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Quaderno di viaggio
















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Stavo con la fronte appoggiata alla rete metallica davanti alla fabbrica abbandonata, riflettevo su ormai passate controversie, su tanti dispiaceri vissuti, su vecchie lotte sindacali.
"Per quanto i giovani facciano casino, guastino oggetti e attrezzature, imbrattino e protestino, però portano vitalità, dinamismo. È certamente vero che rappresentano la continuazione, lo sviluppo, il progresso, il miglioramento ", pensavo fra me.
Ero andato indietro nel tempo ricordando i figli dei colleghi. Quelli dai sei ai quindici anni, che d'estate il circolo cercava di tenere occupati in attività ricreative per un periodo di una ventina di giorni dopo la chiusura delle scuole. Poi il pensiero era andato ai ragazzi dai ventidue ai venticinque che entravano in fabbrica come tirocinanti e che i sindacati si contendevano, tirandoli ognuno dalla loro parte e così originando prolisse discussioni, riunioni inconcludenti e tanto casino.
Ora c'era solo silenzio e un grande vuoto.
Guardavo il piazzale della vecchia fabbrica che si era bevuta tanti anni della mia vita. Le erbacce spontanee venivano fuori dalle crepe dell'asfalto e si vedevano molte buche, alcune erano diventate delle voragini. Dopo un poco mi sentii sommerso da un senso di sconforto e di desolazione, "Qui ora c'è solo abbandono e morte " dissi tra me. Poi ci ripensai: "Ma no, la vita continua sempre, guarda là le erbe che sbucano tra le crepe, guarda che vitalità. Magari questa fabbrica andrà da un'altra parte, ma sono certo che riprenderà valore e produttività ".
Mi spostai di una cinquantina di metri sulla destra, camminando all'esterno della rete arrugginita, per avere una visuale migliore. Dalla recinzione, in molti punti guastata e contorta, si poteva vedere il piccolo edificio del circolo aziendale al di là dei magazzini. I depositi in primo piano avevano le grandi serrande alzate, essendo fatalmente vuoti. Il vento vi si ingolfava sollevando polvere, ribaltando imballaggi abbandonati. E le cartacce volteggiavano per i grandi ambienti desolati. Sulla destra l'edificio della direzione pareva un relitto spettrale: qualche vetro rotto, qualche persiana rimasta incastrata di sbieco a metà finestra. Davanti era rimasto un furgone bianco abbandonato a cui mancava una ruota; al suo posto, per reggerlo, avevano messo una pila di mattoni.
Vagabondi senzatetto dovevano aver forzato gli ingressi per cercarvi riparo. Si vedevano grigie chiazze di umidità sulla facciata e anche tracce di fuliggine; probabilmente avevano acceso bracieri per scaldarsi, striature nere che evidenziavano maggiormente lo stato di abbandono.
Tornai a guardare il piccolo edificio del Dopolavoro e all'improvviso ricordai quella volta che Guido disse: "Ho sempre pensato che il Circolo aziendale sia un servizio socialmente utile, responsabile e coscienzioso nell'organizzare il tempo libero. È un valido aiuto in tanti casi, come le vacanze estive dei bambini, quando i genitori non sanno dove parcheggiarli". Ricordai che disse anche: "Non sono mai stato tra coloro che per abitudine non sanno far altro che reclamare. Sono tanti quelli che trovano difetti nella gestione solo perché "loro" non vi prendono parte ".
Immagino che dopo quella traumatica esperienza del campeggio vissuta insieme a suo figlio, l'ultimo camping che il circolo poté organizzare, Guido oggi non sia rimasto della stessa opinione.
Dopo ci fu la cessazione definitiva della ditta, e di vacanze estive ovviamente non se ne parlò più. Ma non credo che avrebbe ripetuto l'esperienza. Quell'incarico per lui deve essere stato del tutto negativo.
Sono in pensione da tempo, e non essendomi più interessato all'attività del Circolo, non saprei dire se Guido ne abbia ancora un buon ricordo. Per il modo in cui raccontò quel periodo, ho idea che l'entusiasmo gli fosse passato e ne fosse rimasto sfinito e dispiaciuto. Dubito che sia ancora imbevuto di fervore per le attività giovanili e di apprezzamento per i ragazzi che parteciparono all'avventura.
Il diario, pieno di strafalcioni, che Andrea aveva iniziato a scrivere con l'intenzione di aggiornarlo regolarmente, fu subito abbandonato. L'incostanza dei ragazzi è regolare e i buoni propositi è normale che vengano presto dimenticati, ma per quel poco che vi si legge è una testimonianza rivelatrice. Me lo mostrò Anna, lì dentro c'è tutta la ripugnanza per una catastrofe che ha lasciato il segno. Le note abborracciate, raffazzonate, lasciate incomplete raccontano di infortuni, di guai a ripetizione, di spossanti marce, e di una tremenda disorganizzazione. Una drammatica sequela di critiche e lamenti, quasi fosse il giornale di viaggio di un pellegrino forzato ad attraversare il deserto. Un resoconto che Andrea non portò a termine, ma che mi illuminò, mi divertì molto, e mi lasciò sgomento sulle capacità organizzative di suo padre.
Se un giorno Guido venisse a conoscenza del diario, se gli capitasse sotto gli occhi quel quaderno, di sicuro disconoscerebbe suo figlio.

Dunque Guido trovava il Circolo un'utile struttura, e dava una mano per mandare avanti la baracca. Proprio per questo genuino slancio d'entusiasmo durante l'inverno prese parte all'organizzazione del campeggio estivo, e devo dire che lo fece senza risparmiare energia, offrendo buona parte del suo tempo libero. Questo assiduo impegno finì per cacciarlo nei guai perché, quando si trattò di attuare la sistemazione effettiva del camping, sul terreno, non poté tirarsi indietro, e intanto si era reso conto che si stavano creando una quantità di problemi. Insomma la pensava come un marinaio che stava per imbarcarsi su una tinozza, timoroso di quanto sarebbe accaduto, una volta in mare aperto costretto a sfidare le tempeste dell'Oceano. Dopo un po' che si adoperava per il Dopolavoro, segretario e presidente del Circolo e anche molti genitori dissero che aveva la stoffa dell'organizzatore, il carattere adatto per guidare i ragazzi. Che mostrava sicurezza e ascendente e gli fecero capire che avrebbe avuto consistenti vantaggi, insomma la sua vacanza compresa quella di suo figlio sarebbero state totalmente a carico del Circolo: una vacanza gratis in un posto meraviglioso. Quando riferì a sua moglie la proposta, lei fu pienamente d'accordo, disse che avrebbe fatto un gran bene sia a lui che a Andrea, e questa esperienza avrebbe cementato il rapporto tra padre e figlio. Infine avrebbe potuto giovargli anche sul piano del lavoro, sarebbe stata un'occasione per dare una piccola spinta alla carriera. Certamente avrebbero tenuto conto dell'impegno dimostrato e un buon credito sarebbe emerso dalle note personali. Insomma avvalorò l'idea che c'erano molti vantaggi, tanto che Guido trovò la questione un po' strana. Si chiese se ad Anna piacesse l'idea di liberarsi di lui per qualche tempo, e gli si presentarono dubbi e ambigue incertezze. Insomma gli passò per la testa un certo sospetto, e una nuova inquietudine si aggiunse alla già pesante fatica dell'organizzazione.
Prese a studiare una quantità di disposizioni in merito al ruolo di responsabile e coordinatore. Meditò su come tenere tranquilli i ragazzi con adatti giochi, esercizi sportivi, esercitazioni di scienze naturali, perché si riteneva ferrato in materia. Comperò per il Circolo vari libri e carte topografiche, atlanti illustrati di fauna e flora, comperò un binocolo e una bussola. E pensò che senza dare nell'occhio avrebbe potuto, accortamente, controllare un po' come passava le sue giornate Anna. Ma riguardo ad immaginarie tresche della sua signora non venne a capo di nulla.
L'ansiosa attesa della partenza lo obbligò intanto a conoscere tutto ciò che occorreva sapere sul primo soccorso da portare ad un ustionato, a un fratturato, a un intossicato. Adesso avrebbe potuto soccorrere un ferito, improvvisare una barella con due rami d'albero e una corda, e orientarsi con le stelle. E in caso di necessità, preparare un ricovero per la notte con frasche d'albero. Non c'era da dubitare sulla sua capacità di piantare una tenda a regola d'arte in pochi secondi. Insomma l'opinione di molti colleghi lo confortava, pareva che il campeggio davvero fosse stato ben programmato.
Inaspettatamente, proprio a lui che considerava la democrazia un concetto fondamentale per vivere una vita edificante, risultò molto difficile farla accettare a Andrea. Si sforzò di fargli capire che non ci sarebbero stati favoritismi di nessun genere, che Andrea avrebbe dovuto chiamarlo Guido, o semplicemente Capo, come avrebbero fatto gli altri ragazzi, dimenticando che era suo padre, e avrebbe dovuto essere leale e non pretendere predilezioni. Avrebbe dovuto anche dividere ogni cosa fraternamente con gli altri, ma a questo punto sentì sorgere in Andrea una cupa, forte resistenza, e si accorse che l'opposizione di suo figlio aumentava, cresceva silenziosamente. Crebbe di molto non appena capì che sarebbe stato impossibile sottrarsi a quel supplizio, né rifiutare quando gli avessero chiesto di rispettare le regole. E che avrebbe dovuto mostrare una personalità flessibile e spartana per agevolare suo padre nel duro compito di coordinatore.
In genere le esortazioni e gli ammonimenti Guido li impartiva a tavola, così da coinvolgere sua moglie e spronarla ad associarsi in quest'opera di educazione preliminare, ma ottenne sempre risultati contrari alle aspettative. Quando erano soli, Anna cominciò a pregarlo di essere meno categorico, meno duro e antipatico. Diceva con ostentata amarezza che Andrea era molto sensibile e che non doveva ferirlo davanti agli altri ragazzi e se lui invece avesse avuto pazienza la bellissima avventura avrebbe rinsaldato il rapporto tra padre e figlio, mentre lui Guido, all'opposto rischiava di rovinarla prima ancora di partire.
Insomma lavorò tanto di fervente, pressante diplomazia da rendere tutto indigesto, disse poi Guido. E secondo lui fu assolutamente colpa di Anna se Andrea ad un certo punto manifestò un categorico rifiuto al campeggio. Andrea disse chiaramente che non gli piaceva andarci con il padre, che preferiva cento volte di più andare da sua nonna in campagna, e cominciò a fare una tale opposizione e a piantare tante grane che padre e madre litigarono come mai prima. Anche a Guido, quando fu ben chiaro che non avrebbe potuto tirarsi indietro dall'incarico ricevuto, cominciò a montare un'intima irritazione che divenne rancore trattenuto a fatica.
Se Andrea avesse disertato il campeggio Guido avrebbe fatto una figura insostenibile di fronte ai genitori degli altri ragazzi, e ai colleghi. Fu costretto ad invogliarlo con promesse e congrui omaggi. Andrea intuì il lato debole di suo padre e mise in atto una serie di spregevoli ricatti. Aveva assolutamente bisogno degli occhiali da sole, di un pallone nuovo, di una tuta che non lo facesse sembrare un diseredato, e avanzò tante altre richieste da irritare anche sua madre, con sollievo di Guido.
Discussioni infinite avvennero sulla composizione dell'equipaggiamento. Guido lo desiderava agile e leggero, mentre sua moglie lo considerava insufficiente per il ragazzo. Guido poteva anche andarsene in viaggio come voleva, ma suo figlio avrebbe avuto tutto il necessario. Infatti Andrea partì con un piccolo sacco da montagna, dentro c'era il pallone, i giornaletti, la borraccia, due cappelli con distintivi sportivi di opposta tifoseria e i suoi gingilli, che definì attrezzi necessari al campeggio, mentre Guido dovette caricarsi di un enorme zaino e due grandi sacche in cui era stipato il suo vestiario e quello di Andrea: maglioni, k-way, scarpe, medicinali, quaderni e libri per i compiti delle vacanze. Neanche un viaggiatore medievale in partenza per terre ignote e inaccessibili avrebbe portato con sé quel bagaglio.

Il sette luglio l'appuntamento era fissato alle diciannove e trenta alla stazione centrale, così sarebbe stato possibile sistemare con tutta tranquillità ogni cosa e i ragazzi sarebbero saliti con calma sul treno che sarebbe partito alle ventuno. Ma a volte capitano incidenti imprevedibili: all'ultimo momento Andrea non trovò il suo coltello multilame e dichiarò che non poteva partire senza quell'utensile insostituibile. Padre e madre nervosissimi cercarono l'indispensabile coltello disfacendo il bagaglio appena concluso, mentre Andrea stava pensieroso in un angolo dimostrando serena imperturbabilità. Allo stesso modo non manifestò la minima sorpresa o riconoscenza quando i genitori finalmente trovarono il dannato arnese. Subito dopo Anna chiese a Guido se aveva raccolto le carte: tessera sanitaria, certificato di vaccinazione, attestato di sana costituzione, ecc., ecc. La scomparsa dei documenti parve una stregoneria: sembrava impossibile ma in effetti i certificati non erano nella cartella con le altre carte. Si gettarono in una affannosa ricerca che portò via un tempo interminabile per cui arrivarono in stazione stressati e con enorme ritardo.
Guido si aspettava che lo accogliessero con espressioni di apprezzamento caloroso. Ci rimase male. Si trovò di fronte gente suscettibile, capannelli di colleghi che gli vennero incontro con sorrisetti ironici e battute freddine, attorniati da una turba di adolescenti eccitati e scontrosi. Poi accadde un imprevisto assurdo. Guido più tardi dichiarò che non sarebbe stato possibile neanche immaginarlo: dovettero cambiare tutta la composizione delle squadre. Ci volle un bel po' per accordarsi e ricomporre i gruppi, le liste che avevano predisposto cercando di aggregare ragazzi di indole e comportamento affine, all'ultimo minuto non funzionarono più. Il figlio di Taramelli voleva andare con Peverici e non più con Santucci; ad un altro non piaceva viaggiare vicino al figlio di Bollani e così via. Ci furono proteste e lagnanze e raccomandazioni asfissianti da parte di ogni genitore. Ciascuno pretendeva attenzioni specifiche speciali. Guido avrebbe dovuto assolutamente occuparsi in particolare di ogni ragazzetto, e gli impossibili genitori se ne uscirono con varie altre idiozie.
Fu in quell'occasione che scoprì uno sconosciuto fenomeno, una forma di strabismo familiare: quei ranocchi di ragazzini sembravano crescere o calare d'età a seconda delle circostanze. Nelle chiacchierate durante i pasti, in mensa, aveva avuto l'impressione che i figli dei suoi colleghi fossero di tutt'altra personalità. Quando i padri ne parlavano, sembrava che i loro adolescenti fossero sportivi duri e combattivi, capaci di notevoli iniziative. Invece quella sera gli stessi genitori li raccomandavano come fossero bambini bisognosi di protezione e delicatezza, Guido si disse che forse erano condizionati dalla presenza delle mogli. Scopriva che i figli di Taramelli, Canestrini, Mancuso e via dicendo erano di multiforme natura: a volte gagliardi atleti e a volte delicati bambini.
Improvvisamente provò un senso di antipatia per tutti e un fortissimo desiderio di mandare al diavolo quell'orribile impresa, quel dannato campeggio, e tornarsene a casa. I bravi ragazzini che aveva guardato sempre con simpatia e benevolenza paterna, gli procuravano irritazione e inquietudine, gli apparivano dei mostriciattoli.
Rifletté sull'assoluta necessità di resistere, in caso contrario si sarebbe danneggiato da solo. Si rese conto dell'orribile immagine di sé che ne sarebbe emersa se a quel punto avesse fatto marcia indietro. Immaginò le critiche che sarebbero arrivavate all'orecchio del direttore generale. Poteva considerare già nero su bianco l'ignominia che ne sarebbe derivata e che neanche il pensionamento avrebbe cancellato.



ragazzi



Alle ventuno, comunque erano finalmente sistemati sul treno, e la comitiva del Circolo aziendale riempiva l'intero vagone. La squadra di Guido, che occupava il primo e secondo scompartimento sembrava socializzare e comportarsi disciplinatamente, e i ragazzi mostravano un contegno educato e calmo. Guido non pensava che il demone dei viaggi potesse aver messo in serbo sorprese per il resto della notte.
Il commiato fu commovente, pareva che non partissero per una breve vacanza ma per un lungo viaggio in lontane terre. I genitori salutarono a lungo e i ragazzi si sbracciarono dai finestrini dandosi spintoni perché ognuno pretendeva di sporgere un po' più degli altri. Iniziarono così le preoccupazioni di Guido che lo obbligarono ad assumere la grinta del "Capo" e ad abbaiare le prime reprimende.
La stazione scomparve, cominciava a scendere la notte, si misero a sedere. Il "capo" sedette anche lui, trasse un sospiro di sollievo, aprì il giornale per un'occhiata almeno alla prima pagina, se lo portava dietro dalla mattina senza mai averlo aperto, ma quel momento di relax durò poco. Non erano passati dieci minuti che Andrea disse irritato: "Papà, Carlo seguita a tirarmi le bucce dei bruscolini. Se non la smette lo faccio nero".
"Andrea", disse Guido "Qui non c'è papà, c'è solo Guido. Il mio nome è Guido, e da ora in avanti devi chiamarmi Guido, o Capo, come tutti gli altri, e devi ricordarti che siamo una squadra di persone intelligenti che non fanno fesserie. Vero Carlo che le cose stanno così? E che tirare le bucce è da fessi?".
Carlo rispose che non aveva mai tirato le bucce, che forse per disattenzione glie ne era caduta qualcuna ed erano andate sulla testa di Andrea.
Fu dura fatica mettere a tacere le proteste di Andrea, che intendeva assolutamente provare la malafede di Carlo e l'intenzionalità del crimine.
Per un altro po' di tempo stettero tranquilli: Marcello aveva tirato fuori i suoi giornaletti e li stava leggendo, Sergio e Andrea avevano iniziato una partita a carte, Carlo li stava a guardare masticando dei biscotti come un criceto e sbriciolandoli indegnamente sui sedili, Enrico giocherellava con uno jo-jo.
Approfittando del momento di apparente calma Guido si alzò per due chiacchiere con i colleghi, spostandosi di qualche scompartimento più in là. Erano passati meno di dieci minuti e stavano scambiandosi le prime impressioni, quando una tempesta di urla e parolacce costrinse il "capo" a tornare precipitosamente indietro.
Era accaduto che Enrico, per "sbaglio", giocando con lo yo-yo, più volte aveva colpito alla testa i suoi compagni e questi avevano reagito violentemente. Guido confiscò il pericoloso passatempo, si arrabbiò più del necessario e faticò non poco a riportare ordine e pace e socievolezza. Dopo di che non li lasciò più, per un tempo che gli parve infinito. Cantarono, si raccontarono barzellette e di nuovo cantarono finché dopo mezzanotte i cori pian piano si affievolirono. Verso l'una nello scompartimento si vedeva un informe mucchio di giovani corpi riempire lo spazio, teste e gambe incastrate tra zaini, asciugamani, pullover arrotolati, e altri corpi contorti. Si sentiva soltanto il monotono ta-ta-tan, ta-ta-tan delle ruote sui binari, fuori era buio pesto e di tanto in tanto appariva qualche luce che passava come un lampo fugace: erano i lampioni di sconosciute stazioncine.
Finalmente Guido fu in grado di sgranchirsi le gambe, andò a cercare qualcuno con cui parlare, ma il tentativo fallì perché i suoi colleghi erano insonnoliti e di pessimo umore. Così rimase a lungo in piedi nel corridoio a fumare aspettando l'alba, e intanto gli cresceva dentro sempre più forte il desiderio di un caffè. La bramosia di caffè scatena reminiscenze intense in forma più ostinata di altre sensazioni, è uno strano ma autentico sintomo, come hanno riconosciuto psicologi di fama. Questa voglia insoddisfatta produsse in Guido una serie di flashback che ruotavano intorno alla fragranza di quella calda nera bevanda. Ricordò con nostalgia squisiti caffè bevuti insieme a adorabili compagne di viaggio.
Intanto il cielo cominciava a biancheggiare poi a farsi rosato, si intravedeva il mare bellissimo, poi il giorno si annunciò sereno e luminoso e Guido guardò l'orologio sempre più ansiosamente. Alle sei e venti sarebbero dovuti arrivare a O. e finalmente avrebbe bevuto il sospirato caffè.
Il treno entrò in stazione sferragliando con grande stridore di freni si fermò mettendo a soqquadro i ragazzi che ancora dormivano aggomitolati, e qualcuno cadde sul pavimento. Guido si assicurò che tutti stessero bene, poi si affrettò a dire ad Andrea ancora insonnolito che sarebbe tornato subito, che sarebbe sceso dal treno solo per un attimo. Andrea non disse nulla e Guido si precipitò al bar della stazione. Non rammentava che la sosta era di cinque minuti soltanto, se lo ricordò mentre il barista con una lentezza infinita faceva sgocciolare l'espresso nella tazzina. Bevve il caffè senza neanche sentirne il sapore, affannato tornò indietro correndo e vide il treno che si allontanava scivolando via sotto i suoi occhi. Rimase a guardarlo senza fiato, sbalordito, chiedendosi se i ragazzi erano rimasti sul vagone o se ricordavano che sarebbero dovuti scendere. Ma quando l'ultimo vagone sgomberando la stazione gli lasciò la visuale libera, sul marciapiede dalla parte opposta vide tutta la spedizione: marmaglia e colleghi assistenti del Circolo Aziendale che lo fissavano, in piedi sotto la pensilina, in mezzo a loro si ammonticchiavano i bagagli. I ragazzi ridevano e scherzavano, l'unico nerissimo era Andrea che gli si rivolse urlando: - Papà, mi hai lasciato solo a scaricare una montagna di sacchi. Se sapevo come finiva non ci venivo.

Il diario di viaggio, come ho già detto, è rimasto incompiuto, andando poco oltre i primi due giorni di vacanza. Le ultime righe fanno cenno a problemi personali, ma non sono spiegati in modo chiaro e concluso, sono frasi frammentarie pressoché illeggibili, per la fretta o per il nervosismo con cui erano state scarabocchiate. Solo l'ultima annotazione è precisa e definitiva : Al campeggio non ci vado mai più. Papà se ne è andato nel momento peggiore a prendersi il caffè e io sono rimasto a sentire tutto quello che hanno saputo dire contro di noi. Quando dovevamo scendere e bisognava raccogliere presto tutti i bagagli e correre giù subito, per fortuna ci ha dato una mano Guglielmo: abbiamo buttato i sacchi dal finestrino ma Carlo ha lasciato della roba sul treno e Sergio ha perduto il k-way. Molti altri episodi spassosi e agghiaccianti me li raccontò Anna, che povera donna per molti giorni continuò ad essere lo scarico delle proteste di marito e figlio, lamentele e recriminazioni che sarebbe troppo lungo riferire. Quest'anno Andrea andrà all'Università, si iscriverà a ingegneria meccanica e probabilmente diventerà un buon tecnico, uno specialista nel suo campo e Guido ne sarà orgoglioso. Lui che non è mai stato altro che un operaio specializzato si sentirà realizzato in suo figlio.
E così meditando dopo un poco mi sono allontanato innegabilmente malinconico. Però vorrei dire, se intendete bene, che ero anche un po' alleviato dalla rievocazione di quella disastrosa vacanza di Guido e Andrea. Un indefinito senso di speranza in quei rompiscatole, e figli di rompiscatole mi era cresciuto in cuore. Sconsideratamente, direte voi, ma dico ancora: guardate l'erba, la tenacia dell'erba che riesce a sopravvivere alle peggiori catastrofi, che sbuca dall'asfalto screpolato e dalle macerie di un incendio. Guardatela con attenzione, voi che la pestate soltanto e andate oltre.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2013



 
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