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PRESEPIO A NEW YORK
Un racconto di Natale

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Il profumo della mortadella nel tozzo di pane che Giuseppe stringeva tra le mani aveva una natura evocativa diversa dalla madelaine di Proust. Quella famosa madelaine che aveva richiamato alla memoria del raffinato scrittore teneri ricordi, era una piccola delicata squisitezza. Al confronto quella robusta merenda dichiarava con forza la sua natura proletaria: appetitoso alimento popolare la mortadella riportava Giuseppe tra gli operai della fabbrichetta di suo nonno. Gli parve di avvertire il tanfo della nafta e del sudore, le imprecazioni, lo stridore della sega a nastro, il profumo della segatura, e rivide come in sogno i due vecchi autocarri su cui si accatastavano i mobili diretti al nord e al sud.    continua...

Erano gli anni settanta, a quell’epoca Giuseppe era un ragazzino felice, non sapeva cos’erano le cambiali, anche se le sentiva nominare continuamente, e non aveva neanche una vaga idea di cosa fosse un finanziamento concesso da una banca. Scorrazzava per le strade di Poggibonsi con gli amici, architettando bricconate alla buona. Ogni pretesto era opportuno per divertirsi, erano anni semplici, quelli: tornava a casa da scuola, trovava il pranzo pronto, sbrigava in fretta i compiti perchè aveva una mente agile e intuitiva. Poi via per le strade a godere una libertà spensierata, schivando padre e nonno che lo avrebbero voluto nel laboratorio. Era nell’età in cui si sperimentano i primi appuntamenti e i primi tormenti d'amore... Il profumo intenso della mortadella faceva crescere l’appetito e la malinconia ...

Giuseppe stava seduto su una cassa di birra, e si guardava intorno cupamente chiedendosi se non sarebbe stato più semplice farla finita. La crisi del duemilasette aveva distrutto la sua esistenza. Viveva a New York oramai da vari anni e le cose gli erano andate bene fino all’anno precedente, anzi molto bene. Aveva realizzato un progetto che a quelli di Poggibonsi era sembrata un’illusione irrealizzabile. Era riuscito a creare a New York un centro commerciale che costituiva un’immagine prestigiosa della ditta di famiglia. Era una sede sofisticata e sobria nello stesso tempo, Giuseppe aveva nel sangue l’antico buongusto toscano. E aveva saputo crearsi una clientela di raffinati intenditori e ricchi collezionisti, perchè i suoi pezzi d'arredamento piacevano. Poi improvvisamente molti ordini erano stati disdetti, la banca gli aveva rifiutato un modesto finanziamento, i clienti erano diminuiti fino a dissolversi. Aveva cominciato a bere per alleviare l’angoscia, la paura di ciò che poteva ancora accadere. Nello stesso tempo era diventato irascibile, ed Emily lo aveva piantato; questo era stato il colpo finale e insopportabile. Ora stava là estenuato. Totalmente demoralizzato guardava il grande loft vuoto intorno a lui. Lo aveva comperato su consiglio di Emily, insieme ne avrebbero fatto una residenza prestigiosa, che sarebbe stata anche la migliore delle esposizioni, la vetrina più vantaggiosa per i suoi mobili. Là avrebbero organizzato feste memorabili. Avrebbero invitato architetti, designers, arredatori, giornalisti, attori, gente del bel mondo. Emily ci sapeva fare, era eccezionale nell’organizzare party. Scolò tutto d’un fiato un’intera bottiglia di birra e sentì che Emily volava via, lontano da lui, lasciandolo solo con il tozzo di pane che gli ostruiva la gola. Si passò il dorso della mano sugli occhi e dette un altro morso rabbioso. Aveva comperato il loft gravandosi di un mutuo oneroso, con l’assenso di quelli di Poggibonsi, ma ora non aveva idea di come avrebbe spiegato quella situazione, come avrebbe potuto affrontare la catastrofe. Attorno a lui c’era un enorme ambiente spoglio, gli unici elementi che rompevano il vuoto angoscioso erano le colonne di cemento armato, squadrate, e brutte, disposte in file regolari. Il loft era stato scelto per la posizione e perchè aveva grandi finestre che lasciavano entrare molta luce, Era stato il laboratorio di una vecchia fabbrica di maglieria ed era rivolto verso il fiume. Svuotato di tutto pareva un mostruoso scheletro antidiluviano. Giuseppe ed Emily avevano progettato di costruirci degli ambienti che avrebbero dato vita ad un’abitazione e contemporaneamente avrebbero formato degli spazi d’esposizione confortevoli e naturali, come magnifici salotti accoglienti. Avrebbero usato pannelli prefabbricati, tende, pareti spostabili e trompe l’oeil, piante verdi e luci, molte bellissime lampade e apparecchi d’illuminazione futuristici. Avevano discusso ogni particolare, si erano trovati in accordo su quasi tutto, solo i colori avevano rappresentato uno scoglio tra loro, Emily desiderava colori soft, lui vedeva più appropriato l’impiego di tonalità decise e contrastanti. Ma ormai non c’era più alcun problema: ogni progetto era irrimediabilmente naufragato, tutto era finito e faceva un freddo cane. Era il 23 dicembre. Giuseppe non aveva più un posto dove andare. Aveva fatto portare dal magazzino una rete e un materasso, un mucchio di coperte e un baule, un tavolo e un paio di sedie. Poi due operai che gli erano rimasti vicini lo avevano aiutato ad appendere dei grandi teli di plastica così da creare, all’interno dell’enorme vuoto, un vano in qualche modo vivibile, racchiuso dai teli come una nicchia. In quel vano il ventiquattro dicembre trascinò le valigie con i suoi effetti personali, s’installò in quella specie di involucro e si sentì ridotto a emarginato, un vero homeless. Inaspettatamente e per un moto dell’anima inspiegabile, tutto d’un tratto, qualcosa gli scattò dentro. Fosse stato il freddo materiale o il freddo spirituale a muoverlo, non avrebbe saputo dire, però una volontà recuperata dagli abissi della psiche, un’energia interiore infantile, lo indusse a reagire in una maniera strana quanto spontanea, e innocente. Mormorò come se leggesse un titolo su un giornale: ”Abile e dinamico direttore di un noto negozio d’arredamento impazzisce per il fallimento della ditta”. Scrollò le spalle, s’infilò sui capelli arruffati un berretto di lana e uscì.

Camminò a lungo, finché in un negozietto del West Village riuscì a trovare quattro statuine del presepio a pochi soldi. Soddisfatto, comperò anche due grosse scatole di candele. Ora si sentiva in uno stato d'animo commosso, e tornò nel gelido loft meno abbattuto. Appoggiò sul baule una scatola di cartone vuota, per accennare ad una capanna. Anzi per accentuare l’effetto ne piegò un lato, formando due spioventi così che dessero l’idea di un tetto. Dentro ci mise le statuine: Giuseppe, Maria, l’asino e il bue. Il bambinello lo avrebbe messo a mezzanotte. Raccolse una diecina di bottiglie di birra vuote, le mise in piedi ordinatamente intorno alla capanna e nel collo di ognuna infilò una candela. Poi le accese tutte insieme e stette a guardare la meraviglia: una corona di fiammelle illuminava magnificamente il “suo” presepio. Decise che non avrebbe né bevuto né mangiato fino a mezzanotte. Intanto l’aria nella tana di plastica si era scaldata abbastanza da permettergli di togliere guanti e sciarpa. Pensò a Emily. Gli sarebbe piaciuto farle vedere il presepio. Era troppo forte il rimpianto del passato e a quel punto sentì violentemente il desiderio di una sorsata di whiskey. Ma resistette.
Fig. 1
A mezzanotte, mentre con estrema cura deponeva il bambinello tra Giuseppe e Maria, accadde il miracolo.
Sentì suonare all’ingresso e quando andò ad aprire la porta, giù in fondo, all’estremità lontana del grande vuoto, rimase a bocca aperta. Sul pianerottolo c’era Emily con una bottiglia di champagne tra le mani. Dietro di lei un cameriere spingeva un carrello coperto da una tovaglia bianca. Sopra c’erano piatti, bicchieri, e una quantità di ghiottonerie da impazzire: ostriche, aragosta alla francese, aspic di mare, gamberi alla crema, e contorni attraenti, e formaggi gustosi, Giuseppe guardava con gli occhi velati alternativamente Emily e il carrello, restava là impalato dalla commozione e dallo stupore. Era smarrito perchè il miracolo che sommessamente aveva chiesto adagiando il Bambinello nella capanna si era avverato davvero.
- Beh, ci fai entrare ? – La voce di Emily gli parve dolce e ovattata, come se venisse da lontano.

Molti, molti anni dopo, quando Giuseppe oramai si avvicinava ai settanta, ricordava sempre con infinita tenerezza quella notte di Natale: la più bella notte d’amore della sua vita.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2010


 
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