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UN MONDO APPARENTE

(seconda parte)
















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"Caspita, questo ritrovamento è più attraente della scoperta della tomba di Tutankhamon. Potrebbe essere il caso appropriato per spingerlo a parlare di un argomento oscuro ma molto interessante" pensò Raul. Ripiegò soddisfatto il giornale in cui aveva trovato la notizia, se lo mise in tasca e si avviò verso casa del professore. "Gli archeologi parlano di una tragedia sconosciuta accaduta secoli fa, vedremo che ne pensa".
L'eccezionale nubifragio di cui i giornali scrivevano ancora, pochi giorni prima aveva messo a soqquadro giardini, viali alberati, e padiglioni dell'esposizione agricola industriale. Una zona del parco era stata particolarmente sconvolta, così erano emerse ossa umane e antiche tombe e gli archeologi avevano portato in luce un cimitero presumibilmente del XVI secolo di cui non si sapeva nulla. II ritrovamento presentava delle anomalie a paragone di altri sepolcreti, e queste difformità avevano suscitato controversie. Suonò e attese con impazienza: - Ho un interessante, anzi un rilevante caso da approfondire - , dichiarò Raul al professore non appena se lo trovò davanti, ma si rese conto subito che quello già conosceva la scoperta, anzi aveva nuove informazioni. Il vecchio con calma lo condusse nello studio, lo fece accomodare e gli mostrò delle belle foto che aveva appena ricevuto, erano foto del Quetzalcoatl, il serpente piumato azteco. Molto interessante disse Raul. Sapeva che il professore si interessava di mitologia e storia delle religioni, ma lui era andato a trovarlo con una precisa idea. Gli chiese: – Che ne pensa del recentissimo ritrovamento archeologico nel parco ? - Si aspettava qualche commento, ma restò sconcertato quando il vecchio invece di manifestare delle opinioni sull'argomento gli chiese: - Hai mai letto "La Lettera scarlatta" di Nathaniel Hawthorne ? –
Raul rimase a guardarlo infastidito mentre l'altro, senza ulteriori spiegazioni, estraeva il romanzo dalla libreria e porgendoglielo borbottò – Leggilo, poi ne parleremo – .
Mentre tornava indietro irritato notò le tracce ancora visibili del nubifragio: rami spezzati, marciapiedi insudiciati, auto ricoperte da una patina giallastra. Ma non poteva dimenticare che lo smottamento mettendo a nudo l'ignoto cimitero, in un certo senso aveva fatto un regalo alla città che ora aveva qualcosa di nuovo da promuovere. Ne sarebbero risultati studi pubblicazioni convegni.
La primavera avanzava verso l'estate, che si preannunciava bollente. Si tolse la giacca e la tenne sotto il braccio insieme al libro, e camminando senza fretta ripassò mentalmente gli appunti che aveva annotato.
Pochi giorni prima il tempo era cambiato improvvisamente volgendosi al brutto. Aveva preso a soffiare il vento meridionale caldo e afoso, e una luce giallo livida fin dal mattino aveva illuminato lugubremente la città. Non era un fenomeno straordinario, in primavera poteva accadere che i venti trasportassero dal sud la sottile sabbia dal deserto e questa colorasse di giallo le nubi e poi la pioggia che regolarmente cadeva a torrenti. Quel pomeriggio la coltre di nubi s'era ammassata densa, sempre più densa, divenendo eccezionalmente opaca verso le diciotto. Si annunciava una gigantesca tempesta e la forte emicrania di Raul ne costituiva il preavviso sicuro
. Nell'attesa che si scaricasse il finimondo e insieme al cataclisma se ne andasse la cefalea, sedette alla scrivania a guardare fuori. Dietro i vetri della finestra la prospettiva della strada fiancheggiata da brutte case era quanto mai deprimente, Raul concentrò l'attenzione sul cielo sulfureo e ripugnante, attendendo l'inizio della sarabanda. Un lampo squarciò la barriera di nuvole, altri lo seguirono con grandi boati, i vetri tremarono e la pioggia cominciò a cadere impetuosa. Improvvisamente le lampade si spensero.
L'interruzione dell'energia elettrica durò a lungo e Raul rimase a guardare il cielo che si rovesciava sulla strada. Poi i pensieri fluirono insieme al nubifragio e dovette accendere una torcia a pile: Doveva assolutamente fissare le considerazioni che gli erano balzate nella testa scrutando il travaglio del cielo. Prese un blocco di carta e cominciò a scrivere.
Prese appunti facendo un elenco schematico degli eventi misteriosi e incredibili che aveva inteso. Se alla Pagoda avessero saputo che meditava sopra quelle stupidaggini avrebbero pensato che era lui molto strano, non le storie. Quelle strane storie, o allucinazioni o forse soltanto vanterie di ubriachi non lo avevano fatto ridere, tutti gli avventori reagivano in quel modo, invece lui era rimasto stupito e lo avevano lasciato dubbioso. C'era qualcosa da capire, e per questa ragione bisognava esaminare con cura tutti i fatti che poteva rammentare, e occorreva scriverli per metterli in connessione.
Quelle strane storie le aveva intese alla Pagoda, il perno della girandola di pettegolezzi. Era un grande chiosco bar, in legno e vetri con un tetto di lamiera verde a spigoli curvi per evocare l'estremo oriente, per questa ragione forse era gestito da un barista presumibilmente cinese, sicuramente orientale, basso e tozzo come un cubo di cemento, soprannominato "Grande muraglia". Grande muraglia serviva ottimi caffè, esotici frullati, sandwich al prosciutto, impareggiabili panini al pollo e una speciale acquavite. La Pagoda era diventata all'alba il raduno dei giardinieri, dei vigilanti, degli spazzini, degli operai e di chiunque, finito il proprio turno, si fermava a fare colazione prima di tornarsene a casa. Così si formavano capannelli di avventori dai gusti e dalle opinioni disparate e si incrociavano le notizie e i vaniloqui più assurdi.
Raul, che si trovava spesso alla Pagoda verso le sette, poteva ascoltare dialoghi inverosimili. Il suo interesse si appuntava principalmente su un giardiniere sordo e un netturbino guercio che nel colmo dell'estate dormivano nel parco per sbrigare i lavori prima che il sole rendesse più faticosa la loro opera. Spesso quei due creavano un'atmosfera di suspense o di eccitazione raccontando cose stupefacenti, impossibili da credere. Una volta su un viale si erano trovati davanti un enorme serpente d'oro addormentato, che poi era scomparso, un'altra volta avevano visto donne nude danzare tra le siepi al chiaro di luna, in un'altra occasione avrebbero visto un enorme gufo con occhi spaventosi accovacciato su una catasta di bottiglie di vino, e riferirono ancora altre storie strabilianti. Naturalmente si sapeva che aiutavano il sonno con generose bottiglie tenute in fresco nella fontana delle ninfee e tutti erano certi che i loro dilettevoli incubi fossero frutto delle libagioni. Raul invece cominciò a considerare che nel fondo di quelle visioni ci fosse qualcosa di realistico da interpretare, anche se la loro forte carenza culturale li rendeva incapaci o inadeguati a spiegarsi. Era il rapporto dei due squilibrati narratori con la realtà che affascinava Raul, gli ricordava la famosa partita di tennis che un giovanotto giocava senza né palla né racchetta, sebbene la palla facesse udire il tonfo quando l'immaginario attrezzo la colpiva e la rimandava indietro (1).
Qual'era dunque lo spessore delle immagini che vedevano ?
Raul pensò che trascorrevano la notte in un mondo di presenze inquietanti dove i due non riuscivano a separare realtà da fantasia. Quello sordo non avvertiva cosa accadeva nel buio, l'altro non vedeva neanche con la luna piena, perciò si confondevano l'un l'altro e alla fine vedevano e sentivano ciò che non esisteva. O invece qualcosa da vedere, e meglio da cui guardarsi, era presente nel grande parco cittadino ?
La città è un palcoscenico della condizione umana, dove le persone si mostrano, combattono, guadagnano, cercano di emergere, di imporsi nella politica, nella finanza, nella cultura, nello sport, esasperando la competizione ovunque, uomini e donne, mettano i piedi. Ma la realtà può essere a molti gradi di distanza dall'immagine della realtà. Tra la rappresentazione della realtà e la realtà può esserci molta differenza.
Un rettangolo irregolare colorato di verde, rappresentava il parco sulle piante topografiche come immagine convenzionale di una porzione di campagna. Un eden risparmiato per la salute del corpo e dello spirito, un cuore indispensabile al centro del groviglio di linee che indicavano le strade, le case e i grandi stabilimenti cresciuti intorno a quel rettangolo. Sulla carta era una rappresentazione astratta, ma nel reale il parco a giudizio di tutti era il luogo della tranquillità, dove si respirava bene, dove il corpo poteva rilassarsi e l'anima si rasserenava abbandonando forse per un poco la conflittualità. Tuttavia al terminare del giorno l'eden cambiava condizione e la realtà si faceva diversa da quella che tutti vedevano sotto il sole. Quando scendeva l'oscurità un mondo inavvertibile tornava a muoversi, e nel buio presenze invisibili osservavano pronte a colpire. In una di quelle tiepide gradevoli notti d'estate, dall'alto e senza il minimo lieve rumore, un'ombra nera piombava su un povero topo campestre, un'altra su un piccolo scoiattolo e ambedue gli animaletti terminavano la loro esistenza nello stomaco di un barbagianni e di un gufo. Altrettanto accadeva a qualche talpa, a qualche riccio a qualche anatroccolo addormentato sul bordo del lago, prelibato boccone di una volpe.
Malgrado fosse un giorno segnato dall'8 il miracolo accadde solo a qualcuno. Qualcuno fu risparmiato ma i più vennero mangiati, "deglutiti dal Sistema". Il "Sistema" metafora della legge dell'esistenza: animali piccoli mangiati da animali più grandi che a loro volta saranno nutrimento di altri ancora più grossi. Il ciclo perenne proseguiva nel grande parco come in ogni altro luogo. Raul prese a immaginare che nel parco ci fossero forse altre presenze e pian piano cominciò a scivolare verso una percezione schizofrenica. Così, quando ebbe notizia che la polizia aveva arrestato un gruppo di donne nude e di uomini ornati di tralci che di notte danzavano un'orgia sacra tra le siepi come moderni baccanti, non si sorprese. Forse molti di quegli imbecilli li aveva incontrati alla Pagoda. Non erano gli invasati che lo disturbavano, a inquietarlo era l'istanza che riuniva gli imbecilli come fosse l'ordine di un potere occulto. Ma si tenne l'idea chiusa in sé, non ne fece cenno con nessuno.
Aveva finito di leggere con fatica "La lettera scarlatta", e sebbene fosse rimasto impressionato dal dramma dell'adultera per la potenza della scrittura, allo stesso tempo gli era sembrato un romanzo sovraccarico di tormento. E poi non capiva quale connessione potesse esserci col cimitero affiorato nel parco.
Rimase sorpreso e non apprezzò la pedagogia del professore. Capì però che quello gli aveva proposto "la Lettera scarlatta" perché era un grande romanzo rappresentativo, e la letteratura a volte incide su l'etica più della storia. Insomma il romanzo mostrava come la comunità di puritani (2), che aveva sofferto in patria una discriminazione da cui era fuggita, avesse riprodotto altrettante incomprensioni e violenze. - Perché il buio è nell'anima di ogni uomo ed è pronto a riemergere in ogni luogo e in ogni epoca – , disse il professore, e intendeva riferirsi al cimitero. Quel ritrovamento era stato studiato e documentato e si era capito che i resti appartenevano a una comunità di "nuovi Catari". Erano stati tutti condannati al rogo come eretici, ma i più fortunati alla decapitazione, e questa era la ragione per cui molti crani si erano trovati separati dai corpi.
Raul non tentò di approfondire, parlandone col professore, l'argomento delle immagini enigmatiche che in quel periodo lo interessava. Voleva capire per conto proprio l'assurdo di un mondo dove tutto è incerto, dove vale solo la supremazia e il predominio. Quel mondo negli ultimi tempi gli si era presentato in una prospettiva di problematica interpretazione. Come correlarsi con una realtà che non gli appariva più indiscutibile come prima, così come appare il dipinto di un grande artista inquadrato nella cornice della ragione? L'adattamento e poi l'assuefazione a una falsa verità costituita di finzioni, dove impera su tutto il potere seducente delle immagini, gli era divenuta insopportabile, detestabile. Desiderava l'impossibile, voleva vedere oltre i limiti della così detta normalità.
La maggiore intensità di rappresentazione che le immagini acquistano di notte determinava una rilevante ambiguità. Poteva essere la causa che dava corpo ai fantasmi. I due lavoratori che dormivano nel parco, di fronte a oggetti sfuggenti, sempre fuorvianti che si trovavano davanti, si influenzavano vicendevolmente. Finivano così nell'impossibilità di spiegarsi ciò che vedevano perché l'interpretazione della realtà che essi costruivano risultava discorde e controversa.
Alla pagoda spiccava una sub cultura che esaltava le emozioni a danno dell'intelligenza e della logica. Quelle storie divertivano enormemente gli avventori che non si dedicavano certamente a riflessioni filosofiche. Raul, finì per considerare il parco una splendida isola, e nello stesso tempo il posto dell'inverosimile.

Infine virò di molti gradi verso un'altra direzione, una propensione a vedere il mondo in un'ottica demoniaca che lo spinse a credersi un uomo straordinario, e fu vicino a precipitare nell'inganno della mente. Era possibile che lui fosse entrato in contatto con il Male e quell'intesa sarebbe potuta essere un'occasione: forse avrebbe potuto vedere più di quello che gli altri potevano vedere. Il potere che era stato dato a Faust, Mefistofele lo avrebbe potuto concedere anche a lui e aprirgli la porta di una profondità vertiginosa, di un'altra dimensione, al di là della nostra dimensione spazio-tempo. Sarebbe stato paradossale però. Perché quanto avrebbe saputo o visto oltre il nostro orizzonte, non avrebbe poi saputo esprimerlo con concetti accessibili agli altri.

ragazzi



Tra tutte le persone che conosceva, quella con cui avrebbe sentito di meno l'imbarazzo del passar per matto nel caso in cui avesse affrontato l'argomento, ebbene quella era Simona. Sia perché la considerava una sprovveduta e aveva imparato che i semplici quando non sono in grado di comprendere la buttano sullo scherzo, sia perché avrebbe potuto metterla a tacere esercitando la sua egemonia culturale. Simona faceva la commessa in un negozio di abbigliamento dove Raul comperava le camicie e là l'aveva conosciuta. Avevano cominciato a frequentarsi e Raul trovava davvero molto piacevole la sua amicizia, anche se non ne era affatto innamorato. Più volte aveva pensato quante caratteristiche Simona avesse in comune con la Molly Bloom del famoso Ulisse. Era allegra, era bella, e aveva anche una bella voce, era anche sensuale, voluttuosa e questo era l'inesorabile laccio che stringeva Raul. All'opposto, la sua propensione allo snobismo gliela faceva ritenere frivola, superficiale, culturalmente limitata, incapace di godere degli stessi interessi che arricchivano lui, persona colta. Probabilmente aveva trovato in Simona le qualità della moglie di Bloom per una giustificazione letteraria. Questa fu, anche se rimase sconosciuta al mondo, una dimostrazione di mediocrità del presuntuoso Raul, un intimo atto di superbia di cui dovette poi vergognarsi .
Fu proprio quella mattina, tornando verso casa irritato per l'incomprensibile comportamento del professore, che gli venne un dubbio. Si chiese per la prima volta se anche lui si fosse reso indisponente verso Simona. E decise che le avrebbe parlato delle sue osservazioni. Il giorno dopo, domenica, le propose una gita al mare e là, mentre completamente rilassato si godeva il sole e la bella vista di Simona in costume da bagno, prese a raccontarle negligentemente, con parole volutamente folleggianti le idee che gli erano passate per la testa negli ultimi tempi. Si aspettava una reazione di falso interesse o di scherzosa opposizione più o meno come un'istitutrice si sarebbe comportata ascoltando le scempiaggini di un bambino. Invece Simona, che dapprima aveva preso un'aria paziente e lo guardava con un sorrisetto malizioso, divenne seria e parve interessarsi davvero a quello che stava dicendo. Raul in un primo momento pensò che la ragazza stesse chiedendosi se lui era normale. Ma si rese conto presto che Simona meditava su tutt'altra questione perché lei glie lo disse apertamente.
- Raul, tu mi consideri una povera grossolana, un'incolta che non è arrivata a prendere neanche il diploma di ragioniera. Mi mancava un solo anno e andavo molto bene a scuola. Ho dovuto smettere di studiare e cercare un lavoro quando mio padre improvvisamente è morto e mia madre si è ammalata. Non era possibile sopravvivere senza risorse. Ma tu non sai quanti libri ho letto per risollevarmi dall'angoscia tremenda in cui ero precipitata. Prova a chiedermi di un autore, e ti dimostrerò che quasi di sicuro l'ho letto. Aveva assunto un'espressione dura e irosa che non le aveva mai visto.
- Tu pensi che sia l'ochetta da portare in giro per far bella figura con gli amici, ma hai sbagliato, mio caro. Non sono e non sarò mai il tuo giocattolo e tu non sei il grande intellettuale che ti inganni di essere -. Si interruppe e aveva gli occhi gonfi di lacrime. Raul rimase senza fiato. Non sapeva come comportarsi: se l'avesse abbracciata per calmarla forse lei lo avrebbe respinto. Era meglio tacere e aspettare che le passasse la tempesta di emozioni. Guardò il mare, era agitato, grandi onde correvano verso la spiaggia frangendosi con fragore e generando enormi ricami, trine bianche rapidamente svanenti al sopraggiungere di altre onde. Non ne trasse nessun suggerimento né consolazione. Si sentiva maledettamente frustrato.
Simona tirò su col naso e lo guardò di sottecchi. Dovette percepire il suo avvilimento perché gli sorrise. Dopo un poco fu lei a parlare. Disse: - Senti Raul, quel miscuglio di fatti da te ascoltati, o di allucinazioni o che altro siano, e i tuoi ragionamenti contorti, è molto strano ma mi hanno incuriosito. Non avrò un titolo di studio, ma ragiono con i piedi per terra e vedo il mondo per quello che appare. Lascio le fantasie agli intellettuali come te che ci sguazzano, anche se a volte ne tirano fuori meraviglie, penso al vecchio E.T.A. Hoffmann per esempio, o alla metamorfosi di Kafka, o al più recente Borges. Comunque sono disposta a fare un'alzataccia e, prima di andare al lavoro, attraversare il parco in tua compagnia. Ti piace l'idea ?-
E fecero così: Raul andò molto presto a prenderla, parcheggiarono l'auto vicino al parco e vi entrarono da un ingresso secondario Simona voleva attraversare il prato dei bambini dove c'erano i loro giochi e le altalene. Mentre camminavano lei gli fece notare molti oggetti abbandonati qua e là: un aquilone rotto, alcuni palloni sgonfi oramai inutilizzabili, un bavaglino lasciato su una panchina e molte confezioni vuote di biscotti e di gelati. Raul pensò che volesse mostrargli la villania della gente, per cui replicò: - È presto e ancora non sono passati gli spazzini -.
Simona si volse a Raul sorridendo: - No Raul, non è questo il punto, non volevo mostrarti la trascuratezza della gente e d'altra parte qui ieri c'erano molti bambini. Questi avanzi descrivono un aspetto a cui non hai guardato. Sono le pause serene e felici della vita di uomini e donne che diventano madri e padri, momenti del "Sistema", come lo hai definito, ma fondamentali. Hai voluto complicare al di là del verosimile, dell'accettabile la tua analisi del reale, guarda come meravigliosa è la luce a quest'ora, guarda il sole che sta illuminando gli alberi … - Simona era trascinata da un impeto poetico e Raul era divenuto impaziente. – Vieni, andiamo a fare colazione – , disse guidandola verso la Pagoda.
Là parlarono ancora a lungo tranquillamente e Raul apprezzò la serena, anche se semplicistica, concezione che Simona aveva dell'esistenza e si obbligò ad allontanare ogni critica. Poi felice di starle accanto l'accompagnò spensieratamente al negozio dove lavorava. Salutata Simona volle riprendere l'auto e per tornare al parcheggio fece lo stesso percorso che avevano fatto prima, ma al contrario. Quando fu a qualche centinaio di metri dal prato dei bambini notò che qualcuno aveva preso dalle aiuole intorno molti dei dispositivi per annaffiare a pioggia. Li aveva spostati vicino alle altalene e aprendoli tutti insieme a tutta forza aveva dato il via a un enorme spruzzo, producendo un'alta cortina scintillante formata di fili d'acqua. In mezzo a quella nuvola che faceva da barriera Raul vide dei bambini che ridevano saltavano schiamazzavano e si lanciavano in acrobatiche capriole facendo un'immane baraonda. Stupito di non vedere accompagnatori adulti si appressò. Fu un attimo, perché quei bambini strepitando si dileguarono, ma ebbe il tempo di vedere. Non erano bambini, erano mostriciattoli che sembravano avere tutti la stessa faccia di gomma gli occhi che parevano due fessure nere, e la bocca simile a un taglio su una patata cotta. Raul era sicuro di non aver avuto un abbaglio e di averli visti di sicuro. Una voce irata gridò: - Chi ha fatto questo scherzo ?-, e il grande spruzzo cessò di colpo. Un giardiniere arrabbiatissimo aveva chiuso l'acqua e si era rivolto a Raul irosamente.
Raul a sua volta urlò – E che ne so io ! – Gli voltò le spalle è andò molto spedito verso il parcheggio ripensando ai felici genitori descritti da Simona.


NOTE
(1) È la scena finale del film "Blow up" di Antonioni. Dei mimi inscenano una partita di tennis a cui partecipa il protagonista del film

(2) la comunità puritana del romanzo pur essendo di fantasia rispecchia puntualmente la realtà storica. Hawthorne si documentò anche sui processi celebrati da quel severo magistrato che fu suo nonno

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2013



 
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