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(seconda parte)














  
 

Dopo quel pranzo, che fu assai utile per orientare la nostra indagine, desideravamo molto incontrare di nuovo il falegname. Per nostra fortuna quello dimostrò una certa simpatia, tanto che quando lo rivedemmo pareva tranquillo e sereno, come se avesse cancellato un pensiero molesto. Ci demmo appuntamento di pomeriggio in un'osteria appartata, al margine del paese, e Carmelo ci raccontò senza soggezione vicende del passato.
Eravamo seduti sotto una grande pergola a glicine e migliaia di rondini passavano a volo radente sulle nostre teste. Folate di scirocco di tanto in tanto sollevavano la polvere sottile della strada. Capimmo che Carmelo parlava con sincerità. Evidenziò senza problemi aspetti indisponenti del paese, ma ne parlò senza insofferenza, semmai con umorismo. Uno, del tutto detestabile per visitatori e villeggianti era l'eccesso degli escrementi di cavalli, asini, capre che insudiciavano le strade, e poi l'esuberanza delle mosche. Un altro ancora era il calore crudele dell'estate, nel pieno dell'estate; il sole era così feroce che sbiancava i macigni della fiumara in secca, e le cicale con il loro incessante stridere sugli alberi rinsecchiti rintronavano la testa. Al contrario, d'inverno nelle case senza comodità si pativa il freddo, e l'unica fonte di calore era rappresentata dal camino che riscaldava un solo ambiente, mandava fumo e anneriva le mura; e poi i negozi erano sforniti, oscuri, polverosi. Lo scenario del paese in quegli anni era misero, trascurato, contrastava col palazzo Toccacielo, ancora sfarzoso, e il suo verde fresco giardino. Carmelo raccontò con malinconia che c'era un lato del giardino, particolarmente suggestivo, che rimaneva fresco quasi come in primavera. Era riservato all'intimità di quella famiglia avara e viziosa, egoista e arrogante; in quel recesso umido, che offriva godimento come un'alcova, era stata per un po' di tempo nascosta la scultura recuperata durante lo scassato per la nuova vigna, e là sarebbe rimasta fino al momento in cui sarebbe avvenuto l'illegale acquisto da parte di un ricco collezionista americano.
La sensuale morbidezza della venere, uscita dalla terra di un podere invece che dalla spuma del mare, agli occhi del barone pareva carne vera, il marmo ripulito e abbagliante lui lo godeva. Tuttavia era pronto a vendersi la carne della venere, e poco gli importava del grandissimo pregio dell'opera d'arte.
Per un certo non so che di vibrante, di appassionato nella voce che esprimeva quella riflessione, mi parve insolito il commento del falegname, lo avrei definito "troppo sensibile" per un proletario. Più tardi, quando ne accennai a mia moglie, disse che anche lei aveva notato la particolarità di quell'emozionata descrizione.

* * *

Carmelo parlava fermandosi di tanto in tanto per sorseggiare l'ottimo aglianico che ci avevano servito, poi posava il bicchiere si asciugava la bocca con un movimento garbato e riprendeva a ricordare, malinconico e compunto. La voce del falegname era monotona e rauca, ma descrivendo la scena del barone che si godeva la siesta, ci procurò una divertente digressione.
Tratteggiò Anacleto Toccacielo, che riverso in una grande poltrona di vimini sonnecchiava in quel verde recesso del giardino, confortato dalla frescura, e si compiaceva del torpido dormiveglia in cui cadeva inevitabilmente nel dopopranzo. Si beava del gocciolio dell'acqua nella piccola vasca posta su un lato di quel sito simile a un patio, e di certo nella mente gli passavano scene erotiche. Stava sospirando di piacere quando vennero a dirgli che erano arrivati dei carabinieri che volevano interrogarlo.
Non potevano guastargli la siesta in un modo peggiore. Si alzò intorpidito, scontento, iroso, e si avviò lentamente nel suo studio.

* * *

- Però - disse il falegname, - se non avevamo una buona conoscenza dei fatti precedenti non era possibile che comprendessimo il seguito degli avvenimenti -. Perciò Carmelo ci riportò indietro nel tempo e ricostruì il corso degli eventi dall'inizio. Fu anche assai disponibile nell'assecondare le nostre domande.

Il barone Anacleto era l'ultimo erede dell'antica, nobile famiglia dei Toccacielo, nei tempi passati gloria e afflizione di Montegrifone. Il nobiluomo trascinava l'esistenza nella provincia profonda dove la vita, costando di meno, gli consentiva di sperperare meglio la ricchezza rimastagli. In un ambiente arretrato poteva permettersi più soddisfacentemente i suoi incorreggibili vizi, soprattutto quello del gioco, e allo stesso tempo poteva tenere d'occhio avidamente, spietatamente, le restanti proprietà ereditate.
Esigente e incontentabile com'era, ottusamente gretto, arrogante, terribilmente taccagno e iracondo, amministrava con la sua limitata competenza i magri proventi delle terre e degli immobili ancora suoi, e si dedicava ad un modesto allevamento di cavalli che gli costava una fortuna insieme a continue apprensioni, ma gli restituiva una grande soddisfazione.
La vita scorreva avara per il barone, monotona, noiosissima, nella provincia dimenticata da Dio, come accadeva anche a tanti altri nobiluomini viziosi, decaduti, e oberati di debiti. Ma avvenimenti imprevedibili lo liberarono per qualche tempo dalla tremenda monotonia in cui razzolava, e gli movimentarono molto, o meglio, gli squassarono l'esistenza. Carmelo ci ricordò che dovevamo sempre tenere presente l'epoca in cui accaddero i fatti, e questa, come sapevamo bene, era indietro nel tempo. Allora il meridione d'Italia rappresentava la "Bella Addormentata" dello Stato italiano e nel sud l'economia era prevalentemente, se non interamente agricola, innegabilmente arcaica, sicuramente povera.

* * *

Nel 1972 quando ci recammo a Montegrifone certamente quel mondo, a paragone degli anni venti, era molto cambiato. Quasi tutti avevano le bombole del gas, anche se non tutti avevano ancora la televisione e il frigorifero. Però le strade erano asfaltate e illuminate, e l'appartamento che avevamo affittato per una settimana era ben arredato e aveva tutte le comodità.


immagine di città

Il paese si erge su un colle e in cima all'abitato c'è il duomo e l'antico palazzo Toccacielo, oggi molto deteriorato. Durante l'ultima guerra, nel 1943, la residenza nobiliare era stata requisita dall'esercito tedesco che vi aveva installato un comando. Dopo la liberazione fu occupato dagli sfollati, che finirono di danneggiarlo. Nel 1972 il barone Anacleto era morto da vari anni, e il palazzo era abitato dalla vedova del fratello, con due figlie nubili. L'ultimo piano era impraticabile perché dal tetto si infiltrava la pioggia, e al piano terra molte delle vetuste stanze erano divenute ricovero di balle di fieno, di botti, di sacchi di mangime, di attrezzi agricoli. Al primo piano, in buono stato, erano abitate solo le stanze a mezzogiorno, mentre le altre, rivolte a nord, in faccia al duomo, erano state scelte per custodire le glorie della famiglia, gli arredi che malgrado le vicissitudini si erano salvati grazie alla devozione del personale di servizio. Ora gli antichi mobili, i quadri, i libri che nessuno aveva mai letto, i ninnoli e i ricami, ossia un accumulo di relitti e cianfrusaglie, si logorano, ammuffiscono, sbiadiscono e si coprono di polvere anno dopo anno. Gli angoli delle stanze hanno lunghe strisce di muffa verdastra e allo stesso modo sono ridotti i soffitti. Tappeti, poltrone e divani sono coperti da lenzuoli vecchi, rattoppati. Erano sale e salotti che nei tempi passati furono celebrate per l'eleganza. Ormai dopo il declino della famiglia si sono irrimediabilmente deteriorate. Tutto fatalmente si guasta e va in rovina.

* * *

La sera in cui arrivammo, dopo cena, lasciai mia moglie a leggere in balcone e andai a fare una breve passeggiata intorno al palazzo. Il grigio fabbricato, pressappoco un enorme cubo di pietra, si erge massiccio, e sbiancato dalla luce della luna pareva elevarsi più possente, ma più triste di come si presenta di giorno. Di notte anzi aveva alcunché di lugubre.
D'un tratto vidi il palazzo con la stessa immaginazione, con la stessa astratta rappresentazione che me n'ero fatto da ragazzetto; quando avevo acchiappato quel trabocchetto piratesco, che mi pareva una nera farfalla testa di morto, facendone una mia storia. Quel tozzo, sgraziato edificio che mi stava davanti lo vedevo con gli occhi dei dieci anni e con la fantasia di allora. Mi sembrò enorme e nero e mi fece venire i brividi. Tanti anni prima lo avevo immaginato come un castello oppure, come un palazzo reale, con una successione di enormi sale dalle altissime volte, piene di giganteschi lampadari con migliaia di gocce di cristallo che pendevano dai soffitti, e alle pareti grandi severi ritratti di accigliati generali e di arcigne duchesse che scrutavano gli intrusi. Trofei di elmi e spade appesi attorno a scudi araldici con draghi e unicorni, e questi erano contornati da spoglie di caccia: crani di cervi, di alci, di daini dalle lunghe corna. Nelle sale poi facevano bella mostra grandi gabbie d'oro con pappagalli variopinti, e qui e là c'erano leoni e tigri impagliate. Ed ecco il barone in giacca rossa e alti stivali di cuoio, attorniato da un nugolo di mastini uscire per la caccia. Aveva la faccia crudele e malvagia.
Il vento fresco della notte mi sfiorò il viso, le braccia, e mi riportò alla realtà. Rientrai e dissi: – Mia cara, sono proprio contento di essere venuto qui, con te. Questa ricerca mi diverte molto –. Lei mi guardò sorridendo, credo che in quel momento mi vedesse molto, molto più giovane, e piuttosto eccitato.

* * *

Il paese è assai cambiato, insisté Carmelo. I giovani adesso si vestono in jeans e giubbotti all'americana e straparlano quasi in italiano. I vecchi con l'abito nero, la camicia bianca e la catena dell'orologio in bella vista sul panciotto, non si vedono più sulla piazza a questionare e a giocare rumorose partite di tresette. Anche loro sono vestiti in modo un po' diverso, e si sono ritirati nella saletta interna del bar.
Ma qualcosa del vecchio mondo, malgrado le trasformazioni, è rimasto; una delle stanze al piano terra di palazzo Toccacielo, meno malandata delle altre, ricopre il ruolo di segreteria. Un'altra si presta come sala di riunione e perciò accoglie una volta al mese il rissoso gruppo dei maggiorenti; però l'Accademia adesso è sostenuta da un gruppetto di studenti universitari e di liceali che il sabato e la domenica si raccolgono per ascoltare musica e qualche volta organizzano feste da ballo. L'ultimo venerdì di agosto è dedicato all'adunanza pubblica.

Quando accaddero quei fatti che causarono un ulteriore decadenza dei Toccacielo, a Montegrifone non era ancora arrivato il telefono e questa mancanza ebbe un grande peso. Al barone causò l'impossibilità di verificare la regolarità dell'intervento e difendersi, e per la mente che progettò il malaugurato tranello fu la migliore garanzia per mettere a segno il piano criminoso, quasi un divertimento agevolmente realizzabile.
"Malaugurato", ripeté Carmelo pensieroso e cupo, perché qualcuno il castigo di Dio glie l'aveva augurato da gran tempo al barone Toccacielo.

* * *

Fu il Barone, che aveva studiato a Napoli ed era amico di un principe romano appassionato di anticaglie, a richiamare l'attenzione dei maggiorenti di Montegrifone.
Anacleto non aveva ancora rivelato all'élite locale la straordinaria scoperta della Venere, e del sarcofago, né degli altri frammenti che aveva intenzione di donare al paese, perché solo questi avrebbe messo a disposizione dell'Accademia. Non di certo la venere. Quei notabili, quantunque benestanti, erano sprovveduti e incapaci di comprendere il valore di un'Accademia di archeologia che avrebbe dato lustro al paese. L'idea, come disse tempo dopo il barone, gli era venuta osservando i ritrovamenti e gli era sembrata eccellente per dare prestigio a Montegrifone. Il paese sarebbe diventato un'importante meta del turismo culturale e, a suo dire, aveva pensato di attuare questa iniziativa per magnanimità verso i concittadini che ne avrebbero avuto un sicuro vantaggio quando fossero venuti i turisti che fino allora non si erano mai arrivati.
Ma quando il barone Toccacielo sostenne che doveva essere lui il presidente fondatore della progettata Accademia e volle darle per titolo "Accademia dei sarcofagi di Montegrifone", affermando che certe iniziative divengono attrazioni se intitolate con fantasia, quei pesanti signori reagirono e lo fermarono. L'appellativo di sarcofagi poteva ritorcersi sul paese e apparire malauguratamente derisorio. Così ripiegarono sull'altra proposta "Accademia sannita e magnogreca" e decisero che il fondatore doveva essere il podestà. Ma il barone possedeva la tenacia che sorregge gli ostinati, e avendo un'assoluta fiducia nella sua perspicacia dichiarò di avere agito con lungimiranza e accortezza. Lui aveva avuto l'idea e lui sarebbe stato il fondatore. Decretò: "Il podestà poteva essere il presidente dell'erigenda accademia, ma non il fondatore, e se fossero stati contrari si trovassero da se stessi i reperti archeologici, e si cercassero anche un'altra sede, lui non avrebbe concesso le stanze."
Nell'immaginare quella realizzazione ambiziosa fu incoraggiato da una particolarità: qua e là per il territorio comunale affioravano ruderi remotissimi: cisterne, monumenti funerari, e possibili resti di ville rustiche a dimostrazione di un'antica dignità magnogreca e romana.
E poi, incastrati nelle mura di alcune case, c'erano dei pezzi di marmo con parti di epigrafi. Questi avanzi davano la certezza che nei dintorni si sarebbero potute rinvenire significative testimonianze archeologiche, e i ritrovamenti di sicuro avrebbero portato fama a Montegrifone.
C'era da aspettarsi che prima o poi si sarebbe arrivati a una scoperta di tale importanza da richiamare l'attenzione e la meraviglia del mondo intero.


Continua.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - novembre 2015

 
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