impegnerà in una riflessione singolare. Accenno brevemente alla concezione di H. A. Lorentz, che considerò tempo e spazio dimensioni indissolubili, ma osservò che quando l’una è reale, l’altra risulta indeterminata, e viceversa. Certamente nella nostra dimensione ed esistenza, il parametro di riferimento imprescindibile è il tempo scandito dall’alternarsi dei giorni e delle notti, questa è la realtà in cui siamo immersi. Ma se riuscissimo a vederci dentro la suddetta ipotetica scatola degli eventi, se fossimo degli osservatori dall’esterno e contemporaneamente protagonisti all’interno della scatola (la teoria della relatività ed altre più recenti concezioni lasciano campo a simili congetture), questo nostro viaggio diverrebbe nella dimensione spazio-temporale un’estensione del viaggio del XVII secolo di cui stavamo parlando. Sebbene sia incongruo fare un paragone con gli uccelli migratori il confronto può dare un’idea. Quelli di molti secoli fa volarono lungo lo stesso percorso su cui volano ancora quelli d’oggi. Essi appaiono sempre uguali, e noi non distingueremmo gli uccelli del 1778 da quelli del 2008 se non fosse per il riferimento cronologico a cui siamo obbligati. Stiamo percorrendo la via Nomentana, che è del tutto diversa da quella su cui passarono i due gentiluomini quattro secoli fa. Là, dove era solo campagna inospitale e insalubre, sono sorti agglomerati urbani e distributori di benzina, che allora nessun profeta avrebbe previsto. Abbiamo impiegato molto per arrivare da porta Pia al ponte Nomentano, intralciati dal traffico caotico, ma superata l’attuale piazza Sempione che nel XVII sec. era solo nella mente di Dio, siamo arrivati all’altezza di Mentana quasi rapidamente. Quei gentiluomini a cavallo ci avrebbero potuto raggiungere solo tre o quattr’ore dopo. Nessuno a quell’epoca poteva neanche immaginare le attuali velocità di spostamento. Rallentiamo per ammirare un tratto di campagna rimasta miracolosamente allo stato naturale, e siamo a pochi chilometri da S.Angelo, che ora si vede nitidamente.

SENTIAMO ANCORA LE VOCI NOTE

Ritroviamo i nostri gentiluomini che si ristorano sotto una pergola. I due valletti giocano ai dadi a convenevole distanza dai cavalieri, che sembrano molto presi dalla loro conversazione, incuranti del mondo che li circonda, e i quattro cavalli sono legati ad una stanga della stazione di posta. Il gentiluomo più anziano continua la conversazione già iniziata prima di giungere all’osteria del Torraccio. Sembra soddisfatto, depone il bicchiere che ha appena vuotato, si deterge i baffi, allunga le gambe, si volge verso il giovane erborista e sospira. - Mi diceste che desideravate avere notizie riguardo ad un medico amico del principe Cesi. Ve ne parlerò volentieri perché fu anche mio amico, e lo stimai molto e soffersi per lui quando il vecchio padre del nostro Federico lo scacciò. Il suo nome è Giovanni Ecchio e vide la luce a Deventer e…- Il gentiluomo resta un istante taciturno, poi riprende: - Sto smarrendomi, di certo non sono queste le notizie che v’interessano, suppongo che vogliate sapere di più al riguardo di quell’avventuroso viaggio di cui siete già informato. Lo terminò nel 1605, dunque non molto tempo fa, e non lo fece per libera scelta, gli fu imposto dal padre del nostro principe, il defunto Duca d’Acquasparta che, diffidente e violento come può esserlo un orso vecchio e irascibile, volle con ogni mezzo allontanarlo dal giovane marchese suo figlio. Il giovane Cesi insieme allo Stelluti di Fabriano, al De Filiis e in primo luogo a Giovanni Ecchio, aveva fondato l’Accademia prendendo come insegna la lince. Il padre del giovane Federico volle che anche gli altri fossero allontanati perché riteneva che guastassero la mente del figliolo. Però assai più crudelmente agì verso lo sventurato Ecchio. Usando calunnie e accuse d’eresia gli fece minacciare il carcere, tanto che quello dovette lasciare Roma alla volta di Torino, scortato fin là da due fidate guardie del Duca. Da Torino dovette proseguire poi verso le Fiandre sua patria. Ma quel viaggio impostogli con la frode e la violenza raggiunse infine un gran risultato, e si tramutò in una vittoria per l’Accademia, perché l’Ecchio la fece conoscere in Europa. In ogni importante città toccata dal suo viaggio fece in modo che le personalità più brillanti del luogo entrassero in relazione con l’amico Cesi. Martino, il cavaliere più giovane, fino a quel momento quieto e attentissimo, a quel punto non può trattenersi e parla con entusiasmo - Il signor principe Federico è davvero una lince, una mente ben lungimirante. Basta pensare ai personaggi illustri di cui è divenuto amico, primo tra tutti il signor Galilei che con il suo “telescopio” ha visto in cielo cose nuove, e propone una dottrina tutta nuova sebbene contraddica le Sacre Scritture. Il decano afferma che soltanto un eretico può negare che il sole giri intorno alla Terra e perciò finirà sul rogo, io invece credo che darà gran lustro all’Accademia. E il signor Dalla Porta che con i suoi segreti di magia sa fare cose portentose, credete che potrà tramutare lo zolfo in oro? Intanto hanno ripreso il viaggio. Ercole Maria, il cavaliere dalla casacca nera, si volge e sorride senza rispondere alla domanda, invece ribatte - Il marchese è davvero eccezionale, ha un grande ingegno, egli sta terminando un’opera imponente: “Il Tesoro Messicano”. Sarà un gran libro che conterrà i rimedi più efficaci. A questo scopo ci porteremo a San Polo dei Cavalieri e sui monti vicini ricercheremo piante e funghi che… Le parole si perdono nel vento, cavalieri e valletti scendono in una stretta valle folta di salici che li nascondono, dovranno cavalcare almeno un paio d’ore prima di raggiungere il castello. Noi, invece siamo arrivati. Abbiamo ammirato l’estesissimo panorama dai monti Sabini al mare e adesso stiamo per entrare nel castello. Dico a Daniela: - Vedremo un antico castello, ma non come quello degli Odescalchi a Bracciano che ha sempre conservato la funzione abitativa e possiede ancora arredi antichi. Questo che fu dei Caetani, degli Orsini e poi dei Cesi, quando venne acquistato dal Comune di S. Angelo era quasi in rovina ed è stato restaurato di recente. Non conserva nulla dell’epoca di cui stiamo parlando, ma è in ogni caso un monumento da vedere. Quando saremo là ti daranno ampi ragguagli sulla sua storia, sulle caratteristiche architettoniche e sul museo archeologico che ora vi ha sede. Sarà la guida a illustrarti questi particolari, c’è invece un’altra cosa molto interessante là e di quest’opera voglio darti una mia interpretazione. In realtà il soggetto, ma vorrei chiamarlo “personaggio”, che ha guidato il corso della nostra gita è stato il tempo. Abbiamo seguito la strada che fecero i contemporanei di Federico Cesi, e quei due mentre cavalcavano parlavano di un precedente viaggio del fiammingo Ecchio. Non ti meravigliare se il tempo, questo sfuggente protagonista, emergerà ancora. Passiamo sotto l’arco medievale, testimonianza delle antiche mura, giriamo intorno alla base del castello e ne varchiamo l’ingresso. Il pensiero mi riconduce alla frase iniziale “Il passato è un paese straniero”. Dico a Daniela: - Anche se abbiamo un’ampia documentazione nessuno potrebbe descrivere con fedeltà i sentimenti di un nobile del seicento che dalla finestra guarda le casupole ammassate sotto al castello, come un gregge al riparo della cinta difensiva e giudica quei villani meno utili dei suoi cavalli. Persino il più disponibile e pio dei principi si considerava, in assoluta onestà, immensamente distante dai villici dentro le catapecchie acquistate in blocco col castello. Quei suoi soggetti erano ad un livello di povertà e d’ignoranza oggi inimmaginabile. L’albero genealogico dei Cesi, così come quello di ogni altra casata principesca, a quell’epoca distingueva degli dei da altri “insignificanti” esseri mortali. È naturale ricorrere all’immagine dell’albero per mettere in mostra una stirpe. Rappresentare nel tronco il capostipite e nei rami la discendenza, è un’idea spontanea. Ogni famiglia nobile raffigurò in questo modo la sua genealogia, e Federico Cesi non fu da meno. Doveva avere un’alta opinione di sé, e giustamente si considerava un principe della scienza, così scelse un apparato figurativo imponente, degno della famiglia sua e della moglie. La complicata, vasta decorazione celebrativa che progettò, si è materializzata in un affresco su cui formulo un’ipotesi. Non so se Federico, il Linceo, ebbe coscienza di aver rappresentato oltre la gloria della famiglia anche una macchina del tempo, e in ogni caso giudicherai tu la mia interpretazione, ma devo spiegarmi meglio. Quando dico macchina del tempo non voglio annunciarti una rappresentazione di manovelle e ingranaggi. Perciò sarà meglio se dico sistema. Il termine “sistema” indica un insieme d’elementi interdipendenti che vanno a formare un tutto organico. Daniela a quel punto ha brontolato dubbiosa: - Beh, andiamo a vedere . Una rampa di scale ci conduce al cortile interno, e da qui saliamo alla grande sala al primo piano, dove restiamo con il naso per aria ad ammirare l’affresco che copre tutta la volta. La decorazione è complicata perché raduna da una parte gli antenati dei Cesi, e dall’altra quelli dei Salviati da cui proveniva la seconda moglie di Federico. Il risultato decorativo è notevole perché i blasoni, molto colorati e ricchi di dettagli, affollano i rami dell’albero che si allargano a coprire la volta e regalano un colpo d’occhio notevole. Questi stemmi gentilizi a me si manifestano come cippi miliari, intervalli nel tempo del grande unico organismo, ma non dico nulla. L’immagine dell’albero riempie tutto il cielo del salone e i blasoni degli antenati sono rappresentati come fossero frutti della pianta. Pur non essendo dotato di grande talento pittorico, indubbiamente il pittore raggiunse l’effetto che il committente desiderava. Federico Cesi voleva la glorificazione della casata nell’immediato della sua esistenza, e voleva che l’ammirassero i suoi contemporanei. Il punto più significativo dell’affresco mi sembra l’immagine del genietto che si arrampica sul tronco per appendere come un trofeo significativo l’immagine della lince, simbolo dell’Accademia e del trionfo della grande opera da lui intrapresa. Certamente pensò anche ai posteri che avrebbero guardato molto tempo dopo quella singolare figurazione e avrebbero ammirato l’insigne origine dei Cesi e dei Salviati.L’albero è immagine del tempo, perché genera gemme, fronde e infine frutti, e così manifesta il ciclo della vita. Federico Cesi era innanzi tutto un botanico, e forse l’albero gli diceva qualcosa in più. Inoltre i rapporti d’amicizia e di corrispondenza con le menti più aperte e raffinate della sua epoca, primo tra tutti Galilei, dovevano avergli stimolato pensieri insoliti. È probabile che si sia posto domande sulla natura del tempo in un’epoca in cui pochissimi possedevano degli orologi e in ogni caso questi erano difettosi. Erano strumenti così inadeguati che Galilei, non avendo apparecchi di precisione, si serviva del battito del cuore per misurare l’oscillazione del pendolo. Federico era ben informato sulle osservazioni scientifiche riguardo al moto compiute da Galilei, e conosceva la teoria eliocentrica che quello andava insegnando. Non era all'oscuro delle pericolose opposizioni che il professore avrebbe suscitato contraddicendo le Sacre Scritture e le noie che avrebbe potuto così creare anche a lui. Ma era affascinato da quel nuovo modo di pensare e suppongo che meditò anche sul tempo. Non conosciamo nessuno scritto che documenti quest’ ipotesi, ma rappresentando la continuità degli antenati, il Linceo dovette chiedersi certamente da dove veniva il primo dei Cesi. Mormoro a Daniela, per non disturbare gli altri visitatori: - Un inconveniente sta nella mancanza di prospettiva. Là dove si vorrebbe cogliere una gradualità cronologica come in un cono prospettico, ogni emblema invece è sullo stesso piano degli altri. Tanto per spiegarci, non vediamo un avo posto più lontano di un altro nato dopo. E ancora una nota: Federico Cesi il Linceo, ovviamente non conosceva il codice genetico che, per così dire, “stampa” un individuo dopo l’altro. Se si pose il problema della successione dei Cesi nel tempo, dovette pensare alla teoria dell’ Homunculus, teoria comune a quell’epoca, che sosteneva ci fossero minuscoli uomini nel seme maschile, già predisposti a venire al mondo. E non conoscendo la responsabilità dei geni materni, sarebbe stata poi l’astrologia a spiegare le differenze fisiche e caratteriali dei discendenti. L’albero, grazie alla nostra conoscenza della genetica, oggi diventa un simbolo più ricco di significato. Se per la luce abbiamo una corretta cognizione fisica, e nello stesso tempo una concezione metafisica, ti rendi conto che anche per il tempo… Daniela mi sorride ironicamente e a voce bassa mormora: - È interessante quello che dici, ma io qui non vedo altro che un albero genealogico come ce ne sono tanti; mi pare che hai congegnato un’analisi molto fantasiosa ma non distinguibile né dimostrabile nel dipinto -. Mi dirigo con lei verso la finestra, e a bassa voce ribatto: - Tutto sta nell’accettare per valido quello che vedi, oppure metterlo in discussione, vale a dire accogliere l’idea di un’ altra realtà. Da migliaia d’anni l’uomo vede il sole sorgere ad est e tramontare ad ovest, perché dubitare del suo avanzare nel cielo? Ci sono voluti secoli per compiere un passo avanti che è stato uno sforzo solo mentale e intuire che non è il sole a muoversi, ma è la Terra a girargli intorno. L’atomo non lo aveva visto nessuno, eppure l’elaborazione del pensiero ha trovato riscontro puntuale nella realtà: nessuno dubita più che la materia sia composta di atomi infinitesimali. Potrei continuare, ma ti annoieresti, se poi parlassi delle congetture più recenti, del concetto di tempo e degli universi molteplici, ma non mi capiresti. Lascia però …- Non posso finire la frase perchè Daniela alza le spalle con aria seccata e senza tanti complimenti si allontana sollecitandomi a interrompere e ad uscire. Fuori sta tramontando e da quassù è veramente uno spettacolo. Aspettiamo che il sole sparisca dietro la sottile linea argentea del mare all’orizzonte, poi decidiamo di cenare in un posto qui vicino. Terminiamo la giornata cordialmente e piacevolmente, seduti a un tavolo del ristorante Vecchia Quercia, lontano da problemi fisici e metafisici e da intriganti concetti filosofici di spazio e tempo, accontentandoci per il momento di questo presente, e di questo luogo, tranquillo e gradevole, in cui ci troviamo.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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