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MONTECELIO, IL DIAVOLO NELLA ROCCA
Una leggenda e un antico castello in rovina, arricchiscono di fascino un pittoresco paese vicinissimo a Roma dove la geologia ha disegnato un’insolita collina nel paesaggio

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Fig. 1

 

Dalla terrazza del bar “Snoopy”, sul lato a mezzogiorno della piazza vedevamo la “Scalinata” che s’inerpica su per il paese. Sulla vetta si stagliavano le rovine del castello.
G. mi stava guardando con un’espressione vagamente ironica, mentre gustavo beatamente il mio drink: Aperol, succo di pompelmo e un po’ di Vodka. Mi chiesi cosa stesse pensando e a mia volta lo guardai con un ghigno beffardo. Lui sembrò giustificarsi: - E’ buono, lo sanno fare bene -, disse, accennando alla tazzina. Sapevo che la nera bevanda gli era indispensabile e ne prendeva una quantità ogni giorno. Per cambiare argomento accennò ai ruderi là in alto: “La storia che ti ho appena raccontato puoi considerarla una metafora della vita”. E aggiunse, guardandomi di nuovo ironicamente: “Per avere un’idea dell’umana competizione, bisogna essere fuori del piano di gioco in cui siamo inglobati tutti. Occorre stare all’esterno della terza o quarta dimensione einsteiniana della nostra esistenza. In vita puoi avere una certa possibilità di controllo sulle tue azioni, ma quasi nessun controllo dei loro esiti”.
Ora capivo perché, chiacchierando, aveva parlato di Woland. La leggenda del castello doveva essersela inventata, o per lo meno rielaborata, ma il personaggio diabolico, magistralmente ironico, potente, inquietante, creato dal genio di Bulgakov, aveva saputo evocarlo molto bene, me lo aveva fatto “sentire” presente. Solo Woland poteva passare da una dimensione all’altra e controllare il “piano di gioco” su cui ci muoviamo tutti. Solo Woland poteva essere arbitro (fraudolento) dei colpi e contraccolpi che gli uomini credono di giocare, e da cui sperano di ottenere risultati vantaggiosi. E da cui, spesso, sono travolti, con ineffabile godimento di Woland. continua...

Fig. 2

Il solitario castello Orsini sulla cima di Montecelio, già all’inizio del diciassettesimo secolo era considerato una dimora scomoda per le precarie condizioni in cui versava. Raramente era visitato dai Cesi, ultimi proprietari. Ci capitavano tanto di rado che ne lasciavano la cura ad un fedele vecchio maggiordomo. Proprio per quelle condizioni malagevoli v’era stato confinato il giovane Onofrio, scapestrato secondogenito del principe, per punirlo di una birbonata più grave delle solite. Questi, non sopportando l’esilio, escogitò un piano per combattere la noia, raggiungere un piacere e sfogare la rabbia che lo tormentava.
Una brutta mattina il maggiordomo, che pareva la reincarnazione d’un antico profeta dagli occhi infossati e penetranti, si trovò di fronte il giovane. Questi senza preamboli, imperiosamente, gli ordinò di predisporre un sontuoso banchetto ed elencò le portate da servire e gli inviti da diramare. Alle quiete proteste del vecchio che sosteneva l’impossibilità di un tale simposio, il giovane alzò le spalle e disse che avrebbe risolto ogni problema. Afferrò due pesanti candelieri d’argento e davanti al vegliardo impietrito dalla costernazione, montò a cavallo e partì al galoppo. Non molto dopo tornò con un sacchetto di monete che affidò al poveruomo angosciato, insieme alle istruzioni per il pranzo e all’elenco degli inviti. Il maggiordomo guardò la lista e trasalì, c’era gente equivoca, conosciuta nella Roma pontificia di allora per le iniquità e le dissolutezze commesse.
Passò qualche giorno e nella quiete del tramonto, si videro alcune carrozze sulla piazza del paese; chi viaggiava a cavallo era già entrato nel castello. Il barone Erebo si era fatto accompagnare da un celebre mago che avrebbe rallegrato la serata con numeri d’illusionismo e il marchese Cesi aveva accolto costui con entusiasmo. Sebbene il castello fosse in decadenza, il marchese offrì una cena memorabile. Aveva predisposto tutto con dispendio e sontuosità, desiderava stupire gli ospiti con qualche stravaganza, conquistarli, e ottenere il premio che si era ripromesso. E ci riuscì, disgraziatamente per lui.
Al calar della sera, dunque, furono accese centinaia di candele e il salone (la “sala del papa”) rifulse di una luce splendida, fantasmagorica. Si iniziò con antipasti e vini leggeri mentre quattro tapini, vestiti da paggi moreschi, davano fiato ai pifferi traendone melanconiche nenie orientali. Il mago si esibì in un paio di numeri prodigiosi: comparvero mazzi di fiori dal nulla, poi fece portare una botticella da cui versò del buon vino, quindi la fece coprire con un drappo. Di slancio levò il panno sfarzoso e comparve una fanciulla seminuda scandalizzando le signore presenti. Fece un'altra volta coprire ragazza e botticella, sollevò di nuovo il drappo, e tutto era scomparso.
La disposizione a tavola fu oculata: a destra del marchese Onofrio sedeva il barone Erebo, alla sinistra il priore (autorità civile dell’epoca) con l’anziana consorte, di fronte il notaio e la sua signora, di seguito gli altri invitati. Il notaio, sui settanta, era precocemente invecchiato e pareva malaticcio, donna Rosa invece, splendida nel rigoglio dei suoi trent’anni, appariva vivace e disinvolta. Alla sinistra della signora sedeva l’illusionista, vestito di nero da capo a piedi, magrissimo, basette che si confondevano con la barba caprina, sopracciglia folte, occhi come nere capocchie di spillo, pareva la personificazione di Belzebù.
Il marchese non riusciva a staccare gli occhi dal decolleté di Donna Rosa che portava al collo una catena in filigrana d’oro da cui pendeva un grazioso portafortuna, una figurina di giada finemente intagliata. Non era il gioiello ad abbagliare il marchese, era il collo flessuoso della donna, la rotondità delle spalle, la carnagione rosea e opalescente, quanto poteva scorgere dell’opulento seno. In altre parole era la travolgente sensualità che quella emanava a stordire il marchese, ad attrarlo oltre un limite irresistibile. Una tensione, un’urgenza insopprimibile gli andava crescendo nell'intimo, pareva che il povero Onofrio non potesse resistere. Una smania insopportabile lo spingeva verso la donna. Tuttavia, malgrado lo tormentassero le fiamme dell’inferno - o del desiderio, che è d’uguale natura - si costrinse ad un contegno imperturbabile.
Rivolgendole la parola disse amabilmente: - Avete un bellissimo talismano, signora. Mi piacerebbe mostrarvi le giade che furono di mia nonna, se le amate vi piaceranno molto: sono eccezionalmente belle -.
Donna Rosa sorrise con grazia e rispose: - Gradirò certamente di ammirarle, quando me lo permetterete -.
Allontanando di scatto la seggiola, Onofrio si alzò dicendo: - Signora, lasciamo che gli ospiti si rallegrino con il caviale e il vino d’Ungheria. Se lo desiderate, potete dare subito un’occhiata alle gioie -.
Gli ospiti guardarono stupiti il marchese, ma il barone Erebo lanciò un’occhiata al mago, quindi rivolgendosi agli altri commensali li indusse alla disponibilità e sorridendo cordialmente manifestò il suo pensiero: - Alla signora farà certamente piacere quest’intermezzo. Andate pure, noi intanto gusteremo i magnifici canapé che vedo sulla consolle. Vi attenderemo per assaporare il cervo al modo di Westfalia. -
Il marchese non perse tempo, appena furono nella stanza dell’antenata, estrasse da un forziere il cofanetto delle giade, l’aprì ne tolse una splendida gemma e l’avvicinò al seno della signora, e nello stesso tempo la baciò sul collo. Donna Rosa accennò un gesto d’indignazione, ma sorrideva impercettibilmente: - Come vi permettete, Marchese? Non perdete del tempo voi...- Stava per proseguire lo sdegnato rimprovero, ma il marchese si gettò in ginocchio ai suoi piedi prorompendo in un’invocazione così infervorata, così appassionata e impetuosa che pochi minuti dopo i due si ritrovarono abbracciati sul grande letto a baldacchino della nonna.
Non si resero conto dello scorrere del tempo, perduti in un paradiso indescrivibile. Ad un certo momento, però, Onofrio intese un cupo, lugubre sospiro in fondo al letto. Si girò e rimase impietrito dallo spavento. La nonna era là, bianca come neve, e i suoi piedi non toccavano terra, pareva fluttuare nella stanza. Il fantasma mormorò con voce d’oltretomba: “Nipote scellerato e corrotto, avrai la punizione che meriti...” Onofrio si sentì gelare il sangue nelle vene e attese la catastrofe, ma repentinamente accadde un cambiamento: la nonna si trasformò in uno spettro nero che li guardava ghignando perfidamente. I due, completamente nudi, stupefatti, atterriti e ansanti si coprirono con il lenzuolo, e riconobbero l’illusionista, che si rivolse a Onofrio freddo e risoluto: - Se descrivessi ai giudici, a cui se parlassi sareste rinviati a processo, il bel tatuaggio che voi marchese avete sul pube, e la graziosa voglia che dona attrattiva al fondo schiena della signora, molto probabilmente finireste impiccati entrambi. Ma ho molta comprensione e indulgenza per la gioventù, perché col passare degli anni la vecchiaia incombe drammaticamente. Per mia sfortuna non sono ricco e perciò, caro marchese, comprenderete perché tacerò, e a compenso serberò come un vostro ricordo questo cofanetto, che mi solleverà da qualche affanno -.
Onofrio improvvisamente si accorse che l’illusionista aveva in una mano un pugnale e sotto il braccio il cofanetto delle giade. Rimase esterrefatto, incapace di reagire. Il mago soggiunse: - Rivestitevi, vi precederò e sarò vostro patrocinatore presso gli altri invitati -. Ma quando furono nel salone vi trovarono soltanto il notaio, addormentato in un angolo. Tutti se n’erano andati. Il sovrastante aveva fatto sgomberare argenterie, candelieri, stoviglie e vivande, la servitù era sparita, il salone appariva buio e cupo come una cripta.
Il vecchio maggiordomo guardò Onofrio e donna Rosa con occhi terribili. Mormorò: - Guai ai figli che disperdono l’eredità degli avi. Sventura e disonore, disprezzo e ignominia ricadranno su di essi, e le antiche vestigia crolleranno -.
Il marchese comprese la concatenazione dei fatti, la beffa e l’azione infame a suo danno, ma non poté far altro che immaginare l’ira del principe suo padre. La collera del capo della famiglia sarebbe stata terribile, accresciuta dalle lamentele del maggiordomo che avrebbe descritto le intemperanze commesse dagli ospiti in assenza di Onofrio.
Il maggiordomo fu buon profeta, perchè se fino a questo punto i fatti sono leggenda, le notizie storiche sicure dicono che davvero il castello rovinò gradatamente. Il cardinale Federico Cesi aveva acquistato il castello nel 1550 dai Della Rovere, alla sua morte lo lasciò agli eredi. I Cesi lo tennero fino al 1678, quando lo rivendettero ai Borghese. Nel 1740 crollò la cosiddetta “sala del papa”. Poi nel 1770 la Rocca fatiscente diventò un magazzino. Infine, nel 1789 demolirono ciò che era rimasto in piedi all’interno per alimentare meglio le cisterne sottostanti. Oggi sopravvivono, malinconiche e pittoresche, le rovine del maschio, le mura perimetrali e una torre.
Fig. 3

G. ed io avevamo deciso di dare un’occhiata anche al piccolo museo civico: l’Antiquarium di Montecelio, che, mi avevano detto, conserva antichità e altri oggetti interessanti. A quell’ora era chiuso, ma avremmo potuto visitarlo nel pomeriggio.
C’informammo se c’era un ristorante dove pranzare, e così poco dopo mi ritrovai di fronte ad un piatto di tagliatelle che pareva riprodurre in miniatura il caratteristico cono di Montecelio. Perchè il pittoresco gregge di case, che costituisce il paese, aderisce alla forma del monte (anzi Monticello, che era l’antico nome di Montecelio) e sale fin sotto la rocca componendo per l’appunto un cono suggestivo.
Infilzai la forchetta nella chiazza di ragù posta sul cucuzzolo delle pappardelle, che ci stava bene quanto la rocca sta sul paese, e mi sentii un diavolo molto soddisfatto.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2010


 
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