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PIAZZA PEPE E I DIVERTIMENTI DI ALLORA
Rievocazione di un "paese dei balocchi" scomparso per sempre come luogo e come costume.













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Tutti i miei scritti presenti in questo sito hanno nel racconto, complice più o meno evidente, l'intento di indicare un luogo o qualcosa che valga la pena di vedere. Qui invece di mio non c'è altro che il proposito di presentare una "atmosfera perduta". Qualcosa che non è riconducibile ad un immobile, o ad un oggetto d'arte, ma ad uno stato d'animo scomparso per sempre, che può essere rivissuto solo attraverso la descrizione fatta dai contemporanei. O per mezzo della nostra capacità di rivivere con la fantasia eventi lontani. Per la verità qualcosa è rimasto, uno spettatore muto quando non è in servizio, e ancora in piedi sebbene sia stato assai rimaneggiato; ma è talmente noto che mi pare non sia da presentare. È però un punto di riferimento autentico, e questo testimone è il teatro Jovinelli che fu costruito proprio al tempo in cui la piazza era come viene descritta qui appresso. Il brano seguente è tratto dal libro di uno sconosciuto autore torinese: T. Tentore, Dieci giorni a Roma, Libreria Salesiana Editrice, 1901. Tuttavia non voglio incoraggiarvi a leggere il libro, che a mio parere è letterariamente inconsistente e conformista. Comunque qua e là esso offre descrizioni interessanti dal punto di vista, per così dire, "storico", insomma regala immagini di ambienti e costumi romani scomparsi da molto tempo. Eccone un esempio, e ricordatevi che siamo negli ultimi anni del XIX secolo. continua...

"Piazza Guglielmo Pepe è un luogo di divertimento, essa è come un paesello festivo, come un'oasi di giocondità, che tra la gloria del sole, il sorriso dei verdi alberi, e il vivace brulichio d' una folla in festa, si sottrae alla vita della capitale, tramutatasi in un' arena di lotta di tutte le ore, lotta ora bisbetica, volgare, talora brutale e barbarica! Nell'immensa piazza si elevano a centinaia, imbandierate, inghirlandate a festoni d'ellera e di mirto, le cantine, i ristoranti, i caffé, rigurgitanti di continuo nei pomeriggi festivi di una gente allegra, spensierata. Al suono di un'orchestrina, e magari d'un semplice organetto, si ciarla, si ride, si canta, si balla; rapido scorre il tempo e più rapido ancora scorre il vino de' Castelli. E che cosa non si può vedere a piazza Pepe per un solo paolo? Per esempio: teatri di burattini e bersagli, fonografi poliglotti, riproducenti canzoni francesi, napoletane; cinematografi, fotografie istantanee, bazar, chioschi di fiori, panorami, in cui con figure di cera si rappresentano i così detti orrori dell'inquisizione o la battaglia di Abba-Garima. Piazza Pepe è un piccolo mondo a sé, colle sue giostre dai focosi cavalli di legno, che al suono marziale dell'organetto, si slanciano alla corsa, portando superbamente in groppa lo scolaretto, la servetta, coi suoi caroselli dai draghi mostruosi, dalle barchette dondoleggianti, che possono produrre l'illusione dell'oceano fino a darvi davvero il mal di mare. E su tutto si espande un'onda sonora, un vocìo enorme, un assordante frastuono. Tutti gridano a squarciagola, magnificando le bellezze e le meraviglie del proprio teatrino, mentre suonano gli organetti, rullano tamburi e tamburoni; né manca, tratto tratto, « il rauco suon della tartarea tromba! ». Il popolino accorre, si pigia, i teatrini sono gremiti d'un pubblico senza pretese, che tutto ammira. Lungo stuolo di gente esce ed altro entra; s'incontrano, si urtano, vociando, ridendo, divertendosi un mondo. Come immaginare la contentezza di una povera servetta che per sei giorni della settimana è stata rinchiusa nel breve ambiente e nell'atmosfera calda della cucina, non vedendo dinanzi a sé che pentole e la faccia arcigna della padrona, quando alla domenica, all'aria libera, a piazza Pepe, sale sulla gigantesca altalena ad una vertiginosa altezza, mentre dinanzi a lei si estende Roma immensa ! E la gioia che vibra in tutte le fibre del soldato fantaccino, quando si fa fotografare in mezzo alla piazza, e gli viene presentata una istantanea, che è uno scarabocchio mostruoso, ma che a lui pare opera di divina fattura ? Egli la guarda e sorride, pensando quanto godranno e sorrideranno quei della sua famiglia nel rivedere le sue fattezze. A piazza Pepe converrebbe davvero il verso dantesco « tutti convengon qui d'ogni paese », perchè il pubblico della domenica che vi pullula e brulica, non è composto soltanto di romani, benché questo elemento naturalmente vi predomini. I venditori vengono da tutti i paesi dei dintorni. Sono vestiti nel loro costume dai panni ruvidi. Ve n'ha di quelli, che portano entro una larga cintura di cuoio tutta la loro bottega: pipe, bocchini, coltellini, catenelle ed altri lavori di filigrana. Una ragazza trasteverina ha un ampio paniere a tracolla, colmo di chicche, ciambelle, focacce di tutte le forme, ripiene di ciliegie, di prugne, di mele, ed offre le sue torte inzuccherate con una voce acuta. Un ebreo dalla barba del Mosè michelangiolesco, offre orologi con catenelle lunghe d'oro falso; una napoletana vende aranci, pere, mele e prugne, eccetera. Procedendo tra la folla si sente predominar il dialetto romanesco; ma ad ora ad ora vengono a colpir l'orecchio altri accenti: quando il piemontese, quando il milanese, quando la melodia dell'accento fiorentino, quando il gutturale del napoletano. Così, mentre i nostri visitatori procedono, tra quel vocìo confuso, formato da tante favelle, sono colpiti da questa frase: In malorassa cossa bevili sti romani, ah! con cui un veneziano esprimeva il suo disgusto pel vino de' Castelli. Vi sono tutte le foggie di vestire. Gonnellini corti, fittamente piegati, che giungono appena al ginocchio, stivaletti alti fino a mezza gamba, nastri dai bei colori, scendenti, serpeggiando, pei dorsi ritti dalle forme scultorie. Contadini dai panni verdi cupi, o color di fiamma viva, soldati di tutte le armi, studenti coi berrettini di tutti i colori dell'iride, e poliziotti colla nappina nera! E tutta questa folla, fitta, enorme, in un barbaglio di luce e di colori, tra un vocìo confuso, in un'animazione festiva, s'aggira per la piazza riversandosi come un fiotto umano continuo nelle bettole, nei caffè, nei teatrini e sui caroselli della giostra ".

Aggiungo a questa descrizione, oramai lontana da noi anche per quella sua "favella" ottocentesca, un altro brano, molto simpatico, tratto dal sito della Biblioteca del Burcardo (www.burcardo.org) e che ricorda l'ultimo rappresentante ancora in piedi di quel "Paese dei balocchi", il Teatro Jovinelli:

Piazza Pepe al Padiglione delle meraviglie

Fig. 1 - Il Teatro Jovinelli all'epoca dell'inaugurazione (1909)

Ancora ragazzo, Petrolini aveva mosso i primi passi fra i baracconi che allora popolavano la piazza [Guglielmo Pepe], fra personaggi curiosi e pittoreschi - imbonitori, finti selvaggi e fenomeni di ogni genere- che più tardi gli forniranno l'ispirazione per la commedia Il padiglione delle meraviglie (1924). A Roma, dopo pochi giorni, fui scritturato - su la parola, senza contratto scritto - a lire sei al giorno da don Peppe Jovinelli, a Piazza Guglielmo Pepe. Piazza Guglielmo Pepe - ora completamente sparita - era, in quell'epoca, un enorme piazzale consacrato alle baracche dei ciarlatani; ed era il ricettacolo dei vagabondi e dei poveri guitti. C'era di tutto: perfino qualche cosa di interessante, se non di buono. Era un'accozzaglia di passatempi per tutti i gusti, uno più sollazzevole dell'altro, non escluso quello dell'alleggerimento simultaneo del portafogli e dell'orologio. La grande piazza ospitava ogni sorta di baracconi, dal tiro al bersaglio al museo anatomico, dal carosello al teatro dei galli che cantavano e ballavano prodigiosamente sopra una lastra di bandone. (...)Al Teatro Umberto agiva allora la primaria compagnia drammatica (così diceva il cartellone) di Gennaro Manzo. Il repertorio? Truce: "La vendetta del forzato", "Riccardo Cuor di leone", "Mastro Titta il boia di Roma", "Il pugnale rivelatore" e altre bazzecole del medesimo calibro. Come prova mi affidarono una particina insignificante nel dramma "L'assassinio del corriere di Lione". (Modestia a parte) Tornato dalla fortunata tournée in Sudamerica, Petrolini è scritturato da Giuseppe Jovinelli per il suo nuovo, elegante teatro di Piazza Guglielmo Pepe, inaugurato nel 1909 con uno spettacolo di Raffaele Viviani. Sono passati dieci anni dal debutto di Petrolini al Teatro Umberto, il vecchio teatrino di legno di Giuseppe Jovinelli. Don Peppe Jovinelli - che ormai aveva nobilitata la Piazza Guglielmo Pepe costruendovi un teatro vasto e moderno - una sera venne all'Olympia a vedere se quello scupillo di Petrolini avesse fatto dei progressi. Tale fu la sua soddisfazione, che mi scritturò senz'altro a condizioni per me favorevolissime. Ma, espletati due contratti con Jovinelli, l'impresa della Sala Umberto, in considerazione dell'utile che portavo al teatro, mi offrì un compenso superiore sobbarcandosi a pagare a Jovinelli medesimo la penale di 8.000 lire, a patto ch'io firmassi un contratto con l'esclusività per tre anni. (Modestia a parte) Il quartiere di Roma che comprendeva questa piazza è l'Esquilino, colle amato dagli antichi romani, divenuto quartiere moderno dopo il 1970, con l'arrivo dei Piemontesi. Su l'Esquilino furono presenti ville residenziali (Horti) fino alla fine dell'impero romano, poi durante il medioevo nella zona intorno a Santa Maria Maggiore vennero costruiti vari conventi finché dal XVII sec. vi furono collocate di nuovo grandi ville residenziali nella quiete agreste. La famosa Porta Alchemica che ora si trova nel giardino di piazza Vittorio Emanuele II., viene dalla villa Palombara edificata in quest'area nella seconda metà del 1600 e demolita per la creazione del nuovo quartiere. Le caratteristiche edilizie ed urbanistiche dell'Esquilino, ne fanno uno dei più caratteristici e regolari quartieri della Roma Umbertina insieme al rione Prati. Mentre la piazza Guglielmo Pepe è sparita e la sua area è stata coperta da edifici e da strade come via Bixio, via Cairoli, ecc. L'Esquilino però accoglie tuttora la più grande piazza di Roma: Piazza Vittorio, costruita quando la città divenne capitale del Regno d'Italia, 316 metri di lunghezza per 174 di larghezza, ed è il cuore del quartiere. La zona, caratterizzata da ville con vasti giardini, vigne e orti, alla fine del XIX secolo era ancora così come si vede nella carta topografica del Falda del 1676. Per questo fu scelta per quella grande operazione urbanistica. Piazza Vittorio Emanuele II è una grande piazza porticata. Una novità urbanistica portata nella nuova capitale dai nordici piemontesi. Un'ultima nota: il quartiere ospita ancora, ridotto purtroppo a triste magazzino, uno dei più interessanti edifici di quel periodo: L'Acquario, che doveva diventare polo scientifico e ricreativo al tempo stesso. Questo monumento che ebbe vicissitudini complicate potrebbe essere un'ulteriore testimonianza di "storia" romana, degna di un saggio particolare.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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