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ROMA. IL NINFEO DI VIA DEGLI ANNIBALDI

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Via degli Annibaldi, la grande strada in discesa che, avendo alle spalle il Colosseo, porta a Via Cavour, nasconde al suo inizio, sulla destra, poco dopo Via Nicola Salvi, dopo l'incrocio con Via del Fagutale, uno dei tanti tesori archeologici della Roma antica che si trovano sotto l'asfalto moderno. continua...

E' venuta alla luce nel 1894 quando venne fatto il muro di fondazione per la costruzione della via. Durante i lavori ci si accorse di aver tagliato un ambiente antico per cui, la metà che era stata risparmiata, venne scavata in seguito.

Purtroppo, più di metà della costruzione è ormai perduta sotto la via, sigillata dal cemento a circa sei metri di profondità.

Vi si accede da una piccola porta che conduce, tramite una scala a chiocciola di ferro, moderna, ad un piano di calpestio che corrisponde all'interno di quella che era la vasca, a forma di esedra, in cui si riversava l'acqua che scendeva dalle pareti del ninfeo.



Una risega nel muro corre sotto la parte decorativa e scenografica e procede di fronte ad essa marcando un piano e formando un bordo che conferma questa ipotesi. L'acqua che riempiva la vasca usciva da tubi ritrovati durante lo scavo, come dimostrano anche i fori di adduzione.

L'insieme è di forma ellittica e ciò che rimane del ninfeo è rappresentato da quattro nicchie absidate. La parte mancante è l'abside centrale, più grande, che segnava l'asse dell'ellisse oltre alle altre quattro, speculari e simmetriche a quelle rimaste, che completavano la costruzione.



Il termine "ninfeo" veniva utilizzato dai Romani in forma generica per indicare vasche e fontane perché in esso c'era il richiamo alla grotta sacra alle ninfe, da cui zampillava l'acqua, e di cui esse erano il nume tutelare.

L'uso della pietra pomice per decorare la parete serviva, con la sua scabrosità e le sue sporgenze, a dare l'impressione di trovarsi in una grotta-ninfeo e, inoltre, la sua resistenza all'umidità, la rendeva perfetta per l'utilizzo nei luoghi in cui scorreva acqua.

L'ipotesi più accreditata sull'origine di questo ninfeo è che esso fosse la quinta scenografica di una grande sala rettangolare, probabilmente destinata a triclinio estivo, appartenente a una grande domus aristocratica costruita, come molte altre, sulle pendici del Monte Oppio, verso la valle del Colosseo. Probabilmente era leggermente semi-ipogea, e l'acqua che scorreva sulla parete, unita al parziale interramento, rendeva l'ambiente fresco e adatto all'utilizzo estivo.

La tipologia edilizia a cui pensano gli studiosi è analoga a quella del cosiddetto "Auditorium di Mecenate" che non era una sala destinata alle competizioni poetiche, come si era pensato inizialmente, bensì un triclinio estivo con una cascata artificiale d'acqua che, scendendo su gradini rivestiti di marmo, finiva dentro una vasca. Anche qui la prova è fornita dalle tubazioni e dai fori di adduzione ritrovati nell'alzata dei gradini. La forma della sala era rettangolare.

La vasca del ninfeo di via degli Annibaldi aveva una copertura a semicupola ma non si sa la grandezza dell'ambiente rettangolare.

DATAZIONE

La tecnica muraria in opus reticulatum, simile a quella dell'Auditorium, lo fa datare da alcuni allo stesso periodo , ossia in età augustea (27 a.C. 14 d.C.) da altri verso la fine dell' età repubblicana ( circa 50 a C.)

L'opus reticulatum è una cortina di rivestimento dell'opus cementicium, il quale costituisce la struttura interna delle murature. Ebbe una grande espansione sotto Augusto. Prima si utilizzava l'opus quasireticulatum e prima ancora l'opus incertum.

Dopo l'età augustea e dopo Tiberio, ci fu la grande stagione dell'uso del mattone (opus latericium). La messa in opera della cortina in latericium era molto accurata. Lo strato di malta tra i mattoni era sottile e quasi non si avvertiva dall'esterno, dando così un'immagine di raffinatezza e di uniformità. Il periodo di grande espansione si ebbe sotto i Flavi. E' solo in età tardo antica che il periodo di crisi portò ad aumentare il letto di malta al fine di risparmiare l'uso dei mattoni, che erano molto costosi.

L'aspetto esteriore delle murature ci permette di datare con notevole precisione gli edifici ma dobbiamo considerare che in epoca romana queste cortine non erano a vista bensì rivestite di intonaco sul quale venivano dipinti affreschi, o ricoperte da lastre di marmi policromi.

La domus venne distrutta, già in antico, dalle fondazioni di un edificio, ancora visibili all'interno, che viveva in una quota più alta. Quando una struttura viene tagliata da altre fondazioni vuol dire che è stata abbandonata da tempo ed interrata, per cui si è persa la notizia della sua esistenza. Quale poteva essere stato l'evento che aveva portato alla sua distruzione? La causa fu l'incendio neroniano del 64 d.C. che, partendo dal Circo Massimo raggiunse tutta la valle del Colosseo (naturalmente l'anfiteatro a quell'epoca non era stato ancora costruito), la zona del Foro e distrusse anche una parte dell'Oppio per cui le ricostruzioni successive avvennero sulle macerie degli edifici distrutti dall'incendio. Di conseguenza, le quote si innalzarono notevolmente e anche questa domus venne abbandonata, interrata e ricoperta e ci si spostò a vivere ad un livello superiore. Le fondazioni delle costruzioni successive andarono ad innestarsi sulla domus e, in particolare, sulla sala del triclinio risparmiando solo la vasca pertinente al ninfeo.

Questo muro, visibile all'interno, è sicuramente di fondazione perché è costituito da una gettata di calcestruzzo (opus cementicium) senza la cortina, e presenta in incavo le tracce delle travi di legno che costituivano la cassaforma. Ma cos'è questa cassaforma? Era una trincea costituita da travi di legno disposti in verticale e fissati l'uno all'altro da altri inchiodati sopra orizzontalmente. Di fronte a questa parete di legno ce n'era un'altra identica e le due, tenute unite da travi che le collegavano l'una all'altra, formavano una specie di scatola di contenimento dentro la quale veniva gettato il calcestruzzo che "tirando" le inglobava. La tecnica con l'uso del calcestruzzo, era usata già in età repubblicana, dal terzo/secondo secolo a.C. e, col tempo, evolvendosi, permise la realizzazione delle grandi opere d'ingegneria edilizia che caratterizzarono i Romani, quali gli archi, le grandi coperture a volta, a semivolta, a botte, ecc. Prima, le costruzioni erano formate dalla messa in opera di grandi blocchi di tufo e di travertino ingrappati uno sull'altro sul modello dell'architettura greca (opus quadratum).

Con il passare del tempo, il legno, essendo formato da materia organica, si decomponeva fino a scomparire, lasciando sulla muratura la sua impronta in negativo. Il muro di fondazione visibile all'interno del ninfeo è particolarmente interessante perché, oltre a presentare traccia dei pali verticali, mostra, eccezionalmente, anche l'impronta di quelli orizzontali.

A cosa appartengono queste fondazioni? La zona, dopo l'incendio, divenne parte della Domus Aurea. Questa, partendo dagli Horti di Mecenate sull'Esquilino (attuale Piazza Vittorio), scendeva sull'Oppio affacciandosi sulla valle dove c'era il lago artificiale fatto costruire da Nerone, saliva sul Celio e inglobava il Tempio del divo Claudio, che fece trasformare in ninfeo monumentale, scendeva verso la valle del Colosseo e risaliva sul Palatino. L'ingresso di questo enorme complesso, formato da varie pertinenze collegate tra loro da viali e da portici e inserite tra boschetti, giardini e fontane, era nel Foro Romano, dove ora sorge il Tempio di Venere e Roma. Qui c'era il grande vestibolo con il Colosso di Nerone, la grande statua di bronzo alta 35 m.

La Domus Aurea era l'estrema evoluzione, a livello macroscopico, del modello degli Horti Urbani (ville appartenenti all'alta classe aristocratica: Sallustiani, Lolliani, Luculliani, di Mecenate, ecc.), che circondavano Roma ed erano posti sui suoi colli, quasi a formare una corona.

Su una parte del muro in opus cementicium ne è stato addossato uno in laterizio. Probabilmente il ninfeo fu scavato di nuovo in epoca tardo antica, come dimostrato dalla fattura grossolana che presenta un alto strato di malta fra un mattone e l'altro. Sistema di cui si è precedentemente parlato e che veniva usato per risparmiare, dato l'alto costo dei laterizi.

PARTIZIONE DECORATIVA

La grande vasca, profonda 1,45 metri, era rivestita di marmo. La decorazione, molto raffinata, è composta da frammenti di marmo di varia forma e dimensione, conchiglie e pietra pomice. Inoltre ci sono vetri colorati sagomati di cui resta sulla parete la traccia in negativo ed i frammenti dei quali sono stati ritrovati in terra durante l'opera di scavo. Avevano forma di scudi, e di cornucopie. Erano dei punti di luce di colore celeste, verde, giallo, che si univano al riverbero dato dalla madreperla dell'interno delle conchiglie. La decorazione fu allettata quando l'intonaco era ancora fresco e in grado di inglobarla e, data la sua ricchezza e complessità, dovette comportare diverse giornate di lavoro. Si divide in due registri: inferiore e superiore.



Quello inferiore era formato da nove nicchie che correvano lungo tutta l'esedra ed erano ornate da altrettante statue di cui sono stati trovati frammenti all'atto dello sterro, alla fine dell'800. Le nicchie erano inquadrate da lesene con capitelli aggettanti in stucco, che sostenevano un' enorme cornice, con funzione di architrave, aggettante superiormente e anch'essa in stucco, con funzione di divisione del registro superiore da quello inferiore.

Il registro superiore è molto più semplice. Ha lesene con capitello in stucco rilevato che inquadrano ampi spazi quadrangolari centrali in cui sono dei medaglioni composti da otto cerchi concentrici. L'intonaco è bicromo: bianco alternato a rosso marrone. Su questa bicromia gioca tutta la decorazione, in particolare nei cerchi. Tutto è poi campito da conchiglie che formano l'elemento primario. Si tratta di conchiglie piccolissime utilizzate in doppie file con l'interno dei gusci all'esterno, per marcare i profili dei fusti delle lesene o delle stesse nicchie, formando una fascia più scura che disegna ed evidenzia gli elementi architettonici principali. La stessa decorazione si ritrova nella cornice.

Nei capitelli sono disposte, invece, con l'esterno a vista, e accompagnano l'aggetto dello stucco. I tipi utilizzati sono il murex, la conchiglia di piccole vongole, cozze (mytilus) e soprattutto quella delle ostriche (ostrea). Queste ultime sono usate abbondantemente per decorare le grandi superfici.

Molte sono ancora in situ, soprattutto nell'intradosso della volta, altre sono cadute e se ne vede l'impronta in negativo. Anche i tondi sono composti da file di conchiglie di vario tipo. La parte più pregiata della decorazione è composta dai vetri colorati che si trovavano nella cornice inferiore e superiore e negli spazi di risulta compresi fra i cerchi e le lesene. Sono vetri di varie forme che creavano, sulla parete, punti di luce più prezioni. Sono sagomati in forma di corazza, di cornucopia, o di scudi. Nei fusti delle lesene si susseguono elementi in forme più geometriche: scudi e losanghe. Un elemento che si dispone sulla cornice, simmetricamente, all'altezza della chiave di volta, è il bucranio (testa di bue con le corna). L'unico elemento diverso e originale è un serpentello di vetro che è stato trovato nella cornice di una nicchia.

La decorazione della parete è conclusa, in alto, da una fila di conchiglie e da una formata da tessere di blu egiziano.

Isella Pagliantini - abarcheo@inwind.it - maggio 2012



 
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