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UN MONDO APPARENTE

(prima parte)
















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Lunghi mesi desolati, sconfortanti erano trascorsi per Raul, dapprima in ospedale poi immobile in casa. L'unico diversivo che gli si offriva era il breve viaggio al centro di fisioterapia dove lo portavano a fare dolorosi esercizi di riabilitazione. Là gli riattivarono gli arti e pian piano recuperò le forze tanto che a luglio era in grado di muoversi autonomamente (1).
Aveva meditato a lungo sul misterioso John, ma in qualsiasi modo si ponesse il problema non era capace di giungere a una spiegazione soddisfacente e infine a comprendere chi fosse in realtà quell'uomo. Non gli interessava tanto la sua provenienza o il suo passato, ma avrebbe voluto capire se davvero si fosse ravveduto o se fosse rimasto un essere assoggettato agli istinti violenti e malvagi. Da quando aveva ricevuto quel laconico messaggio che lo invitava a raggiungere l'amico in pericolo di vita, quello era scomparso. L'unico posto che conosceva, e dove poteva sperare di trovarlo, era il rifugio nella casetta del parco. Ma là non lo aveva rintracciato, e la prima ipotesi fu che John fosse morto dentro quel nascondiglio; un'altra possibilità poteva essere che lo avessero trasferito in un altro luogo. In ogni caso Raul, spinto da un impulso di generosità, per raggiungerlo era stato sul punto di rimetterci la pelle.
Ma quando, mesi dopo essersi ristabilito, era tornato per normale curiosità in quell'angolo del parco a esaminare la casetta, la porticina non esisteva più, alla base della piccola costruzione adesso c'era un muro ininterrotto senza aperture. Ultimamente John era diventato una presenza mentale spiacevole e imbarazzante, si chiedeva se fosse davvero esistito.
Appena fu in grado di muoversi si fece portare in Biblioteca e chiese le raccolte dei giornali principali. Li sfogliò e trovò la notizia che cercava: il giorno 27 del febbraio precedente in un parco cittadino c'era stato uno scontro a fuoco tra banditi, un vecchio era stato colpito ed era stato trasportato in ospedale in fin di vita. Era stata diffusa un'identità presunta in attesa di indagini approfondite. La stranezza che non fosse stata dichiarata l'identità vera del ferito stupì Raul e lo lasciò ancor più confuso. Con un colpo secco chiuse la raccolta dei giornali irritando gli altri lettori in sala. Era insieme arrabbiato e triste, in uno stato di conflitto interiore. Rimase carico di dubbi a guardare platani e ippocastani nel giardino al di là delle grandi finestre della biblioteca. Si chiedeva se John fosse sempre rimasto un gangster o si fosse pentito realmente, come gli aveva fatto credere, e perciò avesse scatenato e poi subìto l'ira dei vecchi colleghi. Stava pensando a John in modo semplicistico, facendo filosofia spicciola. Speculava su concetti comuni: può un gatto o un leone cambiare l'istinto primordiale e diventare vegetariano ? Ma poi si rispondeva, gli uomini non sono belve, hanno la ragione ... La fantasia si prese un vantaggio sulla logica e gli venne in mente la macchia nera recapitata al vecchio capitano che si nascondeva nella pensione di Jim Hawkins (2)
Quella rievocazione gli diede una risonanza sinistra. L'episodio appassionante del romanzo famoso poteva essere stato messo in opera in versione moderna: una squallida azione criminale dalla criminalità contemporanea. Ricordò bene la canzone: "Quindici uomini, quindici uomini su la cassa del morto, yo-hu-hu! E una bottiglia di rum! / Il demonio, il demonio e il rum hanno compiuto l'opera, yo-hu-hu! "
Nove mesi dopo, in maggio, le giornate erano diventate calde ma non opprimenti com'erano durante luglio agosto quando un'insopportabile afa calava sulla città. Giorni che invitavano a tornare in quello spazio di natura viva circondato dal soffocante asfalto delle strade e dalla moltitudine delle abitazioni.
Raul si godeva assai più di prima il parco, lo sentiva un'entità viva, un'esistenza amica e ormai era in grado di fare persino un poco di footing.
Il terribile freddissimo inverno pareva essere stato un evento molto lontano. Alberi e siepi erano di un nuovo verdeggianti e si mostravano rigogliose. I prati erano coperti di grandi chiazze bianche che non erano residui di fredda neve, ma al contrario erano candide intense fioriture di pratoline primaverili.
Recuperate le forze, Raul dunque era tornato alla solita vita di lavoro e alle abitudini consuete. La carpe nuotavano lentamente nel laghetto, scoiattoli facevano rapide apparizioni, ma John pareva esser stato un elfo, uno gnomo, una immaginaria entità forse un mago o un coboldo malvagio di qualche cupa saga nordica scomparso nella foresta sotto la neve. Poteva essere uscito da un romanzo fantasy ma non aver occupato davvero la realtà. Forse John era stata un'illusione ottica.
Per riprendere il filo della storia dobbiamo tornare indietro fino al febbraio dell'anno precedente. Era accaduto che il 28 di quel mese Raul non era morto assiderato ma era stato salvato in extremis. Una pattuglia del Pronto Intervento avvisata da un elicottero che sorvolava il parco aveva fatto appena in tempo a tirarlo fuori dalla neve e non dovettero nemmeno amputargli i piedi com'era sembrato inevitabile sul primo momento.
Raul si persuase definitivamente che il numero 8 gli portava fortuna. Per la terza volta se l'era cavata da una situazione pericolosa proprio quando il calendario in quel giorno fortunato mostrava un 8 e questa replica lo aveva convinto. Sebbene in un'altra circostanza l'8 l'avesse ricavato dal mese, l'avvertimento arcano o protezione che fosse non veniva sminuito, insomma non ne veniva alterata la validità. Per spiegare il ragionamento occorre dire che dodici anni prima si era salvato da un terribile incidente stradale in agosto, e quel mese era l'ottavo dell'anno. Ma perché mai un numero avrebbe dovuto essere speciale più degli altri ? Nessuno avrebbe saputo dargli una risposta se non affermando che aveva fiducia in una deduzione cervellotica, oppure in una forzata interpretazione della cabala. Una mattina di maggio, molto presto, quando le aiuole da poco innaffiate esibivano fiori dai colori vivaci, e foglie floride ancora gocciolanti si opponevano all'afa che da lì a poco le avrebbe tramortite e dai prati si alzava una fresca umidità assai gradevole, Raoul praticava jogging, esercizio che gli aveva restituito energia e sicurezza. Così mentre si inoltrava lungo il viale centrale molleggiandosi sulle gambe sorpassò la carrozzina di un invalido che gli veniva incontro spinta lentamente da una donna. Sebbene Raul non stesse proprio correndo tuttavia non distinse bene l'uomo nella carrozzina, nell'incrociarlo gli occhiali dell'uomo mandarono un balenio riflettendo il sole. Poté notare però che l'infermo era anziano e che non era accasciato come in genere si mostrano gli impediti ma stava ben eretto, dimostrando una personalità forte. Ebbene, malgrado la sbirciata di sfuggita gli parve di conoscere quell'uomo, quel signore gli rammentava qualcuno. Dal fondo della memoria riesumò una figura importante della sua adolescenza, quindi tornò indietro rallentando molto l'andatura per osservarlo attentamente. Allora venne afferrato da un attimo di vera emozione perché nell'invalido aveva riconosciuto il suo vecchio amico professore.


ragazzi



Molti anni prima, quando si erano trasferiti in quella città, suo padre aveva preso in affitto un grande appartamento sullo stesso piano dove abitava quel signore molto riservato, molto alto e magro, che portava occhiali cerchiati d'oro e un cappello scuro dalla tesa larga. Forse perché sempre impeccabilmente in grigio, accigliato a tal punto che si poteva definire severo, precocemente stempiato e un poco curvo, i suoi trovarono che quel portamento era peculiare di un professore e così lo chiamarono. Nella realtà era un funzionario del ministero della cultura.
Raul che a quel tempo aveva sei anni prese a frequentare la casa del professore. Non appena possibile attraversava il pianerottolo e suonava. Gli apriva la signora Ester e poiché non avevano figli gradiva la presenza di Raul, aveva sempre qualcosa di buono per lui e lo faceva giocare. Raul si era introdotto in casa loro come un gatto ostinato, abitudinario, difficile da scacciare. Tra le donne, la mamma di Raul e la moglie del professore, era nata un'amicizia, tra i due uomini invece non si creò mai una simpatia. Quando molti anni dopo Raul si chiese perché non fosse sorta un'amicizia tra i due non poté chiedere nulla a suo padre morto da tempo, pertanto si dette una spiegazione dicendosi che il professore in privato era uno studioso di antichità con una predilezione per le antiche religioni e le filosofie orientali, suo padre invece era un uomo sostanzialmente pratico a cui mancava una sicura formazione intellettuale e questo faceva la differenza.
Dunque quel mattino Raul si presentò chiedendo all'infermo se ricordava il bambino che gli faceva confusione in casa, quel bambino come poteva vedere ora gli stava davanti notevolmente cresciuto. Il vecchio lo guardò e un sorriso si schiuse sul viso malinconico, gli occhi grigi e un po' spenti acquistarono una vivacità che rivelava gioia.
Una nuvola per un momento oscurò il sole poi la luce tornò forte e un fiotto di felicità si riversò nel cuore di Raul. Un sentimento di uguale intensità dovette sommergere anche il vecchio signore, le rughe della fronte si distesero un poco e il sorriso delle labbra sottili si accentuò, ma se gli occhi esprimevano gioia allo stesso tempo rivelavano un'energia triste, un'opposizione testarda alla devastazione del corpo.
Per un poco restarono in silenzio, entrambi con la mente al passato, perduti nei ricordi che scorrevano come il leggerissimo polline intorno a loro, sollevato dal tenue vento che frusciava e scapigliava lievemente le siepi regalando un beato momento di fresco respiro. E fu come se un'arcana inspiegabile polvere dorata si fosse sollevata e si fosse frapposta tra loro e gli alberi, le siepi, le panchine, i viali del parco, isolandoli in un tempo sospeso che rimaneva fermo quasi fosse una fotografia ingiallita in cui Raul vedeva se stesso giocare con i pezzi di una casetta, e Il professore gli indicava come incastrare quei cubi di legno. La polvere dorata attutiva suoni e dimensioni …
All'improvviso Raul si accorse che la donna, di certo la badante del professore, lo stava studiando intensamente, contrariato recuperò prontamente il controllo nascondendo ogni indizio di emotività.
Era rimasto colpito subito dalla bellezza della donna ma, tutto preso dall'inaspettato incontro, non l'aveva osservata veramente. Considerò che doveva essere sui quarant'anni e pareva straniera. I suoi occhi grandi, grigi con riflessi verdi, avevano una strana fissità. Raul più tardi si disse che avevano un'immobilità magnetica quasi una carica ipnotica.
Si scosse e ricordò oggetti, situazioni, tutti quegli episodi che si imprimono nella mente di un bambino. Il professore lo ascoltava sorridendo, senza interromperlo. Raul raccontò anche le vicende più recenti e come proprio là dove ora si trovavano aveva sfiorato il sonno eterno. Si stupì un poco nel notare quanto il professore e la signora fossero interessati dalla sua avventura.
Poi il professore parlò delle peripezie passate negli anni in cui non si erano più incontrati. Con voce sottile e stanca rievocò quelle traversie ma più volte ammonì Raul di non considerarlo un uomo sconfitto dal male. Passava molto tempo leggendo, studiando, tanto che era arrivato ad accettare con serenità quanto gli era capitato. È vero, non c'era più la sua cara Ester, ma la bellissima lituana che lo assisteva gli rendeva sopportabile la vita, e volgendosi verso Aglaya le sorrise. Aglaya guardò Raul e le labbra accennarono un sorriso ma gli occhi rimasero freddi, Raul non vi scorse alcun segno di amabilità, per districarsi da un vago senso di fastidio le chiese se le piaceva vivere in quella città, e la signora ovviamente rispose che ci si trovava molto bene. Però non pareva che gradisse conversare. Il professore si era distratto, assorto nella contemplazione dei fiori sul bordo del viale, improvvisamente sembrò riprendere il corso di un dialogo che in realtà non avevano mai iniziato, un dialogo immaginario pensò Raul meravigliandosi.
- Puoi credermi ragazzo mio se ti dico che ci sono luoghi dove si concentra una forza occulta pericolosa più della radiazione fisica. Se ti piace puoi fare un'analogia con la radioattività che in certi luoghi della terra si manifesta molto più intensa che altrove. In questo bellissimo parco si raccoglie tutta la negatività che sprigiona la città cresciutagli attorno.
Raul aspettava che continuasse e che desse una spiegazione dell'enigmatica asserzione, invece come se desiderasse interrompere quel ragionamento in cui forse pensava di essersi spinto troppo, il professore mormorò inquieto: - Muoviamoci non posso stare fermo sotto il sole – . Raul intese bene che non era il caso di insistere per avere chiarimenti.
Si era fatto tardi per le abitudini del professore che a quell'ora preferiva recarsi in biblioteca. Nell'accomiatarsi si fece promettere da Raul che sarebbe andato a trovarlo, e allora gli avrebbe mostrato una cosa che lo avrebbe sorpreso. Alcuni giorni dopo effettivamente andò a fargli visita.
Non appena varcata la porta, guardando ogni mobile ogni particolare dell'ampio ingresso in cui aveva giocato tanto, Raul fu risucchiato nel passato, e quando il professore spostandosi col deambulatore lo fece entrare nello studio, e gli indicò una vetrinetta dicendo: - Lo riconosci ? - Rimase incantato. Ricordò un magnifico Natale, quando il professore gli aveva regalato un modello di veliero da costruire. Sul momento si era entusiasmato, ma il veliero non poteva uscire dalla scatola già pronto, richiedeva un lavoro paziente e difficile di montaggio, così Raul si era stancato presto e aveva dimenticato il veliero. Il professore invece pensando al bambino che gli aveva animato la vita, continuò la costruzione finché il vascello magnifico e rifinito aveva fatto bella mostra di sé nella vetrinetta.
Raul ritrovò nell'anziano quell'intesa, quella premura che può offrire un carattere tollerante. Riebbe un'attenzione che era stata essenziale per il bambino, ma continuava ad essergli di conforto anche ora da adulto.
Qualche tempo dopo si accorse però che malgrado la preesistente familiarità, un'ombra impalpabile ma avvertibile a volte rendeva problematico affrontare questioni che lo interessavano. Come se certi ragionamenti di religione, di storia, di filosofia, costituissero un terreno di conversazione difficile che forse stancava il professore. Questa riluttanza bloccava Raul e lo irritava, aveva l'impressione di essere considerato culturalmente immaturo. Accettò malvolentieri che tra loro esistesse una linea di confine quasi fosse un'immaginaria siepe, o un ruscello che segnasse due aree diverse.
L'immagine del ruscello nel suo inconscio si ampliò. Una notte sognò un fossato sul bordo del quale stava lui Raul, e al di là dell'acqua c'era un castello in cui viveva un mago. Un mago molto sapiente, un mago forse buono, che però non abbassava il ponte levatoio per permettergli di entrare nel castello e di beneficiare delle sue conoscenze.
Pensò che avrebbe dovuto affrontare con franchezza quella contrarietà, ma non voleva irritare il vecchio amico. Preso tra un dubbio e l'altro, decise di rinviare il problema.

NOTE
(1) vedi "28 febbraio" tra i racconti del 2013
(2) riferimento a "L'isola del Tesoro" di Stevenson

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2013



 
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