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Il potere della fiducia















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Durante l’estate ho letto soprattutto racconti. Rileggere vecchie storie, scoprirne altre del tutto ignote, e ritrovare novelle dimenticate mi è piaciuto molto. Tra questi racconti mi ha colpito una storia che si svolge in India (1) e che celebra l’amicizia e la fiducia.
La fiducia nella diagnosi dell’amico e la stima reciproca danno la forza ad un malato per lottare contro la natura che fissa un termine alla vita. continua...

Ho trasferito la scena del racconto in Italia, adattandolo al nostro carattere. Per di più, conoscendo bene due amici medici e, seppure meno bene, la bravissima cardiologa che mi cura, ho notato come sovrapponendo le loro personalità, la figura del dottor Desantis, protagonista immaginario del racconto, mi appariva perfettamente delineata.
Spero che questa trasposizione non sia considerata un plagio, anche se la storia indiana è molto simile a questa mia, ma portare la vicenda nel nostro paese mi è costata una certa fatica. Voglio ricordare tra i vari libri che ho tenuto accanto: “Fonte amara” di Ignazio Silone, e “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi.
Ora, se prendete una carta topografica dell’Italia meridionale e segnate un triangolo collocando i vertici su Salerno, Matera e Cosenza, racchiuderete un territorio che nei primi decenni del Novecento era il più povero e arretrato d’Italia, e tale rimase purtroppo anche dopo l’ultimo conflitto mondiale, quando il resto della nazione sul finire degli anni cinquanta e soprattutto nei sessanta, conobbe un benessere economico prima sconosciuto.
In quest’ambito, che nella realtà è ancora più esteso, si svolge la storia che racconto.

In una piccola città di quella regione vivevano da più generazioni due famiglie che possedevano dei terreni. Definirle ricche sarebbe insolente, ma in quella magra economia l’esiguo reddito di cui beneficiavano le rendeva benestanti e le sollevava alquanto al di sopra della locale cittadinanza.
Accadde che di due ragazzi nati in quelle famiglie uno divenne medico e andò lontano, l’altro si fermò ad amministrare i possedimenti di famiglia. Essi però rimasero costantemente in rapporto e mantennero vivo quel sentimento di stima l’uno per l’altro che fin dall’infanzia cementava la loro amicizia.
Il dottor Desantis da molti anni ormai risiedeva a Roma, ma una volta ogni due mesi prendeva la vecchia Alfa Romeo e nel tardo pomeriggio partiva per il sud. Guidava ininterrottamente, fermandosi soltanto a mezza strada per una sosta ristoratrice. Le strade allora erano malagevoli, e non era possibile guidare mantenendo una velocità costante (2). Verso le tre o le quattro della notte arrivava all’ospedale, si riposava nella stanza che gli era riservata e alle nove scendeva in ambulatorio per una nutrita serie di visite prenotate da tempo.
Una mattina, passando per la sala d’attesa, notò in un angolo il figlio del suo vecchio amico Salvatore. Gli fece un segno con la mano come per dire “ci vediamo dopo”, e cominciò la trafila delle visite. Tra l’una e l’altra gli venne in mente che era passato gran tempo dall’ultima volta che aveva visto Salvatore. Strano, perché il suo amico aveva l’abitudine ogni due o tre mesi di venire a trovarlo a Roma. Cenavano insieme, rinverdivano i ricordi d’infanzia, Salvatore gli esponeva i suoi problemi, chiedeva consiglio all’amico diventato un’autorità, e il giorno dopo riprendeva il treno per tornare a casa.
Luigi, il medico, era stato troppo preso dagli impegni di lavoro, aveva avuto troppi problemi negli ultimi tempi per accorgersene. Ora che Salvatore gli era tornato in mente, non avrebbe saputo dire quando si erano visti l’ultima volta, tuttavia si rese conto che era passato davvero molto tempo.
Alle tre del pomeriggio terminò le visite, uscì dall’ambulatorio e attraversando la sala d’attesa si accorse che il figlio del suo amico era ancora seduto dove lo aveva visto alle dieci.
Stupito, chiese: – Antonio, sei ancora qui, mi stai aspettando da questa mattina? –
- Sì – disse il ragazzo – Mamma mi ha fatto promettere di non muovermi fino a che non avessi parlato con il dottor Desantis. -
- Non hai mangiato niente ? Ma perché sei qui ? -
- Babbo sta male. Mamma vorrebbe che lei lo vedesse. -
Il medico condusse il ragazzo nel bar ristorante sulla piazza e ordinò qualcosa. Mentre mangiavano si fece raccontare cos’era capitato a Salvatore. Per quello che poté trarre dal confuso resoconto suppose che l’amico avesse sofferto una crisi cardiaca. Tempo prima Salvatore aveva avuto dolore ad un braccio e accusava un peso al petto. Poi sembrò essersi ripreso, ma era sempre molto debole e si trascinava dal letto a una sedia, non aveva più voglia di niente, non usciva di casa, non voleva vedere né parenti né amici, non voleva mangiare. Infine, proprio tre giorni prima che il Desantis arrivasse per il solito giro di visite, lo aveva trafitto un dolore così forte che aveva quasi perso i sensi, lo avevano adagiato su un’ottomana e da allora non si era più mosso.
Il dottore si arrabbiò: – E perché non mi avete chiamato ? –
- Mamma voleva farlo, ma babbo disse che non potevamo disturbarla, diceva che lei è tanto occupato e che è preso da tanti pensieri. Mamma ha chiamato il dottor Mastruccolo. Quello ha detto al babbo di stare tranquillo, che aveva i reumatismi, e gli ha dato il chinino. -
Il dottor Desantis batté il pugno sul tavolo facendo sobbalzare piatti e tazze, pagò e uscì senza parlare. Salirono sulla vecchia Giulietta e raggiunsero la fattoria poco lontano.
Il breve viale che dalla strada portava all’ingresso della masseria gli risvegliò antichi ricordi: i giochi che facevano da bambini oramai nessuno li giocava più, le generazioni attuali non li conoscevano; le scorribande nella dispensa dove la vecchia Maria teneva miele biscotti e marmellate erano imprese epiche. Quando riuscivano a impadronirsi della chiave, schivandone la sorveglianza, pareva loro di aver raggiunto il paese di Cuccagna.
Antonio lo guidò nella stanza dove avevano adagiato il padre. Le persiane accostate smorzavano la luce del pomeriggio, ma la penombra era pesante quanto l’atmosfera della stanza, satura di esalazioni medicinali. Il dottor Desantis riconobbe l’odore acre della trementina e della canfora e si chiese quale medico poteva utilizzare rimedi così antiquati.
Guardandosi intorno provò quasi tenerezza, perché la grande camera da letto di Salvatore era identica a quella che era stata dei suoi vecchi.
Il grande letto matrimoniale con la testata in ferro brunito decorata a mazzi di fiori era ricoperto da una bianca trapunta ricamata. Gli enormi cuscini di piuma, i mobili antichi e scuri, il comò col piano di marmo e sopra la campana di vetro che custodiva un Sant’Antonio in gesso colorato e le rose di carta ai piedi. A destra del letto, sulla parete bianca, due cornici ovali contenevano le foto sbiadite del padre e della madre di Salvatore, vestiti a festa. Ricordi dolci e amari risalivano travolgenti dal passato.
Salvatore era stato adagiato sull’ottomana, una sorta di chaise longue che lo teneva col busto sollevato. Stava immobile a occhi chiusi, pallido, molto smagrito, pareva esanime, ma quando sentì che gli toccavano il polso aprì gli occhi e vedendo Luigi chino su di lui sorrise. Con un filo di voce disse: - Non volevo che ti disturbassero, ma ora che sei qui dico che Dio ha voluto concedermi un dono prima di chiamarmi a sé. –



- Salvatore, sta zitto e non ti affaticare – lo salutò brusco l’amico. Chiese al figlio di aiutarlo, tolsero la camicia da notte all’infermo, il dottor Desantis tirò fuori dalla valigetta lo sfigmomanometro e gli misurò la pressione, poi prese ad auscultare il torace dell’amico con lo stetoscopio (3). Aggrottava la fronte ma non diceva niente. Adele, la compagna di Salvatore, lo guardava stando ferma sulla porta torcendosi le mani. Vedendo il dottor Desantis sempre più scuro cominciò a emettere una specie di singulto soffocato.
Salvatore sembrava essere uscito dallo stato di torpore in cui era sospeso, ora pareva lucido e mostrava concentrazione, scrutava attento l’amico. Ebbe uno scatto, afferrò la mano del dottor Desantis, che aveva preso una sedia e gli stava seduto vicino: - Luigi, che fortuna averti qui, so bene che me ne sto andando, e però prima della fine debbo fare testamento. Debbo assolutamente firmare le carte. Conosci bene la situazione: i parenti di Concetta come lupi famelici si approprierebbero di ogni bene. Adele e Antonio rimarrebbero spogliati di tutto. -
Il dottore conosceva la situazione. Il suo amico, separatosi dalla moglie per una serie di controversie che lo avevano profondamente demoralizzato, si era più tardi legato all’attuale compagna, e però non aveva potuto regolarizzare la loro unione.
Vedendo Salvatore agitato, Luigi non poté che intimargli di stare tranquillo rassicurandolo che ne avrebbero discusso poco più tardi. Prima gli avrebbe praticato un’endovena e Salvatore doveva rimanere assolutamente tranquillo.
Chiese che Adele facesse bollire la siringa, poi procedette e aspettò di vedere la reazione di Salvatore.
Era stanchissimo. Si alzò per sgranchire le gambe, praticamente non aveva chiuso occhio da quando era partito da Roma.
Adele gli fece segno di avvicinarsi: aveva assolutamente bisogno di sapere la verità. Pallida, gli occhi sbarrati dalla paura, si reggeva allo stipite della porta. Lui le andò vicino e le parlò risoluto e spiccio: - Non mi chieda nulla, non posso dirle niente, debbo vedere come reagisce. -
La donna implorandolo chiese: - Mi dica almeno se è alla fine -
Le si rivolse ancora in modo brusco: - Le ho detto che non posso dirle niente. Debbo vedere come risponde all’endovena che gli ho praticato .–
Il dottor Desantis, bisogna dirlo, era stato segnato da un’esperienza amara, e questa aveva influito profondamente sul suo carattere. Era ancora alle prime armi quando sicuro di sé aveva preannunciato la guarigione di un’ammalata che invece dopo poco era deceduta. L’incidente lo aveva confuso, peggio ancora, lo aveva screditato nell’ambito dei giovani colleghi.
Erano passati anni, ma non aveva mai dimenticato quell’increscioso abbaglio. L’orgoglio, e il carattere piuttosto scontroso avevano contribuito a rafforzare la decisione di essere sommamente cauto. La pratica nella professione e il rapporto con innumerevoli ammalati invece di mitigargli la ruvidezza aveva accresciuto quella schietta sincerità che spesso era presa per vera scortesia. Non si faceva scrupolo di rispondere con franchezza brutale, e non si impietosiva di fronte alla disperazione dei parenti, non li ingannava con illusioni di guarigione. Col passare del tempo nell’opinione comune questo comportamento aveva contribuito ad accrescergli la stima. Una diagnosi del dottor Desantis era per i conterranei un responso sicuro e decisivo

La donna continuava a gemere in piedi sulla porta. Il dottore era sfinito. S’era seduto di nuovo accanto all’amico scrutando ogni suo impercettibile movimento. Guardandolo come mai lo aveva guardato, gli vennero in mente delle considerazioni che in passato non lo avevano sfiorato. Pensò che mai prima s’era impegnato con tanta sofferenza, quasi rabbiosamente, a strappare un uomo alla morte.
Ne aveva visti andarsene tanti, ci aveva fatto l’abitudine, non si lasciava più coinvolgere emotivamente, ora invece attraversava un momento drammatico. Eppure Salvatore da molto tempo era lontano dalla sua vita. E lui da tanto tempo era sradicato dalla realtà in cui viveva Salvatore. La sua esistenza si svolgeva in un altro mondo, a contatto di gente tanto diversa, il dottor Desantis frequentava persone colte, agguerrite, lanciate in una lotta per mire che Salvatore neanche conosceva. Traguardi che comportavano sfide contorte, finalità contraffate per raggiungere obiettivi assai diversi da un abbondante raccolto di pomodori o di uva, le ragioni su cui e per cui viveva Salvatore. Salvatore non avrebbe mai pensato di poter approdare ai circoli che contavano nella capitale, non sapeva neanche cosa fossero. Per sentito dire forse aveva un’idea degli intrallazzi nel mondo della sanità pubblica, ma non conosceva le trame a cui bisognava assoggettarsi in ambiente ospedaliero per ottenere contatti utili nel mondo politico, per una nomina a primario o un’improbabile docenza. Queste realtà erano lontanissime da Salvatore.
Così, riflettendo alla buona, senza affrontare disamine psicologiche o filosofiche, si rese conto che l’affetto che provava per Salvatore era forte quanto quello che provava per i veri fratelli e sorelle. Era fatto di piccole cose, di antichi ricordi, di esperienze comuni, ma erano quelle esperienze che li avevano portati a essere uomini. Se Salvatore fosse morto avrebbe cancellato un pezzo della sua vita. Sebbene non fosse in grado di fornirgli nessun utile aiuto, provava un profondo senso di smarrimento vedendo spegnersi l’amico.

D’un tratto il malato si scosse, gli agguantò una mano e guardandolo fisso mormorò con un’intensità che il dottore non gli aveva mai sentito: - Luigi, dimmi la verità: sono alla fine è vero ? Allora ti prego in nome della nostra amicizia, prima che perda conoscenza chiama Serperi il notaio, fammi firmare.–
Luigi considerò rapidamente che se avesse permesso a Salvatore di firmare sarebbe stato come dichiarargli che era in fin di vita. Ma impedirgli di firmare significava accollarsi una responsabilità enorme. Era di fronte ad un dilemma tragico.
Per la prima volta Il medico derogò all’impegno che aveva preso con se stesso e con uno sforzo penoso ma deciso accettò di dire una bugia. Dentro se stesso ragionò: “Se c’è ancora un’inezia di vitalità in grado di opporsi alla catastrofe bisogna aiutarla” .
Guardò l’amico, e con voce serena asserì: - Salvatore, non dire sciocchezze, stai già meglio, hai reagito bene. Ora devi solo stare il più tranquillo possibile perché il farmaco che ti ho somministrato completi la sua azione. Domani mattina avrai superato la crisi. Guarirai certamente, e se vorrai, domani pomeriggio potrai firmare le carte con comodo. –
Salvatore disse solo: – Luigi, se lo dici tu sarà così. Grazie. – E chiuse gli occhi abbandonandosi con un lieve sorriso. Un’espressione di tranquillità si era diffusa sul viso del malato.
- Dormi sereno, tornerò domani mattina presto – , lo salutò Luigi.
Il dottor Desantis si sentiva assolutamente distrutto. Bevve due sorsi di caffè mentre Adele e Antonio lo guardavano. Proibì loro di parlare con il malato che doveva assolutamente riposare, e disse che avrebbe mandato un infermiere fidato, che avrebbe assistito Salvatore durante la notte. Se ce ne fosse stato bisogno, gli avrebbe somministrato i farmaci necessari. Quindi prese congedo, assicurandoli che sarebbe tornato di primo mattino e si avviò verso l’ospedale con un’inquietudine terribile nell'animo. Salvatore si era abbandonato, fiducioso nella “sincerità” del suo amico.
Luigi s’era preso una responsabilità tremenda, perché sapeva che l’amico ne aveva per poco, ma l’affetto lo aveva portato a tentare il tutto per tutto. La gestione della vita di Salvatore era diventata una partita tra lui e la morte, e anche se la possibilità di vittoria era minima, non aveva voluto distruggere quella eventualità. Voleva disperatamente che Salvatore vivesse.
Tornato in ospedale, chiamò l’infermiere di lunga esperienza di cui si fidava. Volle sapere se possedeva una macchina o una motocicletta, quello disse di sì, e allora gli chiese di recarsi da Salvatore e passare la notte vicino al malato. Se purtroppo fosse sopraggiunta la prevedibile crisi finale, che lo chiamasse subito.
L’infermiere conosceva l’amicizia che legava il medico a Salvatore, e affermò che avrebbe fatto come il dottor Desantis desiderava.

La notte di Luigi fu lunga e angosciosa. Alle cinque del mattino non riuscendo a dormire si alzò, si fece servire una grande tazza di caffè e alle sei e mezzo era alla masseria.
Salvatore aveva trascorso una notte tranquillissima, dormiva sereno e pareva aver superato la crisi.
La gioia di Adele era incontenibile: voleva baciare le mani del dottor Desantis, che si sottrasse bruscamente e le disse burbero che il pericolo non era passato, che stesse tranquilla ma prudente e giudiziosa, che stesse attenta perché Salvatore ancora non doveva muoversi dal letto per nessuna ragione. Che prendesse regolarmente le medicine e dopo una ventina di giorni sarebbero venuti a Roma dove lui poteva sottoporlo ad esami che nell’ospedale locale erano inattuabili
Luigi non lo dette a vedere, ma non si era mai sentito così felice. Attese pazientemente che Salvatore si svegliasse e quando il suo amico aprì gli occhi, sorrise ma non si lasciò andare alla minima affettuosità.
Salvatore invece con un filo di voce disse: - Luigi non saprei spiegare né a te né a me stesso che cosa mi sia accaduto, ieri sera la tua sola presenza già mi aveva confortato. Quando poi hai detto che potevo stare tranquillo perché avevo reagito bene al farmaco che mi avevi somministrato, ho sentito come sciogliersi un gran peso, non so spiegare meglio la sensazione che provai. Mi sono detto: se Luigi afferma che potrò guarire sarà così e per la prima volta da molto, molto tempo mi sono addormentato tranquillo. Amico mio, posso solo dirti grazie, ma te lo dico con tutta l’anima -
- Allora ce l’abbiamo fatta, canaglia. Mi hai fatto preoccupare, ma vedo che sei forte come un toro. Potrai firmare con calma tutte le tue carte, perché camperai ancora cent’anni. Però tra un mese vieni a Roma con Adele. Dovrò sottoporti ad alcune indagini che qui sono impraticabili. -
Volevano trattenerlo a tutti i costi, lo invogliavano con le ghiottonerie prelibate della tradizione, ma lui si sottrasse esponendo impegni improrogabili che lo attendevano a Roma.
Tornando fece una cosa straordinaria, che certamente non aveva mai osato negli ultimi trent’anni della sua vita: la dignità glie lo impediva perentoriamente. La giornata era nuvolosa e a tratti pioveva, ma lui tirò giù il vetro della portiera e mentre guidava sulla strada malandata e solitaria si mise a cantare a squarciagola una serie di vecchie insulse canzoni.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2012


NOTE


(1) “La parola del dottore” di R K Narayan, pubblicato per la prima volta nel giornale “The Hindu” di Madras nel 1947.

(2) Napoli fu raggiungibile con l’autostrada soltanto nel 1962.

(3) All’epoca di questo racconto non esistevano ancora né i farmaci né i mezzi di indagine attuali, per esempio la TAC (Tomografia assiale computerizzata) o la Scintigrafia cardiaca di cui oggi si avvalgono i cardiologi. I medici dovevano fare assegnamento sulla loro esperienza professionale e perspicacia.


 
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