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(quarta parte)














  
 

Quella sera il barone Anacleto non cenò. Dopo la maledetta turlupinatura che gli avevano giuocato i falsi carabinieri si era chiuso nel vecchio studio di suo padre, dove non aveva mai più messo piede dalla morte del vecchio barone; quel giorno invece ci si chiuse dentro, furioso, umiliato, abbattuto. Si fece portare dal cameriere una bottiglia di rum e pian piano la scolò. Aveva posato per terra il fucile caricato a pallettoni, che aveva agguantato, deciso a inseguire i malfattori per farsi giustizia immediata. Ora fissava, rannicchiato nella grande poltrona di cuoio rosso, la grande finestra con i polverosi riquadri di vetro che al passare delle ore si facevano via via più scuri. Alla fine si addormentò riverso sullo schienale, contratto e irrigidito.
Quella stessa sera, in una vecchia casa del paese modesta ma decorosa, un'anziana donna si addormentò molto tardi ridendo e piangendo contemporaneamente. In gioventù era stata la guardarobiera di palazzo Toccacielo. Reminiscenze e impetuose contrastanti emozioni l'avevano sopraffatta.

immagine di città


Anacleto si risvegliò verso mezzanotte con la testa pesante, la bocca tanto impastata che gli pareva di sughero, e un senso di rabbia impotente, di freddo furore. Più ancora che furibondo era spaventato da un episodio che aveva sentore di iettatura; però era incerto nel valutarlo, perché non lo ricordava con precisione, non riusciva a spiegarsi se lo aveva sognato o se era accaduto davvero. Se veramente un pipistrello di grandezza rara era entrato nello studio dalla finestra socchiusa o se lo era immaginato. Sia che fosse sogno o realtà lo percepì come un brutto segno di malaugurio: un presagio di sfortuna.
Afferrò di nuovo il fucile e scese nel garage senza fare colazione.

Partirono alle sei, ma dovettero fermarsi più volte per inconvenienti al motore. Arrivarono a Napoli verso le undici e il barone si precipitò al tribunale a cercare il suo amico cancelliere. Come aveva immaginato nessun giudice aveva emesso un mandato di sequestro, non esisteva nessuna segnalazione in merito alla sconosciuta "Venere di Montegrifone". Al barone non rimase che sporgere denuncia per tutti i reati di cui era rimasto vittima. L'avvocato che si era precipitato ad assisterlo cercò di confortarlo assicurandogli che i malfattori sarebbero stati individuati, e il maltolto restituito. Il barone dovette tornarsene a Montegrifone avvilito e iracondo, sospettando di tutti.
Iniziò a sentirsi perseguitato da uno stuolo di nemici che avevano organizzato la messinscena e ora ridevano della sua rovina.

* * *

Si era fatta sera, chiedemmo a Carmelo se voleva cenare con noi. Ringraziò ma non poteva fermarsi. Stava per salutarci quando repentinamente tornò a sedersi, e guardandoci con una strana espressione di sfida o di sarcasmo, assolutamente imprevedibile e inaspettata in quell'uomo, parlò con decisione.
Calcò le parole con fermezza e dignità, pareva una deliberata esortazione: - Voi volete scoprire chi volle la rovina del Toccacielo, e non sono sicuro che facciate quest'indagine per ricreazione, per uno svago di villeggianti come potrebbe essere l'immergersi in un libro giallo. Forse state cercando qualcosa di realistico, qualcosa di più apprezzabile e utile. Ma questo aspetto della vostra inchiesta non mi riguarda. Vorrei invece che non andaste a turbare la dignità, l'onorabilità, di persone defunte che non hanno cercato vendetta o peggio interessi illeciti, e oggi non possono difendersi, protestare e ribellarsi a insinuazioni malevole -.
Malgrado questa strana conclusione ci salutò cordialmente e accomiatandosi tornò ad essere il falegname pacato e conciliante di prima, ma disse ancora a bassa voce: - Ricordate che questa è terra di camorra, e il prezioso reperto rappresentava un bel boccone, una bella somma di danaro; certamente faceva gola a molta gente. Qualche boss di allora indubbiamente si mosse -. Sorrise e se ne andò senza più girarsi.
Prima di partire andammo a salutare il reverendo che era stato parroco al tempo del crimine. Gli chiedemmo se poteva regalarci qualche altro ricordo e lui, forse per onorare la memoria dell'intarsiatore e convincerci che era stato una brava persona, ci raccontò che una sera l'ebanista aveva stigmatizzato il comportamento del barone in termini molto onesti e morali.
Secondo il punto di vista di don Gaetano, il comportamento del barone era stato di grande volgarità. Se per le masse incolte e povere vendere un capolavoro era giustificabile, era invece imperdonabile che un uomo privilegiato, un aristocratico, si comportasse allo stesso modo.
– Non deve meravigliare –, disse proprio così, – se un popolo di braccianti e contadini, vide in una scultura uscita dal sottosuolo solo un gruzzolo di monete da spartirsi. Non si può chiedere istruzione e tanto meno un gusto artistico a gente che fatica a guadagnarsi un tozzo di pane. Ma si resta rattristati nel vedere che il signor barone si comportò allo stesso modo –.
Il vecchio sacerdote era rimasto meravigliato da quella considerazione, dall'equilibrio e distinzione con cui don Tano parlava, sorridendo lievemente.
Perfino quando fu anziano al Mollica non gli riconobbero le qualità signorili che lo distinguevano. Per i paesani era solo un artigiano e non era possibile vederlo differente dal fabbro, dal sarto, dal bottaio. La verità era che lui li faceva sentire inferiori, dava fastidio.
L'anziano prete disse ancora che era stato un uomo perbene che aveva fatto elemosine e aiutato sfortunati, e che se aveva avuto colpe le aveva espiate con la sua condotta di bravo cristiano.
Il giorno appresso concludemmo la nostra breve vacanza, caricammo le valige in macchina e ci avviammo per tornare a casa. Ce ne stavamo in silenzio da un poco, meditavamo gli elementi raccolti: i particolari, le circostanze e le coincidenze di quell'intrigo corsaro. Stavo pensando che bisognava disporre ogni episodio uno accanto all'altro, su un tavolo immaginario, e poi cercare di comporre un disegno valido incastrando uno nell'altro i tasselli del nostro puzzle. Mia moglie ruppe il silenzio per prima e disse: - Ho avuto l'impressione che Carmelo, con il suo ultimo inaspettato accenno volesse sviarci, volesse introdurre un ulteriore personaggio, un camorrista implicato nel furto della venere che confondesse il quadro -.
- Strano, pensavo anch'io a quell'esortazione e stavo facendo un raffronto con quanto aveva detto il reverendo. -
Rallentai e fermai la macchina: - Mia cara in un paese sono tre le persone che conoscono i fatti di tutti, o di quasi tutti: il prete, il medico (o il farmacista), e il portalettere. Ne abbiamo saltato uno. Ti dispiacerebbe se tornassimo indietro ancora per poco ? E se sborserò una limitata ma invitante sommetta disapproverai ? -
- Fa pure, se ritieni che la cosa ne valga la pena -.
Girai la macchina e tornammo a Montegrifone. Cercammo la casa del vecchio procaccia e bussammo alla porta. Venne ad aprirci una donnetta rinsecchita come una sardella, vestita tutta di nero, dallo scialle che le copriva le spalle fino alle scarpe di pezza. Spiegammo che volevamo parlare col signor Pasquale. Ci fece entrare.
L'uomo era ormai molto anziano e carico di acciacchi, non usciva più di casa ma era ancora lucido. Il vecchio ci fece sedere e aspettò di sentire cosa volevamo. Non persi tempo in lungaggini accattivanti e andai diritto allo scopo della visita. Dissi: - È risaputo che nei paesi di tutto il mondo il postino conosce i segreti dei concittadini e io voglio avere delle informazioni su una persona. Siccome la persona in questione è defunta da molto tempo, a questa persona lei non farebbe nessun torto né offesa. -
Il signor Pasquale che fino a quel momento si era mostrato disponibile ad ascoltarci a quella mia sfacciata richiesta si irrigidì, mi interruppe innervosito e indignato dicendo che mai aveva screditato i compaesani, mai era mancato al suo dovere raccontando i fatti loro, e ci intimò risolutamente di andarcene. Senza turbarmi gli spiegai che poteva essere sicuro che non avrei rivelato in nessun caso l'informazione che mi avesse dato, e che prima di arrabbiarsi poteva almeno ascoltare la mia richiesta. E poi gli feci notare che se non procurava danno a qualcuno non era obbligato al segreto del confessionale, come sarebbe stato per un sacerdote.
Mi guardò adirato, la donnetta in nero disse: – Pasquà, ascoltalo un istante –. Pasquale rimase cupo e chiuso in un silenzio preoccupato, infine borbottò : – Che volete da me ? E chi vi ha detto che so tante cose ? –
– Nessuno me lo ha detto, ma è facile immaginarlo, perché non c'è postino al mondo che prima o poi non venga a sapere di cosa parla la posta che distribuisce. –
Parlando avevo aperto il portafogli e avevo deposto sul tavolo tre banconote da dieci, che a quell'epoca e in quel povero paese rappresentavano un allettante gruzzoletto. Evidenziai che a quel punto della sua vita per procurarsi dei soldi, oltre la misera pensione che percepiva, avrebbe potuto sperare solo nella lotteria.
– Ecco – proferii con grande mestizia, – io so quanto bisogno avete di danaro per potervi curare, perciò voglio porgervi un aiuto, solo un modesto soccorso. Dunque prima di cacciarmi potete almeno ascoltare cosa chiedo ? –
Vidi che gli tremavano gli angoli della bocca.
– Signor Pasquale, – continuai imperturbabile, ostinato e impertinente – non venitemi a dire che il vapore non è di grande aiuto ai procaccia. Basta tenere per un poco la lettera che interessa sopra una pentola in cui bolle dell'acqua, e la busta pian piano si ammolla un poco, così che poi si può aprire con delicatezza. Voi leggete la lettera e alla fine la richiudete con meticolosità. Se fosse rimasta un poco sgualcita aspettavate una giornata di pioggia per consegnarla precisando che l'umidità l'aveva un poco sciupata, e così per farla breve siete venuto a conoscenza di tanti fatti. Io so che il Mollica vi era pure antipatico perché lo giudicavate presuntuoso –. – Insomma che volete ? – Chiese Pasquale assolutamente irritato e giustamente spazientito.
– Una cosa facile e semplice: vorrei sapere se il Mollica riceveva posta, e la parte maggiore delle lettere che riceveva da quale paese arrivavano –. Radunai le banconote e le spinsi sul bordo del tavolo. Pasquale sospirò, alzò le spalle e pareva meno impensierito. – Solo questo volete sapere? –.
– Per il momento sì –.
– Le riceveva da Campobasso e da Napoli –.
Dissi: – Se quelle che riceveva da Campobasso erano di una persona tutt'ora vivente a Montegrifone, non chiedo altro, non voglio sapere chi era –.
Mi guardò meravigliato, poi rispose – Si. Vive tutt'ora in paese, e certamente non vi dirò chi è –.
– Ditemi un'ultima cosa, molto meno azzardata, perché la persona, di cui farò il nome, è di sicuro morta da tanto tempo, non è mai vissuta a Montegrifone, e forse non l'avete mai incontrata. Perciò non dovete avere nessun riguardo verso costui. –
Mentre parlavo tornai ad aprire il portafoglio e ne trassi altre due banconote che posai sul tavolo. Pasquale era davvero spazientito e molto agitato.
– Me ne vado subito, ma ditemi se qualcuna delle lettere da Napoli erano firmate da un certo Cavacciuolo. Un tale di nome Ferdinando. – Pasquale, che non vedeva l'ora di togliermi di torno, assentì con la testa.
Insistetti: – Parlavano di uno specifico affare ? –
– Non so dirvelo, l'unica lettera che lessi parlava di una persona molto interessata a un affare, ma quale affare fosse non veniva specificato, posso solo dirvi che il Mollica era in faccende con questo Cavacciuolo –.
Mi resi conto che non potevo insistere oltre senza che il signor Pasquale si mettesse a sbraitare. Lo salutai lasciai i soldi sul tavolo e ce ne andammo.


Continua.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2015

 
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