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OCCHI TERRIFICANTI A TRASTEVERE

Piero Angelucci abarcheo@inwind.it















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Fig. 1 - Santa Maria a Trastevere

L’articolo di F. Sarazani: "Trastevere vivo" mi ha risvegliato ricordi d’infanzia connessi a quel rione. Mio padre mi raccontò una storia che molti, molti anni prima, aveva inteso da suo zio Alessandro. Capirete quindi che si tratta di un fatto vecchissimo, penso forse accaduto verso la fine del Millesettecento o proprio all’inizio dell’Ottocento. E’ strano. Ricordo perfettamente particolari insignificanti di quel giorno, li rivedo nei minimi dettagli: la bara per terra, con le corone di fiori ai piedi della cassa - non avevo mai visto un funerale - e tutta la cerimonia mi sembrò bizzarra. Mi pare di sentire ancora l’afa di quel pomeriggio, faceva un gran caldo e uscendo di chiesa ero annoiato, e avevo una sete terribile. Rammento lo spavento che provai quando un’ape si posò sulla fetta di cocomero che avevo in mano. Purtroppo non ricordo altrettanto bene i nomi dei protagonisti del "fattaccio" e l’esatta successione dei fatti, quindi nel ripercorrere le orme di Cesaretto, e del povero Nino, probabilmente modificherò la vicenda in qualche particolare, ma la storia rimane sostanzialmente integra. Eravamo andati a S. Francesco a Ripa, che allora era una chiesa piuttosto fuori mano, per il funerale di un collega di papà. Mi aveva portato con sé perché mamma era da mia nonna inferma. Al ritorno passammo per via della Lungaretta ed evidentemente fu in quella circostanza che si ricordò del "fattaccio" e mi fece vedere la casa dove era nato Cesaretto. Mi piacque molto quella storia, così la domenica dopo, fosse per questa ragione o perché volle lasciare tranquilla mamma a sbrigare le sue faccende, mi portò a vedere il luogo dov’era terminato il fosco dramma. Ripensandoci devo affermare che l’impatto fu forte, e mi procurò una grande impressione. In seguito quel luogo lo sognai molte volte.    continua...

Questa storia, manco a dirlo, ebbe per teatro Trastevere. Iniziò in via della Lungaretta e si concluse in S. Maria in Trastevere. Come ho già accennato al numero 43 di quella strada c’è un’antica casa in cui, alla fine del Settecento, abitava un mercante di sete e arazzi molto ricco. La bottega era al piano terra, e il mercante, conosciutissimo nel rione, era una figura singolare: basso, tarchiato, quasi calvo, ma con una barba folta e grigia; portava sempre una specie di zucchetto viola alla turca, con una nappa pendente. Vestiva di nero, e sulla camicia di seta immacolata, lasciava pendere una grossa, scintillante catena d’oro. Era superbo e sprezzante nei riguardi dei garzoni, che considerava degli incapaci, e però non aveva saputo tenere a freno suo figlio. Costui si chiamava Cesaretto ed era sui ventidue o ventitre anni all’epoca della sciagura. Si comportava come uno scapestrato, non era mai in bottega ad aiutare suo padre, come avrebbe dovuto Invece era sempre reperibile in qualche osteria là intorno, a bere e a lanciare i dadi, o in casa di qualche donna compiacente. Era di non alta statura, snello e agile, ed era ardito, ma ombroso e violento, borioso come suo padre. Tutti evitavano di attaccare briga con lui, perché lo conoscevano per un prepotente, pronto a mettere mano al coltello per regolare i conti, e sapevano quanto fosse rapido e capace nell’usarlo. L’indole collerica e impulsiva del giovanotto, e la propensione alla rissa furono le cause della sua rovina e lo portarono rapidamente a scendere la china della pazzia. Non era difficile capire che un carattere così fatto si sarebbe rovinato con le proprie mani, ma nessuno pensava che potesse accadere così presto, come invece avvenne. Il vero movente all’origine di quella furiosa rissa non si conobbe mai, né si comprese come s’era mutata in avversione un’antica solidarietà. Fino a non molto tempo prima infatti i due contendenti erano legati tra loro da una consuetudine che durava dall’infanzia, dai tempi dell’oratorio e dei giochi in comune. Nessuno sapeva perché si fosse mutata in odio. Alcuni dissero che all’origine c’era stata una questione di donne. Altri affermarono che la causa della contesa fosse un debito di gioco. Sta di fatto che l’oscura faccenda suscitò un violentissimo duello. In realtà non fu duello ma aggressione, perché sul terreno la disparità era evidente, la sfida era sbilanciata e moralmente riprovevole. Nino al contrario di Cesaretto era un carattere schivo, taciturno, stava chiuso nella bottega, dove faceva l’apprendista sarto, per la maggior parte della giornata. Quando quella maledetta mattina Cesaretto, proferendo chissà quali minacce, lo obbligò ad incontrarlo dietro l’Ospizio dei Genovesi dov’era uno spiazzo erboso defilato, Nino si alzò dal suo banchetto dicendo che sarebbe tornato subito, ma era pallido e sconvolto. Orfano in tenera età, era stato allevato in casa dello zio, ed era cresciuto timido, apprensivo, piuttosto esile. Anche se lesto nei riflessi, non aveva la robustezza dell’altro. Non era muscoloso come Cesaretto, abituato alle contese e alle sassaiole, e sicuramente non era in grado di misurarsi con un tale rivale e difendersi da un assalto dell’amico di un tempo. Doveva essere grande il risentimento tra i due, l’alterco fu violentissimo, e Nino forse disse parole che infiammarono Cesaretto, perché quello rapido estrasse il coltello, l’altro non fece a tempo ad afferrare il suo che in un attimo ricevette sei pollici di lama affilata, nello stomaco. Nino restò in piedi un momento, appoggiando la schiena al muro, e guardò fisso, con gli occhi sbarrati l’avversario, senza una parola, senza un lamento. Poi lentamente si accasciò in una pozza di sangue. Cosa accadde in quel momento? L’angelo della vita e della morte attraversando lo sguardo di Nino penetrò nella mente dell’omicida per vincolarlo da quell’istante ad un'espiazione orribile? Il buio, il "nero", da allora cominciò a svilupparsi, a diventare grande dentro Cesaretto, che sentì svanire di colpo ogni bollore, gettò via il coltello e fuggì. Era sicuro di averlo ammazzato. Riuscì a dileguarsi. Nascondendosi prima nei boschi di Velletri, poi pagando dei contrabbandieri, passò al sud, nel Regno dei Borbone. Molto tempo dopo si venne a sapere che per guadagnarsi il pane e sopravvivere si era adattato ai lavori più umili, finendo come garzone in una masseria. Là dette i primi segni della sua ossessione disegnando occhi dove capitava, incidendoli con la punta del coltello sui tronchi o disegnandoli col carbone sui muri. Passarono anni, nel frattempo l’infelice padre, svanita ogni boria, abbattuto, consumò gran parte del patrimonio per spegnere l’ira dei parenti di Nino, che reclamavano giustizia, e per convincere importanti personaggi a chiudere un occhio. Cesaretto, infatti, non si era macchiato di omicidio perché il ferito non era morto. Pur dichiarato finito, Nino infatti era sopravvissuto, e non appena si ristabilito era tornato alla bottega del sarto, dove rimase fin quando, qualche anno dopo, morì di tifo. Ma quest’epilogo avvenne prima che Cesaretto rimettesse i piedi in Trastevere. Intanto Cesaretto, che non trovava pace in nessun luogo, era approdato in Sicilia e guadagnava il pane facendo lo scaricatore nel porto. Un giorno un marinaio di una di quelle tartane che navigano tra Palermo e Roma trasportando vino Passito e altre prelibatezze, lo riconobbe, e tornato a Roma, corse a raccontarlo al padre. Questi ringraziò Dio come un altro antico padre aveva ringraziato per il figliol prodigo e gli mandò il danaro per il viaggio, pregandolo di tornare perché prima di morire voleva riabbracciarlo. Nella lettera di accompagnamento lo rassicurava che non avrebbe corso alcun pericolo in quanto non era imputabile di omicidio. Un mattino di novembre freddo, piovoso e triste, Cesaretto, dopo dodici lunghi anni, sbarcò quindi a Ripa Grande e rimise i piedi nel rione. Sicuramente non pareva più il Cesaretto che aveva lasciato la città fuggendo. Camminava curvo, aveva gli occhi infossati, e malgrado fosse sui trentacinque pareva un vecchio: stempiato, i pochi capelli precocemente ingrigiti. Soprattutto chi lo ricordava arrogante, borioso e violento, ora lo vedeva spento e timoroso, come tormentato da qualche fantasma. Aveva gli occhi infossati e lo sguardo allucinato, un continuo leggero tremito gli scuoteva le mani. I marinai del battello su cui aveva viaggiato, raccontarono strani episodi. A volte durante la navigazione essi avevano pescato grossi pesci con grandi occhi rotondi. Lui urlava che togliessero quei pesci dalla sua vista perché lo guardavano e lo facevano impazzire. Altre volte era salito sul ponte della nave durante la notte, e urlava ai demoni che lo tormentavano di tornare tra le onde e di lasciarlo in pace. Tornò a vivere nella casa di suo padre, ma pareva trasformato, del tutto diverso, uno sconosciuto per i vicini e per i vecchi amici. Per qualche tempo suscitò una certa curiosità, però tutti si stancarono presto di quell’essere incomprensibile, selvatico e lunatico. Da quando aveva saputo che Nino era deceduto di morte naturale, per fortuna non urlava più, ma questo non era bastato a farlo rinsavire, continuava a vedere occhi che lo scrutavano. Lunatico era la parola giusta perché soffrendo d’insonnia, la notte andava girando per casa parlottando. Per questo gli avevano dato una stanza nel solaio con un lucernario, e nelle notti d’estate lui saliva sul tetto a raccontare la sua pena alla luna. La madre soffriva le pene dell’inferno nel vederlo ridotto in quello stato e lo esortava, anzi lo spingeva in ogni modo a rivolgersi a don Sebastiano, viceparroco di S. Maria, un prete di cui quella donna aveva grandissima stima. Considerava quel sacerdote un santo, di più, un taumaturgo. Era sicura che se Cesaretto avesse parlato con don Sebastiano sarebbe guarito. Ma Cesaretto era caparbiamente contrario a quell’incontro, nessuno sapeva perché, recalcitrava, non ne voleva sapere di entrare in S. Maria di Trastevere. Quando i fratelli minacciarono di portarlo fin là con la forza si chiuse e digiunò per tre giorni. Finché un giorno accadde qualcosa di molto diverso. Una mattina vedendo sua madre piangere disperata Cesaretto si scosse, parve prendere una decisione, sembrò tornare ad essere quello di un tempo, risoluto ed energico, ma aveva un’espressione disperata e così cupa da impressionare. Si vestì con gli abiti della festa uscì e prese via della Lungaretta verso piazza S. Maria in Trastevere. Camminava come un automa ed era pallido come un morto ma si diresse decisamente verso la chiesa, esitò un attimo sotto il portico e si appoggiò al muro, infine entrò. Ma non si diresse verso la sagrestia dove poteva trovare don Sebastiano. No. Si diresse verso la prima cappella della navata destra che allora aveva la cancellata aperta. Entrò e si pose davanti alla perete a destra entrando, e a bassa voce disse: "Basta, ti chiedo perdono, lasciami in pace" poi si mise una mano alla gola, e l’altra al petto, pareva non riuscisse più a respirare. Divenne bianco come uno straccio e stramazzò a terra. Morì in quel modo. Andate a S. Maria in Trastevere e guardate la parete della prima cappella, capirete tutto.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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