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(terza parte)














  
 

Una bella mattina Salvatore Gargiulo, detto il Cicoria, massaro di un podere dei Toccacielo, salì a Montegrifone. Bussò a palazzo e chiese di parlare col signor barone. Il barone Anacleto stava facendo colazione ed era di umore nero perché il giornale che il cameriere gli faceva trovare ogni mattina accanto alla tazza del caffellatte, riportava cattive notizie: nuove tasse sui terreni, e queste novità lo avevano profondamente irritato.
Fece attendere il fattore una buona mezz'ora, poi si recò nello studio e ordinò che il massaro entrasse. Il Cicoria visibilmente emozionato si tergeva il sudore con un enorme fazzoletto bianco e rosso. Stava in fondo alla stanza senza decidersi a venire avanti, e oscillava ora su un piede ora sull'altro. Il barone non aveva mai notato nel Cicoria un comportamento tanto irresoluto.
- Venite avanti, Gargiulo -, disse brusco.
Quello avanzò di qualche passo, ma non si decideva ad aprire bocca. Continuava a tergersi il collo col fazzoletto e a stropicciare la falda del cappellaccio nero che teneva in mano.
- Insomma, che c'è. Cosa vi succede ? -
- Signor barone è vero che se qualcuno ritrova qualche anticaglia sottoterra, il governo aggiudica un premio in danaro a chi lo ha ritrovato? - articolò il massaro guardando il pavimento.
Il barone non rispose affrettatamente. Socchiuse gli occhi e prese tempo. Mentre guardava il Cicoria rifletteva sulla domanda che quello gli aveva posto.
Se era venuto in paese a esporgli il quesito era evidente che doveva esserci una ragione relativa al premio desiderato e il barone poteva immaginarla facilmente. Se avesse trovato delle monete o qualche altra cosa di dimensioni trascurabili avrebbe agito di sua iniziativa, non sarebbe venuto a parlargliene. Magari si sarebbe spinto fino a Napoli, tentando di vendere clandestinamente il reperto prezioso. Oppure avrebbe tentato qualche altro espediente per ottenere un buon profitto, il meglio che avrebbe potuto ottenere dall'occasione capitatagli. Probabilmente avrebbe cercato la complicità del fabbro che una volta al mese andava per i paesi più importanti a vendere i suoi manufatti. Ma se l'oggetto era voluminoso e ingombrante non poteva dissotterrarlo, poi nasconderlo per bene e attendere un compratore. Prima o poi ne sarebbe venuto a conoscenza qualcuno e avrebbe passato un guaio.
Il fattore aveva trovato qualcosa di grosso, ragionò il barone, e l'oggetto in questione doveva essere venuto in luce lavorando con i braccianti, quindi anche altri sapevano del ritrovamento, e così aveva dovuto adattarsi a riferire la scoperta al padrone, cioè a lui. Toccacielo guardò il Gargiulo. Stava là, in piedi con aria paziente aspettando una risposta e continuava ad appoggiarsi ora su un piede, ora sull'altro.
- Bisogna vedere -, disse con calma Toccacielo. - Se fosse una cosa di qualche valore ci potrebbe pure essere questa possibilità di cui parlate, ma intendiamoci, se l'oggetto che venisse alla luce uscisse fuori dalla mia terra sapete bene che ci sarebbe un diritto di proprietà. In questo caso però potrei essere io a compensarvi -, scandì il barone con voce benevola, persuasiva.
Fece una pausa ostentatamente pensierosa dando a vedere un'inesistente apprensione, poi staccando bene le sillabe: - E vi compenserei largamente -.
Il Gargiulo improvvisamente parve diventare scontroso, mostrò un'espressione diffidente, ma non disse nulla.
Toccacielo allora cambiò tono e parlò esigente e duro: - È necessario che non raccontiate a nessuno della scoperta che avete fatto. Perché è evidente che avete trovato qualcosa. Finché io non l'abbia esaminata nessun altro deve sapere, potreste passare qualche avversità con la Regia Commissione delle Belle Arti. Potreste essere incriminato per furto -. Il barone si alzò e accompagnò il Cicoria alla porta dello studio con l'atteggiamento del padrone che non ammette lagnanze. Poi tornò a sedersi sorridendo, si accese un sigaro e mandò uno sbuffo di fumo verso il soffitto mormorando: - Bene, bene, bene! -

La mattina dopo il barone fece sellare un cavallo e di buon'ora si avviò al podere distante qualche chilometro dal paese. Arrivò che il sole già picchiava e il sudore gli colava sulla camicia, alcuni braccianti seduti per terra all'ombra dei gelsi lo aspettavano, erano impegnati in una discussione e sembrava che fossero in disaccordo col Gargiulo. All'improvvisa apparizione del barone si azzittirono, si alzarono in piedi imbarazzati, e rimasero in silenzio col cappello in mano. Toccacielo scese da cavallo e disse burbero: - Allora fatemi vedere di che si tratta -.
Lo portarono all'estremità di una vigna. Nel fare lo scassato per mettere a dimora nuove piante, avevano trovato, a una diecina di metri dal ciglio della scarpata, un blocco di marmo lavorato che sembrava essere una statua.
Toccacielo si rese subito conto che poteva essere qualcosa di realmente importante ma non parlò. Si limitò a asciugarsi il sudore e si accese un sigaro.
Poi si espresse lentamente, in modo grave: - Non pare che sia gran cosa, ma tornerò con un professore esperto di anticaglie che saprà dire se vale o non vale -.
Rimontò a cavallo e se ne andò.

Il signore importante che si portò dietro qualche giorno appresso era un certo Ferdinando Cavacciuolo soprannominato il Medaglia. Un pittore che passava per professore d'arte ed esperto archeologo. Avendo insegnato, come supplente, per qualche tempo alla Reale Accademia di Belle arti, si era fregiato arbitrariamente del titolo di professore, ma era stato allontanato dall'incarico per un oscuro episodio. Costui, avendo dipinto molte volte i ruderi della dissepolta città di Pompei, s'era autonominato "archeologo in antichità greco-romane", ed era considerato un esperto presso gli antiquari; ma era deriso all'università e nell'Accademia. Per il barone non aveva nessuna importanza se il Medaglia avesse o non avesse una qualifica legalmente riconosciuta, sapeva che trattava affari con gli antiquari di Napoli, e solo questo era il pregio che contava per il barone. L'unico argomento che lo interessava era la qualità dell'oggetto ritrovato, e nel caso che fosse stato di grande valore voleva sapere come salvarlo da un'eventuale confisca. Se il Medaglia fosse o non fosse un archeologo qualificato, o solo un discutibile erudito, era marginale. L'unica qualità importante per il barone era questa: "il Medaglia sapeva trattare la vendita di un oggetto antico, di valore rilevante. E sapeva come muoversi prudentemente, astutamente, illecitamente".

Ostentando grande competenza il professore si avvicinò allo scavo sdegnosamente, camminando in modo ridicolo nel terreno smosso per non sporcarsi le scarpe. Guardò da ogni lato il poco che era emerso, cavò da una tasca un metro da sarto, misurò, parve riflettere profondamente mostrandosi stizzito dai commenti che i cafoni bofonchiavano. Finalmente emise un giudizio grave e originale. Disse: - Fino a che l'oggetto non sarà tratto fuori completamente non si potrà dire nulla. -
Ci vollero una diecina di braccianti, una coppia di buoi e una mezza giornata di lavoro tra urla, bestemmie, risate, e bevute. Il vino era stato offerto con grande liberalità dal barone. Tutta l'operazione dovette essere un tormento per il Cicoria; vi partecipò torvo e silenzioso, perché ormai l'affare gli era sfuggito di mano. Finalmente venne portata alla luce una vasca di pietra; una tinozza di marmo, "buona per farne un abbeveratoio per il bestiame", dissero i bifolchi. Venne fuori anche una piccola statua, un nudo di donna che il Medaglia dichiarò essere una Venere in marmo pario, copia di scultura greca. Avvicinatosi al barone, a bassissima voce, il Medaglia disse che il reperto grande era un sarcofago, un capolavoro; mancava il coperchio, e così incrostato di terra non figurava gran che, ma si vedeva che era scolpito finemente, e a prima vista pareva di età augustea. Era certamente un mirabile oggetto. Ma il nudo, senz'altro una Venere, valeva una fortuna.
Il barone si persuase che era possibile ricavarne tanto da estinguere i debiti e forse poteva accantonarne ancora una parte. Non rivelò ovviamente questa riflessione ma disse al Medaglia che ne avrebbe parlato al suo amico principe, intanto gli intimò gravemente di non aprire bocca sul ritrovamento. Quello, dopo un lauto pranzo e un mediocre compenso se ne tornò a Napoli.

immagine di città

* * *

Sul retro del palazzo c'erano tre massicci muraglioni che sostenevano un terrapieno sufficientemente ampio da accogliere un breve giardino impiantato alla fine del Settecento. Sul lato più stretto del ripiano c'era una loggia chiusa ai lati che pareva una specie di patio ombroso e verde con una piccola fontana gocciolante, Qui il barone fece depositare il sarcofago su un lato e la venere sull'altro. Proprio guardando quella sistemazione gli venne l'idea del Giardino archeologico Magnogreco.
Nei giorni seguenti il barone, che soffriva una penosa limitatezza culturale, sentì la necessità di acquistare alcuni libri di archeologia. Mandò in città il fattore con una lista perché non voleva allontanarsi dal patio su cui aveva proibito l'accesso a chiunque.

Poco tempo dopo, accompagnati dall'amico principe, vennero degli archeologi dalla capitale. Erano esperti professori della Pontificia Accademia di Archeologia. Guardarono la vasca con grande sufficienza e dissero che il sarcofago doveva essere portato al museo nazionale per essere studiato e che sul terreno del barone sarebbero stati intrapresi degli scavi perché sicuramente là sotto c'era una villa romana da riportare in luce. Fecero molto onore al pranzo e ai buoni vini del Sannio, ma parlarono quasi sempre tra loro dimenticando il padrone di casa. Il barone cominciò a perdere il sonno perché vedeva la sua preziosa vigna sconquassata e devastata dagli scavatori e in più il prezioso reperto portato via senza ricavarne neanche il minimo di quanto aveva immaginato. Così quando il massaro tornò a lagnarsi e a pretendere i suoi diritti, lo cacciò urlando. Poi dopo aver pensato e ripensato riunì il sindaco, il parroco, il notaio, il farmacista e altre importanti personalità e spiegò loro l'urgenza di creare un'Accademia e un museo.

* * *

E ora torniamo a quel disgraziato pomeriggio di fine luglio quando il barone, che si godeva serenamente la siesta, venne brutalmente richiamato agli obblighi della legge. Quando il cameriere, molto compunto e imbarazzato era venuto ad annunciargli la visita dei carabinieri, Anacleto s'era rabbuiato ma non aveva previsto la sciagura che stava per capitargli.

Nel salone lo attendevano rigidi e formali alcuni carabinieri. Il capitano salutò il barone con militaresca cortesia e gli presentò un mandato di perquisizione accompagnato da una disposizione di sequestro conservativo, tutto su carta intestata del tribunale e con regolare firma e timbri. Spiegò che dovevano prelevare subito la statua denominata "Venere di Montegrifone" e consegnarla al museo archeologico di Napoli che l'avrebbe trattenuta in custodia fino al compimento degli accertamenti di legge.
Il barone sdegnatissimo tentò di opporsi alla confisca avanzando e reiterando opposizioni e giustificazioni, e pretendendo la presenza del suo legale, ma il capitano tagliò corto e chiarì che se si opponeva al sequestro avrebbero dovuto prelevare lui stesso, insieme alla statua, e portarlo a Napoli, dove avrebbe potuto avvalersi dell'assistenza del legale.
Quando vide la venere tolta dal basamento, e trasferita sul furgone con i peculiari stemmi della regia Arma, avvolta accuratamente in bende e cartoni da imballaggio, il barone ebbe un soprassalto d'ira impotente. Il furgone partì seguito dalla vettura di scorta, e Anacleto Toccacielo si sentì male.
Ma mezz'ora più tardi, camminando su e giù come una tigre in gabbia nel patio oltraggiato, ripensava all'intervento dei carabinieri e qualcosa in quella perquisizione gli sembrò anomalo. Sul tavolo del salone erano rimaste le carte con l'ordinanza di sequestro, le prese per rileggerle e sollevandole ne intravide la filigrana. Sobbalzò: era la vecchia filigrana borbonica, la carta non aveva il regio stemma sabaudo ora in vigore. Non era marcata dalla nuova filigrana che distingueva i documenti dell'attuale Regno d'Italia, e che era divenuta assolutamente obbligatoria. Avevano usato della vecchia carta falsificando solo l'intestazione. Improvvisamente ricordò lo strano accento del capitano che aveva supposto piemontese, e le divise dei carabinieri che a ripensarci gli parvero difettose, o incomplete, come se non fossero regolamentari.
Con un malessere indicibile intuì che lo avevano circuito e angosciato corse affannosamente all'autorimessa a cercare lo chauffeur. L'anno precedente aveva acquistato un'Isotta Fraschini, che il suo amico principe gli aveva offerto di seconda mano. L'automobile, proposta come un vero affare, non si era rivelata quell'occasione magnificata, ma il barone, il nuovo veicolo, l'aveva usato ben poco, aveva preferito percorrere a cavallo le malagevoli strade della provincia. Il modernissimo mezzo di trasporto restava un'esibizione di potere, uno sfoggio di casta.
Trovò Casimiro sdraiato sotto la vettura perché aveva smontato una parte del motore. Anacleto urlò – Mettila in moto, dobbiamo andare a Napoli immediatamente –. Lo chauffeur rispose – Eccellenza è impossibile metterla in moto senza lo spinterogeno –. – E allora sbrigati a rimontarlo è questione di vita o di morte –. Passarono un paio d'ore mentre Casimiro si dava da fare e provava e riprovava a mettere in moto l'auto. Quando ci riuscì al barone parve oramai impossibile raggiungere le canaglie, furente voltò le spalle al meccanico intimandogli di essere pronto il giorno dopo alle cinque del mattino.


Continua.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2015

 
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